Saggi di Andrea Vitali

Scrivendo e Taroccando

Il verbo Taroccare da Giulio Cesare Croce a Giosuè Carducci

 

Giulio Cesare Croce - Giuseppe Berneri - Niccolò Forteguerri - Paolo Francesco Carli - Giovanni Santi Saccenti -Domenico Maria Manni - Giovanni Greppi - Giovanni Gherardo De Rossi - Gaetano Rossi - Felice Romani - Tommaso Gargallo - Reto Partenopeo - Ernesto Capocci - Libero pensatore anonimo - Pietro Laviano Tito - Giosuè Carducci. 

Proseguiamo con questo articolo la disamina sulla presenza in letteratura del verbo "taroccare", introdotta con L’Hospidale de’ Pazzi Incurabili  di Tomaso Garzoni da Bagnacavallo. Come riferito nel nostro saggio Dell’Etimo Tarocco, il verbo taroccare significabrontolare, protestare vivacemente, crucciarsi in particolare a causa di una forte alterazione emotiva, imprecare, sbuffare, andare in collera" (1). Alcuni studiosi ritengono che il termine tarocco sia da derivarsi da questo verbo, in quanto l’imprecare e l’adirarsi fu atteggiamento tipico dei giocatori di carte.


Fra le numerose opere di Giulio Cesare Croce, al quale abbiamo dedicato uno specifico saggio, restano universalmente noti i due racconti Bertoldo Bertoldino. Questi furono pubblicati per la prima volta nel 1620, in un unica raccolta assieme al Cacasenno composto da Adriano Banchieri. Dal Bertoldino riportiamo l'Ottava XLIII  del Canto XII, dove il taroccare si esprime attraverso i malauguri elencati all'inizio della strofa:

E tigna e flusso, fistol, cancro, peste,
     E de' malanni tutta la genia
     Augura a chi l'ha concio per le feste,
     E taroccando pur se ne va via.
     Nè avvien, che mai dal replicar s'arreste;
     Maledetto quel matto becco, e via.
     La nuova per la corte tosto è sparsa: 
     Se, v'era allor Molier, che bella farsa!

Su Giuseppe Berneri (1637-1701) commediografo e poeta, scarse sono le notizie riguardanti la vita. Romano, divenne socio di diverse accademie e segretario dell’Accademia degli Infecondi, la cui finalità era quella di promuovere un tipo di teatro edificante religioso. Il Meo Patacca ovvero Roma in Feste nei Trionfi di Vienna (1695), poema eroicomico in ottave scritto in romanesco, è senza dubbio il suo componimento più famoso. In due passi del Secondo canto troviamo il verbo taroccare: 

Ottava 30 

Con te tu ciancie no, non me la ficchi,
Co ste frollosarie  non m' infinocchi,
Disse Meo, con ingiurie tu me picchi,
E poi non vuoi ch'io contro te tarrocchi?
........... 


Ottava 37

 

Cosi dice, e la schiuma dalla bocca

Gli esce pe rabbia, e l’impannate sbatte,
Le serra de potenza, e ancor tarrocca,
Ma gran fischiate allor gle furno fatte .
Per non sentirne più, tacer glie tocca;
Se mette in piede certe su ciavatte,
E perché attorno un su cagnol glie gira;
Una ne piglia in mano, e glie la tira.


Niccolò Forteguerri,
autore già altrove da noi citato (2), nel Canto IV del Ricciardetto (fra il 1716 e il 1725), scrive:


Ma mentre ch' ei fatica e che tarocca,
Ecco che piomba ancor sopra di lui
Un'altra rete da quell'altra rocca
E restano prigioni tutti  dui [Orlando e Rinaldo]".


L’abate Paolo Francesco Carli (1652-1725), imitatore del Berni, fu autore di varie composizioni burlesche. In molti suoi versi satireggiò un prete di Borgo a Buggiano, tale don Giovan Paolo Lucardesi, il quale, pieno di prosopopea letteraria, in un suo sonetto inserì un terribile strafalcione teologico, scrivendo che Cristo era “crocifisso e trino”. Pietro Fanfani in un’edizione da lui curata dal titolo Rime burlesche di eccellenti autori (Firenze, 1856) scrive al riguardo de La Svinatura, opera del Carli: “Con questo ingegnoso e vago componimento l’autore mette in ridicolo un insigne pedante de' suoi tempi, Giovan Paolo Lucardesi, maestro di scuole al Borgo a Buggiano (che qui nominasi Bietolone da Lucardo); e ne prese occasione da un pessimo sonetto ch’e' fece in lode d' un Padre Marcellino predicatore, e nel quale chiamò il N. S. Cristo crocifisso e trino. E si può affermare che niun tristo scrittore è stato mai sì severamente punito delle sua presunzione”.


