Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

I tarocchi nelle Riviste dell'Ottocento

Testi letterari e storie di vita vissute

 

Saggio di Andrea Vitali, dicembre 2019

 

I testi riportati, fra gli innumerevoli tratti da riviste dell'Ottocento in cui si fanno riferimenti ai Tarocchi, testimoniano la grande popolarità di quel gioco, in assoluto il più frequentato del secolo non solo in Italia ma nell'intera Europa. Ci giocavano tutti indistintemente, dal  medico al parroco, al servo, etc, etc, anche se molti si sedevano al tavoliere per compiacere agli amici stando in loro compagnia "Venuta la sera, mi reco al vicino Gaggiano nella casa dello speziale, ove si raduna la miglior brigata del paese – il parroco, il medico e l'agente comunale – rispettabili persone che amano appassionatamente i severi colloqui, gli amabili ragionari e il giuoco del tarocco. Quanto agli amabili ragionari e ai severi colloqui, me la cavo come posso. – Quanto al tarocco, lo giuoco ad occhi chiusi... giacchè mi fa dormire" (1). Fra l'altro, sembra che i religiosi fossero i maggiormenti appassionati, fatto non insolito fin da diversi secoli precedenti. Celebre nell'Ottocento fu un priore dei certosini che si spretò dal momento in cui il suo ordine venne abolito: "E quell' ex - priore de Certosini, così famoso giuocator di tarocco, che fra una partita e l'altra narra quelle tante maraviglie intorno alla munificenza della Certosa, e declama sempre contro l'irreligione del secolo, di cui assegna come causa principale l'abolizione del suo ordine!" (2). Non solo ai religiosi piaceva giocare, ma infischiandosene dei principi etici, alcuni di essi baravano quando potevano, dato che a nessuno piace perdere. Di seguito quanto riportato nell'Ardita, rivista mensile del Giornale Il Popolo d'Italia del secolo seguente: "Qualche volta capitava il pievano di Cerovo e il farmacista di Medana per il terzo a tarocchi; ma poi il nobile Aldimari si lagnava con la moglie perchè il pievano cambiava le carte di nascosto e rubava sul conto dei punti" (3). 

 

Il ‘bussoletto’ del raggiro

 

Nel passo seguente un prestigiatore, per manifestare la sua bravura coi trucchi, utilizza, oltre ai bussolotti, anche un mazzo di tarocchi. I bussolotti erano gli oggetti maggiormente usati dai cosiddetti bagatti ovvero i prestigiatori (4) che li utilizzavano allo scopo di storcere denaro al pubblico. Non è a caso quindi che l’autore dell’articolo li identifichi attraverso tre attributi spregiativi: bussolotti del raggiro, dell’ipocrisia e dell’adulazione. Se il raggiro fa riferimento ai trucchi utilizzati dai prestigiatori, l’adulazione è da mettere in relazione con l’attribuzione di intelligenza rivolta da questi ultimi alle persone del pubblico grazie alla quale esse certamente avrebbero indovinato sotto quale bussolotto sarebbe andata a finire la pallina, mentre l’ipocrisia il sapere che in realtà non l’avrebbero mai indovinato dato il trucco utilizzato.    

Nonostante ciò, l’autore dell’articolo non può che provare una sarcastica simpatia per questi personaggi capaci, attraverso trucchi, di approfittarsi dell’ingenuità altrui, e lo fa citando Napoleone e la sua frase “Il mondo è di chi lo piglia”, una sentenza che evidenzia come in realtà il mondo non cambi e cambierà mai: i furbi prevarranno sempre!

 

“Il mondo è di chi lo piglia, diceva Napoleone, e la sentenza è tanto vera che nulla vi è da ripettere.

Ma a pigliare il mondo come si fa? Una volta lo pigliavano i più forti: più tardi lo pigliarono i più eloquenti: vi fu un tempo in cui lo pigliarano i più virtuosi: ora lo pigliano... i più scaltri.

Ed in questo secolo di scaltrezze è difficile stabilire quale di esse meriti la preferenza. In una palestra in cui son tanti i concorrenti, non è agevol cosa meritare uno sguardo d' incoraggiamento: tutti sono preclari, sono tutti maestri: maestro è il giullare, maestro il saltimbanco, maestro il prestigiatore, maestro il barattiere, maestro il ciurmatore, maestro il trombettiere, maestro il buffone; io m'inchino al merito di tutti, e so onorare gl'ingegni: ma senza far torto a nessuno, quello che oggi sono più in vena di ammirare è il giocolatore,

Questo potente personaggio del secolo decimonono io non ho mai potuto vederlo senza sentirmi compreso da profondo rispetto: il mondo è suo. O sia che egli si presenti sopra una pubblica piazza, o in privato crocchio di amici, in una bottega di caffè, o in un teatro, o in una sala, o in un'accademia, voi lo vedrete sempre giuocar di bacchetta, spacciare le sue polveri, mettere in giro le sue pallottole, e riuscire in ogni suo intento col solo aiuto della tasca delle furberie.

Il mondo è dei giocolatori. Di questi padroni del mondo ne ho veduto uno, già sono molti anni, il quale sulla piazza di non so più qual paese, dopo avere mangiata molta stroppa, vomitato molto fumo, e partoriti mille nastri di mille colori, così prese a parlare al rispettabile pubblico:

Signori! Vedete voi questi bossoletti? In questo non c'è niente, in questo niente, in questo niente affatto. Il primo si chiama il bossoletto del raggiro, il secondo dell'ipocrisia, il terzo dell'adulazione: niente in questo, niente in questo, niente in quest'altro... a voi signora pallottolina che vi chiamate la bella sfrenata, tocca a voi far fortuna: animo, passa, marcia, cammina... ed ecco alzarsi i tre bossoletti, e la piccola pallottolina passata successivamente dal raggiro all'adulazione, dall'adulazione all'ipocrisia, eccola trasformata in un bel pallone di enorme grossezza, fra la maraviglia degli aspettatori.

E il giocolatore continuava: Signori! Vedete voi questo mazzo di tarocchi? sono tutti intatti, tutti vergini, tutti fratelli. A lei signore dagli occhiali (e s'indirizzava ad un uomo che aveva l'aria di un pappagallo), a lei tocca estrarre a sorte uno di questi tarocchi... bene, è il fante di bastoni. Ora apra le mani: ella tiene il fante di bastoni: lo stringa forte, e si guardi bene da non lasciarselo fuggire.

