Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

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La Stella

 

Saggio di Andrea Vitali, 1991 

 

Nei Sermones di Ludo la carta che troviamo dopo la ‘Sagitta’ (cioè la Torre) è ‘La Stella’, nome che ha conservato da allora, la cui unica variazione consiste nella forma plurale ‘Le Stelle’, vista in Alciati, Aretino e Spelta (1).

 

Nella carta dei Tarocchi Visconti Sforza (figura 1) e in quella del gruppo presente al Victoria and Albert Museum (figura 2) è raffigurata una fanciulla che tiene una stella in alto con la mano. Nei Tarocchi di Ercole I d'Este (figura 3) appaiono due astrologi nell'atto di scrutare il cielo. I Re Magi appaiono nella carta della Foglio Rothschild raffigurati nell'atto di sorreggere la corona del Cristo (figura 4). Un Re Mago recante in mano il vaso del dono è raffigurato a cavallo nelle minchiate fiorentine (figura 5). Tutte le stelle raffigurate in queste carte hanno otto punte: vedremo in seguito il loro significato.

 

Verso la metà del XVII secolo, in Francia, si verificarono due cambiamenti. Pur mantenendo il motivo dell'astrologo, la carta di Viéville presenta quattro stelle poste a due per due ai suoi lati (figura 6). Nella carta Noblet, definita ‘L' Estoille’ (La Stella), appaiono sette piccole stelle, e invece di un astrologo vediamo una fanciulla che versa del liquido da due brocche (figura 7). Questi cambiamenti in entrambi i tarocchi francesi appaiono tuttavia precedentemente in un foglio di carte dell'inizio del XVI secolo noto come Foglio Cary (Milano?): una fanciulla nuda è rappresentata inginocchiata nell'atto di versare il liquido contenuto in due brocche in un corso d'acqua sottostante. Sopra di lei, nel cielo, come nel Viéville, appare una grande stella attorniata da altre quattro piccole stelle (figura 8).

 

Si tratta di una Naiade, ninfa dei fiumi raffigurata come usualmente descritta nei testi di iconologia del sec. XVI. Una sua splendida raffigurazione si trova dipinta nella Camera di Psiche di Palazzo Te a Mantova (figura 9 - Scuola di Giulio Romano). Ho trovato spiegata questa allegoria nel De Antro Nympharum (Sulla Caverna delle Ninfe) opera composta dal neoplatonico Porfirio nel terzo secolo dopo Cristo i cui scritti furono oggetto di grande interesse per tutto il Medio Evo.

 

Michele Psello (sec. XI) redasse un compendio dell'interpretazione porfiriana del De Antro, ma la riscoperta di Porfirio avvenne tuttavia attraverso l'opera dei platonici fiorentini Marsilio Ficino e Pico della Mirandola e fu proprio nel sec. XVI, in occasione del fiorire di edizioni a stampa di testi greci del platonismo, arricchiti dalle opere attribuite agli antichi teologi – Ermete Trismegisto (Corpus Hermeticum), Orfeo (Inni Orfici), Pitagora (Versi Dorati ecc), Zoroastro (Oracoli Caldei) - che fu pubblicata la prima edizione a stampa di quest'opera, curata dal Lascaris, a Roma nel 1518.

 

Pico della Mirandola nell' Oratio de hominis dignitate lodava di Porfirio la ricchezza e la ‘Multiiuga religio’ (Poliedrica Religione), mentre il Poliziano ne ammirava la Vita Plotini, considerandola opera tanto di oratoria quanto di filosofia (tam oratorium quam philosophicum) secondo il suo amico Ficino (2).

 

Porfirio interpreta l'antro di Itaca, descritto nella Odissea di Omero, alla luce di un tema fondamentale del pensiero platonico: la discesa dell'anima nel mondo e il suo ritorno a Dio.


I versi di Omero sono i seguenti: "In capo al porto vi è un ulivo dalle ampie foglie: vicino ad un antro amabile, oscuro, sacro alle Ninfe chiamate Naiadi; in esso sono crateri e anfore di pietra; lì le api ripongono il miele. E vi sono alti telai di pietra, dove le Ninfe tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi; qui scorrono acque perenni; due porte vi sono, una, volta a Borea, è la discesa per gli uomini, l'altra, invece, che si volge a Noto, è per gli dei e non la varcano gli uomini, ma è il cammino degli immortali" (§1) (3).

 

Per Porfirio l'antro diventa la rappresentazione del Cosmo e in questo senso riporta numerose analogie con il culto mitraico; le Ninfe e le api sono le anime; i manti purpurei tessuti dalle Ninfe rappresentano il formarsi del corpo intorno alle ossa, mentre le due porte dell'antro sono le vie di discesa e risalita del percorso cosmico dell'anima.

