Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Vita del Picaro Gusmano d’Alfarace - 1599

Le avventure, fra carte e tarocchi, di un furfante pentito

 

Saggio di Andrea Vitali, marzo 2020

 

Dello scrittore spagnolo Mateo Alemán venne pubblicata a Madrid nel 1599 la prima parte del romanzo picaresco Guzmán de Alfarache [ɡuðˈman de alfaˈɾatʃe] il cui successo strepitoso indusse molti editori spagnoli, portoghesi, francesi e belgi a pubblicarlo subito dopo all'insaputa dell'autore. Per di più, l'avvocato valenzano Juan Martí, venuto a conoscenza che Alemán  aveva già pressoché completato la stesura della seconda parte, lo anticipò pubblicando a Barcellona nel 1602 una sua seconda parte sotto lo pseudonimo di Mateo Luján de Sayavedra.Venuto a conoscenza dell’accaduto, il vero autore pubblicò a Lisbona nel 1604 la sua seconda parte intitolata Segunda parte de la vida de Guzmán de Alfarache, Atalaya de la vida humana por Mateo Alemán su verdadero autor.

 

La terza parte, che l’Alemán aveva in animo di scrivere, non venne mai alla luce, causa l’indecisione del pubblico su chi fosse il vero autore fra i due.

 

L’opera, data alle stampe negli altri paesi europei con il solo titolo di Picaro (1), racconta in forma autobiografica le vicende di un astuto imbroglione sivigliano: dapprima lo vediamo quale garzone d’osteria, poi sguattero, indi nobiluomo e soldato in Italia; di seguito mendicante, servo di un Cardinale, domestico e intermediario per gli amori illeciti del Re di Francia e uomo alla moda. Finito - ma siamo solo alla metà della sua vita - a essere ingiustamente condannato per un furto di un baule, si diede alla professione di baro alle carte in Milano e Genova e, dopo aver abbandonata la fidanzata, lo ritroviamo in Spagna quale commerciante imbroglione e per la prima volta, sposo. Morta la moglie prematuramente, pensando di abbracciare vesti sacerdotali, il Nostro si iscrisse all’Università di Alcalá, ma poi, ripensandoci, riprese moglie, dalla quale venne pressoché immediatamente abbandonato. A questo punto, continuando a compiere ladrerie, venne catturato e messo in prigione e condannato per sei anni ai remi. Dopo aver tentato inutilmente la fuga, venne condannato all’ergastolo, da cui riuscì a salvarsi, ottenendo la libertà, per aver denunciato una congiura.

 

 

Picaro

 

 

L’Alemán, così come il Cervantes nel Don Quijote, inserì nel romanzo alcune novelle: quella di Messer Iacopo e dei suoi figli, la napoletana Dorido e Clorinia e la moresca Guzmán e Daraja.

 

Inoltre, nell’opera appaiono diverse considerazioni di carattere morale sui più vari argomenti che si manifestano quali antidoti contro i mali e quindi contro il peccato, secondo un modus operandi alquanto usuale come ritroviamo, ad esempio, sempre nel Seicento, nell’Atestio di Pio Enea II degli Obizzi e ne Il Vespaio Stuzzicato di Dario Varotari. Considerazioni di carattere morale che già nel frontespizio vengono dall’autore comunicate come finalità a cui l’opera mirava:

 

“Nella quale Gusmano narrando le di lui attioni, fa vedere à ciascuno, come in un lucidissimo Specchio, che le Virtù conducono al supremo de gli Honori; et che i Vitij traboccano nel precipitio delle miserie, et fino alla mendicità”.

 

Inoltre, sempre dal frontespizio, si è edotti sui contenuti con cui il romanzo viene  raccontato:

 

“Ove in molta copia, et Dottamente descritti, e concatenati si leggono:

Ragionamenti nobili

Avertimenti Economici, et Politici

Discorsi gratiosi

Documenti Morali

Avvenimenti maravigliosi

Sentenze gravi

Proverbi notabili,

Detti singolarii

Et Scuola universale di fina Politica”

 

Riguardo le considerazioni di carattere morale, desideriamo aprire una parentesi riportando alcuni passi tratti dalle due opere sopra descritte, dato che trattano anche di tarocchi e di carte, dove gli aspetti etici sono evidenziati da un lato tramite l’esaltazione delle qualità di due personaggi e dall’altro dal ripudio della vita cittadina, foriera di seduzioni e quindi di malanni per l’anima.

