Saggi di Andrea Vitali

Il Giuoco del Bagattultimo

In lode del Dilettevol Giuoco volgarmente chiamato il Bagattultimo

 

L'ideale poetico di Alessandro Sappa (Alessandria 1717-1783), si pone netta polemica con l'aristocratico individualismo di Vittorio Alfieri. «Le cronache torinesi riferiscono di un focoso dibattito pubblico in cui Alessandro Sappa nel dare corso all'Agenzia Poetica Torinese, lanciò una gagliarda sfida letteraria a tutta la sonnolenta intellighenzia subalpina, affermando che il primo compito della poesia era quello di saggiare nell'azione concreta di ogni giorno e quindi nel corpo vivo della storia tutte le possibilità di liberazione individuale e collettiva. In quella circostanza l'Alfieri lo sfidò a duello e il Sappa saggiamente si defilò, lanciando al superbo astigiano la famosa battuta: "Pisa pi curt, falabrac!" [Fai una bella cosa...piscia più corto]. Il modernismo illuminista e lungimirante del Sappa lo portò a teorizzare una poesia d'occasione, intrisa di tutti gli umori dell'imminente rivoluzione industriale e dell'inevitabile ascesa delle masse popolari sulla ribalta della Storia» (1).


Nel Tomo Secondo delle Rime del Signor Cavaliere D. Alessandro Sappa, Patrizio Alessandrino ed Accademico Immobile, pubblicato in Alessandria nel 1772, troviamo una simpaticissima e ironica satira rivolta al gioco del tarocco, dall'autore chiamato Bagattultimo, avendo preso la figura del Bagatto quale emblema del gioco. La satira si manifesta già nel titolo, in quanto esiste sì una lode, ma in senso spregiativo. Il poeta si fa paladino - sapendo fin da quel momento che non avrebbe avuto emuli: "Vò cantar (e sarò l' ultimo) Vò cantar di Bagattultimo" - di una "rivolta" contro quel gioco che ritiene ovviamente una perdita di tempo.

L'autore non conosce dove sia stato inventato il Bagatto, chiamato Padre degli Eroi "Questi è 'l Padre degli Eroi / (Degli Eroi però di carta)": c'è chi sostiene Napoli, ma potrebbe anche essere Milano. Certamente sua madre aveva una faccia talmente brutta da essere accumunata immediatamente a quel personaggio. Figlio bastardo del Quadriglio o di colui che inventò gli scacchi? Poco importa. Tutti vi sono talmente devoti che esso: "Si fa largo in ogni sito, Viene accolto, e riverito / Da Signore, e Cavalieri, / Da gravissimi Messeri". È addirittura amato dalle donne, e non solo dalle giovani, ma anche dalle nonnette: "Non Donzelle sol, ma Nonne / Dal lavor nojate, e stanche / Depor vidi in sulle panche / I nodetti, e l' arcolajo, /L'ago, il fuso, od il telajo / Per istar al tavoliere, / E a lui dar ogni pensiere; ". Se dovesse mai incorrere nel matrimonio, anche nell'augurato caso che la moglie si dimostrasse veramente innamorata di lui, l'autore porrebbe subito la seguente condizione: "Vorrei dirle: primo patto, / Io non vò veder Bagatto". La satira poi continua su coloro che ammattiscono e si arrabbiano durante le partite. Simpatico il passo dove si rivela che le carte non avrebbero avuto motivo di doversi lamentare a causa della solitudine, dato che "Nel Paese di Bagatto, / Che si chiama Mitigatto / Ogni Re ha una Regina, / O consorte, o concubina: / Fino al Papa, o indegnità! / La Papessa ivi si dà". Solo il Bagatto ama vivere in castità: "Sol Bagatto onesto Figlio / Vive casto come un giglio: / Ne sarà che mai s'invoglie / (Mi cred'io) di menar moglie".


Si tratta di un componimento, tutto sommato, di piacevole lettura dove la satira poetica si manifesta attraverso riferimenti mirati, espressi a volte attraverso una vera e propria capacità di comica scrittura e invenzione.


