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Scacchiere?

Rocchus Tharoccus, Iaccus Io - Bacchus

 

di Giuseppe M. S. Ierace

 

Il cosiddetto “Salto del Re”, quello in cui, con qualche limitazione, il Re si muove come un Cavallo, fece la sua comparsa proprio in Italia, prevedendo, nello stesso momento, un movimento di Torre, abbastanza rassomigliante all’attuale “arrocco”. Di questo tipo “italiano”, diciamo, di "libero trinceramento", con la scomparsa così dell'uso del Re come di un Cavallo, si perse l’impiego nel XIX secolo, con l’avvento di norme che permettono altri spostamenti.

 

Il termine che definisce una tale mossa strategica, insieme coinvolgente Re e Torre, lo si potrebbe considerare affine alla descrizione del porre la materia da filare nella rocca, intesa quale strumento che va in coppia col fuso, più noto come conocchia. E, sia nel mazzo di carte cosiddetto “di Carlo VI” che nel “foglio Beaux Arts”, di tradizione bolognese, la Lama del Sole mostra, in primo piano, nella porzione inferiore, una donna che fila la lana, giusto con una rocca.

 

Nel giuoco degli scacchi, invece, “arroccare” vale per mettere il rocco, ossia, in questo specifico caso, la torre, dappresso al Re, allo scopo difensivo di coprirlo e proteggerlo, trovandogli un riparo.

 

"… il Re dunque - si legge nel “Codice Corsiniano” (36 E 21, ff. 6v- 7r) - nel più guardato luogo hà la sua casa nel mezzo del Tavoliere, il suo moto dà una casa a un’ altra sola, mà così per dritta, come per traverso per mostrare la gravità che i Re tengono potendo anco per una volta tanto saltare tre, ò quattro case secondo la usanza del paese significandosi per questo salto, che sentendosi cominciata la battaglia, il Re si ritira in qualche parte dove non possa essere così offeso, mettendosi le guardie appresso di lui per sicurezza sua et gli altri pezzi e fanti che sono le pedine se indrizzano contro l'essercito del nemico …".

 

Qual cosa è…

 

Nelle immagini stampate dei Tarocchi tradizionali si potrebbero rintracciare ben altre suggestioni di più antichi retaggi figurativi, che in qualche modo tendono a richiamare i personaggi degli scacchi.

 

“…dalla stessa fonte procede quanto han di piacevole e d’ingegnoso i Giochi Muti; - affermava, ne “Il cannocchiale aristotelico” (1654), il retore barocco Emanuele Tesauro (1592–1675) - rappresentanti alcuno heroico argomento. Tal’è quel de Tarocchi; degno concetto di barbaro ingegno: dove tu vedi  mescolatamente arruffarsi ogni persona del mondo con sue divise, Ricchi col Danaro, Ebrei con la Tazza, Guerrieri con la Spada, Pastori con la Mazza… Ma il gioco più heroico ed arguto; anzi bellica scuola, è quel degli Scacchi; dove in breve Campo di battaglia, ti si parano davanti duo eserciti squadrati, l’un di Bianchi Assiri; l’altro di Mori Africani… Hor questo Gioco qual cosa è; se non un Simbolo heroico, una continuata metafora? Dove que’ piccoli simulacri, animati dalla viva mano; allegoricamente rappresentano un conflitto degl’ingegni; e hanno il moto per Motto. Siche il Giocatore si trasfigura ne’ personaggi figurati da quegli armigeri legni: e nelle nostre imagini vive la mente del Giocatore”.

 

Una continuata metafora di “Giochi Muti”!

 

In entrambi questi “Giochi Muti”, che “hanno il moto per Motto”, verrebbero riproposte le diverse classi della società feudale (“Ricchi col Danaro, Ebrei con la Tazza, Guerrieri con la Spada, Pastori con la Mazza…”), di modo che, come attesta, nel “Liber de moribus hominum et officiis nobilium ac popularium super ludo scachorum” (1300), Jacobus de Cessolis (1250-1322): “si contiene ammaestramento de’ costumi e di battaglia dell’umana generazione…” (“… duo eserciti squadrati, l’un di Bianchi Assiri; l’altro di Mori Africani…”).

 

Il Re è pur sempre una delle Carte di Corte (con Regina, Cavallo e Fante), che sulla scacchiera si può posizionare (magari pure affiancato dal Carro o dalla Morte/ i Cavalli; dall’Appeso o dall’Eremita/ gli Alfieri; dall’Imperatrice o dalla Papessa/ la Regina), insieme con la Torre, la quale, negli Arcani maggiori, occupa la XVI posizione. E ciò ulteriormente riavvicina proprio questo Trionfo alla serie numerica della tavola degli Scacchi: 4, 8 - 32, 64.

 

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I Quattro elementi

 

Tutto dunque proviene da una sola e unica Madre e, secondo la Legge dell’Eternità, tutto si scinde in due essenze, la mortale e l’immortale, spirito e corpo…  - sentenziava Jacob Böhme (1575-1624) -  la sua forma s’arroventò pel desiderio della manifestazione, dividendosi all’atto della creazione in quattro parti: Fuoco, Acqua, Terra e Aria” –.

 

Sul tavoliere degli Scacchi, inteso come Uno, si muovono Due colori, all’interno di quel Quadrato che ne costituisce il perimetro.  Ogni lato è composto da Otto caselle, alternativamente bianche o nere, per un totale identico alla somma degli esagrammi (Koua) dell’Yi-King.