 

L’autore dell’Atestio, trattando di Eroi, così da lui intesi, del tempo passato, invita i lettori a guardare e possibilmente imitare come emblema di splendore, in quanto temperante e giusto, il comportamento di Cosimo I de’ Medici (1519-1574), Duca di Firenze e della sua consorte Eleonora di Toledo, talmente innamorata di lui da continuare, dopo la morte del marito, e per quanto poteva, le azioni del consorte. Alla sua corte nessun delinquente o persona sciocca avrebbe potuto trovare posto; solo pittori, scultori ed esperti d’arme, dedicando il tempo concesso alla ricreazione ai più semplici piaceri, come giocare a carte e a tarocchi oppure alla lettura delle novelle del Boccaccio. 

 

Nono Canto (2)

 

Ottava 122

 

Mà lo Splendor, la Temperanza, e ‘l Giusto

   Se d’ammirar effigiati hai brama,

   Mira il buon Cosmo il Fiorentino Augusto,

   Precursor de la Gloria e de la Fama,

   Quei, che incorrotto a perseguir l’ingiusto

   Fù si, ch’anco defonto il Mondo l’ama;

   Ond’io, che de’ suoi pregi amante fui,

   Vo’n tal nome finir le lodi altrui.

 

Ottava 23

 

In diporti simil la Donna accesa

   Va trattenendo l’impalmato Sposo;

   Con sagace disegno or gli palesa

   Le morbidezze de l’ostel pomposo,

   Or l’accompagna a qualch’ onesta impresa

   (Tranne ‘l tempo del cibo, e del riposo)

   Però che quivi è la virtù difusa,

   E con l’Error la Scioperanza esclusa.

 

Ottava 124

 

Non vi si ammette un delinquente, ò sciocco,

   Né quei, ch’al ben’ oprar riman ristucco;

   Qui s’armeggia di picca, e la di stocco

   Lavora un di color, l’altro di stucco;

   Quel gioca a ganellin, questi a tarocco,

   Alcun’ a le minchiate, alcun’ al trucco,

   Altri a lo sbaraglino, altri a lo scacco,

   Altri legge Biondel che beffa Ciacco (1).

 

(1) Novella Ventiquattresima del Decamerone

 

Ne Il Vespaio Stuzzicato, una raccolta di dodici satire inframezzate da sonetti di varia natura, il Varotari dichiarando espressamente “Al Lettore” il suo carattere di “Christiano Cattolico” e la sua ferma intenzione “di sempre vivere nel grembo di Santa Chiesa Romana”, anticipa il suo ruolo di castigatore dei vizi e insegnante delle oneste virtù. Nelle seguenti quartine egli, dopo aver satireggiato il vivere in città, sentina di delitti e di miserie, stanco di assistere ad adulazioni che deturpano la verità, sente la necessità di staccarsene, guardando alla campagna come oasi felice. Un insegnamento di carattere morale per l’uomo a riflettere sulla propria esistenza per recuperare l’innocenza perduta.

 

De’ i tumulti de’ la Città, e della quiete della vita solitaria (3)

 

Satira Terza

 

[…]

 

Citadini è i delitti, e l’inocenza

    Tra le campagne in umil Casa alberga.

    Abrazzai vitij, e le virtù posterga

    Spesso chi in alta sedia hà residenza.

 

Per questo lauti in le Cità se’ osserva

    I Rufiani, i Bufoni, i Parasiti,

    Le Frine (1), e i Ganimedi (2); e xè infiniti

    I premiai, che, adulando, el vero snerva.