In lode del Dilettevol Giuoco volgarmente chiamato Bagattultimo

Canzone


Del Pelide, e del Trojano
Canti Omero, e 'l Mantovano:
Canti pure il gran Torquato
Del Sepolcro liberato;
E d' Orlando pazzo antico
Canti pur Ser Ludovico:
Ch' io sapendo quanto sciocca
Sia la Musa che m' imbocca,
Vò cantar (e sarò l' ultimo)
Vò cantar di Bagattultimo.
Questi è 'l Padre degli Eroi
(Degli Eroi però di carta)
Non di quei che a tempi suoi
Ebbe Roma, e vide Sparta:
Ch' io non vò far paragone,
Paragon da mezzo matto,
Di Pausania, e di Scipione
Col cartaceo mio Bagatto
No: li stimo tutt' e dui
Qualche cosa più di lui.
Di sua patria, e di sua cuna
Non so dirvi cosa alcuna.
V è chi 'l fà Napolitano;
Vè chi 'l vuol nato in Milano:
So ben dirvi che sua madre
Non andò fra le leggiadre;
Perchè noi d' una donnaccia,
Ch'abbia orribile la faccia
Sogliam dire a primo tratto,
Par la madre di Bagatto.
V'è talun che il crede figlio
(Ma però figlio bastardo)
Del vecchissimo Quadriglio,
Che mi par fosse Lombardo.
Altri poi ne crede autore
Quel Signor, che in diebus illi
(E fù certo un seccatore)
Per cacciar di testa i grilli,
Inventò de Scacchi il gioco,
Ch' io vorre' veder nel fuoco .
Ma sia un pò quel che volete,
Quello sà, voi lo sapete;
Io lo sò, tutti lo sanno,
E 'l sapran que' che verranno:
Bagattultimo al di d'oggi
Con isfarzi, e con isfoggi
Si fa largo in ogni sito,
Viene accolto, e riverito
Da Signore, e Cavalieri,
Da gravissimi Messeri.
Veggo spesso i Maggioringhi,
E i paffuti Baccalari,
Barbassori, e Camerlenghi,
E Togati, e Militari
Per sollievo, e refrigerio
De lor pubblici negozj,
Per passar talor dal serio
Ad allegri, e lecit'ozj;
O per non batter la luna,
Star con esso ore più d' una.
Quante volte in sin le Donne
Non Donzelle sol, ma Nonne
Dal lavor nojate, e stanche
Depor vidi in sulle panche
I nodetti, e l' arcolajo,
L'ago, il fuso, od il telajo
Per istar al tavoliere,
E a lui dar ogni pensiere;
Poichè sceso è pian pianino
Il crepuscol vespertino,
E benchè sia un pò membruto,
Anzi un pò troppo maccianghero;
Corpulento, e nerboruto,
Che a vederlo pare un tanghero:
Voglio dir benchè le mani
Empia a quel che in man lo piglia,
Non v'è alcun perciò che smani;
Chi il lasciò presto il ripiglia;
Chi nemico fugli, or l' ama;
Chi sprezzollo ora lo brama.
E le mani prelibate
Delle Dame delicate
Veggo ognor fargli moìne,
E carezze fìnefine,
E palparlo senza guanti,
Sicchè rabbia n' han gli amanti,
Che pillucansi le dita
Nel vedere compartita
Tanta grazia, e tanta Festa
A un villan di carta pesta.
E a dir ver, se a mio gran costo
Donna amassi un giorno a caso
(Prego il Cielo, che piuttosto
Mi s' allunghi un braccio il naso)
E che questa mi guardasse
Con gli occhietti del ramarro;
Cioè ch' ella anche m' amasse
(Il che in ver sarìa bizzarro)
Vorrei dirle: primo patto,
Io non vò veder Bagatto.
Tenga pure a suoi servizj
Tre Sempronj, e quattro Tizj;
Ma Bagatto in fede mia
Vada a stare in porterìa;
Ne farei tanto stivale
Di soffrir sì gran rivale
Caro a Vecchie, ed a Donzelle,
Che l'innalzano alle stelle:
E a cui molti, e molti pregi
