Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

L'Ebreo finto Conte. Giudiata seicentesca

Un ulteriore documento dove Tarocco significa matto

 

 Saggio di Andrea Vitali, dicembre 2019

 

Nella città di Roma fin dal Cinquecento e per tutti i due secoli successivi, il Papato, per distogliere il popolino dalle sue mortificazioni e delusioni, ritenne di dovergli dare in pasto una vittima sacrificale che individuò nella comunità ebraica, la migliore etnia su cui scaricare le proprie tensioni. D’altronde si trattava del popolo che aveva ucciso il Cristo e in ciò il sentimento ereditato dal medioevo non si era del tutto assopito.

 

Nel medioevo gli Ebrei e i Saraceni erano spesso trasformati in demoni dall’immaginario popolare (gli Ebrei a volte venivano raffigurati con barbe a punta e corna di caprone), fatto che indusse a cosiderare l’intolleranza al pari di una virtù. Scrive San Bernardo: “Gesù Cristo accetta volentieri la morte del suo nemico del quale si faccia giusta vendetta e si dà più volentieri al suo soldato, come una consolazione. Il soldato di Gesù Cristo uccide quindi con sicurezza e muore con una sicurezza ancora maggiore; quando toglie la vita a un malvagio non è omicidio, ma un malcida, [uccisore del male]; egli è il vendicatore di Cristo su coloro che agiscono male e il difensore dei cristiani… Il cristiano si glorifica della morte di un pagano in quanto Gesù Cristo stesso ne è glorificato” (1).

 

E ancora:

 

“Il demonio ha suscitato una razza maledetta di pagani, questi figli perversi che, sia detto senza offendervi, il coraggio dei cristiani ha sopportato troppo a lungo, non volendo vedere le loro perfidie e i loro inganni, invece di schiacciare con il tallone la bestia velenosa” (in questo caso i pagani come simboli dell’Anticristo).

 

In pratica, la morte del pagano era ritenuta esaltare Cristo impedendo la propagazione dell’errore. Si poteva pertanto uccidere non per malvagità, ma in virtù delle leggi (2).

 

Si tratta di un atteggiamento che, seppur con toni ovviamente più moderati, ritroviamo nel Quattrocento. La Sinagoga era spesso rappresentata bendata a simboleggiare la sua cecità nel non considerare il Cristo come vero figlio di Dio. Nel dipinto murale quattrocentesco di Giovanni da Modena Trionfo della Chiesa sulla Sinagoga presente in San Petronio a Bologna presso la Cappella di San Giorgio, troviamo invece uno dei rari esempi di "croce brachiale", vale a dire con due braccia umane alle sue estremità orizzontali, di cui una incorona la Chiesa, mentre l’altra conficca una spada nel capo della Sinagoga che cavalca un caprone, simbolo del diavolo.

 

Solo con la Controriforma tale atteggiamento venne ritenuto antisemita ed è per questo motivo che si riscontrano poche immagini di tal genere in quanto molte vennero distrutte.

 

Sebbene ci trovassimo nella Roma del sec. XVI e XVII, l’astio verso il popolo ebraico rimaneva comunque vivo. Il ritenere gli Ebrei una stirpe di usurai non faceva altro che incrementarne la distanza dal popolo, il quale ben accettò quanto il Papato intese offrirgli e cioè di organizzare rappresentazioni teatrali su carri, trainati tendenzialmente da buoi e girovaghi per le piazze della città, intese a satireggiare il mondo ebraico.

 

Tali rappresentazioni, che si svolgevano nel periodo carnevalesco, erano chiamate Giudiate, termine derivato da ‘giudìo’, forma antica e dialettale per giudeo. In molti casi, dove una estremizzazione drammatica concludeva la vicenda con l’uccisione del cattivo ebreo, si ebbero tafferugli e rivolte da parte degli offesi.