L’autore immagina che il Bietolone, completamente ubriaco, venisse coinvolto in una rissa con alcuni villici mentre era intento assieme a loro a pigiare l’uva. Dopo diverse battagliere azioni contro una donna di nome Cecchina, viene al termine della contesa da questa gettato a terra:

 

Quando e' si vide in terra
Privo d'ogni sua gloria,
E l'avversaria sua di tanta guerra,
Restata in piedi, udì gridar: Vittoria,
Si diede a voltolarsi in mezzo all'aja
A guisa di un porcello
A cui dolga il budello o l'anguinaja;
E prima miagolando,
E poscia taroccando,
Si pose al fine il saggio baccalare (1)
Stranamente in tal guisa a bestemmiare:
Non c'è più Cristo per me,
Come s' io Cristian non fussi;
Eppur io fui che m’indussi
D’un ch’egli era a farne tre (2)
Non c’è più Cristo per me.


(1)
Baccalare,  termine attribuito  ai  letterati di gran credito: qui usato in senso ironico
(2) Allusione al Cristo “crocefisso e trino” di cui sopra.

 
Di Giovan Santi Saccenti (1687-1749) (3), nel volume postumo Le Rime di Giovan Santi Saccenti da Cerreto Guidi, vennero riportate una serie di lettere da lui indirizzate a diversi personaggi. Mentre egli si trovava a Pistoia (Essendo in Ufizio a Pistoia) scrisse Alla Signora Margherita Fortini Sorelli di Firenze, Podestessa a Cerreto Guidi, in casa della quale era stato a convivere l’Autore da Studente, lamentandosi per un litigio intercorso con alcuni villani (4).

 

Che il Diavol vi ricami la cotenna,
Villan plebei, con tante forconate,
Quanti eran Turchi a Buda e sotto Vienna.
Bestie cornute, e quando vi chetate?
S'io vi tratto con tanta civiltà,
Gli è anco dover, che non ve n'abusiate.
Me gli raccomandavo in carità ,
Ma gli era giusto come ir predicando
In via de'pentolin la castità, (1)
Ora, così scrivendo, e taroccando,
Saprete forse voi quel ch' io abbia detto,
Ch'io non lo sò, se non ve ne domando.

 
(1) Famosa strada di Firenze dove abitavano donne di malaffare.

 

Fra i diversi saggi di Domenico Maria Manni (1690-1788), accademico della Crusca e direttore della Biblioteca Strozzi di Firenze, va ricordato Le Veglie Piacevoli ovvero Notizie de’ più bizzarri, e giocondi uomini toscani (Seconda Edizione, Venezia, 1759-1760) dove nel Tomo Terzo riporta le Notizie di Manetto Ammannatini detto il Grasso Legnajuolo.


Nato il Manetto a Firenze nel 1385, divenne famoso nell’arte dell’intarsio. Scrive di lui il Manni: “Per esser Manetto professore di tarsia, e per esser grande, e corpulento di complessione fu appellato il Grasso Legnaiuolo. L'avvenimento poi singolare della sua gioventù, che è qui pregio dell'opera il raccontare per disteso, e che fa tutto il suo carattere, ha dato occasione al proverbio Diventare il Grasso Legnaiuolo, che riferito è fra gli altri da Egidio Menagio”.


