Saggi di Andrea Vitali

Le Stelle

 
Nella carta delle Stelle dei Tarocchi Visconti Sforza (figura 1) e in quella del Tarocco Colleoni (figura 2) è raffigurata una fanciulla che tiene una stella in alto con la mano.
Nei Tarocchi di Ercole I d'Este (figura 3) appaiono due astrologi nell'atto di scrutare il cielo.
Un solo astrologo appare nella carta Vieville (figura 4).
I Re Magi appaiono nella carta della collezione Rothschild raffigurati nell'atto di sorreggere la corona del Cristo. Un Re Mago recante in mano il vaso del dono è raffigurato a cavallo nelle minchiate fiorentine (figura 5). Tutte le Stelle raffigurate in queste carte hanno otto punte: vedremo in seguito il loro significato.
Un cambiamento sostanziale nell'iconografia si ritrova a partire dal sec. XVI nel foglio Cary: una fanciulla nuda è rappresentata inginocchiata nell'atto di versare il liquido contenuto in due brocche in un corso d'acqua sottostante. Sopra di lei, nel cielo, appare una grande stella con quattro altre piccole stelle poste a due a due ai suoi lati (figura 6). Si tratta di una Naiade, ninfa dei fiumi raffigurata come usualmente descritta nei testi di iconologia del sec. XVI. Una sua splendida raffigurazione si trova dipinta nella Camera di Psiche di Palazzo Te a Mantova (figura 7).
Ho trovato spiegata questa allegoria nel De Antro Nympharum opera composta dal neoplatonico Porfirio nel secondo secolo dopo Cristo i cui scritti furono oggetto di grande interesse per tutto il Medio Evo. Michele Psello (sec. XI) redasse un compendio dell'interpretazione porfiriana del De Antro, ma la riscoperta di Porfirio avvenne tuttavia attraverso l'opera dei platonici fiorentini Marsilio Ficino e Pico della Mirandola e fu proprio nel sec. XVI, in occasione del fiorire di edizioni a stampa di testi greci del platonismo, arricchiti dalle opere attribuite agli antichi teologi - Orfeo, Pitagora, Zoroastro, gli Oracoli Caldei, i testi ermetici - che fu pubblicata la prima edizione a stampa di quest'opera, curata dal Lascaris, a Roma nel 1518.
Pico della Mirandola nell' Oratio de hominis dignitate lodava di Porfirio la ricchezza e la "Multiiuga religio", mentre il Poliziano ne ammirava la Vita Plotini, come insieme di storia e di oratoria.
Porfirio interpreta l'antro di Itaca, descritto nei versi di Omero, alla luce di un tema fondamentale del pensiero platonico: la discesa dell'anima nel mondo e il suo ritorno a Dio.
I versi di Omero sono i seguenti: "In capo al porto vi è un ulivo dalle ampie foglie: vicino ad un antro amabile, oscuro, sacro alle Ninfe chiamate Naiadi; in esso sono crateri e anfore di pietra; lì le api ripongono il miele. E vi sono alti telai di pietra, dove le Ninfe tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi; qui scorrono acque perenni; due porte vi sono, una, volta a Borea, è la discesa per gli uomini, l'altra, invece, che si volge a Noto, è per gli dei e non la varcano gli uomini, ma è il cammino degli immortali" (§1).
Per Porfirio l'antro diventa la rappresentazione del Cosmo e in questo senso riporta numerose analogie con il culto mitraico; le Ninfe e le api sono le anime; i manti purpurei tessuti dalle Ninfe rappresentano il formarsi del corpo intorno alle ossa, mentre le due porte dell'antro sono le vie di discesa e risalita del percorso cosmico dell'anima.
Ma leggiamo, a questo proposito, cosa scrive Porfirio: “I teologi ponevano negli antri il simbolo del cosmo e delle potenze cosmiche e della essenza intellegibile...(§9). Con Ninfe Naiadi indichiamo in senso specifico le potenze che presiedono alle acque, ma i teologi designavano tutte le anime in generale che discendono nella generazione. Essi infatti ritenevano che tutte le anime si posassero sull'acqua che, come dice Numenio, è divinamente ispirata; egli afferma che proprio per questo motivo anche il profeta disse: "II soffio divino si muoveva sull'acqua" (§10).
Numenio, un maestro di Porfirio, cita in questi versi, il profeta Mosè che egli paragonava a Platone, il "Mosè che parla attico". Si fa qui riferimento ai versi "...lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque" tratti dal Genesi (1, 2). Riguardo la formazione delle membra attorno alle ossa Porfirio scrive: «I crateri di pietra e le anfore sono simboli molti adatti alle ninfe che presiedono all'acqua scaturente dalla roccia, e quale simbolo sarebbe più di essi pertinente alle anime che scendono nella generazione e tendono alla creazione del corpo? Perciò il poeta osò dire che su questi telai "tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi". La carne infatti si forma sulle ossa e intorno a esse, negli esseri viventi le ossa sono la pietra, perché simili a pietra; perciò si dice che anche i telai sono di pietra e non di altra materia; i manti purpurei, poi, sarebbero evidentemente la carne, cioè il tessuto che si forma dal sangue» (§14).
Porfirio spiega inoltre per quale ragione le anfore non sono piene di acqua, ma di miele: "I teologi usano il miele in numerosi disparati simboli, perché è una sostanza con molte proprietà, in quanto possiede sia il potere di purificare, sia il potere di conservare...(§15). Pertanto il miele viene adoperato per purificare, per preservare contro la putredine e come simbolo della forza seduttiva del piacere che induce alla generazione; per questo è appropriato anche alle ninfe dell'acqua, come simbolo della purezza incontaminata delle acque - cui le ninfe presiedono - della loro virtù purificatrice e della loro cooperazione al processo generativo: l'acqua, infatti, coopera alla generazione" (§17).
