Saggi di Andrea Vitali

Giordano Bruno e i Tarocchi

'A questo maldetto gioco non posso vincere, per che ho una pessima memoria'

 

Aver trovato finalmente uno scritto di Bruno in cui cita i tarocchi è cosa straordinaria se si pensa che il Nolano fu uno dei più importanti uomini del nostro Rinascimento ad adottare l’Arte della Memoria in chiave anche filosofica. I tarocchi, con le loro immagini ricche di simboli e di allegorie, non erano altro che un grande affresco mnemonico,  costruito per gli uomini del tempo,  che racchiudeva le meraviglie del mondo visibile e invisibile e forniva ai giocatori istruzioni di ordine tanto fisico, quanto morale e mistico (si legga in proposito il nostro saggio La Storia dei Tarocchi). Pietro da Ravenna, uno dei più famosi teologi dell' "ars memorativa" del Rinascimento, affermava che le immagini, che abbisognavano di non essere assolutamente peccaminose, dovevano eccitare l'immaginazione in un pubblico casto e non peccatore. Tali sono le figure dei tarocchi, che ancora a distanza di centinaia di anni dalla loro creazione, sono in grado di evocare una moltitudine di arcane significazioni.


Giordano Bruno parla di tarocchi in una sua commedia, l’unica che compose, abituato com’era a scrivere trattati filosofici e dialoghi. Si tratta del Candelaio che egli compose durante il soggiorno parigino nell’estate del 1582. Mistero (l’opera è dedicata ad una misteriosa Morgana), magia (i rituali di un negromante per  indurre l'amore), satira (contro la religione, nella sua accezione di “religio”), critica (in particolare contro l’impostura dei miracoli), parodia (sottolineando la totale indifferenza degli dei nei confronti delle azioni umane), superstiziose credenze (la pratica di recitare preghiere per ogni sorta di avversità anche per quelle che di religioso non avevano nulla a che vedere), la condizione di incoscienza degli uomini (a cui erano esenti solo gli individui eccellenti in grado di ripristinare l’ordine nel caos del mondo) sono gli ingredienti principali di questa commedia, dove i toni del linguaggio rasentano spesse volte l’oscenità, una volgarità che riflette i caratteri e la consistenza dei personaggi, che altro non sono che persone volgari e immorali. I toni non potevano pertanto essere che quelli di un crudo e aspro realismo, toni che portarono il Settecento a condannare la commedia come “scellerata e infame” e a farla considerare dal  Carducci “volgarmente sconcia e noiosa”. Da parte nostra l’abbiamo trovata, al contrario, deliziosa. Si legga ad esempio la Dedica all’enigmatica Morgana:


Alla signora Morgana B., sua signora sempre onoranda


“Ed io a chi dedicarrò il mio Candelaio? a chi, o gran destino, ti piace ch'io intitoli il mio bel paranimfo, il mio bon corifeo? a chi inviarrò quel che dal sirio influsso celeste, in questi più cuocenti giorni, ed ore più lambiccanti, che dicon caniculari, mi han fatto piovere nel cervello le stelle fisse, le vaghe lucciole del firmamento mi han crivellato sopra, il decano de' dudici segni m'ha balestrato in capo, e ne l'orecchie interne m'han soffiato i sette lumi erranti? A chi s'è voltato, — dico io, - a chi riguarda, a chi prende la mira? A Sua Santità? no. A Sua Maestà Cesarea? no. A Sua Serenità? no. A Sua Altezza, Signoria illustrissima e reverendissima? non, no. Per mia fé, non è prencipe o cardinale, re, imperadore o papa che mi levarrà questa candela di mano, in questo sollennissimo offertorio. A voi tocca, a voi si dona; e voi o l'attaccarrete al vostro cabinetto o la ficcarrete al vostro candeliero, in superlativo dotta, saggia, bella e generosa mia s[ignora] Morgana: voi, coltivatrice del campo dell'animo mio, che, dopo aver attrite le glebe della sua durezza e assottigliatogli il stile, - acciò che la polverosa nebbia sullevata dal vento della leggerezza non offendesse gli occhi di questo e quello, - con acqua divina, che dal fonte del vostro spirto deriva, m'abbeveraste l'intelletto. Però, a tempo che ne posseamo a toccar la mano, per la prima vi indrizzai: Gli pensier gai; apresso: Il tronco d'acqua viva.