La vicenda di cui parla il Manni si riferisce alla storia narrata nel 1489 da Antonio di Tuccio Manetti, biografo del Brunelleschi, trasferita poi in racconto con il titolo Novella del Grasso Legnaiuolo, di solito citata anonima data l’incertezza sulla paternità del Manetti. Val la pena introdurre questa storia perché si tratta di uno degli scherzi più famosi architettati nella Firenze del ‘400 e non da persone qualunque, ma addirittura dal Brunelleschi in combutta con Donatello e Giovanni Ruscellai. La beffa, avvenuta nel 1409, consisteva nel far credere al Manetto di essere un’altra persona, un certo Matteo Manniti. Fra cortei di creditori bussanti alla sua bottega e altri spassosissimi interventi, la vicenda trova una sua prima conclusione con la fuga disperata del Grasso in Ungheria, adottata per sottrarsi ad una situazione che egli oramai non era più in grado di reggere. Ritornato in seguito a Firenze, la vicenda continua quando il Brunelleschi chiede al Grasso di raccontargli quanto gli era capitato, poiché senza il racconto delle trasformazioni subite dalla coscienza del povero malcapitato la beffa non sarebbe stata completa.


Tratto dalle Veglie Piacevoli (5) riportiamo di seguito il racconto del Manni riferito al sopraggiungere di due persone alla bottega del Grasso in cerca del fratello Matteo Manniti: “Io non so quel, che voi vi dite, nè che frasche sian queste. Matteo non ci è venuto, e se dice d’esser me mi fa torto; e per lo corpo di me se io mi abbocco con lui, mi vo’ sbizzarrire, e vedere s’io son lui, o egli è me. Che diavoleria è questa da due dì in qua?” E pieno d'ira, e preso il mantello esce fuori, e tira a se l'usciolo della bottega, e lasciati costoro nella via, borbottando, e minacciando si va verso S. Maria del Fiore, passeggiando in giù, e in su, non sapendo per altro che cosa si fare. Così taroccando se gli fa incontro uno, che era stato suo compagno quando erano garzoni di bottega di Maestro Pellegrino delle Tarsie, ecc” (6).


Giovanni Greppi
(1751-1827), commediografo, attore e librettista, assunse nell’ambito dell’Arcadia il nome di Florimondo Ermioneo. Fattosi frate francescano in seguito ad una delusione amorosa (si era innamorato della nipote di papa Pio VI, da questo creato Cavaliere) ritornò al teatro dopo aver gettato l’abito. Trasferitosi a Milano durante l’occupazione napoleonica, nella Repubblica Cisalpina, per la quale compose anche l’inno, assunse la carica di commissario di polizia e di prefetto. Autore assai famoso ai suoi tempi, scrisse una cinquantina di commedie, tendenzialmente del “genere lacrimevole”. Fra le sue opere più famose, la trilogia nota come "Amore irritato dalle difficoltà" o "Trilogia di Teresa": Teresa e Claudio, Teresa Vedova, e Teresa e Wilk, il melodramma storico Gertrude d'Aragona e I Capricci Teatrali, pubblicati in quattro volumi.


Nel Tomo III di quest’ultima opera, stampata a Venezia nel 1789 con il titolo Dei Capriccci Teatrali di Giovanni Greppi, Socio della Reale Accademia Fiorentina, troviamo il verbo taroccare nella commedia Teresa e Wilk (Capriccio VIII), terza della sopracitata trilogia:
 
ATTO TERZO - Scena II
Wilk, un Mylord
Leggerezza, Segretario di Wilk e marito di Guglielmina, governante di casa

 
Wilk. Tu quì muggivi come un toro provocato da qualcheduno.
Leg.  Non potevate dir, ch'io gridava, senza far  uso di certe similitudini odiose?
Wilk. Via, dirò che gridavi: ma per qual motivo, e con chi?
Leg. Io stava quì taroccando con quella pettegola di mia moglie, per cose di pochissimo momento... Già sapete, Mylord, come son fatte le donne... La vogliono vinta in tutte le maniere... e quando cominciano non la finiscono più.

 

Giovanni Gherardo De Rossi (1754-1827), Ministro delle Finanze della Repubblica Romana, Presidente dell'Accademia di Belle Arti del Portogallo e direttore dell'Accademia Reale di Napoli, fu poeta e commediografo. Appartenente all’Arcadia con il nome di Perinto Sceo, scrisse diverse commedie di ispirazione goldoniana fra cui Le sorelle rivali, L’astratto geloso, La commedia in villeggiatura, Il secondo giorno del matrimonio e Il maestro di cappella, resa famosa quest’ultima dalla versione musicale che ne fece Cimarosa.