 

Ma leggiamo, a questo proposito, cosa scrive Porfirio: “I teologi ponevano negli antri i simboli del cosmo e delle potenze cosmiche e della essenza intellegibile...(§9). Con Ninfe Naiadi indichiamo in senso specifico le potenze che presiedono alle acque, ma i teologi designavano tutte le anime in generale che discendono nella generazione. Essi infatti ritenevano che tutte le anime si posassero sull'acqua che, come dice Numenio, è divinamente ispirata; egli afferma che proprio per questo motivo anche il profeta disse: "II soffio divino si muoveva sull'acqua" (§10).

 

Numenio, un maestro di Porfirio, cita in questi versi, il profeta Mosè che egli paragonava a Platone, il "Mosè che parla attico". Si fa qui riferimento ai versi "...lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque" tratti dal Genesi (1, 2). Riguardo la formazione delle membra attorno alle ossa Porfirio scrive: «I crateri di pietra e le anfore sono simboli molti adatti alle ninfe che presiedono all'acqua scaturente dalla roccia, e quale simbolo sarebbe più di essi pertinente alle anime che scendono nella generazione e tendono alla creazione del corpo? Perciò il poeta osò dire che su questi telai "tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi". La carne infatti si forma sulle ossa e intorno a esse, negli esseri viventi le ossa sono la pietra, perché simili a pietra; perciò si dice che anche i telai sono di pietra e non di altra materia; i manti purpurei, poi, sarebbero evidentemente la carne, cioè il tessuto che si forma dal sangue: infatti le vesti di lana sono color porpora per il sangue, la lana è tinta con prodotti di origine animale, e la carne si forma con il sangue e a partire dal sangue. Il corpo poi è la tunica che avvolge l’anima come una veste, spettacolo davvero meraviglioso a vedersi, sia che si contempli la composizione d’insieme o il legame dell’anima con il corpo (§14).

 

Porfirio spiega inoltre per quale ragione le anfore non sono piene di acqua, ma di miele: "I teologi usano il miele in numerosi disparati simboli, perché è una sostanza con molte proprietà, in quanto possiede sia il potere di purificare, sia il potere di conservare...(§15). Pertanto il miele viene adoperato per purificare, per preservare contro la putredine e come simbolo della forza seduttiva del piacere che induce alla generazione; per questo è appropriato anche alle ninfe dell'acqua, come simbolo della purezza incontaminata delle acque - cui le ninfe presiedono - della loro virtù purificatrice e della loro cooperazione al processo generativo: l'acqua, infatti, coopera alla generazione" (§17)

 

Le api, come le Ninfe Naiadi, diventano per Porfirio rappresentazione delle anime: "Fonti e rivi sono propri delle Ninfe dell'acqua e ancor più delle ninfe - anime che gli antichi chiamavano specificamente api, perché artefici di piacere. Quindi Sofocle usa un'espressione appropriata quando, riferendosi alle anime, dice "Ronza lo sciame dei morti venendo alla luce" (§18).

 

II rapporto anime - api si trova anche in Platone (Fedro, 82 b) il quale accosta le anime temperanti e giuste ad api, vespe e formiche come specie civilizzate nelle quali gli uomini giusti possono reincarnarsi.

 

Le due porte dell'antro di Itaca vengono identificate da Porfirio come le due costellazioni dalle quali l'anima scende nella generazione facendone poi ritorno: "Considerando l'antro immagine e simbolo del cosmo, Numenio e il suo seguace Cronio dicono che ci sono due estremità nel cielo: di esse né una è più a sud del tropico invernale, né l'altra è più a nord del tropico d'estate. II tropico d'estate è in corrispondenza del Cancro, quello d'inverno in corrispondenza del Capricorno. E poiché il Cancro è oltremodo vicino a noi venne logicamente attribuito alla Luna, che è la più vicina alla terra; il Capricorno, poiché il polo sud è invisibile, venne segnato al pianeta più lontano e più alto di tutti [cioè Saturno]" (§21).