Adesso che, tra voi che godete al seno d'Abraamo, e me che, senza aspettar quel tuo soccorso che solea rifrigerarmi la lingua, desperatamente ardo e sfavillo, intermezza un gran caos, pur troppo invidioso del mio bene, per farvi vedere che non può far quel medesmo caos, che il mio amore, con qualche proprio ostaggio e material presente, non passe al suo marcio dispetto, eccovi la candela che vi vien porgiuta per questo Candelaio che da me si parte, la qual in questo paese, ove mi trovo, potrà chiarir alquanto certe Ombre dell'idee, le quali in vero spaventano le bestie e, come fussero diavoli danteschi, fan rimaner gli asini lungi a dietro; ed in cotesta patria, ove voi siete, potrà far contemplar l'animo mio a molti, e fargli vedere che non è al tutto smesso.


Salutate da mia parte quell'altro Candelaio di carne ed ossa, delle quali è detto che "Regnum Dei non possidebunt"; e ditegli che non goda tanto che costì si dica la mia memoria esser stata strapazzata a forza di piè di porci e calci d'asini: perché a quest'ora a gli asini son mozze l'orecchie, ed i porci qualche decembre me la pagarranno. E che non goda tanto con quel suo detto: "Abiit in regionem longinquam"; perché, si avverrà giamai ch'i cieli mi concedano ch'io effettualmente possi dire: "Surgam et ibo", cotesto vitello saginato senza dubbio sarrà parte della nostra festa. Tra tanto, viva e si governe, ed attenda a farsi più grasso che non è; perché, dall'altro canto, io spero di ricovrare il lardo, dove ho persa l'erba, si non sott'un mantello, sotto un altro, si non in una, in un'altra vita. Ricordatevi, Signora, di quel che credo che non bisogna insegnarvi: — Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s'annichila; è un solo, che non può mutarsi, un solo è eterno, e può perseverare eternamente uno, simile e medesmo. — Con questa filosofia l'animo mi s'aggrandisse, e me si magnifica l'intelletto. Però, qualunque sii il punto di questa sera ch'aspetto, si la mutazione è vera, io che son ne la notte, aspetto il giorno, e quei che son nel giorno, aspettano la notte: tutto quel ch'è, o è cqua o llà, o vicino o lungi, o adesso o poi, o presto o tardi. Godete, dunque, e, si possete, state sana, ed amate chi v'ama”.


La vicenda si svolge nella Napoli del Cinquecento dove Messer Bonifacio, un candelaio, spasima oltre misura per la Signora Vittoria, sebbene sia già sposato con Carubina. Bonifacio, assieme a Manfurio e a Bartolomeo, il primo un saccente credulone e il secondo un alchimista alle prime armi, diventano oggetto di mire truffaldine da parte di alcuni imbroglioni, in combutta con la stessa Vittoria che intende approfittare dell’innamoramento di Bonifacio per spillargli un po’ di denari. Quest’ultimo, roso dalla passione per la donna, si affida alle magie di Scaramuré nell’attesa che un qualche sortilegio ben compiuto faccia innamorare di lui la perfida Vittoria. L’incantesimo sembra essere riuscito e viene fissato un convegno fra i due, ma al posto di Vittoria interviene Carubina che, sdegnata dal comportamento di Bonifacio, decide di lasciarsi sedurre dallo spasimante Gioan Bernardo, convinta che mettere le corna a mariti del genere non era dopotutto cosa grave, ma necessaria. Manfurio e Bartolomeo rimarranno sbeffeggiati, derubati e anche bastonati.