In Le sorelle rivali e L’astratto geloso, entrambe di tre atti in prosa, troviamo  il verbo taroccare:

 
Le Sorelle Rivali

 
ATTO PRIMO – Scena VII
Colombina, cameriera  in casa del Conte Asdrubale
Trivella, servitore in casa del medesimo

 

Triv.  Colombina mia, siamo rovinati, e se li padroni pranzano a tre ore, per noi a rivederci a mezza notte, e io già me ne casco.
Col.  Bada bene, avverti il Cuoco, e prepara lumi in maggior quantità del solito; altrimenti ad illuminare la tavola non basteranno .
Triv. Or vedi, questa è venuta a scompigliarce tutti.
Col. Se senti, li poveri Signorini tossono, ch' è una cosa terribile, sono raffreddati morti, disgraziate creature.
Triv. Ma vedete, col freddo di jeri volerli far andare senza calzette per forza.
Col. Perchè a Londra dice, che si fa cosi: ma a Londra ce li avvezzeranno dal momento che nascono.
Triv. Eh! Per fà le cose all' Inglese, voglio, che stiamo freschi; giù ci è il Facocchio, che sta a alzare il seditore del cocchiere, figurati, ha da stare due palmi più alto del celo della carrozza.
Col. Guai, se quel pover' uomo casca, e non è difficile, perchè patisce di vino. Ma per te ci è un'altra novità; sai? La Padrona vuole, che tutti voi altri servitori vi tagliate i capelli tondi.
Triv, (con rabbia.) A chi? Se la può far passare sta voglia. Vederete, che io il codino non lo dismetto proprio. Ma eccoli, che tornano. Addio Colombina, vado A dire al Cuoco , che vada a spasso. (parte )
Col. Tornano taroccando, è meglio, che mi ritiri. ( parte )

 
L’Astratto Geloso 

 

ATTO PRIMO - Scena II
Astolfo
Eugenia, sua moglie

 

Ast. (risponde senza guardare la moglie, e la prende per la cameriera.) Non mi annojate, Colombina, e dite a mia moglie, che.. .
Eug. E non sono io vostra moglie? Che volete da me?
Ast. (si volge, e la riconosce.) Ah! dite bene. Voglio... sì, voglio... cioè...(si astrae). Sì, signora ...Ma perchè mi avete interrotto? Cosa dicevo io? Cosa volevo?
Eug. Noi so. Ma venivate dalla vostra camera taroccando, parlavate di licenziare, di bastonare.
Ast. Sì, quel briccone di Trivella, che sempre è in giro, che va sempre a spasso. Questa mane prima di uscire avevo bisogno di mandarlo dal Conte Alessandro con un' ambasciata di somma premura, e costui non si trova mai.
Eug. Mi sorprende, perchè Trivella è un giovine attento.
Ast. (con qualche rabbia.) Già difendetelo. Così si deve fare per contraddire a me. Poi è un servitore, ch'è stato qui posto dal Sig. Tenente, si deve difendere. Ma la difesa è inutile, questo sarà il primo, e l'ultimo mese, che mi serve: voglio licenziarlo subito. Addio.

 

Il dramma semiserio per musica Il Trionfo dell’Amore ossia Irene, e Filandro venne rappresentato a Napoli al Teatro Nuovo sopra Toledo, quale seconda opera del 1811 su musica di Stefano Pavesi, Maestro di Cappella della Scuola Napoletana (7). Il libretto di Gaetano Rossi, basato su una vicenda realmente accaduta in Lombardia, racconta l’amore di Irene per Filandro e delle avventure accorse alla fanciulla che, dapprima costretta in un ritiro dalla sua matrigna, seppe da lì fuggire per incontrare mille pericoli alla ricerca del suo amore.

 
ATTO PRIMO - Scena VI

 
Gia. Non dubitate ... io sono a parte.
Di tutto: Irene a voi mi ha qui diretta...
Oh! in quest'arte son' io troppo provetta!
Fil. A lei ritorna, e dille ..
Gia. Eh! la meschina
Colla madrigna sua sta taroccando;
Entrate in quell’arcova, e li nascosto
Vi piaccia di fermarvi,
Finché non giunga Irene a consolarvi.
Fil. Vado .... ma tu t’affretta, e per me dille
Che venga in sul momento
A render men crudele il mio tormento.