 

E ancora «I teologi, dunque, considerarono come porte questi due segni, Cancro e Capricorno - quelle che Platone chiamò imboccature - e dissero che di queste due il Cancro è la porta per la quale scendono le anime, il Capricorno quella per la quale risalgono. II Cancro settentrionale è via di discesa, il Capricorno meridionale è via di risalita. Le regioni settentrionali appartengono alle anime che discendono nella generazione, e quindi giustamente la porta dell'antro volta a nord è accessibile agli uomini; le regioni meridionali non sono luogo degli dei, ma di chi ritorna agli dei e proprio per questo il poeta disse che è cammino non di dei, ma ‘degli. Immortali’ espressione che si addice anche alle anime, perché sono immortali o in sé o nella loro essenza» (§22-23)

 

La fanciulla nuda sotto le stelle raffigura quindi una Ninfa Naiade, simbolo platonico di discesa dell'anima nella generazione. La stretta relazione dell'anima con il cielo, punto di origine e di ritorno dell'anima, fu credenza generale nella physiologia Ionica (V-VI secolo a.C.), ma la dottrina dell'immortalità astrale assunse la sua conformazione decisiva a partire dai miti di Platone descritti nel Fedro, nella Republica e nel Timeo. La presenza di elementi iconografici del mito, illustrati anche nelle carte della Luna e del Sole del medesimo foglio cinquecentesco, testimoniano l'inserimento di una tematica cosmologica di carattere neoplatonico che culminò con la raffigurazione dell'Anima Mundi nella carta del Mondo. Questi modelli iconografici vennero mantenuti in tutta la produzione successiva dei mazzi di tarocchi.

 

Il rapporto acqua-vita si riscontra anche nella mistica cristiana. Sulla spalla destra della Naiade, rappresentata nel foglio Cary, appare una piccola stella ad otto punte, come quelle che si trovano raffigurate in cielo. Una medesima stella appare spesso sul manto della Vergine Maria a significare pienezza di vita (figura 10 - Madre di Dio Galaktotrofusa, Museo Bizantino, Atene).

 

Questo numero è messo in relazione all'ottavo giorno dall'inizio della Creazione, momento in cui l'universo prese vita nella sua totalità, dopo il riposo di Dio nel settimo giorno. I battisteri cristiani sono infatti ottagonali, quale numero indicante la pienezza di vita che si ottiene attraverso l'acqua del battesimo (4).

 

A rappresentare la nascita nel mondo, nella carta di un tarocco italiano, sempre del sec. XVI, conservato a Rouen è stata raffigurata Venere uscente dalle acque del mare (figura 11). Già per i Sumeri Venere era "colei che mostra la via alle Stelle", simbolo di nascita in quanto dea dell'Amore "D'onde viene la generatione humana" (5). In questa ultima immagine la dea tiene nella mano destra una lancia, oggetto che assieme all'arco e alle frecce diventò parte dei suoi attributi. Per gli antichi Persiani, secondo una concezione passata nella mitologia greca e romana, Venere, come dea della sera, favoriva l'amore e la voluttà, mentre come dea del mattino presiedeva alle operazioni di guerra e alle stragi (6).

 

La lancia tenuta in mano da Venere diventa nella cima un fuso e a questo proposito è sempre il Cartari ad illuminarci: "Et appresso di Pausania si legge, che Venere fu posta da i Greci per una delle parche... e che nel tempio a lei dedicato erano guardati gli ornamenti de i morti, per ammonirci della fragilità della vita humana, il principio, e la fine della quale era in potere di una medesima dea. Perché Venere fu la Dea della generatione, e il farla la più vecchia delle Parche voleva a punto dire, che ella metteva fine al vivere humano" (7).

 

Note

 

1 - Pietro Aretino, Le carte parlanti (originariamente Diologo di Pietro Aretino, nel quale si parla del giuoco con moralità piacevole), Venezia, 1543; Andrea Alciati, Parergon iuris libri 7. Posteriores, Sebastianum Gryphium, Lugduni, 1544; Antonio Maria Spelta, Saggia Pazzia, Piacevole Pazzia, Ottavio Bordoni, Pavia, 1607. Alciati visse a Pavia o a Milano nel 1544. Per quest'ultima, si legga il nostro saggio Saggia Pazzia, Piacevole Pazzia.

2 - Denis M. Robichaud Poliziano’s Lamia: Neoplatonic Commentaries and the Plotinian Dichotomy between the Philologist and the Philosopher (La lamia di Poliziano: commenti neoplatonici e la dicotomia plotiniana tra e il filologo e il filosofo), in Angelo Poliziano’s Lamia: Text, Translations and Introductory  Studies (La Lamia di Angelo Poliziano: testo, traduzioni e studi introduttivi),  a cura di Christopher S. Calenza, Brill, Leiden, 2010, pp. 166-167.

3 - Nostra edizione di riferimento per la traduzione: Laura Simonini (a cura), L’Antro delle Ninfe, Milano, Adelphi, 1986.

4 - Per un approfondimento sul significato mistico del numero otto si legga il saggio Castel del Monte

5 -  Vincenzo Cartari, Imagini de gli dei de gli Antichi, In Venetia, Presso il Tomasini, MDCXLVII [1647], p. 279.

6 - Edouard Dhorme, Les Religions de Babylonia et d'Assyrie, Paris, Presses universitaires de France, 1949, p. 68.

