Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

‘Le Monde Primitif’ di Antoine Court De Gébelin

Fons et origo della dottrina esoterica dei tarocchi

 

Saggio di Andrea Vitali, marzo 2021

 

 

Era il 18 dicembre del 1471 quando, a insaputa del suo autore, venne pubblicata la versione latina di quattordici opuscoli ermetici greci dal titolo Pimander, seu de potestate et sapientia dei (Il Pimandro, ovvero della potestà e sapienza di Dio). L’artefice di quest’opera era Marsilio Ficino, uno dei più insigni umanisti dell’Italia del tempo.  Egli aveva evidenziato nel libro come l’antichità della teologia egizia fosse stata fons et origo (fonte e origine) delle altre, sia pagane che cristiane, stupefatte di ammirazione per essa: “Mercurius Trismegistus sum quem singolari mei doctrina et theologica Aegyptii prius et barbari, mox Christiani antiqui theologi ingenti stupore attoniti admirati sunt [Io sono Ermete Trismegisto a cui per la singolare dottrina teologica hanno guardato attoniti con grande meraviglia prima gli Egiziani e i barbari, poi anche gli antichi teologi cristiani]. Il libro ottenne un successo straordinario con ben ventiquattro edizioni in tutta Europa. Per comprendere tale risposta del pubblico occorre porre in luce ciò che gli umanisti del tempo pensavano di Ermete, che riassumiamo attraverso le parole di Ficino: “Primo fra i filosofi, si rivolse dalle questioni fisiche e matematiche alla contemplazione del divino; primo discusse con grande sapienza della maestà di Dio, dell’ordine dei demoni, delle vicende delle anime. Per questo fu detto primo dei teologi; lo seguirono Orfeo, mentre Aglaofemo fu iniziato alle sante verità da Orfeo, e a Orfeo succedette in teologia Pitagora, che fu seguito fa Filolao, maestro del nostro Platone. Perciò c’è stata un’unica setta della prisca theologia (antica teologia), sempre coerente a sé stessa, formata in un ordine mirabile da sei teologi, iniziata da Mercurio [Ermete] e conclusa con Platone. Quanto a Mercurio scrisse molti libri concernenti la conoscenza delle cose divine, e in essi, in nome del Dio immortale, quali misteri si offrono, quali stupendi oracoli, mentre parla non solo come un filosofo ma spesso come un profeta che canta il futuro! Fu lui a prevedere la fine della prisca theologia, la nascita della nuova fede, l’avvento del Cristo, il giudizio finale, la resurrezione della carne, la gloria dei beati, il supplizio dei peccatori”.

 

Per Ficino, se la prisca teologia era testimoniata da ben individuati testi fra i quali gli inni orfici, le sentenze pitagoriche e gli oracoli caldaici, essa si era via via sviluppata nei grandi sistemi di Platone, Plotino, Proclo, Giamblico, Porfirio etc.

 

Pertanto, se da un lato il Pimander venne considerato come un prologo nell’opera di rinnovamento del pensiero filosofico e religioso ispirato a Platone, dall’altro era già stato considerato un punto di riferimento di molti autori cristiani, come Lattanzio (c.250-post 317), che l’aveva posto fra le Sibille e i Profeti.

 

Possiamo senz’altro affermare che il Pimander o Poimandres, primo trattato dei volumi che fanno parte del complesso Corpus Hermeticum, unitamente all’Asclepius, (attribuito ad Apuleio di Madaura, c.125-180) e una serie di testi riassuntivi inseriti nell’opera di Stobeo (sec. V), sia da considerarsi il trattato più completo e coerente dal punto di vista dottrinale, dove la dottrina della salvezza si pone da un lato in relazione con il medio e neoplatonismo e dall’altro con il pensiero gnostico.

 

Poimandres, interpretato come “pastore d’uomini”, quale fu inteso più tardi il Cristo, è il Nous, l’intelletto supremo, il Padre, in pratica Dio stesso. Manifestandosi all’improvviso al fedele (Ermete), lo porterà, facendolo cadere in uno stato di trance, attraverso una mistica visione, a vivere il percorso che lo condurrà verso di Lui. Quasi come un Dante sotto la guida di un Virgilio, il fedele si incammina verso un viaggio siderale che, attraverso una Cosmogonia, una Antropogonia (che è anche Antropologia), verrà condotto ad approdare a una Escatologia, dove l’uomo, rigenerato nella divinità, diverrà egli stesso dio.