 

Il melodramma semiserio in due atti I Corsari, su musica di Alberto Mazzucato (8), venne rappresentata alla Scala di Milano in occasione del Carnevale del 1840. Che il verbo taroccare sia presente all’interno di un libretto d’opera, autore Felice Romani, non deve sorprendere visto l’utilizzo che di questo verbo se ne fece per tutto l’Ottocento. Lo troviamo al termine della Scena Prima del Primo Atto. Dopo l’intervento del coro d’apertura e di Agnese, custode del Castello di Belmonte, inneggiante al futuro matrimonio di Lisetta, figlia di Agnese, con Don Ramiro, si odono provenire da lontano le voci litigiose di Lisetta e Simoncino, un benestante del villaggio di Belmonte:

 

Sim. No, ben mio, non hai ragione
Di condurti in questo passo.
Lis. Donnaiolo, ipocritone!
Coro. Che vuol dir codesto chiasso?
Agn. Con Lisetta, Simoncino
Taroccando arriva qua.
Tutti. Aspettiamo un momentino,
chè da rider sarà.

 

Il verbo taroccare si trova anche nei libretti di altre opere, come ad esempio ne La Rappresaglia, "Melodramma in due atti da rappresentarsi nel Teatro della Ecc.ma Città di Barcellona l’anno 1821" (9) e ne La Lavandaia Spiritosa, "Dramma per musica da rappresentarsi nel Teatro della molto Ille. Città di Barcelona l’anno 1772" (10). 

L'azione de La Rappresaglia, musicata da Giuseppe Hactmann Stuntz  “addetto alla Capella di S. M. il Re di Baviera”, si svolge presso il Castello del Re di Polonia:  


Atto Primo - Scena X

 
Personaggi

 
Il Re di Polonia
Il Duca Alberto di Kalitz
Grifone, corriere del Duca
Elisa, promessa sposa al Duca di Kalitz
Il Barone Sigismondo Lowinsky, padre di Elisa

 
Duca:                          Orsù che facciamo - altrove passiamo:

                                     Se voi permettete - mio caro barone,

                                     Il feudo, il palazzo - vo tutto girar.

Elisa / Barone           Si serva, padrone - chi può comandar?

Duca:                          Su via, precedete, con sua permissione, (al Re)

                                      La bella sposina io voglio appoggiar.

Elisa / Barone            Si serva, padrone - chi può comandar?

Duca:                          Vezzosa                                                  (ad Elisa)

Elisa:                                                    Ah signore!

Duca:                                                                      Carina!

Elisa:                                                                                  Ah! Che dite?

                                                           A 4 (ciascuno da sè)

 Barone:                       Non fate la sciocca con sua maestà.

Duca:                           (L’amico tarrocca - che rabbia mi fa)

Re ed Elisa:                 (Soffrire mi toca – che rabbia mi fa)

 

Ad eccezione di alcune arie, la musica de La Lavandaia Spititosa fu composta da Nicolò Piccinni, uno dei più celebrati musicisti del Classicismo.

Atto Primo - Scena Prima


Palamede
, povero Gentiluomo


Aspettatemi pure a desinare.
La fame che tengo
Tormento mi dà,
Nel corpo il rumore
Sentite che fá.
Barbotta, tarrocca,
Fa strepíto, e chiasso;  
E dice alla panza
Son stanco, son lasso,
So come un Luppo
Che corre veloce
Men vado in cucina
Per ora à mangiar.


Nel Secondo Libro delle Satire di Orazio, la Sesta si configura come una lode alla vita in villa dal titolo Vita di città e vita di campagna.  In una traduzione ottocentesca riportata nel volume Delle Opere di Q. Orazio Flacco, versione di Tommaso Gargallo, Marchese di Castellentini (11) il curatore utilizza il termine taroccando per tradurre l’espressione latina "Iratis precibus". Orazio, per far intendere la confusione che regnava per le vie di Roma, racconta come fosse pressoché impossibile muoversi lungo le strade data l’ingente presenza di persone. Per uno come lui, abituato ad andare di fretta, era istintivo cercare con ogni mezzo di superare la folla, anche  a costo di dover spingere qualcuno per farsi largo, così che quando questo accadeva veniva spesso insultato: “Quid vis, insane, & quas res agis? Improbus urget iratis precibus”.