Danno insigni privilegi.
Ed imprimis gli è sì cheto,
Ch'ove è lui nessun favella,
E sarebbe atto indiscreto
Il menar la ciaramella:
Accortissimo, e prudente
Cerca starsi alla celata
Per far più comodamente
Agli incauti un' imboscata,
E beffar ultimo in tavola,
Que' che giocano alla diavola.
Ma se inutili prevede
Le sue mire, al tempo cede;
Ed è poi docile a segno,
Che deposto ogni contegno
A suoi pari s' accomuna,
E sol tenta sua fortuna
Quando speme ave non poca
Di far poscia il becco all'oca;
E gli vien la muffa al naso,
Quando impegnanlo col caso.
Se talor dà nella ragna
Per error della sua guida,
Chi lo vede se ne lagna,
E in suo cor borbotta e grida;
E accusando il condottiero
Di colpevole mitidio,
Volge afflitto nel pensiero
Il crudel Bagatticidio,
Che vien poi fatto palese
Ai Maestri del Paese.
Questi poi gli dan la berta
Per non esser stato all'erta;
O perchè troppo taccagno
Per un fante del Compagno
Lasciò andar in perdizione
De tarocchi il caporione:
O fors'anche andando in gloria
Deboluccio di memoria,
Imbrogliò le cose sue
Tra ventuno, e ventidue,.
A me questo avvien sovente:
Ed allor, o quanti motti,
Quanti ascolto dalla gente
Amarissimi rimbrotti:
Il vil nome di Schiappino
(Vil così, ch'ebber rossore
Facciolati, e Calepino
Di mandarlo al Stampatore)
Questo nome maladetto
Ogni sera a me vien detto.
Sol Bagatto nel suo panno
Stassi umile in tanto affanno;
E sebben sia maltrattato,
Volontario, e buon soldato
Mille volte torna in mano
Dell' incauto Capitano:
Par che sempre abbia nel core
D' appigliarsi al suo peggiore:
Par che goda star con quello,
Ch' ha più debole il cervello.
Verbigrazia ei gode assai
D' esser meco: benchè spesso
Lo abbandoni in mezzo ai guai;
Mentre alcun gli fa il processo,
Ch' il vorria fra le sue prede
Per accrescere i baiocchi:
Onde il misero si vede
Fra la plebe de tarocchi
Nell' ignobile quinterno
Fatto altrui ludibrio, e scherno.
Nel Paese di Bagatto,
Che si chiama Mitigatto
Ogni Re ha una Regina,
O consorte, o concubina:
Fino al Papa, o indegnità!
La Papessa ivi si dà.
Sol Bagatto onesto Figlio
Vive casto come un giglio:
Ne sarà che mai s'invoglie
(Mi cred'io) di menar moglie.
O voi troppo corteggiati
Da Soloni, alteri scacchi;
E voi troppo accarezzati
Clamorosi tricchettracchi:
Voi volete essere i primi,
Ei vorrìa sempr' esser l'ultimo,
E perchè nessun lo stimi
Fa chiamarsi Bagattultimo:
Perciò il credo davverissimo
D' un elogio arcidegnissimo.
Ma or di più non posso dire:
Perchè tempo è di finire;
Già più d'un mi ride in bocca,
Che poi dietro me l'accocca;
E darammi a suo bell'agio
Quì la soja, e là il Sanbiagio.
Se cosi gli è, come credo,
Come quasi tocco, e vedo:
Vò cacciar la berta in sacco
Per timor di qualche smacco.


Note


1 - Descrizione riportata dalle note illustrative del volume Poesia della Pittura (Feaci Edizioni) da cui veniamo a conoscenza che nel 1776 il Cavalier Alessandro Sappa fondò l'Agenzia Poetica Torinese. Si veda al link http://www.feaciedizioni.it/inMargine2.htm 

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