I personaggi citati non sono i soli interpreti della commedia che sono molto più numerosi:


Bonifacio
, innamorato di Vittoria
Bartolomeo, alchimista
Manfurio, pedante
Vittoria, signora
Lucia, ruffiana
Carubina, moglie di Bonifacio
Gioan Bernardo, pittore
Scaramuré, negromante
Ottaviano, spirito faceto
Pollula, scolare di Manfurio
Cencio, truffatore
Marta, moglie di Cencio
Consalvo, speziale
Sanguino, mariuolo
Barra, mariuolo
Marca, mariuolo
Corcovizzo, mariuolo
Ascanio, servitore di Bonifacio
Mochione, servitore di Bartolomeo


Il Candelaio  si presenta come “Comedia del Bruno Nolano -  Academico di nulla Academia;  detto il Fastidito” con l’aggiunta della frase “ In tristizia hilaris, in hilaritate tristis”


                                                         Il Candelaio



L'epigrafe della commedia, In tristitia hilaris, in hilaritate tristis, rende pensoso il lettore rivelandogli lo stato dell'animo del giovane frate, che fin d'allora dipingeva se stesso con una di quelle pennellate tutte sue (1): “L'autore, si voi lo conosceste, dirreste ch'ave una fisionomia smarrita: par che sempre sii in contemplazione delle pene dell'inferno, par sii stato alla pressa come le barrette: un che ride sol per far comme fan gli altri: per il più, lo vedrete fastidito, restio e bizzarro, non si contenta di nulla, ritroso come un vecchio d'ottant'anni, fantastico com'un cane ch'ha ricevute mille spellicciate, pasciuto di cipolla”. Vi è certamente tristezza nella ilarità del Bruno, quando egli con ironia mefistofelica pone i filosofi nel novero di quelle persone che “Al sangue, non voglio dir de chi, lui e tuti quest'altri filosofi, poeti e pedanti la più gran nemica che abbino è la ricchezza e beni: de quali mentre col lor cervello fanno notomia, per tema di non essere da costoro da dovero sbranate, squartate e dissipate, le fuggono come centomila diavoli, e vanno a ritrovar quelli che le mantengono sane ed in conserva. Tanto che io, con servir simil canaglia, ho tanta de la fame, tanta de la fame, che si me bisognasse vomire, non potrei vomir altro ch'il spirto; si me fusse forza di cacare, non potrei cacar altro che l'anima, com'un appiccato. In conclusione, io voglio andar a farmi frate; e chi vuol far il prologo, sel faccia”. Parimenti è triste nella sua ilarità quando osserva che nel mondo poco vi è di bello e nulla di buono, e chi più di tutti crede, più s'inganna, regnando l'amore universale per il denaro (2).

L’autore chiarisce nell’Argumento ed ordine della comedia gli argomenti principali trattati facendoli poi seguire da una nutrita serie di altre situazioni::


“Son tre materie principali intessute insieme ne la presente comedia: l'amor di Bonifa[cio], l'alchimia di Bartolomeo e la pedantaria di Manfurio. Però, per la cognizion distinta de' suggetti, raggion dell'ordine ed evidenza dell'artificiosa testura, rapportiamo prima, da per lui, l'insipido amante, secondo il sordido avaro, terzo il goffo pedante: de' quali l'insipido non è senza goffaria e sordidezza, il sordido è parimente insipido e goffo, ed il goffo non è men sordido ed insipido che goffo …. Vedrete ancor in confuso tratti di marioli, stratagemme di barri, imprese di furfanti; oltre, dolci disgusti, piaceri amari, determinazion folle, fede fallite, zoppe speranze e caritadi scarse; giudicii grandi e gravi in fatti altrui, poco sentimento ne' proprii; femine virile, effeminati maschii: tante voci di testa e non di petto; chi più di tutti crede, più s'inganna; e di scudi l'amor universale. Quindi procedeno febbre quartane, cancheri spirituali, pensieri manchi di peso, sciocchezze traboccanti, intoppi baccellieri, granchiate maestre e sdrucciolate da fiaccars'il collo; oltre, il voler che spinge, il saper ch'appressa, il far che frutta, e diligenza madre de gli effetti. In conclusione, vedrete in tutto non esser cosa di sicuro, ma assai di negocio, difetto a bastanza, poco di bello e nulla di buono. - Mi par udir i personaggi; a dio”.


Il passo dove Bruno cita i tarocchi esprime un momento tipico della vita della Napoli del tempo dove “l'infimo popolo napoletano ti si appresenta nel dialogo con quella prontezza e copia di motti arguti e quella abbondanza di proverbi, di sentenze, d'invocazioni ai santi e di bestemmie, che sono una qualità particolare dell' indole e de' costumi di esso. Possono citarsi ad esempio tutte le scene della compagnia de' finti birri, e quella in ispecie di Marco e Barra, che si raccontano a vicenda le truffe operate nella osteria del Cerriglio in Napoli e in quella di Pumigliano” (3).