7 - Vincenzo Cartari, op.cit., pp. 161 - 162.

 

Copyright Andrea Vitali © Tutti i diritti riservati 1991 - 2010

 

 

 

 

 



 

Saggio di Andrea Vitali, 1986 

 

La carta della Torre nel Rinascimento venne chiamata con vari nomi: se nel Sermones de Ludo appare come 'Sagitta', altri autori fra cui il Garzoni, il Piscina, il Pomeran e Teofilo Folengo la definiscono 'II fuoco'. Ma fu anche chiamata 'La casa del diavolo' a Ferrara, 'La Magione di Plutone' e 'La casa' dall'Aretino. Venne chiamata ancora 'La casa del dannato', 'Inferno' e 'Cieli'.

 

Verso la metà del sec. XVII in Francia si iniziò a chiamarla Maison-Dieu e Maison de Dieu ovvero ‘Casa di Dio’, mentre in Italia a metà Ottocento fu denominata La Torre, termine con il quale è tutt’ora conosciuta.

 

Innanzitutto occorre evidenziare come per ‘Casa di Dio’ si debba intendere sia la Chiesa fisica che altri luoghi dove regna la grazia divina e per ‘Casa del Diavolo’ l’Inferno in senso stretto e luoghi d’impurità dove si vive nel peccato. Scrive al riguardo della casa di Dio S. Bernardino nelle sue Prediche Volgari laddove ammonisce le donne a non riunirsi nelle chiese per trattare dei loro affari: “Donne, io non so come voi vi chiamate quando voi vi ragunate in chiesa; se voi la chiamate la matricola, o la ragunauza. Dicovi e ammoniscovi, che mai non v'è lecito a farla in chiesa, però che la chiesa è casa di Dio: non vi si die fare mai per niuno tempo niuna vanità. Domum tuam, domine, decet sanctitudo: la tua casa Signor mio, dice David, è casa di santità. E però io vi dico, che mai voi non facciate in chiesa queste tali ragunate; se voi le volete pur fare, fatele in altro luogo, perocché il luogo della chiesa è ordinato per celebrare e per orare” (1).

 

Lo stesso Bernardino così si espresse invece riguardo l’Inferno come casa del Diavolo: “Io vidi l'impio levato in alto come uno cedro in Libano, e poco poco istei, e io non lo vidi più, che sparì via; cerca cerca costui, non si trova nel mondo, che egli era stato tagliato a pezzi, perchè era parziale. O forse che sarà andato in paradiso? lo miro, anco non lo veggo. O forse egli è in purgatorio? Anco vi vò, e non vel trovo. O due sarà costui? Nel mondo non è, nel paradiso non è, nel purgatorio anco non è: o due può esser costui? Sai dove il trovarai? A casa del diavolo, in inferno, e con loro si riposarà eternalmente!” (2).

 

Il gesuita Carlo Ambrogio Cattaneo (nato nel 1645) nelle sue Lezioni Sacre parlando di coloro che si dannavano per accumulare denari, lavorando da mattina a sera senza mai prendere riposo, patendo ancor più al solo pensiero di osservare la legge divina, non trovando o non volendone trovare il tempo, li esorta a non affaticarsi oltremodo per procurarsi ‘la casa del Diavolo’ quando impazzendo di meno avrebbero potuto acquistare ‘la casa di Dio’: “Il Grande Iddio, quantunque nell' operare non si stanchi, il settimo giorno si riposò. Per voi non v'è nè feria, né festa, nè giorno, nè notte, che vi dia pace. Un po' meno di avidità non sarebbe ella la vostra vita, anche temporale? Quattro soldi di meno non vi guadagnerebbono tanti anni di più in questo, e tanto maggior capitale di gloria nell'altro mondo? Eppur voi intisichite, immagrite, impazzite, perchè un vostro erede abbia molto da spendere, perchè il fisco abbia forse ad ingrassare. Non la finirei mai se volessi interrogare uno per uno tutti i peccatori, e cavar loro di bocca questa veritiera confessione, che patiscono più nella via della perdizione, che nella via della salute. E diranno poi di violar la legge di Dio, perchè patiscon troppo ad osservarla? Che magra scusa! Lo confesseranno una volta, ma inutilmente, con quei sciocchi mentovati nella Sapienza; Ambulavimus vias difficiles, & lassati sumus in via iniquitatis: Guarda! abbiam fatta tanta spesa per comperarci la casa del diavolo; e con minor spesa potevamo comperar la casa di Dio, e prender luogo, o tra i confessori, o tra i penitenti. Lassati sumus, lassati sumus” (3).

