Saggi di Andrea Vitali

Il Malmantile Racquistato

Un Generale che amava troppo i Tarocchi

 

Lorenzo Lippi fiorentino (1606-1665) fu pittore e poeta. Trascorse la sua vita nella città natia, dove  godette della protezione del granduca Ferdinando II e ad Innsbruck,  invitato dalla duchessa Claudia de' Medici, vedova di Leopoldo V d'Austria e contessa del Tirolo, dove assunse l’incarico di pittore e letterato di corte. Dotato di una considerevole autostima, tanto da fargli proclamare che non era andato ad incontrare Correggio mentre passava da Parma dato che non avrebbe potuto insegnagli nulla, fu allievo di Matteo Rosselli e di Santi di Tito.

Lippi morì di pleurite a Firenze nel 1665, e venne sepolto nella chiesa di Santa Maria Novella.


Per chi volesse approfondire la sua vita scritta da Filippo Baldinuci, politico, pittore e storico dell’arte, contemporaneo del Lippi a cui era legato da amicizia, si rimanda all’Addenda.



                                                                  Lippi


La sua pittura, composta di opere tendenzialmente a sfondo religioso ad eccezione di un autoritratto e di quello di Salvator Rosa con il quale fondo ad Innsbruck l’Accademia dei Percossi, era assai apprezzata, tanto da indicarlo come uno dei migliori pittori fiorentini del tempo. Nonostante tale fama, il Lippi venne maggiormente stimato come poeta, in particolare per l’opera Il Malmantile racquistato, scritta negli ultimi venti anni della sua esistenza. La sua composizione fu iniziata ad Innsbruck con il titolo di Novella delle due regine e terminò a Firenze, dove venne pubblicata postuma nel 1676, sotto lo pseudonimo-anagramma di “Perlone Zipoli”.


Si tratta di un poema di dodici canti narrante la contesa delle due cugine Celidora e Martinazza per il trono di Malmantile, un piccolo borgo fra Pisa e Firenze. L’opera, che si configura come una parodia della Gerusalemme Liberata del Tasso, inaugurò quel genere letterario, definito “eroicomico”, che si prefiggeva di ribaltare le tecniche stilistiche della poesia epica al fine di conferirle un effetto comico. La trama divenne un semplice pretesto per una serie infinita di tipici modi di dire, nonché accenni ad usi e tradizioni della Firenze del tempo, che l’autore infarcì con una grande quantità di proverbi, motti e fiorentinismi, allo scopo di far conoscere la bellezza e la ricchezza della parlata toscana. E vi riuscì tanto che l'Accademia della Crusca
considerò l’opera come “testo di lingua”. D’altronde Lippi asserì sempre di volere fare poesia come parlava  (e di dipingere come vedeva).


Non sarebbe stata questa l’unica occasione per il paese di Malmantile di rimbalzare agli onori delle cronache, dato che successivamente fu coinvolto nell’ opera burlesca di Ardano Ascetti (conte Andrea Casotti) Celidora o Il governo del Malmantile, composta nel 1734 e nel dramma giocoso Il mercato di Malmantile del Goldoni (ca. 1757).  


Lippi conosceva bene Malmantile dove spesso aveva soggiornato presso una villa di proprietà dell’amico Alfonso Parigi a San Romolo. Il suo nome significa letteralmente “cattiva tovaglia”, intesa come “cattiva accoglienza”. Per comprendere questa attribuzione occorre rifarsi ad una leggenda  riportata addirittura dalla celebre Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine
: quando Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano (IV secolo), si mosse verso Firenze per incontrare Zanobi, Vescovo di quella città,  l'incontro avvenne presso un casolare di quella località.  Il posto è tutt’ora indicato da un tabernacolo commemorativo. L’accoglienza degli abitanti fu talmente “cattiva” da attribuirne il nome alla località. La leggenda racconta che il casolare, reo di tanta mala accoglienza, sprofondò in un crepaccio.