Le api, come le Ninfe Naiadi, diventano per Porfirio rappresentazione delle anime: "Fonti e rivi sono propri delle Ninfe dell'acqua e ancor più delle ninfe - anime che gli antichi chiamavano specificamente api, perché artefici di piacere. Quindi Sofocle usa un'espressione appropriata quando, riferendosi alle anime, dice "Ronza lo sciame dei morti venendo alla luce" (§18).
II rapporto anime - api si trova anche in Platone (Fedro, 82 b) il quale accosta le anime temperanti e giuste ad api, vespe e formiche come specie civilizzate nelle quali gli uomini giusti possono reincarnarsi. Le due porte dell'antro di Itaca vengono identificate da Porfirio come le due costellazioni dalle quali l'anima scende nella generazione facendone poi ritorno: "Considerando l'antro immagine e simbolo del cosmo, Numenio e il suo seguace Cronio dicono che ci sono due estremità nel cielo: di esse né una è più a sud del tropico invernale, né l'altra è più a nord del tropico d'estate. II tropico d'estate è in corrispondenza del Cancro, quello d'inverno in corrispondenza del Capricorno. E poiché il Cancro è oltremodo vicino a noi venne logicamente attribuito alla Luna, che è la più vicina alla terra; il Capricorno, poiché il polo sud è invisibile, venne segnato al pianeta più lontano e più alto di tutti" (§21). E ancora «I teologi, dunque, considerarono come porte questi due segni, Cancro e Capricorno - quelle che Platone chiamò imboccature - e dissero che di queste due il Cancro è la porta per la quale scendono le anime, il Capricorno quella per la quale risalgono. II Cancro settentrionale è via di discesa, il Capricorno meridionale è via di risalita. Le regioni settentrionali appartengono alle anime che discendono nella generazione, e quindi giustamente la porta dell'antro volta a nord è accessibile agli uomini; le regioni meridionali non sono luogo degli dei, ma di chi ritorna agli dei e proprio per questo il poeta disse che è cammino non di dei, ma "degli. immortali" espressione che si addice anche alle anime, perché sono immortali o in sé o nella loro essenza» (§22-23).
La fanciulla nuda sotto le stelle raffigura quindi una Ninfa Naiade, simbolo platonico di discesa dell'anima nella generazione.
La stretta relazione dell'anima con il cielo, punto di origine e di ritorno dell'anima, fu credenza generale nella physiologia Ionica (V-VI secolo a.C.), ma la dottrina dell'immortalità astrale assunse la sua conformazione decisiva a partire dai miti di Platone descritti nel Fedro e nel Timeo. La presenza di elementi iconografici del mito, illustrati anche nelle carte della Luna e del Sole del medesimo foglio cinquecentesco, testimoniano l'inserimento di una tematica cosmologica di carattere neoplatonico che culminò  con la raffigurazione dell'Anima Mundi nella carta del Mondo. Questi modelli iconografici vennero  mantenuti in tutta la produzione successiva dei mazzi di tarocchi.
Il rapporto acqua-vita si riscontra anche nella mistica cristiana. Sulla spalla destra della Naiade, rappresentata nel foglio Cary, appare una piccola stella ad otto punte, come quelle che si trovano raffigurate in cielo. Una medesima stella appare spesso sul manto della Vergine Maria a significare pienezza di vita (figura 8 - Madre di Dio Galaktotrofusa, Museo Bizantino, Atene).
Questo numero è messo in relazione all'ottavo giorno dall'inizio della Creazione, momento in cui l'universo prese vita nella sua totalità, dopo il riposo di Dio nel settimo giorno. I battisteri cristiani sono infatti ottagonali, quale numero indicante la pienezza di vita che si ottiene attraverso l'acqua del battesimo (Per un approfondimento sul significato mistico del numero otto si legga il saggio Castel del Monte). 
A rappresentare la nascita nel mondo, nella carta di un tarocco italiano, sempre del sec. XVI, conservato a Rouen è stata raffigurata Venere uscente dalle acque del mare (figura 9). Già per i Sumeri Venere era "colei che mostra la via alle Stelle", simbolo di nascita in quanto dea dell'Amore "D'onde viene la generatione umana" (Cartari, 1647 p. 279). In questa ultima immagine la dea tiene nella mano destra una lancia, oggetto che assieme all'arco e alle frecce diventò parte dei suoi attributi. Per gli antichi Persiani, secondo una concezione passata nella mitologia greca e romana, Venere, come dea della sera, favoriva l'amore e la voluttà, mentre come dea del mattino presiedeva alle operazioni di guerra e alle stragi (Dhorme Edouard, Les Religions de Babylonia et d'Assyrie, 1949, p. 68).
La lancia tenuta in mano da Venere diventa nella cima un fuso e a questo proposito è sempre il Cartari ad illuminarci: "Et appresso di Pausania si legge, che Venere fu posta da i Greci per una delle parche... e che nel tempio a lei dedicato erano guardati gli ornamenti de i morti, per ammonirci della fragilità della vita humana, il principio, e la fine della quale era in potere di una medesima dea. Perché Venere fu la Dea della generatione, e il farla la più vecchia delle Parche voleva a punto dire, che ella metteva fine al vivere humano" (1647, pp. 161 -162).

Copyright Andrea Vitali