Saggi di Andrea Vitali

Tarocchi testimoni di una congiura - 1523

A difesa di Pallavicini Visconte, Vescovo di Alessandria

 

In occasione delle interminabili lotte per il mantenimento del possesso di Milano da parte degli Sforza contro i Francesi che intendevano conquistarla, mentre nella città infuriava la peste, con il duca Francesco Sforza riparato a Monza, e le pubbliche funzioni in mano a Prospero Colonna e Girolamo Morone, si stava formando una congiura per uccidere lo Sforza e il Morone, incarcerare il Colonna per poi cacciarlo da Milano e al grido ‘Francia, Francia’ chiamare alle armi i propri sostenitori. I congiurati potevano contare sulla figura di Galeazzo Visconti, partigiano dei Francesi e su un gran numero di banditi pronti alla bisogna raccolti presso i confini del ducato. Pare che alla testa della congiura stesse Pallavicino Visconti, vescovo di Alessandria, adirato con lo Sforza e il Morone, per l’uccisione di Estorre Visconti, trucidato da Gianiacopo Medici per ordine del duca su istigazione del Morone, nonostante il suo coinvolgimento sia da ritenersi assai improbabile.

 

Poiché si temeva che la congiura da lì a poco potesse essere scoperta, si decise di anticipare gli eventi. Bonifacio Visconte, tenuto per amico dal duca, ma congiurato anch’egli, si offerse di compiere il delitto. Trovandosi quest’ultimo con il duca il 21 agosto del 1523 sulla strada che conduceva da Monza a Sesto, Bonifacio ritenne che l’occasione fosse propizia per compiere il misfatto tanto più che solo pochi amici fidati dello Sforza erano di scorta, mentre la sua guardia personale era rimasta indietro causa un gran polverone.

 

Cavalcava il duca un alto cavallo turco e il Visconte una muletta. Avvicinatosi quest’ultimo al duca, gli vibrò un colpo da dietro, ma a causa della differenza delle altezze riuscì solo a ferirlo alla spalla. Lo Sforza fuggì e la congiura venne smascherata. Tosto che la notizia dell’attentato pervenne al Morone, questi fece occupare tutte le porte di Milano da forti guardie, ricercare in tutte le case dei sospetti e arrestare coloro che sembravano consapevoli della trama. Più di settanta furono condotti in prigione e ogni tentativo di sommossa fu reso impossibile.

 

Il Pallavicini, condotto in prigione a Cremona e processato, fu ‘dannato a morte’ ma riuscì a fuggire dal carcere. Il Guicciardini scrive che egli si mise volontariamente nelle mani del Colonna e dopo essere stato esaminato, inviato in prigione “sendo varii i giudicii de gl’huomini se e fusse stato conscio, o no, di questa cosa” (1). Contrario al Guicciardini fu il Ghilini che assicura come certa la sua partecipazione alla congiura, per medesima confessione dell’imputato, mentre lo Schavina e il Lumelli concordano col Guicciardini. Scrive il Lumelli al riguardo: “Tamen Bonifacius haud semel professus est, nemine hominum conscio, sed proprio motu id aggressum fuisse, quia principem nosset in se male animatum fuisse” (2). In poche parole Bonifacio, che era fratello del Pallavicini e che aveva compiuto materialmente l’atto, ammise che la decisione di offendere il duca gli derivò da un moto proprio e che nessun altro sapeva di questa sua intenzione.

 

In un atto della difesa del Pallavicino, di cui siamo venuti a conoscenza presso l’Archivio Fiorentino (3), le carte dei tarocchi svolgono un ruolo fondamentale. La difesa, dopo aver sottolineato che il Pallavicini desiderava pagare una cauzione e di lasciare l’Episcopato di Alessandria (non volle essere più de ecclesia) pose due obbiezioni (obiecti) riguardo alla tesi dell’accusa: “Contra monsignore episcopo di Lixandria, quanto al Duca, tra tuti li processi de tuti li incarcerati per dieta causa appareno duy obiecti”.