Quasi subito l’opera del Lippi venne accompagnata dalle note di Puccio Lamoni (Paolo Minucci), talvolta rettificate da Antonmaria Biscioni e dal Antonmaria Salvini, commenti che appaiono come un approfondito lavoro di arte filologica. Uno di questi commenti appare straordinario per gli approfondimenti sulla storia del gioco delle minchiate (1). Minucci ne compie un’approfondita disamina prendendone motivazione dall'Ottava 61 dell’VIII Canto laddove Lippi descrive un generale, drogato dai tarocchi, che gioca a Minchiate:


Canto VIII - Ottava 61


Appunto il Generale a far s’ è posto
Alle minchiate, ed è cosa ridicola
Il vederlo ingrugnato, e maldisposto,
Perchè gli è stata morta una verzicola:
Le carte ha dato mal, non ha risposto,
E poi di non contare anco pericola,
Sento scoperto aver di più una carta,
Perché di rado, quando ruba, scarta.

 
Costoro alfine gli si fanno avanti,
Per dirgli del prigion, ch’anno condotto;
Ma e’ posson predicar bene tuti quanti.
Perch’ egli, ch’ è nel gioco un uomo rotto,
E perde una gran mano di sessanti,
E gliene duole, e non ci può star sotto;
Lor non dà retta, e a gagnolare intento,
Pietosamente fa questo lamento.

 

“Costoro, che conducevano [il prigioniero] Piaccianteo, arrivarono al Generale, il quale stava giocando alle minchiate: ma poiché egli aveva fatto una mano d’errori, e perdeva, e però era in collera, in vece di ascoltare quel che essi dicevano, si messe a dolersi della fortuna [Nelle strofe successive alla 61]. Questa breve illustrazione della situazione viene fornita dal Minucci il quale, di seguito, inizia a parlare delle Minchiate:


"MINCHIATE. E’un giuoco assai noto, detto anche Tarocchi, Ganellini, o Germini. Ma perchè è poco usato fuori della nostra Toscana, o almeno diversamente da quel che usiamo noi, per intelligenza delle presenti ottave stimo necessario sapersi, che il giuoco delle minchiate si fa nella maniera, che appresso. È composto questo giuoco di novantasette carte, delle quali 56 si dicono Cartacce, e 40 si dicono Tarocchi, ed una, che si dice il matto. Le carte 56 son divise in quattro specie, che si dicono Semi, che in quattordici sono effigiati Denari (che da Galeotto Marzio diconsi esser pani antichi contadineschi), in 14 Coppe, in 14 Spade, ed in 14 Bottoni: e ciascuna specie di questi semi comincia da uno, che si dice Asso, fino a dieci, e nell'undecima è figuralo un Fante, nella 12 un Cavallo, nella 13 una Regina, e nella 14 un Re: e tutte queste carte di semi, fuorché i Re, si dicono cartacce. Le 40 si dicono Germini, o Tarocchi: e questa voce Tarocchi, vuole il Monosino, che venga da έτάροι, colla qual voce, dice egli coll' Alciato, Denotantur sodale illi, qui cibi causa ad lusum conveniunt. Ma quella voce non so, che sia; so bene, che έτάιροι e έτάροι vuol dire Sodales: e da questa voce diminuita all’usanza Latina si può esser fatto Hetaroculi, cioè Compagnoni. Germini forse da Gemini, segno celeste, che fra’ Tarocchi col numero è il maggiore. In queste carte di Tarocchi sono effigiati diversi geroglifici, e segni celesti: e ciascuna ha il suo numero, da uno fino a 55 e l' ultime cinque fino a 40 non hanno numero, ma si distingue dalla figura impressavi la loro maggioranza, che è in quest'ordine Stella, Luna, Sole, Mondo, e Trombe, che è la maggiore, e sarebbe il numero 40. L’allegoria è, che siccome le stelle son vinte di luce dalla Luna, e la Luna dal Sole, così il Mondo è maggiore del Sole, e la Fama, figurata colle Trombe, vale più che il Mondo; talmente che anche quando l'uomo n'è uscito, vive in esso per fama, quando ha fatte azioni gloriose.