Ora, o signori, ascoltate la storia del fante di bastoni. Questo miserabile fante si è messo in capo di trasformarsi in qualche pezzo grosso: ha fatto lega coi principali personaggi dei tarocchi, e si è messo in viaggio pel mondo dietro il carro della fortuna. Ora inginocchiandosi avanti al papasso, ora avanti all' imperatore, ora facendo il demente, ora vestendosi da eremita, il fante di bastoni cominciò a farsi largo. Diede un pizzicotto all' amore, sorrise irronicamente alla temperanza, parlò supplichevolmente alla forza, disse una paroletta nell'orecchio alla morte, diede un bacio al diavolo, e in fine ... Apra la mano, signore dagli occhiali ... Dov' è il fante di bastoni! Addio fante: addio bastone. Eccolo ... egli diventato il cavallo di spade.

Bravo, gridava il popolo compreso di ammirazione” (5).

 

Fortuna Quattordici

 

Il passo che segue parla di un personaggio il quale, gravato da un pesante problema amoroso, finisce in una bettola allo scopo di ascoltare i discorsi dei frequentatori, augurandosi che qualcuno potesse discorrere del caso suo, dato che ormai era divenuto di dominio pubblico. Forse avrebbe potuto ascoltare qualcosa che ancora non sapeva. Ma chi erano tali frequentatori? Ovviamente dei giocatori di tarocchi, i quali secondo l’asserzione che nihil in mundo mutat ovvero che nulla nel mondo cambia, mentre giocavano intervallavano il loro dire sulle carte giocate con discorsi riguardanti l’argomento del giorno, quello appunto che si riferiva al nostro afflitto.

 

Di grande interesse, per la storia riguardante l’ordine dei tarocchi, una inusuale Fortuna (Ruota di Fortuna) che viene citata come numero quattordici, contro il decimo posto a cui solitamente viene abbinata, rivelando varianti d’ordine attualmente oggetto di studi.

 

“Appena in strada, Leone divenne serio e concentrato, e, come uomo che ha già fissato quanto gli rimaneva a fare, s'avviò difilato a Porta Vercellina. Entrò dal tabaccajo a scoprir paese, visitò i caffè della località per raccoglierne le dicerie. Ma, ove trovò le indicazioni desiderate, fu in una bettola lavorando d'orecchi. Come ognuno può imaginarselo, il fatto della ciarlatana e del preteso padre era il tema delle conversazioni d'ogni crocchio di bevitori e di giuocatori: chiose, commenti, appendici, schiarimenti non mancavano. Intorno ad una tavola, su cui si giuocava a tarocco, gli interlocutori tra matto e bagatto innestavano i loro ragionamenti dilucidatorii.

– Se è vero ch'egli abbia perduto una figlia e che l'età coincida, può anche darsi che quella ragazza sia la sua; difficilmente il sangue s' inganna in questi casi... il re d'oro non si lascia pigliare dal vostro papa, ho quì l'appeso che me lo salva.

– Se non era quel tarocco, voi eravate fritto. Convengo che il sangue attragga; ma, come vi diceva, io conosco quell'uomo da molti anni, e dopo quella disgrazia, è divenuto saturnino, visionario, balzano! Egli gira per la città pensoso come un filosofo . . . io abbasso il matto.

– Questa volta un fanticello di bastoni porta via il re di spade.

– Tutte le ragazze che incontra per via, le quali press'a poco abbiano l'età che potrebbe avere la sua, egli le arresta, le rimira, loro domanda gli anni e il nome, poi, baciatele, se ne parte lagrimando... ho quì il tarrocchino della fortuna.

– Fortuna quattordici, diavolo quindici. La partita è vinta col diavolo. – È chiaro che quel pover'uomo ha le traveggole dell'amore (6).

 

Sciupar tempo a tarocchi

 

Quanto segue potrebbe essere inteso come un brevissimo trattato di critica estetica in riferimento alla mancanza di decenza che secondo l’autore inficiava la bellezza dell’arte nell’Italia, soprattutto meridionale, del tempo.

 

“Noi non oseremo però dir del caffè, come istituzione sociale, che esso abbia raggiunto l'apice della perfezione. Le cose anche più intese a bene ponno facilmente ritorcersi a male. Noi non vogliamo qui far la censura del mal costume che ha convertiti non pochi dei nostri caffè in bische; nè taroccare del molto tempo che vi si sciupa ai tarocchi; al caffè non tocca biasimo del nostro ozio, dei frivoli o peggio che frivoli discorsi: o di quanto in esso si osserva di sfaccendato o di scostumato - ma...

Ma in somma poi vi è in questa nostra civiltà italiana, o per dir meglio nella civiltà meridionale, non poco di quel misto di prematuro e di decrepito, d'acerbo e di corrotto, che Voltaire rinfacciava alla società moscovitica. Amatori del bello, noi dimentichiamo spesso come i Greci avessero una sola parola per esprimere l'idea del bello e del buono; guardiamo all'effetto generale; non ci offende talvolta ciò che vi è di più sconcio nei particolari: la nostra estetica non si cura forse abbastanza di dare alla bellezza l'ornamento che più le dà risalto - quello della decenza: il nostro genio artistico - si direbbe - ne fornisce di un sesto senso, che ci rende ottusi i cinque sensi ordinarii. Ci pregiamo d'esser gente alla buona, figli della natura, ed ubbidiamo alle leggi naturali senza prenderci soggezione delle convenzioni sociali” (7).

 

Sciupare tempo a giocare a tarocchi era d'altronde un vizio, se così vogliamo chiamarlo, di ogni italiano. Sì, è vero, occorreva costruire l'Italia, ma, per amor del cielo, che non si tardi il pranzo e la partita con gli amici: "Uno squadrone di cavalleria spazza le quattro vie di Torino da tutti i liberali della capitale; e le provincie. le forti, le generose, le italianissime provincie staccheranno qualche moccolo contro l'infame ministero, ma non ritarderanno per questo d'un minuto l'ora del pranzo o della partita a tarocchi" (8).

 

Balli di tarocchi

 

L’andare a teatro in occasione di rappresentazioni operistiche o di altri interventi, come ad esempio i balletti, non era motivato, almeno per una buona parte delle persone, dall’ unico desiderio di ascoltare le melodie uscite dalle penne dei musicisti più importanti o per ammirare i volteggi delle etoile più in voga. No, signori! Si andava spesso a teatro per altri motivi e questo almeno fino ai primi decenni del sec. XIX. Nei palchi si giocava a tarocchi schiamazzando a voce alta e a volte facendo anche l’amore, lasciando al lettore di immaginare quanto gemiti e sospiri potessero suscitare l’ilarità del pubblico in sala. Si andava in platea per il gusto di esprimere ad alta voce i propri pareri, per insultare gli autori di mediocri melodie. Insomma per divertirsi e se a volte la musica appariva buona, perché no, anche per applaudire. Non era poi raro che chi sedeva in platea ricevesse uno sputo proveniente dai palchi. È rimasto famoso il flop della prima del Barbiere di Siviglia di Rossini andata in scena al Teatro Argentina di Roma in occasione del Carnevale del 1816 allorquando i sostenitori di Paisiello, il quale aveva trent'anni prima rappresentato il suo Barbiere, andarono a teatro con il preciso scopo di disturbare l'esecuzione attraverso fischi e lanci di oggetti di ogni genere. Uno schiamazzo che, unito a tutte le altre intemperanze sopra citate, ebbe il successo sperato dato che solo alla seconda rappresentazione l'opera di Rossini ebbe il riconoscimento che meritava, anche se i più maligni continuarono a esserire che la sola aria 'Saper bramate' del Barbiere di Paisiello superava di gran lunga per bellezza l'intera opera rossiniana. Un caos, quello della prima, che Rossini così commentò in una lettera alla madre: "Ieri sera andò in scena la mia Opera e fu sollennemente fischiata o che pazzie che cose straordinarie si vedono in questo paese sciocco». 