 

Per comprendere il concetto di casa di Dio e casa del Diavolo come luoghi dove regna la grazia o il peccato, possiamo fare riferimento alla vasta agiografia composta sulla vita di José de Calasanz, in Italiano Giuseppe Colasanzio (1557-1648), a cui si deve la fondazione della Società della Congregazione Paolina dei chierici poveri della Madre di Dio, eletta a ordine regolare nel 1622 (Scolopi) da Papa Gregorio XV, per poi essere proclamato santo da Clemente XIII nel 1767.

 

Fra le numerosissime testimonianze dell’epoca in cui visse, riportiamo la seguente, dove le espressioni Casa di Dio e Casa del Diavolo sottolineano la scelta di alcuni uomini di cambiare vita, rinnegando il Diavolo per abbracciare Dio. Brevemente la storia: quando Giuseppe giunse a Napoli, si accorse che un teatro, utilizzato allora per le pubbliche commedie, per la sua posizione, sarebbe stato il luogo ideale per ospitare i fanciulli poveri. Ovviamente i proprietari si scontrarono con questa sua risoluzione e si incontrarono con Giuseppe allo scopo di denigrarlo e osteggiarlo. Ma il fondatore degli Scolopi seppe talmente persuaderli con dolci e soavi parole, che questi rinunciarono al teatro, ritenuto dai religiosi servo del Demonio e scuola di vizi. Grazie alle sue parole, Giuseppe non solo riuscì a mutare quella che era considerata una casa del Diavolo in una casa di Dio, ma ottenne di più in quanto i suoi oppositori rinunciarono alla loro vita peccaminosa per dedicarsi a opere di pietà (4).

 

Entrambe le espressioni nella tradizione popolare italiana di alcune regioni mantengono significati equivalenti: abitare 'a casa di Dio' o 'a casa del Diavolo' vuol dire esattamente la stessa cosa, cioè vivere in un luogo lontano e scomodo, in capo al mondo (5). 

 

Come detto, l’espressione Maison-Dieu venne per la prima volta attribuita alla carta nella Francia del XVII secolo. Equivalente a Hotel-Dieu, il suo significato è quello di ‘Ospedale’ e di ‘Ospizio’ (6). In quel paese l’assegnazione di luogo irraggiungibile, lontano, viene indicata tramite l’espressione “au diable Vauvert”. Esiste fuori Parigi un Château Vauvert (Vauvert = Valle Viridis cioè Valle Verdeggiante) che nel medioevo era ritenuto frequentato dal diavolo perché luogo di atti blasfematori. Saint Louis nel XIII secolo lo fece purificare e vi installò un convento, fra l'altro ubicato in Rue d'Enfer. In considerazione della difficoltà dei trasporti dell’epoca e dell’aspetto esotico del luogo, l’espressione sottintendeva un viaggio in luogo lontano, fuori dal normale, dato che il posto si trovava allora fuori dalla porta di Parigi più lontana dal centro (7).


‘Maison du Diable’ è un'espressione che si  può ancora trovare in vari quartieri della Francia legati a storie locali o leggende che si riferiscono a edifici abitati da spiriti malvagi.

 

Tutti i termini sopra indicati attribuiti a questa carta, da foco, sagitta, casa, casa del diavolo, etc, sono significativi dell'allegoria rappresentata, cioè la distruzione di una casa attraverso fuochi o fulmini che, secondo la concezione cosmologica del tempo, erano ritenuti provenire dalla 'Sphaera Ignis', sfera o cerchio di fuoco che sovrastava la terra. Di seguito, salendo verso i Cieli più alti, erano posti il cerchio della Luna, del Sole e quello delle Stelle, corpi celesti che ritroviamo nei tarocchi dopo la carta della Torre (figura 1 - A. Durer (attrib.), Il Settimo giorno della Creazione, xilografia, in "Nuremberg Chronicle" di Hartmann Schedel, Norimberga, 1493).

 

Tale distruzione poteva essere compiuta sia per mano divina, ma anche dal diavolo se Dio lo permetteva. Nel Tarocco di Carlo VI una torre pare sgretolarsi sotto l'azione di un fulmine proveniente dall'alto, mentre lingue di fuoco escono da fenditure createsi nei suoi muri (figura 2). Nella Bibbia, l'ira di Dio contro gli stolti che non credono in Lui e contro i peccatori si manifesta con 'fuochi e fulmini'.