Il Petrarca similmente ne' Trionfi fa come un giuoco; perchè Amore è superato dalla Castità, la Castità dalla Morte, la Morte dalla Fama, e la Fama dalla Divinità, la quale eternamente regna. Non è numerata né anche la carta 41 ma vi è impressa la figura d'un Matto; e questa si confà con ogni carta, e con ogni numero, ed è superata da ogni carta, ma non muor mai, cioè non passa mai nel monte dell'avversario, il quale riceve in cambio del detto Matto un'altra cartaccia da quello, che dette il Matto: e se alla fine del giuoco quello, che dette il Matto, non ha mai preso carte all'avversario, conviene che gli dia il Matto, non avendo altra carta da dare in sua vece: e questo è il caso, nel quale si perde il Matto. Di tali Tarocchi altri si chiamano nobili, perchè contano, cioè chi gli ha in mano vince quei punti, che essi vagliono: altri ignobili, perchè non contano. Nobili sono 1, 2, 3, 4, e 5, che la carta dell' Uno conta cinque, e l'altre quattro contano tre per ciascuna. Il numero 10, 15, 30, e 28 fino al 35 inclusive, contano cinque per ciascuna, e l' ultime cinque contano dieci per ciascuna, e si chiamano Arie. Il Matto conta cinque, ed ogni re conta cinque, e sono ancor' essi fra le carte nobili. Il numero 29 non conta, se non quando è in verzicola, che allora conta cinque, ed una volta meno delle compagne rispettivamente. Delle dette carte nobili si formano le Verzicole , che sono ordini, e seguenze almeno di tre carte uguali, come tre Re, o quattro Re; o di tre carte andanti, come 1, 2, 3, 4, e 5, o composte, come 1, 13, e 28; 1, Matto, e 40, che sono le Trombe, 10, 20, e 30, ovvero 20, 30, e 40. E queste verzicole vanno mostrate prima che si cominci il giuoco, e messe in tavola, il che si dice Accusare la verzicola. Con tutte le verzicole si confà il matto, e conta doppiamente, o triplicatamente, come fanno l'altre, che sono in verzicola, la quale esiste senza matto, e non fa mai verzicola, se non nell'uno, matto, e trombe.

Di queste carte di verzicola si conta il numero, che vagliono, tre volte, quando però l' avversario non ve la guasti, ammazzandovene una carta, o più, con carte superiori; che in questo caso quelle, che restano, contano due volte, se però non restano in seguenza di tre. Per esempio: io mostro a principio del giuoco 32, 33, 34, e 35, se mi muore il 33, o il 34, che rompono la seguenza di tre, la verzicola è guastata: e quelle, che vi restano contano solamente due volte per una; ma se mi muore il 32, o il 35, vi resta la seguenza di tre, e per conseguenza è verzicola, e contano il lor valore tre volte per ciascheduna. Il Matto, come s'è detto, non fa seguenza, ma conta sempre il suo valore due volte, o tre, secondochè conta la verzicola, o guasta, o salvata. E quando s' ha più d'una verzicola, con tutte va il Matto, ma una sol volta conta tre, ed il resto conta due. E questo s'intende delle verzicole accusate e mostrate, primachè si cominci il giuoco; perchè quelle fatte colle carte, ammazzate agli avversari, come sarebbe, se avendo io il 32, ed il 33 ammazzassi all'avversario il 31, o il 34, ho fatta la verzicola, e questa conta due volte. Quando è ammazzata alcuna delle carte nobili, ciascuno avversario segna a colui, a cui è stata morta, tanti segni, o punti, quanti ne valeva quella tal carta; eccetto però di quelle, che sono state mostrate in verzicola, delle quali, sendo ammazzate, non si segna cosa alcuna, se non da quello, che per privilegio non giuoca; perchè tali segni vengono dagli avversari guadagnati nello scemamento del valore di essa verzicola, che dovria contar tre volte, e morendo conta due: ed il 29, morendo la verzicola, dove esso entrava, conta solo cinque.