 

Opera lirica e tarocchi erano i divertimenti preferiti dalla società del tempo come il seguente passo ben evidenzia: "[…] il marito che scorge sempre di buon occhio che la dolce sposa si fermi in casa, se ne andava o al casino o al caffè, o nel suo palco di società a beversi l'Otello o la Traviata fra un fante di bastoni ed un tarocco" (9). 

 

Nello scritto seguente, l’autore descrive un balletto svoltosi al Teatro alla Scala in cui un celebre coreografo, sulla base di una drammaturgia pressoché di ambientazione magica, utilizzò decorazioni e abiti stregoneschi, figure di diavoli, Cerbero compreso, nonché abiti di tarocchi fra cui un Re (definito Re de Tarocchi), il Fante di spade, di coppe e di bastoni, senza tuttavia il Matto, forse per personale modestia. Fatto sta che il balletto venne applaudito moltissimo e piacque enormemente. Un coinvolgimento delle figure dei tarocchi per un’azione danzata che risulta pressoché unico nella storia di queste carte da gioco.

 

T'EATRI D' ITALIA MILANO.  I. R. TEATRO ALLA SCALA.

 

La Distruzione delle Fate, nuovo balletto del coreografo Monticini.

 

La sera a corrente.

 

 

"Scommetterei che il Monticini è uno de pochi che leggono per abitudine i giornali (almeno teatrali): vedendo in essi come nei teatri di Parigi da qualche tempo erano in gran fortuna le bestie, ed avendo fin'ora conseguito a dir vero un non grande successo coi soli uomini, ha anch'esso seguito la moda: ha portato sulle scene i galli, i colombi, le oche, i cavalli, il tutto accompagnato dalle streghe, dai diavoli, dall'idra delle sette teste, dal cerbero e da tutto il regno unito de Tarocchi, escluso il Matto che non ha esposto per modestia, e con questa mistura tutta bestiale e diavolina è riuscito a piacere ed a far ridere, due cose che in un balletto si possono chiamare le principali.

La composizione si risolve in un contrasto continuato tra la gran strega che è la sovrana delle fate, e che rappresenta il genio malo, ed un altro che bene non vi saprei dire chi sia, nè di qual paese, perchè vestito in un modo affatto nuovo, che rappresenta il genio buono, ed un combattimento finale tra le oche che sostengono il genio cattivo, ed i cavalli che parteggiano per il buono dà fine all'azione fra le risa, le grida e la soddisfazione di quanti vecchi, giovani e ragazzi trovansi in teatro.

Bravo il mio Monticini, dopo gli elefanti, le giraffe degli altri balli, bisognava venire di necessità a tutte le altre specie, e questa volta il resultato è stato anche migliore. Solo duolmi che abbia voluto far comparire le oche che sono una mia particolare passione, così degeneri da quelle di Roma che salvarono il Campidoglio, e le abbia volute proprio tutte tutte nostrane.

Le decorazioni, il vestiario e le tele palesavano il nessun risparmio dell'Impresa, la quale non avrà questa volta però a lagnarsi del poco profitto, certo come sono che il balletto attirerà molto concorso, se non foss'altro per vedere le Fate, Geonca, il Fante di spade, quel de' bastoni e quel di coppe, il Re de Tarocchi e la principessa Nicotta, tutti grandi personaggi, e le povere ragazze della scuola, che dopo essere state oche, sono abbrustolite dalle fiamme ed ingoiate dal mostro marino, che è poi la gran bestia di tutte le bestie che compariscono in questo ballo" (10).

 

Maledetto Tredici

 

Ancora a teatro e questa volta per sottolineare come la rappresentazione dell’opera verdiana I Due Foscari, andata in scena per la prima volta il 3 novembre 1844 al Teatro Argentina di Roma, alla Canobbiana, Teatro Lirico di Milano, non ebbe esito fortunato.

 

La colpa? Ma certamente perché messa in scena di giorno tredici, quel maledetto numero portatore di sventure da quando furono inventati i tarocchi (1). Se ci si mette poi la paura dei cantati, superstiziosi e pieni di pregiudizio, voilà il gioco è fatto! Tocca purtroppo dar ragione alle ‘donnicciole’. Le 24 ore del giorno dovrebbero essere assicurate all’assoluto riposo per non incorrere nella pur minima sventura, “a meno che si voglia saltare dal dodici al quattordici”.

 

 

I.R. TEATRO ALLA CANOBBIANA

 

15 aprile 1857

 

 

"Io vorrei cancellare da tutte le tavole pittagoriche il numero tredici; si ha un bel gridare che sono pregiudizi il venerdì, il tredici e tanti altri, ma i fatti danno pur troppo ragione alle donnicciuole ed ai loro pregiudizi.

Mettetevi a pranzo in tredici e se ve la cavate con una semplice indigestione è un vero miracolo; ponetevi in viaggio il giorno tredici, e per poco che vi succeda vi si rovescia almeno la carrozza; intraprendete in tale infausta giornata una speculazione, e potete prepararvi subito a far bancarotta; firmate un contratto colla data del tredici e.... insomma da quando venne inventato il giuoco di tarocco e che a questo giuoco il tredici è la morte e la morte il tredici di tarocco le ventiquattro ore contraddistinte con questo numero, per la quiete e la pace della umanità dovrebbero essere ore di assoluto riposo, a meno che si voglia saltare dal dodici al quattordici.

A che tante ciarle?

Oh! bella per provarvi che la causa principale del semi-fiasco dell'opera i Due Foscari e dal semi-naufragio del ballo il Naufrago è dovuta all'essersi incominciata la stagione proprio col giorno tredici. Diffatti: la musica dei Due Foscari è una delle più belle ispirazioni di Verdi. I coristi attualmente alla Canobbiana stonano molto meno che quando cantavano alla Scala, l'apparato scenico se non è ricco non è indecente, l'orchestra suonò molto meglio i Due Foscari che la Semiramide, (avverto che non parlo adesso del ballo) e i cantanti... qui ti voglio. dirà qualcheduno dei tanti, che non pensando alla data tredici che portava l'avviso, fecero la parte di pubblico. I cantanti, parlo in generale, sono pieni di pregiudizii, basta il più piccolo avvenimento a metterli in apprensione; sommate la paura del 15 al timore d'una prima rappresentazione, e troverete che se invece d'essere stati sempre applauditi, furono qualche volta zittiti, questo si deve attribuire, almeno per la prima rappresentazione, non a tutto loro demerito" (11).