 

Scrive Dino Messina al riguardo “La corporazione cristiana dei pescivendoli - che svolgevano il loro mercato nel Portico d’Ottavia, dunque in stretta vicinanza al Ghetto - erano soliti approntare per Carnevale carri e rappresentazioni teatrali farsesche, dette giudiate, dal forte sapore derisorio. Nel corso di esse erano presi di mira, ridicolizzandoli, precisi riti, preghiere, credenze e personaggi della tradizione religiosa degli ebrei nei cui confronti erano dimostrati avversione e disprezzo. Queste rappresentazioni erano costantemente denunciate alle autorità ecclesiastiche dai fattori, i capi della comunità, proprio per la tonalità virulenta e offensiva che fomentava odio e violenza nella popolazione che assisteva a tali spettacoli. I riti della violenza culminavano nella messa in scena, su carri decorati di fogliame e trainati da buoi che percorrevano tutta la città, di un teatro popolare itinerante che mimava momenti della vita quotidiana degli ebrei - ad esempio, la circoncisione, un costume che turbava moltissimo l’animo dei cristiani - culminando in genere nel funerale di un rabbino, accompagnato da una simbologia farsesca e denigratoria” (3).

 

Situazioni inaccettabili come dimostrano gli antichi documenti di protesta della comunità ebraica presenti presso gli archivi romani.

 

Si tratta, come detto, di opere di provenienza popolare, nutrite di quell’antisemitismo che non troviamo invece nelle drammaturgie composte da letterati in diverse parti dell’Italia, che privilegiano un atteggiamento ironico e dove la parlata ebraica viene inserita con il solo scopo di far divertire, come nella scena del banco dei pegni di Modena inclusa da Orazio Vecchi nel suo Amfiparnaso (Comedia Harmonica) del 1597, con parole come Baruchabà, goi, moscògn, parechèm o con storpiature di altre quali badanài, Merdochài, Adanài, tutte riferite al mestiere di prestatori degli Ebrei.

 

Troviamo inoltre in altri autori, quali Giulio Cesare Croce, titoli come Rissa tremenda fra Mardocai e Bedanai inserita nel componimento La scatola historiata del 1605 e una [S]Caramuccia grandissima accorsa nuovamente nella città d’Ancona fra due Ebrei per un’oca del 1609.

 

La lingua, nel caso che andremo a illustrare di nostro interesse, è composta da termini in dialetto romano uniti a parole ebraiche secondo uno stile univoco che si riscontra nelle opere del genere pubblicate nelle diverse parti d’Italia.

 

Il tema del ‘finto’, lo fa da padrona così come finti erano considerati gli Ebrei, nel senso di bugiardi e falsi. Ma se allarghiamo il contesto, ci accorgiamo che finto è attributo che appartiene a diverse commedie dell’arte come Arlecchino finto principe e personaggi che lo accompagnano quali il Finto bambino. Era d’altronde naturale ricorrere a quel termine dato che le commedie dell’arte venivano rappresentate solitamente nel periodo di carnevale, dove tutto e tutti erano finti, in quanto tutti travestiti.

 

Abbiamo preso in considerazione il termine finto per introdurre il titolo della giudiata di nostro interesse ovvero L’Ebreo Finto Conte pubblicata a Todi nel 1697, che come esplicita il titolo per intero (4), venne rappresentata a Roma in quel di Trastevere. 

 

Seppure si tratti di una giudiata, non ci troviamo di fronte a un testo di spregevole antisemitismo, quanto a una vera retorica dell’alterità in ambito carnevalesco così come lo sono le ‘zingaresche’ o ‘zinganelle’ del teatro popolare toscano, le moresche e la processione religiosa chiamata ‘barabbata’ che si svolge a Marta sul lago di Bolsena (5). Potremmo affermare che per il suo spirito satirico, indirizzato nel contempo al divertimento, questa giudiata debba essere interpretata come uno degli esempi romani di commedia dell'arte. Una rappresentazione finalizzata a suscitare il riso che comunque esprimeva sempre una verità che, in questo caso, erano gli usi e i costumi del popolo ebraico.