L'altre carte poi, le quali si dicono Carte ignobili, e Cartacce, non contano (sebbene ammazzano talvolta le nobili, che contano, come i Tarocchi dal numero 6 in su ammazzano tutt' i piccini, cioè l'1, 2, 3, 4, e 5; dall'11 in su ammazzano il 13, dal 14 in su ammazzano il 15. e dal 21 in su ammazzano il 20, ed ogni tarocco ammazza i Re), ma servono per rigirare il giuoco. Questo giuoco appresso di noi non usa, se non in quattro persone al più: ed allora si danno 21 carta per ciascuno: e quando si giuoca in due, o in tre, se ne danno 25. E giuocandosi in quattro persone, il primo, che seguita dopo quello, che ha mescolate le carte in sulla mano dritta (che si dice Aver la mano) ha la facultà di non giuocare, e paga segni trenta a quello, che nel giuoco piglia l'ultima carta: e questo, che piglia l'ultima carta (che si dice far l’ ultima) guadagna a ciascuno di quelli, che hanno giuocato, dieci segni. Colui, che non giuoca, guadagna ancor' egli de' morti, cioè segna ancor lui il valore della carta a colui, al quale è ammazzata detta carta. Se questo primo giuoca, il secondo ha la facoltà di non giuocare, pagando 40 segni: se il secondo giuoca, il terzo ha detta facultà, pagando 50 segni; se il terzo giuoca, passa la facilità nel quarto, che paga 60 segni, come sopra. Ma se il giuoco è solamente in tre persone: non ci è questa facultà di non giuocare.

Mescolate, che sono le carte, quello de' giuocatori, che è a mano sinistra di quello, che ha mescolato, n'alza una parte: e se v'è nel fondo di quella parte del mazzo, che gli resta in mano, una delle carte nobili, o un tarocco dal 21, al 27 inclusive, la piglia, e seguita a pigliarle fino a che non vi trova una carta ignobile. Quello che ha mescolate le carte, dopo averne date a ciascuno, ed a sè stesso dieci la prima girata, e undici la seconda, e scoperta a tutti l'ultima carta, la scuopre anche a sè medesimo, e poi guarda quella, che segue: e la piglia, se sarà carta nobile, o Tarocco dal 21 al 27, e seguita a pigliarne come sopra: e questo si dice rubare. E queste carte, che si rubano, e si scuoprono, sendo nobili, guadagnano a colui, a chi si scuoprono, o che le ruba, tanti segni, quanti ne vagliono: e coloro, che le rubano, è necessario, che scartino; cioè si levino di mano altrettante carte a loro elezione, quante ne hanno rubate, per ridurre le lor carte al numero adeguato a quello de' compagni: e chi non scarta, o per altro accidente di carte mal contate, si trova da ultimo con più carte, o con meno degli avversari, per pena del suo errore non conta i punti, che vagliono le sue carte, ma se ne va a monte. Colui, che dà le carte, se ne dà più, o meno del numero stabilito, paga 20 punti a ciascuno degli avversari: e chi se ne trova in mano più, e' deve scartare quelle, che ha di più; ma non può far vacanza, cioè gli deve rimanere di quel seme, che egli scarta: se ne ha meno, la deve cavar dal monte a sua elezione, ma senza vederla per di dentro, cioè chieder la quinta, o la sesta, ec. di quelle, che sono nel monte: e quello, che mescolò le carte (che si dice far le carte) fattele alzare, gli dà quella, che ha chiesto.