 

Secondo René F. E. Allendy (1889-1942), il sessantaquattro costituisce la "realizzazione statica dell'unità cosmica [6 + 4 = 10] nello splendore della beatitudine… liberazione finale che permette all'essere di realizzare la propria piena individualità dopo il suo ciclo 4, nei collegamenti del Karma cosmico, 60". Espressione d’una realizzazione di perfetta totalità, il Quadrato di 8 qualifica l’azione nel Cosmo delle forze naturali in comunione con le provvidenziali determinazioni. Comprendendo la pienezza espansiva dei quattro elementi nel mondo fisico, da cubo di 4, coinciderebbe però anche con il Caos supremo, poiché, come sostiene Louis Claude de Saint-Martin (1743-1803), sta a "complemento del cerchio ottagonale dove il numero potente, dopo avere coperto tutte le profondità di area e dell'esistenza degli esseri, ripristina l'unità nel suo numero semplice, là dove è stato diviso, e l'azione dove dominava l'inesistenza e la morte".

 

Svastika 

 

La complementarità dei due colori risulta manifestazione dell’unità, secondo la concezione taoista in base alla quale tutti gli elementi si compongono mediante una diversa combinazione delle essenze scaturite dalla scissione del primordiale Wu Ch'i, Yin e Yang. I principi del T’ai Chi T’u, espresso graficamente dal cerchio diviso da una linea sinuosa, in entrambe le cui parti è incipiente un inizio dell’opposto, si riscontrano nella scacchiera, in cui il bilanciamento è insito nella regolarità della disposizione alternata del bianco e del nero, soprattutto agli spigoli estremi, che imprime  lo stesso senso di movimento della croce greca con i 4 bracci piegati ad angoli retti (svastika), simbolo per eccellenza della rotazione del Grande Carro intorno al polo nord celeste e della scansione dell’anno con le quattro porte stagionali (solstizi ed equinozi).

 

Ruota della Fortuna

 

4 sono i lati del perimetro del quadrato, i fiumi del paradiso, le lettere del nome di dio (JHWH) e del primo degli uomini (Adam), gli elementi (in senso naturale), i punti cardinali (in senso spaziale), le stagioni e le fasi della luna (in senso temporale). Ogni attività, compresa la scansione esistenziale (delle quattro fasi di nascita, vita, morte e rinascita) diviene possibile, a partire da delimitazioni e vincoli, fino all’infinito, significato dall’8, numero delle caselle d’ogni lato della scacchiera, che moltiplicato per se stesso ne fornisce la meravigliosa complessità. Nella cifra dell’8 si riconosce il doppio ciclo della manifestazione micro e macro-cosmica, il riflesso dello spirito nel mondo, l’equilibrio cosmico, i sentieri della Via… il cammino verso la perfezione.

 

Nel collegamento all’incommensurabile e all’indefinibile, la sua natura positiva apre alla trascendenza, mentre il suo aspetto negativo impone rigore e richiede il rispetto delle regole, esaltando la concretezza del 4 associato alle realizzazioni tangibili degli elementi, in natura, e delle opere di edificazione, espresse spazialmente nei punti cardinali, e di coltivazione, secondo il ritmo temporale delle stagioni. 8 sono gli dei di Eliopoli, gli avatara di Vishnu, i trigrammi del Pakua (e dell’Yi-King), le zampe del cavallo Sleipnir di Odino …  

 

64 sono le generazioni succedutesi da Adam a Jesus, e ciò sta a indicare, anche per il cristianesimo, una nuova unità cosmica, un altro incipit. Con il sessantatreesimo anno (“grande climaterio”) si chiude l’ultimo ciclo dei nove composti da sette anni, il cui ultimo era sempre un periodo di transizione (climaterio), poiché di passaggio. È il motivo per cui la meta dell’Oca, più che un traguardo, costituisce un’ulteriore riproposizione, l’inizio d’una seconda fase dell’Opera, dalla Nigredo all’Albedo; quell’uno da aggiungere al 63, per ottenere la somma della scacchiera, spinge un rimanente giro di “Ruota della Fortuna”.

 

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Come avviene anche per gli scacchi, del Quartetto delle Carte di Corte di un mazzo tradizionale, quella intermedia del Cavaliere, si può rappresentare sia nell’atto di montare sul proprio destriero, sia pure talvolta, in maniera metonimica,  con il solo animale su cui porsi in groppa. Re, Regina, Cavallo e Paggio/Pedone, ricomparendo in ognuno dei Quattro diversi semi, ci riportano al fatidico totale di sedici, della sequenza numerologica: 4, 8 – 32, 64.

 

E uno degli elementi discriminanti, nel novero delle carte da gioco, è prettamente numerico: 78 (a Venezia), 97 (a Firenze), 62 (a Bologna); e solo in Sicilia ripete la medesima somma delle caselle della scacchiera (64). Mentre, seguendo l’ordine dei Trionfi, la tipologia si riduce fondamentalmente a “milanese”, “ferrarese” e “bolognese”, dalla quale ultima deriverebbe la maggioranza delle altre.

 

Le carte numerali, o da seme, seguendo un ordine ascendente in ciascuna delle sue classi, senza ulteriore apparente significato, potrebbero non celare altrimenti meno evidenti riferimenti di tipo "storico-sociale" ed essere quindi paragonabili ai pedoni degli scacchi.

