Il 5 maggio 1508 andò in scena al Palazzo Ducale di Ferrara in occasione del Carnevale, La Cassaria di Ludovico Ariosto. Usando la tecnica della "contaminatio", ovvero personaggi e situazioni latini intrecciati in una nuova trama, l'autore creò la prima commedia in volgare del mondo moderno. Il pittore Pellegrino da Udine allestì una scena che con il tempo si impose come prototipo, sia per la qualità della ricerca prospettica sia per la rappresentazione della città greca Metellino dove ha luogo la commedia, "tanto che il pubblico non se poteva satiare a guardarla".
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Ludovico Ariosto di Tiziano Vecellio |
La Cassaria si configura come una grandiosa contaminazione di elementi plautini e terenziani, ad iniziare dai personaggi - padri ricchi e avari, figli smaniosi per amore, servi avidi e più o meno furbi, ruffiani e meretrici - proseguendo poi con la trama che racconta di una cassa preziosa, da cui prende il titolo della commedia, che viene rubata al padre mercante dal giovane Erofilo istigato dal servo Volpino, allo scopo di consegnarla in pegno al lenone Lucrano per riscattare la schiava da lui amata.
Scritta e messa in scena in prosa durante questa prima occasione, fu trasferita dall'autore in versi sdruccioli verso la fine del 1528 e in tale versione rappresentata il 19 febbraio 1531. Su questa messa in scena Girolamo da Sestola scrisse che "questa Chasaria non è la prima: la s'è longato e rifato e jonto quasi tuta, di modo ch'è durata ore 4".
La Scena II del Quarto Atto è incentrata su un dialogo fra Volpino e Crisobolo, il padre di Erofilo. L'Ariosto fa pronunciare al vecchio genitore una satira contro il malcostume dei funzionari governativi perditempo che si dedicavano al gioco piuttosto che occuparsi del bene pubblico. Fra l'elenco di questi divertimenti al verso 1918 è citato il gioco del "tarocco" (Per La Cassaria in versi ci si è avvalsi dell'edizione del 1536 stampata a Venezia da Marchio Sessa).
Volpino: Che vuoi far?
Crisobolo: Che testimoni.
Mi sian qua dentro, ove entrar mi delibero, 1905
Senza aspettar Bargello, e sopraggiungere
Improviso al ruffiano e ritrovandoci
La cassa (senza altrui mezzo) pigliarmela:
Ch'ovunque io trovo la mia roba, è lecito
Ch'io me la pigli. S'a quest'ora andassimo, 1910
Al Capitano so che, vi anderessimo
Indarno: o che ci farebbe rispondere
Che volesse cenare; o ci direbbono
Che per occupazioni d'importanzia
Si fosse ritirato: io so benissimo 1915
L'usanze di costor, che ci governano;
Che quando in ozio son soli, o che perdono,
Il tempo a scacchi o sia a tarocco, o a tavole¹
O le più volte a flusso² e a sanzo³, mostrano,
Allora, d'esser più occupati: pongono 1920
All'uscio un servitor per intromettere
Li giocatori e li ruffiani e spingere
Gli onesti cittadini indietro e gli uomini
Virtuosi.
Volpino: Se gli facessi intendere,
Che tu gli avessi a dir cose che importano, 1925
Non crederei che ti negasse audienza.
Note
1 - tavole = back-gammon. 2 - flusso = tipo di primiera. 3 - sanzo = gioco coi dadi
Nella prima versione dell'opera in prosa del 1508 l'Ariosto non indicò i singoli giochi, limitandosi all'espressione "carte e dadi" come sotto riportato:
Volpino: Che ne vuoi fare?
Crisobolo: Vo intrare improviso in casa del ruffiano! Non poss'io, avendo uno o dua testimonii degni di fede apresso, tôr la roba mia dovunque io la ritrovi?. Se per parlare al Bassà andassimo ora, seria l'andata vana: o che trovassimo che cenar vorrebbe, o che giocherebbe o a carte o a dadi, o che stanco, da le facende del giorno, si vorria stare in ozio. Non so io l'usanza di questi che ci reggono, che quando più soli sono e stannosi a grattar la pancia, vogliono demostrare aver più occupazione? Fanno stare un servo alla porta, e che li giocatori, li ruffiani, li cinedi¹ introduca, e dia alli onesti cittadini e virtuosi uomini repulsa.
Volpino: Se li facesse intendere de ch'importanza fusse il tuo bisogno, non ti negherebbe audienza.
1 - cinedi = ragazzi che si prostituiscono. Qui vale "Bagascioni".
Poiché, a parte i tarocchi, i giochi menzionati nella redazione in versi del 1528, cioè "tavole, flusso e sanzo", erano conosciuti già da molto tempo prima di questa data, il fatto che l'autore non li abbia citati nella versione in prosa del 1508 se non sotto la descrizione generalizzata di "carte o dadi" non è indicazione di una loro non conoscenza da parte dello scrittore che probabilmente non li inserì per motivi di costruzione letteraria.
Il termine tarocco in riferimento al gioco era già in uso nel 1508 quando l'Ariosto scrisse la sua versione in prosa. Esso appare come Tarochi in un registro di conti della corte estense relativo al secondo semestre 1505, in una annotazione datata al 30 giugno. Ricompare poi una seconda volta nello stesso registro al 26 dicembre.
Ross Caldwell ha inoltre fatto notare che il termine tarochus, anche se non riferito al gioco di carte, era già in uso nel sec. XV, come da lui individuato nella Maccheronea (dedicata a Gaspare Visconti, † 1499), del poeta Bassano Mantovano, in cui il termine viene utilizzato con il significato di "idiota, imbecille"
"Erat mecum mea socrus unde putana
Quod foret una sibi pensebat ille tarochus
Et cito ni solvam mihi menazare comenzat"
(Mia suocera era con me, a questo idiota pensava di poterle portare via un po' di denaro, così cominciò a minacciarmi).
Personalmente ritengo che il termine tarocco, in riferimento al gioco, fosse già presente verso la seconda metà del secolo XV. La moderna storiografia, in riferimento all'epoca medievale e rinascimentale, tende a far risalire la nascita di un termine ad almeno venti, venticinque anni prima da quando esso si trova per la prima volta menzionato. Quando il Garzoni nella sua La Piazza Universale scrive che il gioco dei tarocchi era "di nuova invenzione" riferendosi ad un'affermazione del Volterrano (Raffaele Maffei, 1451-1522), anche se nei Commentari di quest'ultimo tale passo non si ritrova come hanno affermato diversi storici, ciò non significa che il Garzoni lo abbia inventato, dato che egli non riporta l'indicazione di averlo letto espressamente in quell'opera che, fra l'altro, tratta di antichità. Anche la citazione dal Lacroix di aver letto tale passo nei Commenatari (Cartes à jouer, vol. II dell' opera Le moyen âge et la renaissance, Parigi, 1849) è da prendere con le dovute precauzioni, dato che non riportò i riferimenti bibliografici. La citazione dunque potrebbe trovarsi in altre opere del Maffei.
In ogni modo La Cassaria, nel suo adattamento in versi (1528), risulta importante in quanto si tratta di uno dei primi documenti del sec. XVI in cui appare il termine "tarocco" in riferimento al gioco.
Copyright Andrea Vitali
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