 

Strutturata in quartine di ottonari come le altre consimili, per far divertire il popolo era necessario che la drammaturgia fosse la più variegata possibile, motivo per cui i testi recitati vennero intercalati da canzoni e da danze. Poiché le prime due quartine sono precedute dall’indicazione dell’esecuzione di un Saltarello, danza tramandata fin dal medioevo, si suppone che queste venissero accompagnate da strumenti, mentre le altre due, anticipate dalla parola Canto, venissero cantate accompagnate dal ritmo della danza precedente. In alternativa possiamo supporre che ciascuna delle due coppie di strofe venisse anticipata la prima da un saltarello e la seconda da una canzone.

 

La vicenda verte su un amore contrastato e su gioielli da recuperare.

 

Questi personaggi:

 

Shiua Vecchio Ebreo

Artemitia sua figlia

Diana sua figlia

Moscé Ebreo innamorato

Tognino Milanese Soldato

Cianfraglia Aquilano Steccalegna

 

Nel passo di nostro interesse troviamo il termine Tarocco con il significato di matto, così come già indicato in diversi nostri saggi (6).

 

La situazione descritta nelle quartine che riporteremo è la seguente:

 

Poiché Tognino è caduto preda della follia, Artemisia e Cianfraglia, per rinsavirlo, adottano un rituale magico consistente nel toccarlo in vari punti del corpo con una pietra. A questo scopo, una volta legato l’insavio e stesalo a terra, Cianfraglia compie l’incantesimo suggerito da Artemisia. La pietra non può non far ricordare quando Mosè colpì con il suo bastone nel deserto una roccia, ovviamente pietra, facendo scaturire l’acqua che salvò gli ebrei assetati (7). Una pietra quindi dalla funzione liberatoria presa a prestito dal passo biblico per ironizzare sulle credenze degli ebrei.

 

Testo originale

 

Saltarello

 

Ar. Dicetegli adesso sti parole qui

Sciotè (1) cho sta pietra incantata te tocco

Che mo lo iuditio te facci venij

Per la virtù de tabarabatocco. (2)

 

Aq. Mo faccie la prova ò da dì scuscie (3)

Sciotè cho sta pietra incantata te tocce

Que mo glù iuditie te facci venie

Per la virtù de tabarabatocce (4).

 

Quando hanno legato Tognino, lo colcheranno in terra; e poi con una pietra lo tocheranno in più lochi; e doppo un poco di tempo ritorna in se e lo sogliono.

 

Canto

 

To. Chi ma legato mo si che tarocco (5)

Sont’in camiscia (6) come che la và

Galinaccio (7) no so manco alifrocco (8)

E’ voi le mie Zoie arretrovà.

 

Ar. Erivo matto stà pietra qui và toccò

E’ subito va fatto aresanà,

E adesso à voi lo tutto voglio dì

Del Conte, e delle gioie, ma nò qui (8).

 

Per meglio comprendere il significato del testo, diamo di seguito spiegazione di ogni singolo termine evidenziato con numeri.

 

(1)  Sciotè = termine senza etimo, qui con significato di ‘eletto’ o ‘caro’ a indicare il sentimento provato verso l’amico impazzito.

 

(2)  tabarabatocco = termine senza senso, solo parola che riempie la bocca utilizzata per incantare il pubblico. Un po’ come il nostro ‘ambaràbaciccicoccò’. L’uso di una parola di tal genere era finalizzata a ironizzare sulle pratiche magiche ebraiche, allo scopo di evidenziarne l’assurdità.

 

(3)  di scuscie = discutere grandemente. Qui con il significato che se il rituale non avesse avuto successo, il tutto sarebbe finito in un grande litigio. In pratica i due sarebbero venuti alle mani.

 

(4) tabarabatocce = la finale della parola in e piuttosto che in o come ritroviamo nel tabarabatocco della prima quartina, intende evidenziare la differenza regionale di provenienza di Cianfruglia Aquilano rispetto ad Artemisia, romana.  Lo stesso vale per la precedente parola tocco divenuta qui tocce

 

(5)  tarocco = matto, pazzo. Non essendo l’amico più controllabile, perché fuori ragione, doveva essere tenuto fermo per evitare che facesse atti sragionati.