 

Ambraser Hofämterspiel

 

Nel mazzo “Ambraser Hofämterspiel”, commissionato dal re d'Ungheria e Boemia e duca d'Austria dal 1453 al 1457, Ladislao il Postumo, ogni carta numerica viene, comunque, associata a una particolare professione; per esempio all’VIII  carta corrisponde un “medico” (Artzt, nell’abito di Bohemia), una “padrona di casa” (Hofmeistryn, nell’abito francese), un Cappellano (Capplan, in quello di Germania), un  cancelliere (Kantzler, nel “seme” d’Ungheria).

 

Amor Cortese

 

Facendo ricorso al simbolismo degli scacchi e di antiche divinità, nel “Livre des échecs amoureux” (1398), Evrart de Conty raccontava d’un viaggio iniziatico ispirato al “Roman de la Rose” (incominciato nel 1237 da Guillaume de Lorris, e completato da Jean de Meun tra il 1275 e il 1280), durante il quale il nobile protagonista, dopo aver incontrato una damigella, le restava accanto, seduto di fronte alla scacchiera simbolica, i cui pezzi non rappresentano altro che qualità o comportamenti relativi all'amor cortese.

 

All'inizio della sezione mitologica, in quella parte che sembra la principale di questo libro piuttosto corposo, vengono presentate 16 divinità della Grecia classica, che dovrebbero riferirsi ad altrettante figure del gioco “muto” e costituire delle allegorie maschili contrapposte a quelle femminili messe invece in campo dalla giovinetta, in virtù delle quali, nel venire a comporre un sistema organico a 32 elementi, doppio di 16 e metà di 64, ci si potesse adeguatamente occupare delle “maniere e del governo della vita umana”. Per quest’ultimo carattere polemico ebbe pertanto un ruolo di rilievo nel dibattito successivo alla cosiddetta “Querelle des femmes”, suscitato dall’autrice del “Livre de la Cité des Dames”, in cui Christine de Pisan elencava esempi di donne virtuose e importanti nella storia.

 

Chaturanga

 

Tra le tante “varianti antiche” degli Scacchi, esistono delle primitive versioni che prevedono un arcaico ricorso al lancio dei dadi (sul genere dell’Oca), e alcune da giocarsi su scacchiere persino più grandi, che necessitano di figure aggiuntive, come Chaturanga. Da questa diversificazione indiana che allude ai “quattro ranghi” (in riferimento alle 4 tipologie: fanteria, cavalleria, cocchi ed elefanti) discendono i cosiddetti scacchi “di Tamerlano”, i cui pezzi si muovono su una tavola di 110 caselle, dove, oltre a pedoni, Torri, Cavalli, Re ed Elefanti, s’incrociano Ministri, Visir, Carri da guerra, Giraffe e Cammelli.

 

Kurier

 

Nella prima metà del XIV secolo, Kunrat von Ammenhausen raccontò d’aver assistito a Costanza a una certa partita con sedici pezzi in più del "normale", in quanto ogni parte aveva due “Corrieri”, un trullo, un consigliere e quattro pedine in più. Ma già un secolo prima Wirnt von Gravenberg, nel suo poema Wigalois, aveva fatto menzione di questo gioco, senza dare particolari spiegazioni, aspettandosi che i suoi lettori sicuramente lo conoscessero. In “Das Schach- oder Königs-Spiel” (1616), Gustavo Selenus (nom de plume di August “der Jüngere”, duca di Brunswick-Lüneburg) cita Kurierspiel , chiamato anche Kurierschach, come una delle tre forme di scacchi giocate nel villaggio di Ströbeck, vicino ad Halberstadt (Sachsen-Anhalt, nel nord-est della Germania centrale). Lo descrisse dettagliatamente chiamando Schleich il personaggio raffigurato quale “giullare di corte” e Kurier la trasformazione del medievale Alfil, ovvero l’Elefante dello Shaṭranj persiano, rimasto “der Alte”.

 

Nel dipinto “De schaakspelers” (presso Gemäldegalerie di Berlino) di Lucas van Leyden (1494-1533) la scacchiera presenta 96 (12x8) caselle, mentre Francesco di Giorgio Martini (1439-1501) ci ha lasciato una “partita a scacchi” [o Chess Players (The Metropolitan Museum of Art, New York), da Federico Zeri attribuita però a Girolamo (de' Corradi) da Cremona], che sembra svolgersi su una tavola 14x8. Duodecimale (12x12) è invece il ripiano del Grande Acedrex, di cui parla re Alfonso X di Castiglia, nel suo "Libro de los juegos" (1251-1282).

 

Imparzialità e mutevolezza

 

Quattro nuove figure (due cavalieri in armatura con elmo spagnoleggiante e ascia da battaglia, due turchi con scudo e mazza, due con la testa calva, due scudieri), rispetto al Kurierschach, provengono dall’inventario delle proprietà dell'arciduca Ferdinando II del 1596. Questa versione del gioco degli scacchi è menzionata a proposito della 18a scatola della sua Kunstkammer. I lati esterni della custodia, conservata presso lo Schloss Ambras di Innsbruck, raffigurano le allegorie di Giustizia e Venere; la prima venne rappresentata senza benda, ma con la bilancia nella mano sinistra e la spada nell’altra, mentre simbolo di vigilanza è una gru che artiglia una pietra sollevando la zampa destra; sul lato opposto del cofanetto, a rappresentare la passione e l'imprevedibilità, la dea dell’amore con i due segni zodiacali, del Toro e della Bilancia, a lei associati, un cuore ardente in un pugno e nell’altro, a manca, una freccia.

 

Hiashatar

 

La variante medievale mongola del più consueto Shatar, l’Hiashatar, che non prevede l’arrocco, impiega una tavola decimale (10 × 10), con gli stessi pezzi, e l'eccezione dell’inserimento d’una "Guardia del corpo" (hia), posta tra i Sovrani (Re/noyon e Regina/ bers) e l'Alfiere (teme) con un pedone (fu) di fronte.