 

Ci troviamo di fronte a una sorta di dualismo, dove la dialettica luce-tenebre (queste ultime considerate coesistenti con la luce) convive fin all’origine dell’universo, in cui le tenebre rappresentano il regno dell’irrazionale e la luce quello dell’Intelletto. Poiché l’uomo archetipico, Anthropos, si è macchiato di una colpa primordiale, colpa probabilmente già insita nel Nous, l’“essere nel mondo” viene considerato piuttosto come una morte e la sua stessa esistenza un male. Ma esiste una via di salvezza, quella insegnata da Poimandres a Ermete divenutone portavoce. L’anima dell’uomo, liberatasi dai sedimenti di cui si é ricoperta in seguito alla caduta di Anthropos, potrà riunirsi alla divinità, senza peraltro attraversare il ponte della morte, divenendo un tutt’uno con il Nous. L’anima, mediante un percorso astrale attraverso le sette sfere planetarie tanto care all’astrologia ellenistica, giungerà al cielo delle stelle fisse, l’Ogdoade, dove, riunitasi alle schiere dei beati là residenti, salirà poi ulteriormente per giungere a divenire dio con Dio stesso.

 

Non è difficile intravedere in tale percorso quanto in seguito venne assunto dal Cristianesimo: nella colpa primordiale il peccato originale compiuto da Adamo e nelle sette sfere i sette gradini dell’anima esprimenti l’ascensione dell’uomo attraverso i gradi del proprio cuore, al fine di pervenire alla vita celeste.

 

La Chiesa, per aver espresso Ermete l’esistenza di un unico Dio al di là di ogni attribuzione di nomi, trovando somiglianza con le parole del Cristo, lo fece effigiare nel Duomo di Siena in una tarsia marmorea pavimentale assieme alle Sibille pagane, già preconizzanti l’avvento del Salvatore.  La tarsia di Ermete, realizzata da Giovanni di Stefano fra il 1487 e il 1489, ci presenta il teologo consegnare con la mano destra un libro aperto a un personaggio adorno di barba (simbolo quest’ultima di saggezza) con un turbante in testa e con la veste bordata di rosso (la Sapienza Orientale), dietro il quale appare un terzo personaggio, vestito di una tunica bianca (l’Occidente). Sul libro aperto si legge: Suscipite o licteras et leges Egiptii “Ricevete, o Egiziani, il dono della cultura e della legge”. Con l’altra mano egli indica una pietra sulla quale sono incise le parole Deus omnium creator secum Deum fecit visibilem et hunc fuit primum et solum quo oblectatus est et valde amavit proprium Filium qui appellatur Santum Verbum (Dio, creatore di tutte le cose, creò un secondo Dio visibile, e questi fu il primo Dio che egli fece e il solo in cui si compiacque: ed egli amò Suo Figlio, chiamato il Verbo Santo).

 

 

Ermete Trismegisto

 

 

Mentre la prima iscrizione deriva da Cicerone, la seconda è tratta dall’Asclepius, entrambi nella mediazione del cristiano Lattanzio, da lui citati nelle sue Divinae Institutiones.

 

Allorché nel 1461, Leonardo da Pistoia, uno dei “messi della luce” che Cosimo aveva inviato in Oriente per recuperare i perduti tesori della letteratura greca, riportò dalla Macedonia una copia del Corpus Hermeticum, si reputò di aver recuperato gli scritti originali del mitico Ermete Trismegisto, il dio Thot o il Mosè Egizio, il quale, sull'autorità di antichi autori latini e di alcuni Padri della Chiesa, venne dichiarato da Marsilio Ficino addirittura contemporaneo di Mosè e maestro del musico Orfeo. A circa un secolo e mezzo di distanza (1614), allorché Isac Casaubon dimostrò in maniera inconfutabile che quegli scritti dovevano datarsi a partire dal II secolo d.C., diven­ne perfettamente chiaro alla maggioranza degli studiosi che la grande stagione della “tra­dizione ermetica”, per quanto fecondissima e stimolante, era fondata su un equivoco ormai non più sostenibile. Ma il “falso documento” (il Corpus Hermeticum) aveva nel frat­tempo creato la grande stagione dell'utopia magica rinascimentale.

 

La magia, infatti, fu una delle componenti della dottrina ermetica, e lo stesso Ermete Trismegisto (il tre volte grandissimo) ritenuto incarnarne sia lo spirito che le capacità. Nel sincretismo romano al tempo dell’impero, al dio Ermes venne dato come epiteto il nome greco del dio egizio Thot, entrambi Dei della scrittura e della magia nelle loro rispettive culture.