 

(1) Il tredici nei tarocchi è la carta della Morte

 

Ei fu! - siccome un asino

 

Fra le diverse riviste di letteratura e varietà Il Pirata è senza dubbio una delle più ricordate. Da essa riportiamo un'intera ode che vi proponiamo per l'intrigante capacità dell'autore di ironizzare, parodiando in senso umoristico, tarocchi inclusi, i celebri versi dell'Ode Cinque Maggio del Manzoni. Il componimento prende spunto dalla morte del campanaro, cosa che ovviamente gettò nella costernazione le vecchiette del paese, perpetua compresa, tanto che "Le montagne si abbassarono di quattro dita a un dìpresso. Molti corvi

 

                                                                          "Quasi colombe dal desio chiamate"

 

vennero a posarsi sulla cima del campanile, mandando alla luna ed alle stelle

 

"Voci alte e fioche e suon di man con elle"

 

 ODE

 

Ei fu! – siccome un asino
    Decrepito e spossato,
    Al pari di un filosofo,
    Perde morendo il fiato:
    Così di Bott la macchina
    Di respirar cessò.

Muto pensando all'ultima
    Ora di quel cotale,
    Vedete, io dico, un bipede
    Ch'è diventato eguale
    Ad un baston cui l'anima
    Di mezzo altri cavò.

Lui sull'eccelsa cupola
    Vide il mio genio, e tacque;
    La campanesca musica,
    Quando suonar gli piacque,
    Scassinator d'orecchie
    Non lo chiamò giammai.

Vergin di servo encomio
    E martire d'oltraggio,
    Ora che degli antipodi
    Egli intraprende il viaggio,
    Innalza a tanto musico
    Un doloroso: Ahi!
Dall'Alpi del Cenisio
    Al piano di pramolle
    Giva cogliendo, il sabbato,
    Le uova e le cipolle,
    Dicendo un'Ave, un Requiem
    In vece di pagar.
Fu savio o pazzo? ai medici
    L'inutil cura; nui
    Stringiam le spalle al massimo
    Fattor che volle in lui
    Di genere eteroclito
    Un essere stampar.
La porcellosa e cinica
    Gioia del non far niente;
    L'udir quattr'ore in pubblico
    Ciarlare un cavadente;
    Sognar mucchi di quadrupli
    Ch'era follia sperar;
Tutto ei provò; la crapula
    Maggior dopo il digiuno;
    Il vino da quattordici,
    Il bianco paue e il bruno;
    Tre volte nella polvere
    E sei sopra l'altar.
Ei si nomò: pacifico
    Fu sempre il dabben uomo;
    Un dì che vide battersi
    Due cani dentro il Duomo, 

    Ei fe’ silenzio e arbitro

    Si assise in mezzo a lor.

Ei sparve, e cento supplici

    Ratto si presentaro

    A postular la cattedra

    Del morto Campanaro

    Segno d’immensa invidia

    E d’indomito amor.

Come sul capo al naufrago

    Passeggia la Balena

    Quand’ei si sente stringere

    Il fondo della schiena

    Perché costretto a bevere

    L’onda senza bicchier;

Tal gli piombò sugl’omeri

    Della miseria il sacco!

    Oh quante volte un pizzico

    Mi chiese di tabacco,

    E mezo poi sull’abito

    Lo si lasciò cader!

Oh quante volte al vegeto

    Splendor di un sol d’estate,
    Le mani sulle natiche,

    Le labbra prolungate

    Stette, e dei morti vescovi

    L’assalse il sovvenir:

E ripensò gl’intingoli,

    Le salse delicate

    Che i cuochi lor, quand’erano

    Le mense sparecchiate,

    Gli fean leccare in premio

    Del celere obbidir!

Ah forse a tal dolcedine

    Diessi alla lingua un morso;

    Ma di tarocchi il tredici (1)

    Lo si recò sul dorso

    E a casa del diavolo

    Pietoso il trasportò.

E l’avviò sugli aridi

    Sentier della speranza,

    Di suino ove l’uom pascesi

    In vece di pietanza;

    Ov’è silenzio e tenebre

    Il bene ch’ei sognò.

Bella, immortal, benefica

    Morte a tai burle avvezza,

    Scrivi anche questa, allegrati

    Che ai piedi di tua Altezza

    Un più superbo Diogene

    Giammai non si chinò.

Tu sulle stanche ceneri

    Imprimi questi accenti:

    Il suonator del massimo

    Fra tutti gli strumenti

    Sæpultus more pauperum (2)

    All’altro mondo andò (12).

 

(1) il tredici = La Morte

(2)  Sæpultus more pauperum = sepolto nel modo riservato ai più poveri, cioè in un'umile fossa.

 

 Senza tarocchi non si può tenere un vero piede di casa!

 

Rispondendo a un medico che negava l’interesse del volgo per la medicina, l’autore del seguente articolo evidenzia al contrario come il popolo non istruito e le persone che avevano studiato si affidassero a essa per la salute del proprio corpo, tanto da tenere in maggiore considerazione il medico piuttosto che il parroco: curare il corpo era infatti molto più importante della cura dell’anima. Tutte le famiglie minimamente agiate ricorrevano a un proprio medico di fiducia, semmai rinunciando alle altre tante cose ritenute comunque essenziali, come un precettore per i propri figli, una dama di compagnia che distribuisse the e paste dolci, e del quarto a tarocco. Insomma, situazioni che non potevano assolutamente mancare in ogni casa, ma  da dovervi rinunciare a favore della salute.

 

“Il volgo, così dà principio al suo libro, è sempre disposto a disprezzare e rinnegare la medicina.... Ma che diavolo mi andate infinocchiando, amabile mio Raiberti? Se voi intendete per Volgo la moltitudine degli ignoranti, Poveri e Plebei, vi risponderò non esservi artigiano, contadino, od accattone, che non sia medico nel suo piccolo stato, nella sua famiglia, ed il voglia essere generalmente sopra sè stesso; che non conosca un preservativo, un'erba, una pozione, un empiastro contro ogni malattia, e nei nostri paesi di provincia, è forse in alcuni luoghi rispettato più il medico, che pensa alla salute temporaria, che non il parroco il quale gli procura la salute eterna; tanta è la fede che essi tengono alla medicina. Se per volgo poi intendete parlare dei dotti scrittori, artisti, delle alte fortune, di quelli finalmente che hanno istruzione e discernimento, allora poi bisogna conveniate voi stesso, dell'amore che portano a questa scienza tutti questi signori, poichè non vi ha famiglia un poco agiata, la quale non abbia il suo medico fisso, mentre mancherà di tante cose essenziali, come sarebbe di un precettore a suoi figli, di una dama di compagnia distributrice del the e delle paste dolci, del quarto a tarocco, od al visth, tutte cose che voi ben vedete quanto siano più necessarie delle medicine, e senza le quali non si può tenere un vero piede di casa!” (13).