 

La prima obbiezione riguardava la deposizione di un certo Papino il quale asserì che il Monsignore, mentre si trovava in casa sua, praticamente di fronte ad otto e dieci persone che stavano giocando a tarocchi in un camerino distante pochi metri da dove i due si trovavano, disse che sarebbe stato in grado di uccidere il duca. Al che Andrea Muldara, altro congiurato, dal camerino rispose che sarebbe stato meglio che si occupasse personalmente della cosa Bonifacio Visconte. Per la difesa, quanto riportato dal Papino, ‘servitor et matto fantastico’, appare un’assurdità, in quanto il Monsignore, da persona intelligente qual era, non si sarebbe mai sbilanciato a dire una cosa del genere di fronte a tante persone che giocavano a tarocchi a pochi metri da lui in un camerino e con l’uscio aperto. Talmente assurda la cosa che sembrava più la vicenda di una  commedia che la verità.

 

Questo il testo originale:

 

“Li primi è per il dicto de uno, cognominato Papino; epso a principio dipose il suo dicto, che essendo il predetto mons.re in casa sua in uno camarino, dove erano otto o dece persone zogando a tarochi, et essendo aperto l’uschio disse, che saria bono de occider il duca, et che m. Andrea Maldura rispose: saria bono Bonifacio Vesconte, et che se disse in ditto camarino, ch’era a proposito, essendo un scavezza collo”.

 

Appare la vera imagine di falsità, che ditto mons.re, homo d’ingenio, proponesse tal partita in presentia de molte persone, fra le quale ancora li fusse ditto Papino, servitor et matto fantastico, et essendo l’uschio aperto, zogandosi a tarochi, como se si fusse tractato comedia”.

 

La seconda obbiezione riguardava il fatto che i diversi accusati, sotto tortura,  attestarono il contrario di quanto aveva espresso il Papino, come il Maldura, giovane di anni ventitré, che nonostante avesse subito molti tratti di corda e gli avessero bruciato i piedi tanto da fargli perdere addirittura un dito, purgò l’asserzione del Papino e cisì fece anche Mons. Giovanni d’Asta che era nel camerino con gli altri a giocare a tarocchi, facendo passare quanto il servo aveva asserito come falsità tanto da far suppore di “non farsi fondamento di detto Papino”.

 

“El ditto Maldura, qual è gentilomo, doctore et giovano de anni xxiii, ha purgato il ditto iudicio, et sustenuto il contrario con molti tracti di corda et al focho sì aspero, che è remasto quasi stropiato de li pedi, nè anchora son saldati, et il foco li levò uno dido".

 

“Mons.‘ Giovan D’Asta imputato, che era in dicto camarino, con gran tracti de corda ha sustenuto il contrario; è homo grande et molto ponderoso; epso al presente si relaxa, per il che appare, como di sopra, non farsi fondamento de ditto Papino”.

 

A conclusione, la difesa sostenne che il Papino molte volte ammise di aver mentito, e anche in punto di morte, nell’atto della confessione. Tale fatto scagionava completamente il Monsignore, dato che nessuno per paura di andare all’Inferno oserebbe mentire in quell’ora suprema.

 

“Ult.mo Ditto Papino infinite volte ha redito, maxime al confessator e in extremo di morte, ne li quali tempi si presume, che si debia dire la verità, che niuno voglia morire in peccato mortale”.

 

Seppur carcerato, come abbiamo precedentemente descritto, Pallavicino Visconte, riuscì a fuggire con la complicità dei parenti, cosa che era già accaduto in passato nella sua vita. Allorché le autorità politiche cessarono di investigarlo, come aveva promesso, rinunciò al Vescovado.

 

Note

 

1 -  Francesco Guicciardini, La Historia d’Italia, Libro Quinto Decimo, In Fiorenza, Appresso Lorenzo Torrentino Impressor Ducale, MDLXI [1561], p. 592.

2 - Giuseppe Antonio Chenna, Del Vescovado de’ Vescovi e delle Chiese della Citta’ e Diocesi d’Alessandria, Libri Quattro, Tomo Primo, Alessandria, Nella Tipografia d’Ignazio Vimercati, MDCCLXXXV [1785], p. 273.

3 - Minuta de la Instructione qual se ha da fare per lo Episcopo di Lixandria, Carte Stroniane, filza 163. Archivio Centrale di Stato, Firenze.

 

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