 

Numerosi sono i passi biblici a questo proposito: "Tu hai schiacciato la cima della casa dell'empio" (Abacuc 3,13); "Invierò un fuoco nella casa di Hazael che divorerà i palazzi di Benadad" (Amos 1, 4); "Jahvé comparirà su loro e la Sua saetta guizzerà come lampo" (Zaccaria 9,14); "Sono fuggiti davanti alla luce delle tue saette, davanti al folgore della tua lancia lampeggiante" (Abacuc 3, 11); "Rovescerò su di te il mio furore, scaglierò contro di te il fuoco della mia collera e ti darò in mano a uomini brutali, artisti della distruzione" (Ezechiele 21, 36); "La casa degli empi sarà distrutta, ma la dimora dei giusti germoglierà" (Proverbi 14, 11); "Cosi parla il Signore, Jahvé: ecco che io sto per accendere in te un fuoco che divorerà in te ogni albero, verde o secco che sia; è una vampa che non si spegnerà e ogni cosa ne sarà arsa, dal mezzogiorno fino al settentrione" (Ezechiele 21, 3) (8). 

 

Assumendo su di sé i peccati degli uomini, Cristo  spezzò i fulmini dell’ira divina, una prerogativa appartenente anche alla Beata Vergine grazie alle sue intercessioni e a tutti i santi (figura 3 - Benozzo Gozzoli, San Sebastiano con devoti, affresco, completato il 28 luglio 1464. Si noti nella parte superiore la figura di Dio Padre con in mano una sagitta, una delle tante che gli angeli spezzeranno grazie alla vita virtuosa e santa di Sebastiano figura 4 - Particolare dell'affresco, Chiesa di Sant’Agostino, San Gimignano).

 

Un'attenta osservazione della figura della Torre nel Foglio Cary, unitamente all'immagine della 'Foudre' nel Tarocco Vieville, mi ha permesso di comprendere quello che dal 1500 in poi divenne il significato di questa carta. Nel Foglio Cary appare alla base di una torre la testa di una mucca (figura 5); nel Tarocco Vieville la torre è sostituita da un albero con un pastore e un gregge (figura 6), mentre dal cielo cadono delle palle come nel foglio Cary, che rappresentano in forma stilizzata i fuochi e le pietre della distruzione, quali si ritrovano nell'opera di Luca di Leida Loth e le figlie (figura 7). Per spiegare queste immagini possiamo far riferimento alla distruzione della Casa di Giobbe operata dal demonio, il quale avutone da Dio il consenso, tentò la fede di Giobbe nel suo Signore, distruggendogli la casa e gli armenti. É scritto infatti nella Bibbia: "II fuoco di Dio è caduto dal cielo, ha bruciato le greggi e ha divorato i servi" (Giobbe 1, 16); "I tuoi figli e le tue figlie stavano pranzando e bevendo vino in casa del loro fratello maggiore, quand'ecco un gran vento arrivò dalla parte del deserto e colpì i quattro spigoli della casa, che è caduta sui giovani, uccidendoli" (Giobbe 1, 18).

 

Una raffigurazione di questo passo biblico è stata dipinta da Bartolo di Fredi nel 1367 nella Collegiata di San Gimignano (figura 8). L'affresco ci mostra una casa merlata il cui tetto rovina all'interno uccidendo i suoi abitanti. Uno di questi è raffigurato nell'atto di fuggire all'aperto, secondo un'iconografia che si riscontrerà nelle minchiate di Firenze (figura 9). Sopra la casa appare un diavolo che suona una tromba. Alla destra della casa è rappresentato il versetto 1, 17 di Giobbe "I Caldei hanno fatto tre bande, si sono gettati sui cammelli e li hanno presi e hanno passato a fil di spada i servi". Sotto l'affresco appare la seguente descrizione "Come el demonio nabissò casamenti ne quali erano phigliuoli et phigliuole et li beni di Giobbe". In questo passo biblico l'ispiratore del male è Satana. II senso del dolore che deriva da questa prova è che esso è sacro in quanto la sua esistenza è necessaria al fine di provare la fedeltà dell'uomo verso Dio: In tutte queste cose, Giobbe non peccò, ne attribuì stoltezza a Dio "Nudo sono uscito dal seno di mia madre e nudo vi farò ritorno! Jahvé ha dato e Jahvé ha tolto: il nome di Jahvé sia benedetto" (Giobbe 1, 21-22). Dio aveva permesso la prova proposta da Satana sicuro che Giobbe l'avrebbe superata.

 

II racconto biblico vuole insegnare che Dio può permettere che tutti gli uomini vengano colpiti e oppressi. Con le parole del Padre Nostro "Non ci indurre in tentazione" noi chiediamo a Dio di non dover sottostare alle tentazioni, le quali sono di due nature: quelle che spingono al male perché si presentano sotto piacevole veste e quelle che possono far dubitare di Dio perché arrecano dolore. Pur nella tragedia e nelle tentazioni è data agli uomini la possibilità di scelta. I termini attribuiti a questa carta, cioè ‘Casa del Diavolo’ e successivamente ‘Casa di Dio’ trovano una loro spiegazione alla luce di quanto esposto. La casa di coloro che manterranno la fede, sarà protetta da Dio, la casa di quelli che invece rinnegheranno il Creatore diventerà preda del demonio.