 

L’Asclepius, basandosi sull’antica religione egizia e sui suoi riti, afferma esistere nell’universo un’interconnessione tra le parti: il microcosmo individuale è connesso con il macrocosmo dell'universo, secondo un’interdipendenza tra l'uomo e le stelle fondata sulle leggi astrologico-magiche di simpatia e antipatia. Solo la rivelazione ermetica era in grado di aiutare a scoprire tali leggi, consentendo il raggiungimento di quella catarsi intellettuale atta a realizzare il destino dell'anima dopo la morte e della sua reincarnazione e ascesa al mondo celeste.

 

Scrive al riguardo il prof. Paolo Aldo Rossi: “II mago è, come Ermete, colui il cui potere viene solo dalla conoscenza profonda della natura e del tutto, dal sapere quale sono le connessioni che legano le idee al mondo. Le statue, così come i talismani sono immagini intermediarie tra i due mondi capaci di cattura­re gli influssi delle stelle e sposare le cose inferiori alle superiori. Dato che tutto quello che avviene di sotto è come quel che avviene sopra e quel che avviene sopra è come quel che avviene sotto, fra le due sfere esiste una immensa rete di interconnessioni di cui il mago deve essere in grado di tracciare l’ologramma e quindi di mettersi nelle condizioni di poter seguire tutti i percorsi che collegano i due mondi. In tal modo è possibile al mago modifica­re gli influssi, se questi sono sfavorevoli, o riplasmare le forme materiali del modo sensibi­le, quando queste abbiano subito un processo degenerativo. E sotto questa tecnica veniva sempre più a imporsi la precisa consapevolezza che i limiti (d’ortodossia dottrinale cristia­na), fissati da Marsilio Ficino, erano contradditori con la figura e i compiti di un uomo-mago che, ormai, entrato nella sfera demiurgica e sedutosi alla destra di Colui che regna al di sopra del fuoco, aveva acquisito la coscienza di essere il nuovo dio. Molti degli emuli di Marsilio non disdegneranno di ricorrere a tecniche assolutamente contrarie alla religione cristiana e, addirittura, a propugnare (nello spirito di Gemisto Pletone) un ritorno integrale al paga­nesimo antico e al culto dei “demoni”. Pia philosophia e docta religio svaniranno così per lasciare il posto alla magia o per meglio dire al desiderio dell'uomo di essere assolutamen­te padrone di sé stesso e della natura, senza che nulla al di sopra di lui possa mai limitarlo in questo sogno di assoluta libertà”.

 

Nonostante la datazione degli Hermetica da parte di Casaubon al II secolo dopo Cristo, la scoperta rimase comunque ristretta negli ambiti accademici, per cui la credenza della reale esistenza di Ermete sopravvisse, tanto aveva fatto scalpore in tutta Europa l’annuncio del ritrovamento di quei testi.

 

Uno dei personaggi che credeva alla sua esistenza fu Antoine Court de Gébelin. Nato in Svizzera nel 1725 da un Pastore calvinista, seguì inizialmente le orme del padre, tanto che nel 1741 entrò nel seminario di Lugano per essere infine consacrato Ministro del Santo Vangelo nel 1754. Presa residenza a Parigi, subito si adoperò in difesa dei deboli e dei perseguitati politici della Chiesa Riformata. Nel 1770 entrò a far parte della Loggia Massonica Les Neuf Soeurs fra i cui membri si annoveravano personalità come Diderot, D’Alembert, Franklin, La Fayette e Danton. Inoltre, nel 1775 fu uno dei padri fondatori dell’Ordine dei Filaleti, (Amici della Verità), una società secreta formata da massoni ed esoteristi, sorta sulle ceneri della Loggia Les Amis Réunis, una ‘terza via’ tra l’Ordine degli Eletti Cohen e gli Illuminati di Avignone ispirati dal gesuita Don Antoine Pernety autore delle Fables Egyptiennes et greques devoilées e di un Dictionnaire Mytho-Hermétique.

 

Divenuto Censore Reale, cosa che meravigliò molti data la sua fede protestante, fondò il Musée di Parigi, dove molti enluminées si incontravano per discorrere di letteratura, recitare poesie e suonare musiche, oltre che realizzare diversi esperimenti scientifici.

 

Sostenitore dell’indipendenza americana, scrisse diversi libelli a favore della libertà di pensiero, battendosi contro ogni ingiustizia sociale. Nei suoi ultimi anni di vita, si appassionò alle teorie sul magnetismo animale di Franz Anton Mesmer. Il 12 maggio 1784 venne trovato morto vicino a un tubo mesmerico, fatto che diede adito ai suoi denigratori di dedicargli alcuni sonetti satirici in forma di epitaffio, a testimonianza della controversa celebrità che aveva goduto nell’arco della sua esistenza.