Cominciasi il giuoco dal mostrar le verzicole, che uno ha in mano: poi il primo dopo quello, che ha mescolate le carte in sulla mano destra, mette in tavola una carta (il che si dice dare); quegli altri, che seguono devon dare del medesimo seme, se ne hanno: e non ne avendo, devono dar tarocco: e questo si dice Non rispondere: e dando il medesimo seme, si dice rispondere. Chi non risponde, ed ha in mano di quel seme, che è stato messo in tavola, paga un sessanta punti a ciascuno, e rende quella carta nobile, che avesse ammazzato. Per esempio: il primo dà il Re di danari, ed il secondo, benché abbia danari in mano, dà un tarocco sopra il Re, e l'ammazza: scoperto di aver in mano denari, rende il Re a colui di chi era, e paga agli avversari sessanta punti per ciascuno, come s'è detto.

Ogni Tarocco piglia tutti i semi, e fra lor Tarocchi il maggior numero piglia il minore, ed il matto non piglia mai, e non è preso, se non nel caso detto di sopra. Così si seguita, dando le carte, ed il primo a dare è quello, che piglia le carte date: ed ognuno si studia di pigliare all' avversario le carte, che contano: e quando s' è finito di dare tutte le carte, che s' hanno in mano, ciascuno conta le carte, che ha prese: ed avendone di più delle sue 21, segna a chi n' ha meno tanti punti, quante sono le carte, che ha di più: dipoi conta i suoi onori, cioè il valore delle carte nobili, e verzicole, che si trova in esse sue carte, e segna all'avversario tanti punti quanti co' suoi onori conta più di esso: ed ogni sessanta punti si mette da banda un segno, il quale si chiama un sessanta, o un resto: e questi sessanti si valutano secondo il concordato. E tanto mi pare, che basti per facilitare l'intelligenza delle presenti ottave, a chi non fosse pratico del giuoco delle Minchiate, che usiamo noi Toscani, che è assai differente da quello, che colle medesime carte usano quelli della Liguria: che lo dicono Ganellini; perchè minchiate in quei paesi è parola oscena. Da questo giuoco vengono molte maniere di dire: come essere il matto fra’ tarocchi, entrare in tutte le verzicole, essere le trombe, cartacce, contare, non contare, e simili".


Un passo interessante dell’opera (Ottava 75 – Canto VIII) ci riconduce al significato del termine Bagatto, così come da noi descritto nel nostro saggio al riguardo.


Quegli, che compiacerlo non gli costa,
E vede averla avuta a buon mercato;
L’invito tiene e regge ad ogni posta,
Bench’ ei non abbia un bagattino allato:
E dice, al più faremo una batosta,
Quand’ ei mi vinca, e voglia essere pagato:
Di rapa sangue non si può cavare,
Nè far due cose, perdere, o pagare.

 
Riporto di seguito le note del Minucci e del Biscioni, che offrono di questi versi un’approfondita interpretazione.
 
VEDE AVERLA AVUTA A BUON MERCATO. Conosce d'avere scampato un grande pericolo con facilità, cioè Non ha avuto quella pena o castigo, che egli conosceva di meritare (Minucci).
Averla a buon mercato è traslato dal Comprare le robe a vilissimo prezzo, che in altra maniera si dice Aver piacere. Il Poeta seguita l’allegoria del verso di sopra, dove disse che a Piaccianteo non costava niente il compiacere al Generale: ed ora dice, ch’Egli ha avuto un buon mercato quello, ch’egli temeva di dover pagare a caro prezzo, cioè il castigo dovuto ai suoi misfatti (Biscioni).
L’INVITO TIENE. Accetta l’invito e si accorda di giuocare (Minucci).
REGGE A OGNI POSTA. Posta, trattandosi di giuoco, vuol dire Quella somma di denaro, che i giuocatori concordano, che corra volta per volta nel giuoco, che si dice Invitare, e Reggere a ogni posta, s’intende Tenere tutti gli inviti (Minucci).
NON ABBIA UN BAGATTINO ALLATO. Bagattino è la Quarta parte del quattrino Fiorentino, con altro nome detto Picciolo. Latino Ne obulum quidem. Voce, e moneta Veneziana (Micucci). [Come ho evidenziato nel saggio sul Bagatto, il termine deriva da Bagatella una parola italiana antica, ancora utilizzata ai nostri giorni, che significa “cosa di poco conto”, come il valore della moneta in questione].
E Allaro vuol dire Nella Borsa de’ danari, la quale si tiene allato, cioè in tasca, ovvero attaccata alla serra de‘ calzoni, come usavano i nostri antichi (Biscioni).
FAREMO UNA BATOSTA. Combatteremo, o Questioneremo con parole, etc. Latino Altercor: ed abbiamo ancora il verbo Batostare per Combattere, Battagliare. Storia di Semifonte, trattato quattro: Non avendo tanta gente che bastasse per la terra Batostare. E più sotto: Or di qua, or di là si batostasse (Minucci).
DI RAPA SANGUE NON SI PUÓ CAVARE. Non si può cavare una cosa da dove ella non è. Latino: Aquam e pumice postulare. Plauto: Nam tu aquam et pumice nunc postulas, qui ipsus sitiat (Minucci).
NON SI PUÓ FAR DUE COSE, PERDERE E PAGARE. È detto scherzoso di molti giuocatori, per divertire il dispiacere, che cagiona il perdere. Del restante, chi perde conviene che paghi, essendo il giuoco un contratto come gli altri; onde in tutti i modi si devono i patti, e le condizioni, che fanno fra di loro i giuocatori (Biscioni).