In riferimento a ciò riportiamo per intero la Scena Ottava dell’Atto III:


ATTO III – Scena 8


Marca
, mariuolo
Barra, mariuolo

 
Marca:O vedi il mastro Manfurio che sen va?
Barra: Lascialo col diavolo! Seguita il proposito incominciato: fermamoci cqua.
Marca: Or dunque, ier sera, all'osteria del Cerriglio, dopo che ebbemo benissimo mangiato, sin tanto che non avendo lo tavernaio del bisogno, lo mandaimo a procacciare altrove per fusticelli, cocozzate, cotugnate ed altre bagattelle da passar il tempo. Dopo che non sapevamo che più dimandare, un di nostri compagni finse non so che debilità; e l'oste essendo corso con l'aceto, io dissi: "Non ti vergogni, uomo da poco! camina, prendi dell'acqua namfa, di fiori di cetrangoli, e porta della malvasia di Candia". Allora il tavernaio non so che si rinegasse egli, e poi comincia a cridare, dicendo: "In nome del diavolo, sete voi marchesi o duchi? sete voi persone di aver speso quel che avete speso? Non so come la farremo al far del conto. Questo che dimandate, non è cosa da osteria". "Furfante, ladro, mariolo", dissi io, "pensi ad aver a far con pari tuoi? tu sei un becco cornuto, svergognato". "Hai mentito per cento canne": disse lui. Allora, tutti insieme, per nostro onore, ci alzaimo di tavola, ed acciaffaimo, ciascuno, un spedo di que' più grandi, lunghi da diece palmi...
Barra:Buon principio, messere.
Marca: ... li quali ancor aveano la provisione infilzata; ed il tavernaio corre a prendere un partesanone; e dui di suoi servitori due spadi rugginenti. Noi, benché fussimo sei con sei spedi più grandi che non era la partesana, presimo delle caldaia, per servirne per scudi e rotelle...
Barra: Saviamente.
Marca: ... Alcuni si puosero certi lavezzi di bronzo in testa per elmetto over celata...
Barra: Questa fu certo qualche costellazione che puose in esaltazione i lavezzi, padelle e le caldaie Marca: ... E cossì bene armati, reculando, ne andavamo defendendo e retirandoci per le scale in giù, verso la porta, benché facessimo finta di farci avanti...
Barra: "Bel combattere! un passo avanti e dui a dietro, un passo avanti e dui a dietro": disse il signor Cesare da Siena.
Marca: ... Il tavernaio, quando ci vedde molto più forti, e timidi più del dovero, in loco di gloriarsi, come quel che si portava valentemente, entrò in non so che suspizione:...
Barra: Ci sarebbe entrato Scazzolla.
Marca: ... per il che, buttata la partesana in terra, comandò a sua servitori che si retirassero, ché non volea di noi vendetta alcuna...
Barra: Buon'anima da canonizzare.
Marca: E voltato a noi disse: "Signori gentil'omini, perdonatime, io non voglio offendervi da dovero! di grazia, pagatemi ed andiate con Dio!
Barra: Allor sarrebbe stata bene qualche penitenza con l'assoluzione.
Marca: "Tu ci voi uccidere, traditore": dissi io; e con questo puosemo i piedi fuor de la porta. Allora l'oste desperato, accorgendosi che non accettavamo la sua cortesia e devozione, riprese il partesanone, chiamando aggiuto di servi, figli e moglie. Bel sentire! l'oste cridava: "Pagatemi, pagatemi"; gli altri stridevano: "A' marioli, a' marioli; ah, ladri traditori!" Con tutto ciò, nisciun fu tanto pazzo che ne corresse a dietro, perché l'oscurità della notte fauriva più noi che altro. Noi, dunque, temendo il sdegno ostile, idest de l'oste, fuggivimo ad una stanza apresso li Carmini, dove, per conto fatto, abbiamo ancor da farne le spese per tre giorni.