Mentre la traduzione moderna che del passo fa Mario Ramous è : "Che vai cercando, forsennato? che ti prende? m' investe uno screanzato, imprecando inviperito”, il Gargallo scrive “E che pretendi ? Pazzo! Quali saran queste gran cose, c’hai per le mani?  Cosi, taroccando, talor un tristo mi bestemmia, e insulta”.

 
Da ciò possiamo comprendere come il significato del verbo taroccare fosse nell’Ottocento ancora ben presente, a differenza dei tempi moderni dove viene utilizzato quasi esclusivamente in forma di aggettivo per designare una cosa falsa, ad esempio un gioiello taroccato, una borsa taroccata, ecc.

 
Dalle Miscellanee del Cavalier Felice Romani tratte dalla Gazzetta Piemontese (Torino, 1837) riportiamo, dall’argomento “Teatri”, uno stralcio de L’Ultima sera della Stagione d’Autunno (1 dicembre 1835 - Gazzetta n. 273) (12), dove vengono descritti i momenti di vita di attori, registi, scenografi ecc, al momento del lasciare i luoghi di spettacolo al termine delle stagioni teatrali torinesi.


"Le Agate intanto ed i Proculi (1) si disponevano al viaggio, vagheggiando i bauli delle figliuole e delle mogli: le deità maggiori (2) si rincantucciavano nelle loro carrozze, ravvoltate nelle immense pelliccie rammentando i passati trionfi e calcolando i trionfi venturi: la plebe degli Dei minori (3), chi taroccando cogli osti e coi vetturini, chi infilzando il suo lieve equipaggio ad un bastone di spino, e chi andandone sciolto anche da simile impaccio, prendea le mosse di qua e di là, da settentrione a mezzogiorno, a pian passo di magre rozze, o saltando a piedi i rigagnoli, brontolando, canticchiando, fischiando, o malcontenta, o non curante, o speranzosa. Per alcuni momenti un andirivieni su e giù, per ogni lato, un brulichio, come di sciame d'insetti, un iterare di abbracciamenti, e profluvio d' augurii, altri finti e altri veri, un fragore di ruote, e scalpitar di cavalli, e cinguettio di pedoni.... e poscia un perfetto silenzio, una vuota solitudine, l' Avvento in tutta la sua severa maestà. Iddio conduca i viaggiatori, e consoli chi resta!... L'impresario pel primo!"


(1)
  Gli attori, qui generalizzati con i nomi più famosi dei personaggi da loro interpretati
(2)  Gli attori principali, le cosiddette “Prime donne”
(3)  Le comparse e i tecnici

 

I pazzi per le mode, commedia, del signor *** detto tra gli Ereini Imeresi Reto Partenopeo napoletano (Napoli, a spese di Domenico Sangiacomo si vendono nella stamperia accosto il Monistero di Montevergine, 1790) “fu scritta per alcuni Galantuomini villeggianti dal Signor D. Vincenzo Cimaglia, Ufficiale della Real Marina, e conosciuto dalla Repubblica delle Lettere per la sua Tattica Navale, e per le Notizie Fisiche istoriche degli abitanti, e prodotti naturali delle Americhe” (13). Più di altro su questa commedia non è possibile sapere, data la mancanza del nome dell’autore, conosciuto con il solo nome accademico.

 

I Pazzi per le Mode

ATTO PRIMO - Scena I

Marches’ Eustachio, filosofo di moda
Cavaliere Astolfo, viaggiatore di moda
Madama Contessa Errighetta, dama modista, moglie del Conte Tablò, fanatico per le manifatture di moda.

 
Cav. Amico, faremo allora delle belle feste.
March. Ma ..... col mio cattivo gusto italiano.
Cav. Oh via, sappiamo, che n'avete del  buono. Avvertite però di non raccontar tutto a vostra moglie nella prima sera, come, taroccando sempre, fecero ieri gli sposi in casa della Marches' Astorga . Errigh. A proposito, Cavaliere, come vi piacque quella festa?
Cav. Mi parve molto abbondante, ma mal servita. Avrei giurato d' essere nella Spagna, dove nelle bevide non terminano mai i rinfreschi.