 

Un po' di pubblicità

 

Le ultime pagine delle raccolte annuali delle Riviste erano dedicate a informare il pubblico su diversi prodotti reclamizzati dalle più svariate ditte. Nell’Almanacco Nazionale per il 1857 (14), troviamo la promozione di due mazzi di carte, di cui uno di tarocchi, acquistabili presso “li Fratelli REYCENT e Comp. librai di S. M. sotto li Portici della Fiera”.

 

Non arte, ma addirittura Scienza, viene definita la lettura dell’avvenire con queste carte ovviamente dedicate al Bel Sesso. Appare comunque straordinario il fatto che i due mazzi, uno volta disegnati, fossero stati miniati, dato indicativo di un prodotto di alto profilo commerciale. Veniva inoltre offerta la possibilità di acquistare a parte il libro contenente le istruzioni. I numeri laterali indicano i costi nella lira del tempo.  

 

SCIENZA (la) di leggere nell'avvenire colle carte,
dedicato al Bel Sesso, in-52 con apposite carte
diligentemente disegnate e miniate, riunite in
astuccio……………………………………… ....................»  3  -  ­
– Il libro separato ……………………………................»   - 60
– Di leggere nell'avvenire coi tarocchi, dedicato
al Bel Sesso, in-52 con appositi tarocchi diligen-
temente disegnati e miniati, riuniti in astuccio    »  6 -
– Il libro separato……………………………….............»   - 70 

 

Re Gugliemo di Prussia contro i Re dei Tarocchi

 

Guglielmo I di Germania, settimo Re di Prussia, venne incoronato Imperatore nel 1871, ruolo che fece di lui il primo Kaiser della Germania moderna. Ovviamente la satira italiana si scatenò.

 

Essere Re non gli bastava dato che esistevano altri Re con i quali avrebbe dovuto competere ovvero i quattro Re delle carte dei tarocchi, che il popolo onorava continuamente. Poi lo attanagliava un problema non indifferente e cioè il fatto che al gioco del tresette il Re valeva meno di un Asso. Insomma, occorreva un nuovo titolo atto a evidenziare la distanza fra lui e i Re dei tarocchi. Ci pensò allora Bismarck, che a Versailles ritenne giusto farlo incoronare Imperatore. Per la satira italiana l'argomento era talmente succolento da sentirsi in dovere di intervenire e lo fece circa un mese prima che Guglielmo venisse incoronato con quel titolo (15). Una Pasquinata (16) in tal senso si trova in Pasquino (e non poteva essere diversamente), Rivista umoristica della settimana, datata domenica 11 dicembre 1870:

 

 

PROMOSSO AD IMPERATORE !

 

 

«Guglielmo in principio era re di Prussia, puro e semplice, e Dio, suo amico stretto, gli avea mandato la corona, che non era quella d'Italia; ma prima del re di Prussia esisteva il re di Coppe, il re di Bastoni e tutti e quattro i re delle carte di tarocchi... Questa comunanza di grado e di onori dava un tantino ai nervi a Guglielmo, che non potea fare una partita a tressette senza trovarsi un augusto cugino in mano.

Cosa tanto più mortificante in quanto che nel tressette il re vale meno di un asso… Allora il re di Prussia, che si trovava a Versailles a studiare l'eclissi totale di luna, continuando i Parigini a fargli vedere la luna nel pozzo, chiamò a sè il conte Bismarck e gli disse:  “ Bismarck, tu sei di nome e di fatto due volte Marco, se non riesci a farmi avere una promozione, prima che finisca quest'anno di grazia di Dio, che è il 1870!”

E Bismarck rispose: “Maestà, è fatto... Mandate a comprare un foglio di carta bollata al tabaccaio dirimpetto, ed io vi stenderò la petizione...”

“Stendi pure”, soggiunse il re, “eccoti la carta, che mi è venuta appunto stamattina dalla tabaccheria di Dio... “

E Bismarck, dopo essersi persuaso che nemmeno quel giorno lì arrivava quel fabbro-ferraio che deve fabbricare quelle chiavi, che dovranno aprire quella serratura, che tiene ancora chiuse le porte di Parigi, si assise al cancello reale e scrisse:

“Sovrani e Principi di Germania,

Volgono parecchi anni da che mi trovo arrenato nel grado di re, col meschinissimo stipendio annesso, che basta appena per dare un latte e caffè alla famiglia... E la famiglia da tre mesi in qua, con l'aiuto di Moltke e della divina Provvidenza, è orribilmente cresciuta, sicchè non vedo più il modo di attaccare la colezione con la cena...

L'unico rimedio è una promozione che credo di aver meritata... E questa promozione io ve la domando in linea di giustizia, con riserva di farmela da me, se non me la fate voi... e svelti!

Tanti saluti alla regina e alle principesse, e aspetto risposta”.

PS.  Non ho creduto incomodare in questa occasione la divina Provvidenza per farmi raccomandare la presente, perchè ho pensato che posso provvedere divinamente anch'io a cannonate, se non rispondete subito...

                                                                                                                                               

                                                                                                                                           Vi risaluto. GUGLIELMO"» (17)

 

 

San Napoleone fra tarocchi e cabala del lotto

 

San Napoleone “appartiene senz’altro più alla politica che all’agiografia. Infatti, al culmine dell’ascesa napoleonica con la vittoria di Austerlitz il 2 dicembre 1805, si volle avere la celebrazione del genetliaco dell’imperatore. Le ricerche in tal senso portarono alla scoperta di un santo martire di nome Neapolis, compagno di S. Saturnino. Da qui venne intessuta la leggenda di un martire, dapprima torturato, poi agonizzante in prigione fino alla morte. Si ricorda il 15 agosto” (18).

 

Ne La Cicala Politica, rivista umoristico-satirica, il 15 agosto 1861 usci un articolo riguardante la necessità che un Papa, un qualsiasi Papa, togliesse a San Napoleone la qualifica di Santo. San Napoleone? Chi era costui oseremmo dire? Un santo inventato dalla politica. Il binomio Napoleone Buonaparte - San Napoleone, dava lustro per similitudine del nome al primo, dato che il secondo non era mai esistito, talché il ministro francese Portalis fece notare che se la monarchia celebrava San Luigi, l'Impero poteva ben celebrare San Napoleone. Cosicché un decreto in data 19 febbraio 1806 stabilì che la festa di San Napoleone in Francia venisse celebrata in tutto il territorio dell'impero il 15 agosto. Sta di fatto che il 15 agosto era anche il giorno dell'Assunzione, ma il Papato, che non voleva crearsi problematiche con la Francia dato il Concordato del 1801, siglato per ristabilire i suoi rapporti con quella nazione, sorvolò sul fatto.