 

In relazione, allora, all’ampliamento della scacchiera da 64 (8x8) a cento (10x10) caselle, parallelamente i 16 Trionfi potrebbero essere diventati 20?

 

E questo sarebbe potuto accadere, probabilmente, diciamo intorno all'anno 1465, forse in seguito all’influenza dell’Hiashatar mongolo, divenuto popolare per qualche tempo, giusto in quello stesso periodo (1460-1480)?

 

Le “venti figure”

 

I giochi della serie delle “venti figure”, Cucco, Gnav, Malconento, ecc. ci rammentano come le strutture predisposte per il lancio dei dadi potrebbero riapparire o convertirsi in giochi di carte, così come mazzi predisposti appositamente per la divinazione avrebbero potuto rifarsi ai vecchi testi della smorfia del lotto. I Trionfi potrebbero essere passati da 16 a 20 (e dopo a 22), come le originarie sei carte di corte, magari alla stregua degli ipotetici 5 semi, si sarebbero andate man mano riducendo a 4?

 

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La teoria relativa all’ampliamento d’un comune mazzo di carte che abbia prodotto i Tarocchi, mediante una sorta di estensione della  gerarchia, non più matematica ma allegorica, già presente all’interno dei  quattro semi tradizionali, in modo tale da superare le Carte di Corte, spiega come tutto ciò avrebbe finito per determinare una nuova successione autonoma (un “quinto seme”) delle figure aggiunte, e poi andate a costituire i Trionfi, per come si sarebbero definitivamente raggruppati in maniera del tutto indipendente?

 

Marziano da Tortona

 

Altra forte suggestione proviene dal “Trattato della deificazione dei sedici eroi”, scritto verso il 1410 dal letterato, e anch’egli miniatore, Marziano da Tortona, nato alla fine del sec. XIV e deceduto dopo il 1422, a cui si sarebbe ispirato il celebre esponente del gotico lombardo Michelino da Besozzo (1370-1455) per dipingere, tra il 1442 e il 1447, quel particolare mazzo per Filippo Maria Visconti (1392-1447). I “sedici eroi” sono tutti dei o personaggi mitologici, inseriti in una struttura quadripartita (semi) e seguono un ordine gerarchico non dettato però da questa appartenenza, ma da essa anzi svincolato, eppure continuativo proprio come se nell'insieme rappresentassero una primitiva serie coerente e organizzata (di Trionfi) in modo da aumentare in potenza numerica dall’uno al 16. La sequenza degli “eroi” (a loro volta correlati ad altrettanti assetti aviformi di Aquila, Fenice, Tortora e Colomba, presieduti dai rispettivi monarchi) viene suddivisa nei 4 ordini: delle virtù (Giove, Apollo, Mercurio, Ercole), delle ricchezze (Giunone, Nettuno, Marte, Eolo), delle continenze (Pallade, Diana, Vesta, Dafne) e dei piaceri (Venere, Bacco, Cerere, Cupido).

 

Giove diverrà l’Imperatore, Giunone l’Imperatrice, Mercurio il Matto, Marte il Carro, Cupido Amore, Ercole Forza, Vesta Papessa, Demetra Giustizia? E gli altri otto? Mancherebbe persino un’ovvia corrispondenza con l’Eremita da parte di un Saturno assente. Ed Eolo e il triplice Dioniso (ovvero Zagreo, Bromio, e Iacco), o Bacco?

 

Anche se la concreta realizzazione di questo antico mazzo “ambrosiano” si deve a Michele (detto Michelino) de' Molinari e la committenza all'ultimo Duca della dinastia viscontea, resta pur sempre difficile non attribuire, quanto meno, una certa paternità nell’ideazione proprio al ‛dertonensis' , cultore di astrologia, disciplina che peraltro interessava fortemente pure Filippo Maria, al  punto da farsi aiutare nell’esercizio delle sue mansioni da noti occultisti di varia provenienza, tutti ben accolti a Milano, come pure presso le altre corti rinascimentali.

 

L’astrologia di Albumasar

 

Aby Warburg riteneva l’erudito Pellegrino Prisciani (1435-1518) il reale ideatore della complessa trama pittorica di Palazzo Schifanoia, trovando, nell'Introductorium maius in astronomiam di Albumasar, una delle principali fonti per la descrizione dei "decani", così meravigliosamente trasfigurati nella fascia astrologica del Salone dei mesi; dove, in senso antiorario, dalla parete Est (la sola dipinta da Francesco del Cossa e dalla sua bottega), Minerva trova l’apoteosi nell’Ariete, e poi, di seguito, rispettivamente, Venere in Toro, Apollo Gemelli, Mercurio Cancro, Giove Leone, Cerere Vergine, Vulcano Bilancia, e forse Marte e Diana rispettivamente Scorpione e Sagittario, e poi ancora Vesta Capricorno, Giunone Acquario, e un altrettanto incerto Nettuno in Pesci.

 

Gareggiando in competenza con il più illustre astrologo del Cinquecento, Luca Gaurico, lo storiografo della Casa Ducale ferrarese esortava le principesse d’Este ad approfittare della favorevole congiunzione astrale, tanto rara quanto attesa, di Giove con il "caput draconis" (il nodo ascendente della Luna, punto d'intersezione dell'eclittica con l'orbita lunare) per dedicarsi alla meditazione e alla preghiera.