 

Ernesto Capocci, Direttore dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, fu scienziato assai famoso nel suo tempo tanto da ricevere alti riconoscimenti dalla Specula di Berlino, da Parigi e da Londra. Alla sua principale attività unì l’interesse per la letteratura che espresse nel romanzo storico Il Primo Vicerè di Napoli pubblicato a Parigi nel 1837. Ambientato all’inizio del Cinquecento, in piena contesa angioino-aragonese per la conquista del Regno di Napoli, il romanzo appare interessante sia sul piano storico che su quello narrativo, fino ad assumere le prerogative di un vero “narrare poetico”.


Nella Parte Terza, al Capitolo II si trova il passo di nostro interesse:

 
"Mentre così palpitava un lontano mormorio di voci umane gli venne all’orecchio. Era la guardia sul ponte orientale, che dà l’adito principale al castello. Vegliavano ancora alcuni di quei soldati, taroccando fra loro per le copiose libazioni già fatte; ma occupati com’erano in una disputa, sulla potenza del gran Turco in paragone del  futuro loro sovrano D. Carlos, poco badavano al fracasso che si fe’ sentire nell’altro lato del fosso".

 

Ne  Il Libero Pensiero, Giornale dei Razionalisti  “Filosofie, Scienze storiche, Giuridiche e Naturali applicate al razionalismo” (14), troviamo un interessante articolo riguardante la vita dell’apostolo Pietro, così come interpretata dai Razionalisti. A Parma le copie del giornale in cui fu pubblicato l’articolo vennero sequestrate, dato che i liberi pensatori dichiararono inaccettabile, per logica, un evento accaduto al santo così come riportato dalle Sacre Scritture. Al riguardo scrive l’autore dell’articolo: “Io vi narro le cose tali come sono descritte negli evangeli; e se Matteo e Luca si contradicono, la colpa non è mia, ma delle venerabili zucche della Chiesa romana le quali c'insegnano che noi dobbiamo credere ad onta di tutte le contradizioni - credere quia absurdum - avvegnaché la fede trasporta i monti”. Il successivo ricorso alla Corte d’Assise rese giustizia ai Razionalisti.

 
San Pietro


“A Pietro però grandemente rimordeva il suo peccato, e grande ed ampia fu la sua riparazione; imperocché quando lo Spirito Santo discese sugli apostoli ed egli ebbe acquistato il dono delle lingue, incominciò cogli altri a farsi intendere da tutti gli stranieri che concorrevano in Gerusalemme parlando ai Parti ed ai Medi, ai Frigi ed ai Panfili, a quei di Libia e di Cireno, e ad ognuno secondo la lor favella. Laonde tutti stupivano, dice la sacra cronaca, e l’ un l'altro s'interrogavano sulla causa di questo fenomeno, e andavano dicendo: «essi son pieni di vin dolce»  (Atti degli Apostoli C. II. 13). Ma Pietro allora, pieno com' era di spirito divino, alzatosi insieme agli altri, incominciò a gridare che egli ebbro non era, essendo allora soltanto le tre ore del mattino e quindi saltando di palo in frasca alla guisa di chi taroccando nella testa, non sappia tener dietro al suo discorso, incominciò a parlare del regno di Dio, poi del sole che si sarebbe mutalo in tenebre, e della luna che doveva cangiarsi in sangue (ibid 14 20) per lo che, tanto spavento ebbero gli astanti che tremila persone furono immediatamente convertite”.


Pietro Laviano Tito
, critico teatrale datosi a scrivere commedie, subì a sua volta una pesante critica da parte del Caccavone a proposito di un suo lavoro presentato in versi martelliani dal titolo Porpora a Vienna: ”Se del pubblico fu strazio infinito / Porpora è di Nerone, e non di Tito”. Sappiamo invece di un’altra sua commedia Dopo la pioggia il sereno del 1859, che riscosse notevole successo.

 
In altro suo componimento ambientato nella sua epoca, definito “Schizzo Comico”,  dal titolo Non entrate per la finestra, troviamo il verbo taroccare.