 

[…]

 

No’ vedo l’hora de condurme in parte, 
    Dove no' veda mai Fanti, Scrivani,
    Zafi (3), Dacieri (4), Spie, Sgheri, Rufiani,
    Cabale (5), Zontarioi (6), Bari da carte.

 

(1) Frine = cortigiane

(2) Ganimedi = giovani favoriti

(3) Zafi = zaffi = birri

(4) Dacieri = riscuotitori delle tasse

(5) Cabale = invenzioni, stratagemmi

(6) Zontarioi = guintatori = giuntatori = truffatori

 

Ritornando al nostro Picaro, l’autore mette in evidenza come il Gusmano avesse imparato ogni sorta di giochi, compresi quelli delle carte, iniziando dai più semplici per poi passare a quelli un po’ più difficoltosi, definiti ‘mez[z]ani’ e infine ai ‘maggiori’, i più complessi per barare. Un apprendimento che lo entusiasmò moltissimo tanto da affermare che non avrebbe cambiato quel momento con il migliore da lui vissuto in passato. Non volle mai imparare i tarocchi, lo sbaraglino e gli scacchi, da lui considerati un perditempo e “rompimenti di cervelli”, in quanto giochi che pretendevano ragionamenti eccessivi, una fatica che a lui, baro per professione, risultava alquanto fastidiosa e inutile.

 

Parte I, Libro II, Cap. II.

 

“[…] in questo tempo imparai a giuocare alla girella, al palmo, a battimuro, di lì passai a’ mezani, et seppi il quindici, il trent’uno, il cinquetto, la primiera, l’erbette, ò sia banco fallito, et alla bassetta, cosi alla diritta, come alla storta, e brevemente crebbi negli studi, et passai a’ maggiori, voltandogli a bocca in su col dado, à toppa, e tengo, né haverei cambiato questa vita per la migliore, che avessero fatta i miei passati: e tra tutti i giuochi non volli giamai apprendere quelli de’ tarocchi, sbaraglino, e scacchi, che sono perditempo  et rompimenti di cervello” (4).

 

Prendendo spunto dal gioco delle carte a cui il Gusmano aveva dedicato buona parte della sua vita, l’Alemán, riprendendo il tema delle considerazioni morali, mette in bocca al picaro parole di sconforto e di riscatto per aver sempre barato, rendendolo consapevole dei lutti da lui provocati al tavolo da gioco, tanto da farlo affermare che  in ogni città avrebbero dovuti esserci “dei maestri di queste vigliaccherie, accioche gl’inclinati al giuoco l’intendessero, et non fossero ingannati”, continuando col dire che “Il giuoco fù trovato per ricreazione dell’animo, et per sollevarlo dalla stracchezza, et da’ travagli della vita, et quando passa questa regola, è malitia, infamia, et furto”.

 

A questo punto, proponiamo l’intero passo di questa rinascita morale del Nostro, proposto dall’autore allo scopo di far meditare i lettori sulle sfortune sia materiali che etiche a cui incorrevano coloro che si dedicavano al gioco delle carte. Una disamina in linea con quanto la Chiesa da sempre aveva ripetutamente affermato. Di interesse sono ancora le azioni che il Gusmano descrive su come barare, professione alquanto comune in quei tempi, che si manifestano come un breve dizionario sull’argomento, a questo punto dal Nostro recusate. 

 

Introduciamo quanto segue, riferendo che il Nostro di trovava a svolgere la mansione di paggio presso un cardinale, lavoro che alquanto detestava. In quel preciso momento cominciò a sentire la mancanza di ciò che avrebbe potuto diventare: un soldato d’armi in grado di maneggiare la spada nel migliore dei modi. Purtroppo, la sua tendenza ai bagordi lo fece deviare da questo mestiere in cui avrebbe trovato senz’altro soddisfazione se avesse meritato di ottenerlo seguendo la via delle virtù. Fu così che invece votò sé stesso al gioco delle carte e a quella professione che gli avrebbe permesso di accumulare quattrini: quello del baro:

 

Parte I, Libro III, Cap. IX

 

Disgusti di Gusmano essendo paggio

 