 

Vizio/virtù

 

L’altro letterato vissuto alla corte di Borso ed Ercole d’Este, Matteo Maria Boiardo (1441-1494), autore di quell’Inamoramento de Orlando, che fonde l'epica del ciclo carolingio con il meraviglioso fiabesco della serie bretone, in un’altra sua opera, a Bastoni, Denari, Spade e Coppe faceva corrispondere le passioni umane (nell’ordine: Timore, Gelosia, Amore e Speranza) e similmente ai Trionfi. L’unico che non richiama personaggi storici o mitologici, il Mondo, viene rappresentato, guarda caso da “El folle”, quasi fossero un’unica carta. Il primo è l’Ozio (“… de un punto… e la figura è di Sardanapalo, re degli Assiri”); essendo “vizioso” è vinto dal successivo, la Fatica, impersonata dalla “virtuosa” Ippolita, la regina delle Amazzoni; pure quelli che seguono agiscono a coppie in conflitto: il terzo Trionfo, il Desiderio amoroso e impudico di Atteone perde contro il successivo, la Ragione amorevole della Laura petrarchesca, e così via di seguito (Segreto/ Grazia, Sdegno/ Pazienza, Errore/ Perseveranza, Dubbio/ Fede, Inganno/ Sapienza, Caso/ Modestia, Pericolo/ Esperienza, Tempo/ Oblio), fino alla Fortezza.

 

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Johannes de Rheinfelden 

 

Per le carte superiori alle numerali sarebbe avvenuta una sorta di cambiamento di ruolo, come se ognuno dei 4 semi si prolungasse con altre figure che oltrepassano le cosiddette solite “cortigiane”, e in fondo in maniera non dissimile da  come nel mazzo tradizionale i quattro personaggi di Re, Regina, Cavallo e Fante vanno a eccedere, all’interno d’ogni colore, la successione numerale dall’uno al dieci?

 

L’aggiunta di figure ulteriori, ma in pari novero per ogni seme, avrebbe determinato il successivo inserimento, esclusivo, proprio di quelle, in un “quinto seme autonomo”. In un tale sistema la somma complessiva delle carte deve necessariamente essere multipla sia di 4 che di 5, cioè non meno di 20 (e poi: 40, 60, 80), mentre la tipologia numerica ne prevede 2 in più di 60 a Bologna, 2 meno di 80 a Venezia, ecc...

 

Semi di sette o nove carte numerali con tre figure sono comuni tra i mazzi di derivazione spagnola; e con l’aggiunta, per esempio, di altre cinque o tre figure superiori per colore si potrebbe ottenere un “quinto” ordine di dodici trionfi, e un mazzo completo di 60 carte. Ma la disposizione delle dieci carte numerali con sei personaggi sia maschili che femminili [come già citati da Johannes de Rheinfelden  nel suo “Ludus cartularum moralisatus” (ovvero “De moribus et disciplina humanae conversationis id est ludus cartularum”), scritto sul modello dell’allegoria degli scacchi elaborata dal fratello, nello stesso ordine religioso dei domenicani, Jacopo da Cessole (o per quella contrapposizione ideata da Evrart de Conty)], si sarebbe in parte realizzata proprio a Milano, nel mazzo Visconti di Modrone, con l’affiancamento ai consueti Re, Regina, Cavallo e Fante della Donzella e della Dama a cavallo. L’ulteriore aggiunta di figure superiori per ogni colore, implicitamente suggerita da Marziano, come nel mazzo dipinto da Michelino, avrebbe potuto costituire il “quinto” seme dei “rionfi per un totale di 80 carte, che eccede giusto di 16 il numero delle caselle della scacchiera, e manca di 20 per completare la tavola decimale (10x10) dell’Hiashatar mongolo.

 

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Il Simbolismo della Scacchiera

 

Assume quindi maggiore significato – aggiunge Alberto Barelli ne “Il Simbolismo della Scacchiera” (Atanòr, Roma 2017) - l’accostamento tra la partita su scacchiera e la Ruota della Fortuna nella composizione del mosaico della Chiesa di San Savino…”, a Piacenza, con finalità educativa, in un dualistico contrasto tra ragione e irrazionalità, fato e volontà, circondato com’è da riquadri raffiguranti le virtù cardinali di Giustizia (VIII), Prudenza (IX) e Temperanza (XIV).

 

Lo specifico tema della scacchiera, a volte, compare espressamente, quale elemento ornamentale della pavimentazione delle figure delle carte, e non solo sul loro dorso, come in alcuni Tarocchi parigini del XVII secolo (ma anche in quelli della collezione Goldschmidt, o nella celebre Papessa del mazzo di Oswald Wirth, appositamente disegnato per sintetizzare le varie corrispondenze simboliche), inserite tra le illustrazioni del suo testo dall’Autore de “Il Simbolismo della Scacchiera”.

 

“… forse un processo non troppo dissimile a quello che ha investito l’elaborazione della concezione del mondo dell’uomo occidentale in campo filosofico all’indomani della scoperta dell’America e della rivoluzione copernicana determinando un completo ribaltamento rispetto alle concezioni del passato, – ipotizza Barelli –  sia avvenuto, facendo le dovute proporzioni, relativamente alla storia e alla interpretazione simbolica dei Tarocchi e a quella degli Scacchi… Pur se gli Scacchi nel corso del tempo sono stati sempre di più al centro di interpretazioni di carattere esoterico, non si è arrivati a cancellare l’influenza esercitata dai valori cristiani nella loro strutturazione, che è stata determinante, dobbiamo ricordarlo, anche proprio per l’eliminazione dei dadi, ai quali erano legate le scommesse e l’introduzione di una posta in denaro, al centro delle condanne della Chiesa…”.