 

Detto questo, l’autore dell’articolo sulla rivista, il signor Kan, nome ovviamente di fantasia, saggiamente abbinò il numero 15 alla quindicesima carta dei tarocchi, ma non solo poiché il 15 era anche il numero della cabala che si riferiva alla comare, cioè alla borsa d’oro. Quell’oro che forse sarebbe servita a fare in modo che quel San davanti a Napoleone sparisse per sempre.

 

Il 15 agosto

 

Soliloqui di Gabinetto

 

 

Quello di Vienna. – Quindici! A tarocco è il diavolo, co’ due diavoletti sussidiarii, forse l’Inghilterra e il Re…..il Re…..il Regno ingrandito! Lo chiamano Regno d’Italia, Regno d’Italia? E il nostro Regno Lombardo Veneto? L’I.R. Quadrilatero?

Hanno avuto troppa furia a battezzarlo. Colpa della comare. Comare numero 15, vedi la cabala del lotto, ossia la borsa d’oro. Quindici! A Parigi è san Napoleone. Chi ha fatto santo costui? Doveva essere un brutto papa. Non si potrebbe scanonizzarlo? Ne scriveremo all’Antonelli [Ultimo segretario di Stato della Stato Pontificio]. Se centomila fiorini in carta bastassero…..Sentiremo il nostro ministro delle finanze. San Napoleone? Si deve poterlo scanonizzare! La mala vita del suo omonimo avrà effetto retroattivo. Interrogheremo in proposito i giureconsulti. Ogni legge, ogni fatto, ogni principio, non è buono se non sa adattarsi alle circostanze; se un papa fa un santo, un papa può disfarlo - un papa vale un altro – forse centocinquantamila fiorini di carta faranno il colpo! (19)

 

Donn de Tarocch

 

Prima degli 'ultimi articoli, riporteremo una sestina milanese in dialetto settecentesco per sottolineare ancora una volta la corrispondenza della parola tarocco con il significato di sciocco (20). Si tratta di versi dedicati da un padre alla propria figlia nel momento del suo matrimonio. Di seguito i versi con la traduzione in italiano corrente

 

LXXXVI.

 

Ma i mèe donn….se no sii donn de tarocch,

Dervii i oeucc, e sappièe, che tremi, e geli, 
Quand vedi de sta gent attorna ai socch, 
Che a dilla in curt, bestemmen el vangeli: 
Parlegh ciar, e casciei al so malann:  
De sti amis l’è mei perden, che trovann (21).

 

Ma le mie donne….se non siete donne sciocche (pazzerelle)

Aprite gli occhi e sappiate che sia che sia freddo o che geli

Quando vedrete questo tipo di persone che vanno attorno alle sottane,

Che a farla corta bestemmiano i vangeli,

Parlate loro chiaramente e cacciateli alla malora;

Di questo tipo di amici è meglio perderli che trovarli.

 

Due illustri rivali

Bissarria

 

Dal Diavoletto, Giornale Triestino (22), ecco due rivali, l'un contro l'altro armati al tavolo da gioco, a contendersi il maggior numero di tavolini presso i caffè e le osterie.  Momento propizio per discorrere di politica e di ogni altro accadimento funesto del tempo vissuto dai giocatori.  Domino e Tarocchi i nomi dei due rivali, i quali, detto fra noi, se ne infischiano di come andranno le cose, specialmente il  "Matto ch'è simbolo e despota del.... tarocco!".

 

"Non crediate si parli qui dell'Opera del Mercadante, no: non sono donne, ma uomini, o almeno ne portano il nome. E quai nomi! L'uno straniero ed esotico; l'altro tutto nostrale; non però molto poetici, benchè l'uno un poco sappia di maschera, e l'altro di brontolone, quantunque tale ei non sia. E l'un più dell'altro sono vecchi e rimbambiti e melensi: il nostrale più taciturno; pettegolo e con un certo suo particolare stridore di voce il forastiero, che crediamo venuto di Francia.

Il dominò ed il tarocco - ecco i nomi! - fanno a gara a chi usurpa più tavolini da caffè e da birrarie, si corrono dietro e siedono di fronte l'un contro l’altro armati, il primo con il suo suono nasale e da lima sorda, il secondo colle sue desinenze gallo-ispane-lombarde (tous les rois, bagatt-schia, bazza, trionfi, bagatt-ultimm consolazione, ch'é proprio una santa consolazione all'udirli. E chi mai s'arrischiasse sedere daccanto all'uno o all'altro di codesti due barbogi sì gravi ed ameni ad un tempo, o per parlare de' fatti suoi, o per calcolare i rialzi, i ribassi, gli sconti, gli agi, le obligazioni, e le azioni (non le umane, che non valgono la pena, ma sì le bancarie ) ovvero il numero dei morti alle Indie, e dei sfracellati nel regno di Napoli, col relativo corredo delle proprie commiserazioni o addizioni, starebbe fresco; a meno che non avesse il coraggio di tenersi in petto tutte le proprie emozioni, ei correrebbe il pericolo di sentirsi sclamare all'orecchio: Doppio zero, a proposito delle mortalità; ovvero, tutto bianco, a corollario dei suoi timori pell'annerirsi dell'orizzonte più o meno politico; e, in fatto della crisi, delle carneficine, dei disastri gli rimbomberebbero quasi a profetiche risposte le parole bagatt-ultimm, consolazion e trionfi…. il che, a dirla, manderebbe sottosopra il più avveduto cervello di qualsiasi imperterrito leggitor di giornali. E qual fede non crollerebbe a tali opportune risposte? Ma chi poi avrebbe il torto? Il signor N...legga i suoi giornali rincantucciato (se lo può) e se ne stia zitto: il vivace domino, e il trionfante tarocco non hanno duopo di giornalistiche fanfaluche.... Il mondo farà da se senza i suoi commenti: e un doppio bianco ed una consolazione valgono bene la integrità verginale della Turchia, le fucilazioni dei sepoy, e le impertinenti ondulazioni del territorio napolitano. È poi una indiscretezza il distrarre dei valentuomini dalle beate contemplazioni di quelle ossa da morto, o di un re miniato che sta fra le mani ai gaudenti le recondite tarocchiane blandizie; e i due rivali anche in ciò hanno piena ragione: benchè si osteggino nel carpirsi l'un l'altro campioni e proseliti e tavolini e lumiere, si assistono con mirabile concordia in codesto: le lettere e la politica, ed il conversare cedant arma una volta al dolce suono dei nero eburnei piastrelli, e alla innocua figura del Matto ch'è simbolo e despota del.... tarocco!