 

(6)  Son’t in camiscia = essere in camicia = mostrarsi, apparire. Come se l’amico impazzito avesse compreso lo stato in cui si trovava.

 

(7)  Gallinaccio = persona superba che vuole e pensa di apparire bello quando bella non è. Fare il ‘galletto’, significa infatti darsi delle arie ritenendosi superiore a tutti. Persona che per il suo sentire diviene oggetto di scherno in quanto di nessun valore. Inoltre, il ricorso a un gallo mette in evidenza il rapporto piume – matto, assecondando la versione iconografica del Folle.

 

(8)  alifrocco = parola popolare a indicare una persona che non vale nulla, da non prendere in considerazione, da non perdere tempo nello schernirla dato che non ne varrebbe la pena considerata la sua inconsistenza.

 

Libera traduzione in Italino del testo:

 

Artemisia [rivolta a Cianfraglia Aquilano]:

 

Ditegli ora queste parole che vi dico,

Caro, con questa pietra magica ti tocco

affinché subito ti faccia rinsavire

per il potere di tabarabatocco.

 

Cianfraglia Aquilano

 

Facciamo pure la prova altrimenti prenderò le botte se non avrò successo.

Caro eletto, con questa pietra magica ti tocco

affinché subito ti faccia rinsavire

per il potere di tabarabatocce.

 

Quando hanno legato Tognino, lo stenderanno in terra; e poi con una pietra lo toccheranno in più parti del corpo; e dopo un po’ di tempo [Tognino] ritornerà in sé e lo scioglieranno.

 

Tognino

 

Chi mi ha così legato che pazzo sono,

apparendo come un ridicolo gallinaccio 

e persona neppure degna di essere derisa. (1)

E voi cercate di ritrovare i miei gioielli.

 

(1) In pratica, Tognino dice di essere talmente matto, fuori di testa a tal punto da non venire preso in considerazione neanche per essere schernito.

 

Artemisia

 

Eri matto e questa pietra vi toccò

e subito vi ha fatto risanare.

e adesso voglio dirvi tutto

del Conte e dei gioielli, ma non ora e in questo luogo.

 

Per concludere, come accennato sopra brevemente, questo componimento si presenta come un ulteriore documento testimoniante il significato della parola tarocco come matto. Si tratta di un personaggio, quello di Tognino, a cui la follia ha tolto una buona parte di cervello, cioè la capacità di ragionare, facendolo entrare nella categoria delle persone mentalmente tarate (9).

 

Note

 

1 - San Bernardo, De laude novae militiae, II, 3, in J.P. Migne, “Patrologia Latina”, 182, c. 923 D.

2 - M.M. Davy (a cura), Saint Bernard, T. 1, Parigi, 1945, p. 47.

3 - Dino Messina, Ebrei come maiali, le radici storiche di un oltraggio, Corriere della Sera / Blog, online http://lanostrastoria.corriere.it/2014/02/11/ebrei-come-maiali-un-oltraggio-antico/

4 - L'ebreo finto conte, ouero Tognino impazzito contrasto di Giudiata Redicoloso. Recitato dalla Couersatione di Trasteuere alla Botticella, In Todi, Si vendano in Piazza Madama dall'Erede di Francesco Leone, 1697.

5 - Cfr: Giovanni Kezich, Carnevale. La Festa del Mondo, Bari-Roma, Laterza, 2019.

6 - Al riguardo, si leggano i saggi Il significato della parola Tarocco e Tarocco sta per Matto (Nelle loro note il rimando ai rispettivi saggi di provenienza).

7 - Esodo, 17,7.

8 - L'ebreo finto conte, op. cit., s.n.p.

9 - Per l’etimo della parola ‘tara’ si legga il saggio dello scrivente Dell’Etimo Tarocco

 

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