 

Di certo, meno scontata “la circostanza che anche i Tarocchi siano sorti quale rappresentazione di simboli carichi di valori cristiani e come espressione di un percorso finalizzato a condurre il matto, cioè colui che è fuori dalla grazia di Dio, verso la salvezza”… del Mondo, che continuamente vede tra loro in conflitto le carte dei Viziosi, sperando, come il Boiardo, siano perdenti con quelle dei Virtuosi.

 

Teoria di Coppie?

 

Questa ricostruzione circa l’origine dei Trionfi in un novero dapprima più ristretto di coppie, e così, invece di quarantuno Minchiate, per esempio a XIV carte (inteso come un quinto seme, aggiuntivo ai tradizionali 4 di Denari, Spade, Coppe, e Bastoni = 70, vedi Visconti-Modrone e Visconti-Sforza ), o meglio a XVI (in analogia alle pedine di uno dei due schieramenti della scacchiera di 64 caselle = 72), solo successivamente modificato (dall’Hiashatar) a “venti figure” e poi arricchito definitivamente a 22 (= 78), ricondurrebbe l’ideazione di questi ultimi Arcani maggiori a una raffigurazione bidimensionale dei singoli pezzi che sulla scacchiera si reduplicano, intendendosi come sintetica rappresentazione d’una società feudale [e quindi Papa/Imperatore, Imperatrice/Papessa, Appeso (o Impiccato) ed Eremita, Carro e Morte, Torre e Giudizio (o Angelo), al posto di Re, Regina, Alfiere, Cavallo e così via, pure per le pedine: Sole, Luna, Giustizia, Temperanza, Forza, Matto, Mondo (o Fama), Amanti (o Amore)].

 

Luigi Pulci (1432-1484)

 

La possibilità d’un’evoluzione dei Tarocchi da un mazzo di cinque semi da dieci carte numerali, più quattro di corte, sembra parallela a quella che dallo zero (Matto) porta alla comunione con le altre 77, suggerita da Luigi Pulci (1432-1484), nel “Morgante” del 1478, allorquando viene presentata la passione di Margutte per questo “Gioco Muto”. 

 

E per compagni ne menai con meco/ tutti i peccati o di turco o di greco;/ anzi quanti ne son giù nello inferno:/ io n’ho settanta e sette de’ mortali, / che non mi lascian mai la state o ‘l verno;/ pensa quanti io n’ho poi de’ venïali!/ Non credo, se durassi il mondo etterno,/ si potessi commetter tanti mali/ quanti ho commessi io solo alla mia vita;/ ed ho per alfabeto ogni partita.

 

I citati “settanta e sette” peccati mortali potrebbero numericamente corrispondere alle carte dei Tarocchi, che così nel poema avrebbero una delle loro prime attestazioni storico-letterarie, associate a un contesto di figure gigantesche ed estrose, come appunto il Matto dei cosiddetti “Tarocchi di Carlo VI” (1470 c.) e, nel mazzo estense, il Mago (nel medesimo nome proprio di Margutte, da margutta, “cosa brutta”, sudiciume da occultare), per il quale il Pulci coltivava un personale interesse, se è vero che proprio nella sua opera sembra si sia identificato con l’apprendista stregone "Malagigi" (Mala- Gigi, “cattivo” Gigi, dal diminutivo di Luigi) che, nel Canto XXV, evoca il demone "Astarotte". E dalla figura del Matto di Carlo VI deriverebbe, con buona probabilità, anche la figura del Diavolo, inizialmente assente nei mazzi ferraresi (alla stregua del Bagatto, di Papessa, Imperatrice, Ruota e Stella).

 

Ma, se, per alcuni, Margutte potrebbe essere identificato con il Matto, rappresentato come quel vagabondo ridanciano da cui deriva anche il Jocker delle comuni carte da gioco, per altri rimane il “possessore” del mazzo (“io n’ho settanta e sette…”), il “Bateleur” , colui che dichiara pure d’avere “come alfabeto ogni partita”, rimarcando come gli Arcani maggiori, quelli figurati, seguendo la misteriosa connessione che tuttora affascina il mondo esoterico, corrispondano alle 22 lettere dell’alfabeto ebraico.

 

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La Dea volta al maschile

 

Poco meno d’un secolo dopo, il nome del gigante, Morgante, divenne l’ironico nomignolo del nano di corte del secondo duca di Firenze; nel giardino di Boboli, Valerio Cioli, come prima Agnolo Bronzino nel doppio dipinto servito a porre il paragone tra pittura e scultura, avrebbe immortalato Braccio di Bartolo in quella fontana che sarebbe stata consegnata successivamente a un ebbro “Bacchino”.

 

Nello stesso periodo in cui Pulci andava scrivendo il suo poema, Benozzo Gozzoli (1420-1497), nella Cappella di Palazzo Medici-Ricciardi, dipingeva gli affreschi della marcia trionfale dei tre re Magi, che molto probabilmente trovavano anche qui, come a Ferrara, delle corrispondenze esoteriche con le tre forme di conoscenza (pratica/ astrologia/ Stella; speculativa/ astronomia/ Luna; contemplativa/ teologia/ Sole).