 

Antoine nel 1772 aveva dato inizio a una pubblica sottoscrizione per la pubblicazione in diversi volumi di un’opera monumentale dal titolo Monde primitif analisée et comparé avec le monde moderne, considéré dans l’histoire civile, réligieuse et allégorique du calendrier et almanach. La riuscita della sottoscrizione gli permise di iniziare la pubblicazione nell’anno seguente. I volumi uscirono scanditi negli anni fino al 1784, anno della sua morte, in tutto nove volumi. Il motivo di tale sua fatica è da ricercare nella sua più grande passione, l’archeologia e sulla sua credenza che esistesse in origine un’Età dell’Oro durante la quale tutte le civiltà possedevano una medesima lingua, religione e costumi. Una credenza che si riscontrava anche in Jean-Jaques Rousseau per il quale l’importante era poi cercare di tradurla in una critica sociale, a differenza del De Gébelin tutto teso a dimostrarne la validità.

 

Nell’ottavo volume apparvero due importanti saggi sui tarocchi: del primo fu autore lo stesso Antoine e il secondo a firma di “C. de. M”, identificato successivamente in Louis-Raphael-Lucréce-de Fayolle, conte di Mellet (1727-1804) di cui non sappiamo se appartenesse come Antonie, a qualche loggia massonica. Entrambi concordano nell’ attribuire ai tarocchi un’origine egizia, quale rappresentazione simbolica degli insegnamenti dei sacerdoti e saggi di quella civiltà. Scrive al riguardo il De Gébelin: “…il Libro di Thot esiste, e le sue pagine sono le figure dei Tarocchi”.

 

Tale credenza, attribuita da tempo al solo Antoine, era in realtà già presente nei membri di diverse logge massoniche. Court de Gébelin non fece altro che esporla chiaramente attraverso la sua pubblicazione.

 

Occorre a questo punto domandarsi il motivo di tale affermazione, da rinvenirsi, secondo alcuni storici, nella moda egizia del tempo che permeava diversi aspetti dell’arte. La realtà è ben diversa. Infatti, ciò che è mancato ai ricercatori è l’indagine della semplice lettura dei Trionfi (Arcani Maggiori) dal punto di vista mistico, che chiaramente mette in evidenza una Scala Mistica di carattere cristiano, come oggi ben sappiamo. Un percorso che conduce il Matto, simbolo del non credente secondo i principi della Scolastica, la filosofia cristiana medievale, alla conoscenza del Divino attraverso un percorso di insegnamento costituito dagli altri 21 Trionfi, fino a far giungere il non credente a immedesimarsi in Dio, divenendo parte di lui. Non a caso San Francesco fu chiamato il Santo Folle di Dio. A questo punto occorre prendere in considerazione la credenza che i massoni avevano della reale esistenza di Ermete, colui che per primo aveva indicato il percorso per far giungere l’uomo alla Divinità. Come detto, la datazione di Casaubon non venne recepita in molti ambienti e in particolare presso i massoni, la cui credenza in un grande architetto dell’universo si coniugava perfettamente con le idee platoniche e ancor prima con le ermetiche. Poiché per il De Gébelin in origine esisteva un’unica religione, differenziatasi poi nel tempo nelle civiltà, l’insegnamento di come giungere al Divino non poteva essere stato espresso se non da Ermete, come da noi descritto nella prima parte di questo nostro testo. Così il De Gébelin si adoperò, per avvalorare questa tesi, cercando di spiegare i rapporti che legavano i 22 Atous (Arcani Maggiori) con la religione egizia, allargando poi la sua tesi descrivendo la relazione esistente fra questi e le 22 lettere dell’alfabeto ebraico e di conseguenza con la Cabbala. Inoltre, divise i 22 Atous in tre gruppi di settenari, divisione da lui ritenuta un codice universale utilizzato dai popoli antichi per regolare in ogni sua parte la vita della nazione. Diede poi sommarie informazioni su un metodo cartomantico ed evidenziò il rapporto che univa i tarocchi a 77 caratteri cinesi incisi su un monumento. Infine, spiegò come agli zingari, da lui ritenuti erroneamente di etnia egizia, si dovesse l’introduzione dei tarocchi in Europa attraverso i loro spostamenti.

 

In tutto ciò la magia, l’astrologia e l’alchimia, arti ermetiche per eccellenza, svolgevano una funzione non indifferente.