 

Deliziose sono le strofe dalla 67 alla 70, sempre del Canto VIII, dove il Generale, drogato del gioco, compie una digressione sulla sua impossibilità di rinunciare a tale vizio.


67

E sarà ver, ch' io abbia a star soggetto
Ad una cosa , che mi dà tormento?
Come tormento? oibò! s' io v' ho diletto!
Si; ma intanto per lui vivo scontento.
O perfido giuocaccio! o maladetto
Chi t’ha trovato, e me, che ti frequento!
Tu non ci hai colpa tu: a me il gastigo
Si dee dar, poiché con te m' intrigo .

 
68

 

Datemi dunque un mazzo in sulla testa:
Vedete! eccomi qui, ch' io non mi muovo:
Né voi farete cosa men, che onesta,
Se, dal giuocar, morendo, io mi rimuovo:
So ch' ogni dì sarebbe questa festa,
Ch'altro diletto, che giuocar non provo:
Ed a giuocare omai son tanto avvezzo,
Che 'l pentirmi non giovami da zezzo.

 

69

 

L'usare ogni sapere, ogni mia possa
Non vale a farmi contro al giuoco schermo;
Imperocch' io l’ ho fitto sì nell' ossa,
Ch' amo il mio mal qual assetato infermo:
E forse giuocherò dentro alla fossa.
Che forse ? diciam pur: tengo per fermo:
E se trovar le carte ivi non posso,
Farò (purch' e' si giuochi) all' aliosso.

 

70

 

Van co' libri alla fossa i gran dottori,
I bravi colla spada, e col pugnale;
Con libro, ed armi anch' io da giuocatori
Sarò portato morto al funerale,
Grillandato di fiori, e a picche, e cuori
Trapunta avrò la veste, e per guanciale
Quattro mattoni (1), e poiché pien di vermini
I quarti avrò, vo' fare un quarto a' Germini.


(1)
quattro quadri. Nel Rinascimento il termine mattoni venne utilizzati per indicare il seme di quadri.


Se il Generale era di tal guisa, anche le truppe che combattevano nei due opposti schieramenti erano di una pasta più o meno simile. E non poteva essere diversamente dato che, come abbiamo fatto osservare, si tratta di un poema eroicomico. Alcune ottave del Primo Canto sono dedicate alla descrizione delle truppe in marcia. Fra queste quelle di Bieco de’ Crepi (Piero de’ Becchi), Duca d’Orbetello, che, come evoca il nome, era cieco da un occhio. Ma anche la sua truppa non era da meno, in quanto formata da soldati ciechi. La loro insegna era il Diavolo dei Tarocchi:

 

CANTO I

 

Ottava 37


Bieco de’ Crepi, Duca d’Orbatello,
Mena il suo terzo, che ha il veder nel tatto;
Cioè, perch’ei da un occhio sta a sportello,
Soldati ha preso, ch’anno chiuso affatto.
Son l’armi loro il bossolo e il randello:
Non tiron paga, reggonsi d’accatto:
Soffiano, son di calca e borsajoli,
E nemici mortali de’muriccioli.