 

A Firenze può risultare interessante la scelta fatta dai Medici, nella rappresentazione della Cavalcata dei Magi di Gozzoli, del re mago Vindhapharna (o Gasparre) come guida al loro corteo. Il suo nome significa ‘conquistatore del Far’ (forza, splendore igneo). Mago e astrologo con interessi di tipo alchimistico, unico veramente vissuto secondo Mario Bussagli, principe e poi Re di un’area situata tra l’attuale Afghanistan e l’India, corrispondente al Kashmir, culla del Tantrismo! Che cosa sapevano i Medici quando lo vollero a guida del loro sontuoso corteo, lui, portatore al Bambino Gesù della Mirra, il dono che prometteva l’eternità?  – si chiede Rosanna Peruzzo, in “La Dea volta al maschile” (Arya, Genova 2016) – I Medici, che erano signori dell’anello-diamante, il Vajra-folgore?”. Raffigurato poi nella Lama XVI, della Torre.

 

La tradizione attribuisce a Gaspare l’incenso e non la Mirra che avrebbe portato invece Baldassarre, ma qui sembra essere preponderante la problematica simbolica, nel senso d’un rituale di transizione, e quindi il risvolto iniziatico del Genius Gentis del casato, da rappresentare come il mitico progenitore Averardo, giunto nel Mugello al seguito di Carlo Magno. Del resto, i de Baux, o du Baus, in Francia, già vantavano una presunta discendenza da Baldassarre: “Au hasard Balthazar!”.

 

La pettiera vermiglia del cavallo bianco di Pietro il Gottoso, ritratto da Benozzo a destra del padre Cosimo, è costellata da una catena di anelli diamantati, indicanti a due a due, nei vari “otto” disposti orizzontalmente, la cifra dell’eternità e della potenza.

 

All’interno della ghiera di ognuno di essi, - precisa la Peruzzo - nel foro centrale (ricettacolo e luogo d’influenza astrale della Stella Polare, dispensatrice di potere), una successione di lettere in capitale latina forma il motto ricorrente in Piero: Semper e lo ripete, iterandolo, quasi a sfida alla precarietà del tempo, di una fede (si può intendere) eterna a Dio e alla trinità, ma anche si può vedervi una sorta di ricorso alla magia, con lo scopo di prolungare, oltre i tempi concessi, il potere della famiglia Medici”.

 

Una magia sancita pure dalla favorevole rotazione della svastica, della scacchiera, della Fortuna, che da dea del momento (“huiusce diei”) doveva trasformarsi in “stata” (costante), “averrunca” (protettrice dalle sciagure), e “comes” nell’accompagnare il viaggio della vita. Il suo paredro etrusco, Vertumno, era infatti una divinità solare, in grado di assicurare comunque l’andamento stagionale.

 

Luna, Sole e Stella

 

Oltralpe, René d'Anjou (1409-1480) aveva fondato l'ordine cavalleresco della Mezzaluna Crescente, con la divisa “loz en croissant” [lode a chi avanza (… nella virtù)]. Per cui, allora, quel “Granchio” che morde Morgante potrebbe essere identificato nella Luna, la speculazione. Margutte "giocatore d'azzardo, un imbroglione, un furfante, un bandito, un borseggiatore, un ghiottone", or dunque, in breve, “le petit, le bagatello”, impersonerebbe presumibilmente la sapienza contemplativa e il Sole (e non solo il Mago o il Matto). E Orlando, l'eroe “pratico”, verosimilmente ...la Stella?

 

Orlando “furioso”

 

Sul trionfo “la Stella” (XVI) del mazzo cosiddetto appunto “Orlando”, databile intorno al 1530 (e conservato al Museo delle Arti e tradizioni popolari di Roma), sullo sfondo d’un edificio, gli otto raggi d’un astro inquadrano due belligeranti, uno vestito e uno nudo, nel mentre lottano su un ponte, a illustrazione dell’episodio dell’Orlando furioso di Ariosto (1516), in cui l’eroe, denudatosi in preda alla pazzia, attacca Rodomonte (capitolo XXIX, stanze 40-8); laddove l’edificio sullo sfondo sarebbe il mausoleo d’Isabella, uccisa dal guerriero saraceno (stanze 31-3). Sul “Sole” (XVIII), è il luminare diurno, privo di fisionomia, che, dinanzi a una fontana, sovrasta l’uomo nudo sorpreso nell’atto di sradicare un albero, con riferimento all’altro passo ariostesco (alle stanze 134-5°, del canto XXIII). Sul trionfo “l’Amore” (VIII), vola Cupido col suo arco al di sopra degli Amanti che si baciano, su d’un pavimento a piastrelle, circondati da musicanti che suonano un liuto e una viola da gamba, nel richiamare forse quelle nozze degli antenati, Ruggero e Bradamante, che avrebbero dato origine e lustro alla dinastia estense.

 

§

 

Per le nozze tra Costanzo Sforza e Camilla d'Aragona, celebrate a Pesaro, nel 1475, si sarebbe inscenato un sistema, a partire dai 12 segni dello zodiaco, affiancati ciascuno da  un "servo inferiore", quindi tutti gli dei dell'Olimpo con doppioni (“gemelli”) di rango inferiore, nonché Sole, Luna, Fortuna e quell’importante figura, soprattutto in occasione d’un matrimonio, che è l'Imeneo. Particolare di notevole importanza il fatto che proprio la coppia "Castore e Polluce", Gemini per antonomasia, costituisce il "primo segno zodiacale", allo stesso modo di come, nelle Minchiate, la carta che lo rappresenta è la più alta della fila dello zodiaco (dalla XXIIII alla XXXV: Libra, Virgo, Scorpio, Aries, Capricorn, Sagittarius, Cancer, Pisces, Aquarius, Leo, Taurus, Gemini). In 32 miniature vennero documentati i costumi mitologici dei figuranti, trasformati 'alla franzese' [e forse influenzati dal “De gentilium deorum imaginibus” (1471) di Ludovico Lazzarelli (1447-1500)?].