La sapienza e l'uniformità di vedute di questi due illustri, benchè in un senso rivali, meriteranno encomio ed imitazione, se non dagli ingrati presenti o preteriti, almeno dai posteri!...".

 

Uno storico di carte da gioco e di tarocchi

 

Se oggi sappiamo abbastanza sulle carte da gioco e sui tarocchi, ma ovviamente non tutto, lo dobbiamo in parte a coloro che nei secoli trascorsi indagarono e scrissero, in questo caso su una rivista, di tale argomento. Certamente l’atteggiamento storiografico è mutato: oggi cerchiamo di affermare certe verità basandoci sui documenti originali che il tempo ci ha tramandato a differenza di tanti autori, soprattutto ottocenteschi, che scrivevano riferendosi invece a quantro scritto da autori precedenti, senza tuttavia confrontare le fonti da essi citate per assicurarsi della veridicità delle loro affermazioni. Ad esempio, lo storico della calcografia Leopoldo Cicognara) citò (come riportato nel passo seguente) che Domenico Bordigallo aveva scritto nella sua Cronica di Cremona di aver visto nel 1484 un bellissimo mazzo di tarocchi dipinto dal Cicognara: peccato che in quell’anno il Bordigallo avesse appena cinque anni, essendo nato nel 1479!

 

Tuttavia, l’indagine degli storici ottocenteschi non sempre fu fallace e, come detto, molte delle nostre scoperte moderne derivano da indagini che si sono basate, come punto di partenza, su informazioni da essi riferite. Niente pertanto di più vero di quanto scrisse Bernardo di Chiaravalle: “Noi siamo simili a nani seduti sulle spalle di giganti: vediamo più cose degli Antichi e più lontane; ma questo non per l’acutezza della nostra vista o l’altezza della nostra statura. Ciò è dovuto invece al fatto che essi ci sostengono e ci innalzano con la loro altezza gigantesca” (23).

  

“Carte da giuoco. – Se dobbiam credere al Tiraboschi, già fin dal secolo XIII, cioè assai prima che in Francia ed in Alemagna, si usavano in Italia le carte da giuoco. Nel Trattato infatti del governo della famiglia, ch'egli cita, scritto nel 1299 da Sandro di Pipozzo di Sandro, di cui conservava un codice a penna Francesco Redi, recasi quest'esempio: Se giucherà di danaro o così, o colle carte gli apparecchierai la via. Ad ogni modo è certo che in Venezia molto prima del 1441 si lavoravano non solo le carte da giuoco, ma altre stampe ancora, come risulta da un decreto del Pubblico, che si ha nella Raccolta di Lettere Pittoriche, MCCCCLI, addì XI ottobre: Conciossiacché l'arte et mestier delle carte e figure stampide che se fanno a Venezia è vegnudo a total defectiva e questo sia per la gran quantità de carte da zugare a figure depente stampide, le quale vien fatte de fuora de Venezia... Sia ordenado e statuido... che da mo in avanti non possa vegnir, ovvero esser condotto in questa terra alcun lavoriero de la predicata arte, che sia stampido o depento in tela, o in carte, come sono ancore e carte da zugare, e cadaun altro lavoriero de la so arte faita a pennello o stampide, ecc. A prova poi del lusso al quale giunse quasi subito dopo quella fabbricazione basti citare quel che il Decembrio riferisce, parlando dei giuochi di carte di cui dilettavasi il duca Filippo Maria Visconti: piacergli cioè singolarmente quello delle carte, ed un mazzo di esse, vagamente dipinte da Marziano da Tortona, esser da lui pagato 1500 scudi d'oro. In questo mazzo, che dnra [sic] tuttavia, in parte rappresentò il dipintore figure bellissine per disegno ed invenzione. Altro ricordo di carte egregiamente dipinte si trova nella Storia di Cremona del Bordigallo, il quale dice che nel 1484 Antonio de' Cicognara, eccellente pittore de quadri et bravo miniatore miniò et depinse uno magnifico mazzo de carte dette de tarocchi, e ne fece presente al cardinal Sforza, e che dallo stesso furono miniati altri giuochi per le sorelle di esso cardinale, monache nelle Agostiniane di Cremona.

 Il mazzo di carte più antico che si conosca, come vedesi dalla Raccolta delle cognizioni utili, stampato a Venezia e lavorato rozzamente a mano, trovasi diviso parte in Genova presso il marchese Durazzo, parte nella Reale Biblioteca di Torino, e parte era nella Raccolta di stampe del conte Cicognara. Ma ben più importante per la storia dell'arte, così prosiegue la Raccolta, è il mazzo di tarocchi posseduto in Milano dalla marchesa Busca Serbelloni, stampato in Venezia nell'anno 1491, li quali sono vagamente intagliati in rame, giacchè appariscono visibilmente i tratti del bulino attraverso il colore sovrapposto, e più chiaramente si scorgono questi tratti in un altro simile giuoco che trovasi a Napoli, ed in alcuni frammenti d'altro mazzo uguale che si trovano a Genova nella collezione Durazzo, non essendo nè quelli nè questi colorati. Un altro mazzo di carte da tarocchi della maggior rilevanza tanto pel disegno quanto per l'incisione, e che sembra appartenere a' primi intagliatori fiorentini, trovasi nella collezione del conte Cicognara. In queste carte i danari offrono una serie di medaglie imperiali romane, i bastoni sono figurati da alberetti piantati in terra con vari animaletti al piede ed augelli sulle foglie: le coppe figurano una serie di vasi, tazze ed urne le più eleganti dell'antichità, una simil serie d'impugnature, foderi, teschi, ecc., presentano le spade. Le figure mostrano personaggi dell'antichità, ed i tarocchi poco diversificano dai comuni, se non per l'eleganza del disegno.

Al gusto artistico, che gl'Italiani profondevano in questo genere di lavoro, tenne dietro il mercantilismo; ed alle cure diligenti con cui un tempo accudivasi ai disegni ed alle incisioni, successe ora l'esclusiva preoccupazione di lavorar molto ed a buon prezzo; nella qual via, non v'ha dubbio, gli stranieri ci superano d'assai. Tuttavia anche in oggi v'ha fabbriche e spacci di prodotti indigeni, come risulta da ciò che noi andremo esponendo brevemente.

Se ne fabbricano in Italia quasi dapertutto; il Piemonte anzi ha di quest'articolo una lieve esportazione. I prodotti che escono dalle manifatture piemontesi sono buoni, sebbene di modesta apparenza. Il principale stampatore di questo genere in Torino è il signor Oletti, il quale fabbrica sopratutto carte da tarocco, ed impiega, come risulta dai registri del marchio, 200 risme di carta filagranata all'anno.