Barra;Far burla ad osti è far sacrificio a Nostro Signore; rubbare un tavernaio è far una limosina; in batterlo bene consiste il merito di cavar un'anima di purgatorio! - Dimmi, avete saputo poi quel che seguitò nell'ostaria?
Marca:Concorsero molti, de quali altri pigliandosi spasso altri attristandosi, altri piangendo altri ridendo, questi consigliando quelli sperando, altri facendo un viso altri un altro, altri questo linguaggio ed altri quello: eri veder insieme comedia e tragedia, e chi sonava a gloria e chi a mortoro. Di sorte che, chi volesse vedere come sta fatto il mondo, derebbe desiderare d'esservi stato presente.
Barra: Veramente la fu buona. - Ma io che non so tanto di rettorica, solo soletto, senza compagnia, l'altr'ieri, venendo da Nola per Pumigliano, dopoi ch'ebbi mangiato, non avendo tropo buona fantasia di pagare, dissi al tavernaio: "Messer osto, vorrei giocare". "A qual gioco", disse lui, "volemo giocare? cqua ho de tarocchi". Risposi: "A questo maldetto gioco non posso vencere, perché ho una pessima memoria". Disse lui: "Ho di carte ordinarie". Risposi: "Saranno forse segnate, che voi le conoscerete. Avetele che non siino state ancor adoperate?" Lui rispose de non. "Dunque, pensiamo ad altro gioco". "Ho le tavole sai?" "Di queste non so nulla". "Ho de scacchi, sai?" "Questo gioco mi farebbe rinegar Cristo". Allora, gli venne il senapo in testa: "A qual, dunque, diavolo di gioco vorrai giocar tu? proponi". Dico io: "A stracquare a pall'e maglio" lì. Disse egli: "Come, a pall'e maglio? vedi tu cqua tali ordegni? vedi luoco da posservi giocare?" Dissi: "A la mirella?" "Questo è gioco da fachini, bifolchi e guardaporci". "A cinque dadi?". "Che diavolo di cinque dadi? mai udivi di tal gioco. Si vuoi, giocamo a tre dadi".
Io gli dissi, che a tre dadi non posso aver sorte. "Al nome di cinquantamila diavoli", disse lui, "si vuoi giocare, proponi un gioco che possiamo farlo e voi ed io". Gli dissi: "Giocamo a spaccastrommola". "Va'", disse lui, "ché tu mi dai la baia: questo è gioco da putti, non ti vergogni?" "Or su, dunque", dissi, "giocamo a correre". "Or, questi è falsa": disse lui. Ed io soggionsi: "Al sangue dell'Intemerata, che giocarai!" "Vuoi far bene", disse, "pagami; e si non vuoi andar con Dio, va' col prior de' diavoli!" Io dissi: "Al sangue delle scrofole, che giocarai!" "E che non gioco?" diceva. "E che giochi?" dicevo. "E che mai mai vi giocai?" "E che vi giocarrai adesso?" "E che non voglio?" "E che vorrai?" In conclusione, comincio io a pagarlo co le calcagne, ideste a correre; ed ecco, quel porco che poco fa diceva che non volea giocare, e giurò che non volea giocare, e giocò lui, e giocorno dui altri suoi guatteri: di sorte che, per un pezzo correndomi a presso, mi arrivorno e giunsero..., co le voci. Poi, ti giuro, per la tremenda piaga di S. Rocco, che né io l'ho più uditi, né essi mi hanno più visto».
Marca: Veggio venir Sanguino e m[esser] Scaramuré ».


All’inizio dell’articolo abbiamo sottolineato l’importanza di quest’opera in riferimento al fatto che Giordano Bruno fu straordinario artefice dello studio dell’arte della mnemonica. In quest’ottica risulta quanto mai interessante il fatto che Bruno, parlando di tarocchi metta in bocca al mariuolo Barra le parole “A questo maldetto gioco non posso vencere, perché ho una pessima memoria". Una frase con cui l’autore qualifica se stesso rendendosi estraneo alla nullità dei mediocri.


Note

1 - Antiprologo
2 - Proprologo
3 - Domenico Berti, Vita di Giordano Bruno da Nola,  1868, pagg. 145-146.


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