 

La delegazione diplomatica fiorentina

 

L’ampliamento del mazzo con l’aggiunta di sei carte si potrebbe ipotizzare durante i preparativi per il matrimonio del 10 ottobre 1465, tra Ippolita Maria Sforza, andata in sposa, per ragioni politiche, ad Alfonso d'Aragona, Duca di Calabria ed erede al trono di Napoli? Si può presumere che l'impulso di cambiare qualcosa tra i Trionfi sia arrivato, giusto nella primavera di quell’anno, da parte della delegazione diplomatica fiorentina capeggiata da un giovanissimo Lorenzo de Medici, allora sedicenne? E, dietro la spinta toscana, quest’innovazione milanese avrebbe semplicemente introdotto in occidente l’influenza degli scacchi persiano-mongoli?

 

Tra le teorie di sviluppo dei Tarocchi verrebbero a prospettarsi almeno due plausibili evoluzioni, una antecedente il mazzo dei 16 Trionfi di Michelino, e dunque precedente il 1425, che sfocia nel Cary-Yale (1441 circa) e poi nel Charles VI (intorno al 1463), l’altra relativa a un periodo successivo, delle “14 figure ferraresi” del 1441 circa, che precederebbe il mazzo con i cinque semi del Pierpont Morgan Bergamo (1452 circa) e il documento ferrarese (nel Registro dei Mandati, per Maestro Girardo de Andrea da Vizenza) sulla produzione di Trionfi con 70 carte (“probabile mazzo 5 x 14”, del 21 luglio 1457).

 

Si è però supposto pure che proprio il mazzo Pierpont-Morgan-Bergamo celi  una sorta di codice strutturale insito nel ricorso alla raffigurazione dei bordi d’un precipizio. Dei 14 Trionfi che, in questo senso, denotano del pericolo s’annoverano Matto, Mago, Amore, Fortuna, Impiccato, Morte; quelli che non destano tale attenzione circa un baratro incombente corrispondono a Papessa, Imperatrice, Imperatore, Papa, Carro, Giustizia, Eremita, Giudizio; sei contro otto. L’aggiunta di 4 nuove carte del tipo avvertimento di rischio imminente (Temperanza, Stella, Luna, Sole) e delle due non pericolose (Forza e Mondo), perché senza l’immagine dell’abisso, in base all’ipotesi targata “1465”, riconduce al modello delle "coppie" di Johannes de Rheinfelden; dieci in tal caso, ovvero le “venti figure”.

 

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Settanta e sette” carte, di cui 21 Trionfi raffigurano temi temporali, spirituali, comunque umani; e in più una carta extra, al di fuori della sequenza numerica, chiamata 'Il Matto'. Tutto ciò rende possibile dedurre un qualche significato che fornisca senso a tale procedura aritmetica che continuamente mescola allo zero tripli (21) e ottupli (14 x 4) settenari?  

 

Dando per scontato che l’attuale sequenza trionfale debba dedursi verosimilmente “completa”, le figure che presenta provengono da una qualche selezione guidata dalla sapienza occulta, o dalla randomizzazione delle disponibilità di immagini standardizzate da velleità artistiche, prima, e consuetudini artigianali, dopo?

 

Forse la casualità ha inciso nell’insieme di singoli elementi indipendenti molto più che su sequenze ben definite che riuniscono in gruppi omogenei concatenazioni ordinate per analogie o altre associazioni di continuità, contiguità, somiglianza o, principalmente, contrasto. Basta l’esempio delle sei icone trionfali del Petrarca [Trionfo dell'Amore (Amanti), della Castità (Temperanza), della Morte (Morte), della Fama (Giudizio), del Tempo (Eremita), dell'Eternità (Mondo), da associare eventualmente alle XIV carte numerali], delle 4 virtù umane principali [Giustizia (VIII), Prudenza (IX, Eremita), Fortezza (XI), Temperanza (XIV), da affiancare ad altre XVI], o dei 4 elementi [Terra/Denari (ma anche Mondo, Papa, Eremita e Diavolo), Acqua/Coppe (e tra gli Arcani maggiori: Luna, Morte, Carro, Appeso), Fuoco/Bastoni (e Giudizio, Imperatore, Forza, Temperanza), Aria/Spade (Matto, Amanti, Giustizia, Stelle): 4 + 16 (4 x 4) = 20], inizialmente classificati insieme per poi finire, a causa di successive modifiche, col perdere, in parte o del tutto, il loro carattere originariamente sistematico?

 

4 il moto, 8 l’infinito, 16 la svastica, 20 la corona. Si dia il caso che, in quanto cabalisticamente equivalente a Keter, al di sopra di tutte le altre Sefirot, si trovi proprio il 20.

 

All'interno di tale tipologia (allegorica, figurativa, seriale), in che modo potremmo eventualmente tentare di riconoscere quell’ipotetico “quinto” seme in cui si sarebbero frammischiati elementi provenienti dalle sequenze numeriche degli altri, delle non sempre quaternarie Carte di Corte e quasi necessariamente di qualche vero e proprio “futuro” Trionfo, non ancora riconosciuto come tale, magari perché non appropriatamente accoppiato?

 

Bibliografia essenziale

 

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Ierace G.M. S. Sul dorso d’un’Ocahttp://www.associazioneletarot.it/page.aspx?id=663

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