 

La carta della Torre nel Tarocco Parigino di anonimo del sec. XVII, definita ‘La fouldre’, ci mostra un diavolo che suona il tamburo e più confusamente altri demoni (figura 10). La figura è stata così rappresentata in base ad una variante del significato di ‘Casa del Diavolo’ cioè "luogo rumoroso, baccano, frastuono, pandemonio, confusione". II Carducci nei suoi ricordi autobiografici così si esprime a questo proposito: "Per quello che mi ricordo, direi semplicemente che facevano una casa del diavolo. Del resto io non ho mai suonato o giocato a' miei giorni, né cantato o ballato mai se non per burla" (9). 

 

L'immagine della Torre nel Tarocco di Catelin Geofroy del 1557, mostra Orfeo nell’atto di suonare una viella, antico violino, mentre dietro lui un diavolo trascina con sé agli inferi Euridice piangente e disperata (figura 11) secondo una raffigurazione pittorica del mito. Infatti Orfeo, nell’incertezza che Ermes avesse mantenuto il patto di liberare Euridice alla condizione che si fosse fidato di lui, si voltò per essere sicuro che la sua amata lo seguisse. Tale perdita di fede nel Dio divenne la sua tragedia in quanto Euridice venne riportata negli Inferi (10). Questo mito rimanda, con il medesimo significato di perdita di fede, alla moglie di Loth allorquando, mentre Sodoma veniva distrutta dalla potenza divina, si voltò incredula che potesse avvenire una simile tragedia, disubbidendo in tal modo a Loth che le aveva raccomandato di non farlo così come Jaweh aveva imposto. Per questo venne tramutata in una statua di sale (Genesi, 13.10). Anche in questi due miti pertanto la tentazione svolge un ruolo fondamentale, poiché sia Orfeo che la moglie di Loth vennero tentati non credendo a quanto il loro Dio aveva loro promesso, risultandone distrutti, Orfeo nell’animo e la donna nel corpo.

 

Nel Foglio Rosenwald del sec. XVI una costruzione viene colpita dalla punta di un fulmine, mentre lingue di fuoco, provenienti dal sole si abbattono su di essa (figura 12). Ho trovato una medesima figura nel Triompho di Fortuna del 1527, libro di sorte composto da Sigismondo Fanti ferrarese (11). In quest'opera i significati di "Casa del Diavolo" e "Casa di Dio" vengono ancora accomunati e spiegati con due interpretazioni contrapposte relative alla domanda LII intesa a conoscere "In che luogo daranno quest'anno i fulgori: dimostra L'Auttore in questo luogo, che Dio acciochè gli huomini si r'avvedano de loro errori, lassa alcuna volta incorrere, che i folgori diano in alchuni luoghi. Onde il Fanti minaccia molto ogni generatione di persone, ma sopratutti coloro che tengon poco conto del colto divino" (12). 

 

Dobbiamo innanzi tutto notare che il primo termine che definisce la Torre è 'La Sagitta' che ritroviamo nel Sermones de ludo cum aliis. La sagitta, saetta o fulmine, con il suo 'fuoco' colpisce, in una di queste figure inserite nel Trionfo di Fortuna, i monasteri femminili, a causa del grande disordine che vi regna, facendo adirare i 'cieli', altro antico termine di definizione per la Torre (figura 13).

 

Marte furioso se ben fisso miri 

Le saette dimostra a cascar hanno

Ne i feminili monestier quest’anno

Pel disordine: che fa i ciel se adiri (13).

 

[Se ben attentamente guardi il furioso Marte

I fulmini dimostrano che cadono

Quest’anno nei monasteri femminili

A causa del disordine che fa adirare i cieli] 

 

In un'altra immagine i fulmini cadono nei letti dei gran signori perché tiranni. Case, quindi, di dannati, e abitazioni dove il diavolo regna sovrano (figura 14

 

Nanti che s’empia della Luna i corni

Da dieci fiate i celesti fulgori

Ne i letti caderan di gran Signori

Se tirannia non scaccia in brieve giorni (14).

 

[Prima che la Luna riempia i suoi corni (cioè diventi piena)

Da dieci punti del cielo i celesti fulmini

Cadranno nei letti dei grandi Signori

Se in pochi giorni essi non scacceranno la tirannia (se in pochi giorni non cesseranno di essere tiranni)]

 

In un terzo quadro troviamo invece una variante in positivo della stessa immagine: la saetta questa volta non distrugge, ma lascia nell'abitazione una Pietra Santa, cioè la punta del fulmine che secondo la credenza popolare, per la sua provenienza celeste, si manifesta come un dono divino. (figura 15) (15). La quartina che illustra questa figura riporta i seguenti versi:

 

Non ti curar gia per te far redire   

In casa liè caduta Pietra Santa

Che di tal Sacrilegio niun si vanta

Puoterlo in gaudio gran tempo fruire (15).