 

Naturalmente cercò, laddove possibile, di sostenere con prove le sue affermazioni, anche se alla luce odierna esse appaiono del tutto infondate. Infatti, la decifrazione dei geroglifici egizi non era stata ancora compiuta, per cui i rapporti espressi dal De Gébelin degli Atous con certe lettere egizie rimangono nel campo della pura fantasia, come ad esempio la provenienza del nome "tarocco" da lui fatto derivare dalle parole egizie Tar, sentiero o strada, e Ro, Ros o Rog, significante re o reale, cosicché ‘tarocco’ avrebbe significato "strada reale della vita". Ancor più strano risulta il suo non riferirsi a precisi monumenti di quella civiltà che erano in quel tempo conosciuti.

 

Interessante invece il motivo da lui adotto per evidenziare il perché tale conoscenza fosse rimasta segreta per tanti secoli, un nascondimento necessario per sfuggire al vigile occhio dell’Inquisizione: “La stessa ignoranza nella quale eravamo rimasti circa il suo vero significato ha costituito, per così dire, il prezioso salvacondotto grazie al quale ha potuto attraversare incolume i Secoli, senza che qualcuno fosse tentato di toglierlo dalla circolazione”. Scrive Gerardo Lonardoni: “Egli riteneva che i tarocchi celassero una dottrina di origine sapienziale, malamente interpretata dagli ignoranti cartai europei che avevano frainteso tanto l’iconografia originale quanto il suo significato. Criticava gli storici del suo tempo per i loro metodi di indagine sul tarocco”. Su questo aspetto così infatti si espresse il De Gébelin: “[I nostri studiosi] si sono limitati a ricercare l’origine delle Carte francesi, o meglio delle Carte in uso a Parigi, peraltro poco antiche; e dopo aver provato che la loro invenzione era recente, hanno ritenuto di aver esaurito l’argomento. Un simile modo di procedere finisce per confondere l’istituzione di una conoscenza in un Paese con la sua invenzione primitiva”. Il De Gébelin aveva preso in esame il cosiddetto tarocco di Marsiglia, cosiddetto in quanto si tratta di una elaborazione pressoché identica di un tarocco realizzato in Italia nel sec. XVI. Egli, tuttavia, diede diverse interpretazioni alle carte per farle aderire alla sua tesi: ad esempio il Papa divenne l'Alto Sacerdote, la Papessa l’Alta Sacerdotessa, il Carro divenne quello di Osiride trionfante, intese la Stella come Sirio (la Canicola, o Stella del Cane) mentre affermò che la donna sotto l’astro rappresentava Iside. Rese inoltre l’Appeso capovolto affinché rispecchiasse la Prudenza, la quarta virtù mancante.

 

Sta di fatto che quest’opera del De Gébelin diede il via alle speculazioni sui tarocchi esoterici e in seguito occultistici, presentandosi quindi come la pietra miliare ovvero la fons et origo di tale dottrina.

 

Il fascino della filosofia ermetica a cui guardò sia il mondo pagano che cristiano, si riverbera ancora oggi grazie alle teorie del De Gèbelin, che, al di là delle sue errate credenze, ancora attira e conquista il grande pubblico appassionato di tarocchi in ogni parte del mondo.

 

BIBLIOGRAFIA

 

- Eugenio Garin, Ermetismo nel Rinascimento, Roma, Editori Riuniti, 1988.

- Chiara Poltronieri (a cura), Ermete Trismegisto. La pupilla del Mondo, Venezia, Letteratura universale Marsilio, 1994.

- Paolo Scarpi (a cura), Ermete Trismegisto, Poimandres, Milano, Letteratura universale Marsilio, 1987.

- Patrizia Alloni (a cura), I Trattati Ermetici. Ermete Trismegisto. Inediti Egizi e Armeni di Filosofia e Astrologia.

   L’Ogdoade e l’Enneade, Definizioni Ermetiche, Milano, Mimesis, 1995. 

- Laura Simonini (a cura), Porfirio. L’antro della Ninfe, Milano, Adelphi, 1986.

- Giordano Berti, Il Tarocco Esoterico in Francia, Faenza, Edizioni Le Tarot, 1987.

- Gerardo Lonardoni, Court De Gébelin e la tradizione Occulta, in Andrea Vitali (a cura) “Il Castello dei Tarocchi”,

   Torino Lo Scarabeo, 2010.

- Paolo Aldo Rossi, Ermetismo e Teatro della Memoria, saggio presso questo sito alla voce ‘Saggi Ospiti’.

- Andrea Vitali, La Stella, saggio presso questo sito alla voce 'Saggi Iconologici di Andrea Vitali'

- Andrea Vitali, Il Matto (Il Folle), saggio presso questo sito alla voce 'Saggi Iconologici di Andrea Vitali'

- Andrea Vitali, La Storia dei Tarocchi, saggio presso questo sito alla voce 'Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali'

 

Copyright Andrea Vitali © Tutti i diritti riservati 2021