“Ogni cosa mi puzzava, nulla mi contentava: sospirava giorno, et notte i miei passati diletti: ma quando io mi vidi giovanetto, da poter ben cignere la spada, havrei havuto caro qualche vantagiato accrescimento, onde io havessi potuto havere speranza di passar più oltre: et sono certo, che se l’opere mie l’avessero meritato, non haverei più indugiato a conseguirlo. Ma in luogo d’acquistar giudicio, et far cose virtuose, et obligarmi con esse la volontà altrui, mi diedi a giuocare fino a i vestimenti: et essendo io di mia natura un poco libero, mi mostrava tale anche nel giuoco, onde procurai sempre di valermi di quanti inganni, et astutie io poteva, et particolarmente nel giuocare a primiera”.

 

Dopo questa confessione, il Gusmano parla dei trucchi da lui usati al gioco della primiera, vera miniera di informazioni sulla pratica ludica per gli storici del gioco e, come detto, sui modi del barare. Un ruolo importante era svolto in tal senso dai complici, chiamati ‘compagni’ o ‘guide’. Il pentimento per tutti gli imbrogli perpetrati ai danni degli altri giocatori, si rivela in particolare quando il picaro denunciando tutte le malefatte sue e dei bari in generale, afferma che poiché nelle città di un certo rilievo il governo permetteva i casini, cioè luoghi appositi per giocare a carte, per non creare ulteriori maggior danni avrebbe dovuto almeno istruire dei maestri affinché insegnassero agli amanti del gioco su come guardarsi dalle azioni truffaldine dei bari.

 

 

Il Baro

 

Jacques Callot (Nancy, 1592- 1635), Il Baro, acquaforte

 

 

Inganni usati da Gusmano nel giuocar à primiera

 

“Quante volte giuocando in due, presi tre carte, e tenendo cinque, invitai con le tre maggiori? Quante volte presi l’ultima carta, et ponendola di sotto via, guardai s’ella era buona, et in un subito guardava l’altra già veduta, et poscia faceva partiti tali, ch’era un rubbare su gli occhi di ciascuno? Quante volte haveva un Giovane allato di me, che fingendo di dormire, mi dava le carte per di sotto? Quante volte mi veniva una guida sopra, che mi dava il punto de gli altri, accioche io sapessi quel che tenevano, et a quel che andavano: ma me lo dicevano con segni tanto sottili, ch’era impossibile potersene accorgere? Quante barriere feci al mio compagno, a cui diedi cinquanta due, e rimanendo io con un’asso, feci cinquanta cinque: o con un cinque, che feci cinquanta quattro, e sempre migliorai il mio punto, o guadagnai del tratto? Quando poi giuocavano a due contro uno, et ci davamo le carte, prendendo le scartate, ponendole in cima: giuocar con cenno della guida: far mescugli di carte, metter in salvo, ò di sopra via delle carte il punto maggiore, o segnarlo, essendomi accordato col spione, o con colui che le vende, erano cose ordinarie. O quante furono le ribalderie, e furberie, ch’io feci, niuna delle quali fù, che io non intendessi, e non sapessi, e tutte le metteva in opera, perche gli occhiali del giuoco sono tali, che gli scaltriti hanno in esso largo campo, e se fosse lecito, dico lecito, si come nella Republica si permettono case di peccati, a fin di schifarne de’ maggiori bisognerebbe che in ogni città principale ci fossero maestri di quelle vigliaccherie, accioche gl’inclinati al giuoco l’intendessero, et non fossero ingannati, perche la nostra sensualità si lascia vincer facilmente dal vitio, et far costume vile quel, che fù trovato per lecito esercitio. Con ragione si chiamerà vil costume, quando sarà seguito disordinatamente, cavandolo dal suo corso”.

 

Continuando nelle sue considerazioni etiche, l’Alemán fa esprimere al picaro la seguente massima morale:

 

“Il giuoco fù trovato per ricreazione dell’animo, et per sollevarlo dalla stracchezza, et da’ travagli della vita, et quando passa questa regola, è malitia, infamia, et furto; poiche poche volte si fà, che non s’accozzino seco questi attributi”.