In Milano noveransi tre fabbriche di carte da giuoco. Delle tre fabbriche milanesi due hanno una decisa importanza pel numero degli operai impiegati, quantità e varietà dei prodotti, luoghi di smercio; la terza si limita alla fabbricazione di carte ordinarie. Codeste fabbriche impiegano complessivamente da 80 a 100 persone, delle quali 25 uomini, il resto ragazzi e poche donne. La mercede dei primi varia fra gli 88 cent. e 1 fr. e 32 centesimi. I coloritori lavorano a compito, e guadagnano dai 16 ai i 7 franchi per settimana. Le materie inservienti alla fabbricazione, la carta bianca, gli stampi in legno ed in rame ed i colori, si acquistano in paese. I prodotti consistono in carte da giuoco da tresette, tarocco, ombra spagnuola, ecc. Se ne fabbricano 600 mazzi al giorno e 200 mila mazzi in un anno, pel valore primitivo, o di costo, di 44,000 franchi circa.

Anche nelle provincie della Venezia si fabbricano carte da giuoco, con destinazione per le varie piazze del Levante, ove se ne consuma in gran copia. Solo a Vicenza ve ne sono due fabbriche di ogni genere e di varie qualità. Se ne producono 50 mila mazzi circa.

Le carte che si fabbricano in Bologna sono abbastanza pregiate, ed hanno un orlo tutt'all'ingiro, a differenza delle francesi, che ne vanno esenti” (24).

 

Note

 

1 - Pincio, La mia villeggiatura, in "L'Uomo di Pietra. Giornale letterario, umoristico-critico, con caricature", Vol. I, N°41, Milano, Sabbato 22 agosto 1857, p. 326.

2 - Anon., Ricordi di un contemporaneo, in "L'Eco. Giornale di Scienze, Lettere, Arti, Mode e Teatri, Anno Quarto, N° 21, Venerdì 18 febbraio 1831, p. 81.

3 - L'Ardita, Raccolta della Rivista Mensile del Giornale Il Popolo Italiano, Milano, Tipografia Terragni e Calligari, p.292.

4 - Sul Bagatto si legga il saggio iconologico dello scrivente Il Bagatto e il saggio storico El Bagatella ossia il simbolo del peccato.

5 - A. Brofferio, Il Giocolatore, in “Il Caleidoscopio”, Rivista mensile, Anno Quinto, Dicembre 1846, Numeri 17, 18, Domenica 24 maggio 1846. pp. 450-451.

6 - Marco D’Anzio, Cuor di pagliaccio, Novella, XII, in “Il Crepuscolo”, Rivista settimanale di scienza, lettere, arti, industria e commercio, Anno Ottavo, N°35, Domenica 30 agosto 1857, p. 540. Questo periodico venne pubblicato a Milano dal 6 gennaio 1850 al 25 dicembre 1859.

7 - Rendiconto dell’apertura delle sale di conversazione e letture della Rivista Contemporanea,inRivista Contemporanea [di] Filosofia, Storia, Scienze, Letteratura, Poesia, Romanzi, Viaggi, Critica, Archeologia, Belle Arti”, Volume Nono, Anno Quinto, Torino, Tipografia Economica diretta da Barera, 1857, pp. 169-170.

8 - Domenico Carutti, Il ministero e l’opposizione, in “Rivista Italiana”, Giornale Mensile, Anno I, Volume I, Torino, Tipografia Paravia e Comp., 1849, p. 744

9 - Anon., Dal mio piedistallo, in "L'Uomo di Pietra" op. cit., Vol. I, N°4, Milano, Sabbato 6 dicembre 1856, p. 26.

10 - Y.,   La Distruzione delle Fate, nuovo balletto del coreografo Monticini, in “La Moda. Giornale di Scene della vita, Mode di vario genere, e Teatri”, Anno IV, N°18, Lunedì 4 marzo 1839, p. 72.

11 - Anon., I Due Foscari del maestro Verdi. / Il Naufrago del coreografo Pinzuti, in “Farfarello. Giornale critico-umoristico. letteratura, belle Arti, Teatro, varietà”, Anno II, N° 21, Milano, 16 aprile 1857, pp. 81

12 -  Roberto Rosa, Ode, in "Il Pirata. Giornale di letteratura, Varietà e Teatri", Anno VII, N° 10,  Martedì, giorno 3 agosto 1841, pp. 37-38.

13 - Alfonso Frisiani, Il volgo e la medicina, in “La Moda. Giornale dedicato al bel sesso”, Anno V, N°24, Lunedì 23 marzo 1840, p. 93.

14 - Pubblicazione della Gazzetta del Popolo, Anno 8°, Torino, Stamperia della Gazzetta del Popolo, s.n.p.

15 Guglielmo venne incoronato Imperatore il 18 gennaio 1871.

16 - Pasquinata deriva da Pasquino, celebre statua 'parlante"  divenuta famosa fra il XVI e XIX secolo, a cui il popolo appendeva fogli di satira indirizzati contro l'arroganza di personaggi nobili e potenti. 

17  - Vol. XV, N° 50, Torino, Roma,  pp. 394-395. La satira non è firmata.

18 - Gérard Mathon, San Napoleone martire, in “Santi, Beati e Testimoni” online: http://www.santiebeati.it/dettaglio/93662

19 - Rak, La Cicala Politica. Giornale umoristico con caricature, Anno II, N° 65, Milano, Giovedì 15 agosto 1861, p. 257.

20 - Si leggano dello scrivente i saggi Il significato della parola tarocco e Tarocco sta per matto oltre ai saggi di rimando inseriti negli stessi.

21 - Francesco Pertusati, In occasion del Faustissem Matrimoni intra la Zittadina Barbara Pertusada e il Zittadin Scipion Giani. Sestinn milanes del Pader de la Sposa. Scritt’a a Lee istessa per amor so, e per so bon regolament, Sestina LXXXVI, Milano, Presso Giuseppe Galeazzi Stampatore,1798, p. 35.

22 - Anon., Il Diavoletto. Giornale Triestino, Anno XI, N° 14, Giovedì 14 gennaio 1858, p. 53.

23 - La frase venne riportata per la prima volta (1159 ca.) nel Metalogicon (III, 4) di Giovanni di Salisbury, che ne attribuì la paternità a Bernardo di Chartres, suo maestro: “Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes”. Si tratta di una metafora atta a sottolineare la dipendenza della cultura moderna rispetto all’antica.

24 - Pietro Maestri, Dell’Industria Manifatturiera in Italia, In “Rivista Contemporanea”, op. cit., Volume Decimonono, Anno Settimo, Torino, dalla Società l’Unione Tip. Editrice, 1859, pp. 102-105.

 

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