 

[Non ti preoccupare per tuo vantaggio di far conoscere (cioè non darti da fare per far conoscere alla gente)

Che in casa (tua) è caduta la Pietra Santa

Poiché di tale manifestazione sacrale nessuno si deve vantare

Per poterne fruire con gioia nel più lungo tempo possibile].

 

La concezione che i fulmini potessero essere di due specie diverse, l'una distruttrice, l'altra benefica, si trova già in Plinio che nell'opera Naturalis Historiae (XXXVII, 134) divide le pietre del fulmine in nere e rosse. Con quelle nere e rotonde, che risultavano sacre e si chiamavano Betili, si potevano espugnare città e flotte nemiche, mentre quelle rosse erano definite normalmente semplici fulmini. II Betilo - termine derivato dall'ebraico Beth-el = Casa di Dio - viene accomunato dalla tradizione popolare ad ogni pietra di provenienza celeste.

 

Nel volume del Fanti, la configurazione dei segni astrologici che circondano l'immagine della torre colpita da un fulmine è di buon auspicio nel terzo oroscopo, ma è infausta negli altri due. I diversi oroscopi prevedono diverse conseguenze da parte di Dio per le diverse azioni degli uomini.

 

Alla luce di quanto presentato si consideri il testo astrologico cinquecentesco Le plaisant jeu du Dodechedron de fortune di Jean de Meung (16) in cui la nona casa astrologica, definita come la "Maison de dieu", contempla aspetti di varia natura, anche fra loro in opposizione, e fra questi "Le punizioni divine che spesso mettono in pena".

 

Dalla Maison-Dieu del Tarocco di Marsiglia come dalla Torre del Foglio Rothschild (figura 16), due figure umane vengono gettate a terra dalla forza distruttrice del fulmine, che colpisce la sommità dell'edificio secondo un'iconografia riscontrabile anche in una stampa cinquecentesca dell'Aeneidos di Virgilio (figura 17).

 

Note

 

1 - S. Bernardino da Siena, Prediche Volgari. Per la prima volta messe in luce, Cap. I: “Delle divisioni e parzialità: degli stermini per i peccati”, Siena, Tipografia G. Landi e N. Alessandri, All’insegna dell’Ancora, 1853, p. 312.

Ibidem, p.  34.

3 - Opere Del Padre Carl’Ambrogio Cattaneo Della Compagnia di Gesù. Tomo PrimoNel quale si contengono Le Lezioni Sacre, In Venezia, Presso Niccolò Pezzana, MDCCLI [1751], pp. 268-269. Per la prima volta pubblicate a Milano nel 1713.

4 - Cfr: Innocenzo di S. Giuseppe, Della Storia, della Vita, Virtù, e Fatti del Venerabile P. Giuseppe della Madre di DioLibri Cinque, Libro Terzo, Capo XI, In Roma, Nella Stamperia di S. Michele a Ripa Grande, MDCCXXXIV [1734], p. 176. Per l’originale dell’intero passo si legga il saggio Casa di Dio - Casa del Diavolo.

- Voci 'Diavolo' e 'Casa' in Grande Dizionario della Lingua Italiana UTET, 1962 e ‘Casa’ in Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Hoepli, 2010.

6 - Voce Maison-Dieu, in  "Grand Robert Dictionnaire de la Langue Francaise", Paris, Robert, 1986.

7 - Voce: Au diable vauvert, in "Les expressions francaises décortiquées explications sur l'origine, signification, exemples, tradutions", online al link http://www.expressio.fr/expressions/au-diable-vauvert.php.

8  - Dalla versione di Re Giocomo.

9 - Dizionario UTET, op. cit., p. 337. 

10 - Ringrazio Michael Howard per questa illuminante informazione.

11 - Sigismondo Fanti, Triompho di Fortuna, Impresso in la inclita citta di Venegia: per Agostin da Portese: ad instantia di Iacomo Giunta mercatante florentino, 1526 nel mese di genaro 1527.

12 - Ibidem, p. non numerata.

13 Ibidem, Carta XCIIIIr, Figura VII.

14 - Ibidem, c. XCVr, figura VIII.

15 - Ibidem, c. XCVIr, figura VI.

16 - Jean de Meung, Le plaisant jeu du Dodechehedron de Fortune, A Paris, Pour Ian Longis & Robert le Mangnier, 1560. 

 

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