 

Viene poi a trattare dei nobili, i quali più che altri avrebbero dovuto astenersi dal giocare, considerata la sofferenza a cui la loro immagine sarebbe incorsa, sia che risultassero vincitori o perdenti. Non solo essi avrebbero dovuto rifuggire il gioco, ma anche le stesse case dove lecitamente era permesso, ovvero i casini.

 

Giuoco dee da’ più nobili essere fuggito, & perche

 

“Io parlo di coloro, che si chiamano giuocatori, i quali ne fanno arte, et l’hanno in costume: non ostante ch’io più desideri, che se n’allontanino coloro, che sono più nobili, considerando i danni, che a loro ne seguono, et massime vedendo, che ‘l male è bilanciato col bene, et che s’egli guadagna, et l’altro perde, s’obbliga a soffrire molte temerità, et cose impertinenti, parole, et gesti, che ‘l guadagno solo potrebbe soffrirgli, et non un’huomo d’honore, et altre cose,  che io non ardisco dire, di tal qualità, che per esse, et per le già dette non solo doverebbono abborrire il giuoco, ma le case stesse, dove si giuochi”.

 

Passando a discorrere dei fanciulli e il gioco, il picaro suggerisce che questi avrebbero dovuto essere ammaestrati su come giocare al fine di conoscere ogni regola e ogni trucco, così da poter evitare di cadere negli agguati dei bari. Allo scopo elenca una serie di nascondigli sulla propria persona per non far credere agli avversari di aver altri danari nel caso che al primo giro tali fanciulli ne avessero perduti, per concludere affermando di non essersi mai seduto davanti a un tavolo da gioco senza avere denari a sufficienza e con  spirito ottimista di vittoria, tenendo toni bassi nel parlare per non tediare e non costringere altrui a tediarlo.

 

E bene saper giuocare, ma meglio non giuocare / Astutie de giuocatori

 

"Ma poi che l’appetito nostro è tanto sfrenato, non sarebbe male, ma bene, che ‘l fanciullo sapesse le leggi, i partiti, i tiri, gl’inganni che s’usano nel giuoco: et se perderanno una fiata rifonda il resto de’ denari, ne gli stivaletti, nelle calze, ne’ manichetti, tra il collaro, e la gola, nella cintola, nel petto, nelle maniche, et dove si può, purchè non perda i suoi denari ignorantemente da bestia; onde oltre al guadagnarglieli, si facciano beffe di lui. Una cosa ch’io procurai fu di non mettermi mai a sedere a giuoco con pochi denari, né di poco, né con persona, che non avventurassi di guadagnar molto, giuocando il mio reale a trè, et senza tediare, né esser tediato” (5).

 

Note

 

1 - In italiano: Vita del Picaro Gusmano d’Alfarace. Descritta da Matteo Alemanno di Siviglia, et Tradotta dalla Lingua Spagnola nell’Italiana da Barezzo Barezzi Cremonese, In Venetia, Presso Barezzo Barezzi, Alla Libraria della Madonna, M.DC.VI. [1606].L’opera venneristampata dallo stesso editore con la seconda parte in due volumi a Venezia nel 1615.

2 - L’Atestio. Poema del Sig. Marchese Pio Enea Obizzo con gli Argomenti del Sig. March. Francesco Castiglioni. Dato alle Stampe dal Conte Honofrio Bevilacqua Con l’Alegoria del medesimo, In Bologna, Per Giacomo Monti, e Carlo Zenero, MDCXLII [1642], p. 104.

3 - Il Vespaio Stuzzicato. Satire Veneziane di Dario Varotari. Altre volte Ardio Rivarota & Oratio Varardi, Venezia, M.DC.LXXI. [1671], p. 38.

4 - Vita del Picaro Gusmano d’Alfarace, op. cit., Edizione 1615, p. 198.

5 - Ibidem, pp.417-420.

 

Copyright Andrea Vitali  © Tutti i diritti riservati 2020

 

.