 
Scena Seconda
Malvina poi Isidoro dal fondo

 
Mal. (si mette a lavorare) Povera Ortensia non può soffrire gli uomini. Per me sono di contrario avviso. Gli uomini non sono poi tali che possono far paura a noi altre donne... la povera mia zia diceva... figliuola mia quando vorrai prender marito pensaci seriamente due volte, ed io che ho questa intenzione, e che non voglio disubbidirla ci penso dalla mattina alla sera... quel giovane là... che pazzie!...
Isi. (di fuori) Ma lasciatemi... in pace , non posso.
Mal. Oh, ecco il signor Isidoro, e con chi sta taroccando?...
Isi. Signorina... Villani, insolenti...
Mal. Che avete signor Notaro?...
Isi. Che ho?... Che ho ?... per amore del Cielo vi prego, vi supplico vi scongiuro a volermi chiamare col nome che mi dettero i miei genitori... Isidoro... Signor Isidoro... insomma , come vi piace... ma...
Mal. Non serve riscaldarsi... ò inteso...
Isi. (con galanteria) Quando mi trovo presso alle donne belle e gentili non mi riscaldo mai... divento al contrario un ghiaccio...

 

Francesco Cancellieri nel componimento Le Due Nuove Campane di Campidoglio benedette dalla Santità di N. S. Pio VII P.O.M. con varie notizie sopra i Campanili e sopra ogni sorta di Orologi (15), nel Capitolo “Versi, ed Enigmi su gli Orologi” riporta un antico Sonetto, da lui definito bizzarro, dal titolo Senza piedi a girar sono costretto:

 

Senza piedi a girar sono costretto; 
     Voglion, ch’ io parli; eppur non ho la bocca; 
     Se tardo ad affrettarmi, son costretto;  
     E se troppo mi affretto, ognun tarrocca.
Se troppo m’incammino, e non aspetto, 
     Cento maledizioni ognun mi scocca; 
     E dopo avermi tanto maledetto,
     Dice, che son bugiardo, e cosa sciocca.
Se vigor più non ho, né più s‘ accorda 
     Al moto il passo, condannar mi sento; 
     M’ aprono il petto, e poi mi dan la Corda.  
Ma se mi muovo regolato, e attento, 
     Benché niun più mi guidi, e più mi muovo, 
     Mi pone in Tasca, e Prigionier divento.

 
A conclusione di questo nostro articolo, non possiamo non menzionare Giosuè Carducci (1808-1858), il quale nel suo saggio sul’Ariosto e il Tasso, a proposito del primo scrisse “A mezzo il febbraio del 1522 l'Ariosto, se qualche cosa volle buscare degli stipendi estensi, dové andarsene al governo della Garfagnana, dove rimase, molto taroccando con quei montanari e col duca, fino al giugno del '25”.

 
Note

 
1
- Voce "Taroccare" in Salvatore Battaglia (a cura di), Grande Dizionario della lingua Italiana, 2000. Così la medesima voce nel Vocabolario Universale Italiano, compilato a cura della Società Tipografica Tramater e C., Napoli, 1840: " (in modo basso) gridare, adirarsi [inquietarsi gridando forte, schiamazzare]. Lat. ira, excandescere. Dal greco Tarachos tumulto. In turco Taraka, tumulto, strepito, rumore. In persiano Tyrak vale per il medesimo".
2 - Sul Forteguerri si veda al saggio I Tarocchi in Letteratura I.
3 - Su questo autore si veda al saggio I Tarocchi in Letteratura I.
4- Edizione di riferimento per le Rime: Firenze, 1808, Tomo II, pag. 81.
5 - Pag. 48
6 - La parola “taroccando”, qui inserita dal Manni, non è presente nella versione originale della novella.
7 - Il dramma era stato precedentemente posto in musica da Antonio Calegari e Gaetano Marinèlli.
8 - Il Corsaro venne messo in musica anche da Filippo Celli, Giovanni Pacini e Giuseppe Vedi.
9 -  Stamperia della Védova D’ Augustino Roca, pag. 22.
10 - Per Francesco Generas Stampatore, pag. 3.
11 - Seconda Edizione Napoletana, dalla Stamperia Francese, 1826, pag. 341.
12 -  Pag. 459
13 - L’Editore a chi legge in “Collezione di Commedie moderne, la maggior parte inedite", Seconda Edizione, Tomo Nono, Venezia, 1792.
14 - Anno IV - 1 luglio 1869 - N. 1.
15 - Roma, Antonio Fulgoni,1806, pag. 108.


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Andrea Vitali