 
Bieco de’ Crepi, Duca di Orbetello, conduce i suoi uomini, che vedono solo attraverso il tatto, dato che, essendo egli mezzo cieco ha preso con sé soldati ciechi del tutto [La metafora “stare a sportello” deriva da quelle botteghe che in occasione delle feste non comandate, stavano mezze aperte, cioè aprivano solo quella parte del legno che si chiamava “sportello”. In riferimento a questa metafora, l’espressione “ch’hanno chiuso affatto” sta a significare che non vedevano del tutto, come una bottega chiusa]. Le loro armi sono il Bossolo [il contenitore delle elemosine] e il randello [il bastone che i ciechi utilizzano per farsi strada]. Non vengono pagati, si sostengono come gli accattoni [Nella Repubblica Fiorentina, l’“accatto” era un’imposizione che si promulgava in tempi di calamità, con il patto di restituire i soldi entro un certo tempo. Dato che solitamente non veniva restituita, era stabilito un frutto annuale di un tanto per cento. Qui lo scrittore applicando la frase ai ciechi, che in realtà accattavano per mai restituire, intende scherzare sull’equivoco]. Vivono facendo delazioni, cioè la spia, vanno dove c’è calca di gente [situazione ideale per i borsaioli] per rubare  e sono nemici mortali dei muretti [perché non vedendoli, questi li fanno cadere].

 

Ottava 38

 

La strada i più si fanno col bastone:
Altri la guida sempre d’ un suo cane:
Chi canta a piè d’un uscio un’orazione,
E fa scorci di bocca e voci strane:
Chi suona il ribechin, chi il colascione;
Così tutti van buscando il pane.
Han per insegna il diavol de’ Tarocchi,
Che vuol tentare un forno pien di gnocchi.

 
La maggior parte dei soldati [che erano ciechi] fa la strada aiutandosi col bastone, altri invece facendosi guidare dal proprio cane. C’è chi si ferma vicino ad un uscio per cantare una canzone [tipico atteggiamento per farsi consegnare qualcosa da mangiare dal proprietario della casa], e muove in maniera insolita le labbra emettendo voci strane. Qualcuno suona la rebeca [un antenato del violino] e qualcun altro il colascione [strumento a corda pizzicata], così tutti quanti vanno cercando il pane. Per insegna hanno il Diavolo dei Tarocchi, che vorrebbe far paura ad un forno pieno di gnocchi [suscitare una certa tensione nei fornai così da far loro consegnare del cibo].



ADDENDA

 

Vita di Lorenzo Lippi


scritta da Filippo Baldinucci


in Il Malmantile Racquistato di Perlone Zipoli (Lorenzo Lippi), Firenze, G. Barbèra Editore, 1861

 


Nacque Lorenzo Lippi, pittore e cittadino fiorentino, l'anno 1606. Il padre suo fu Giovanni Lippi, e la madre Maria Bartolini. Attese ne' primi anni della fanciullezza alle lettere umane; ma poi, stimolato da una molto fervente inclinazione che egli aveva avuto dalla natura alle cose del disegno, deliberò, senza lasciar del tutto le lettere, di darsi a quello studio: e per ciò fare, si accomodò appresso a Matteo Rosselli, pittore non solo di buon nome, ma altrettanto pratico nel suo mestiere, e caritativo nel comunicare a' giovani la propria virtù, ed insieme con esso ogni buon costume civile e cristiano.

Era in questo tempo il giovanetto Lorenzo di spirito sì vivace e focoso, che con esser egli applicato a vari divertimenti, tutti però virtuosi e propri di quell'età, cioè di scherma, saltare a cavallo e ballare, ed anche alla frequenza dell' accademie di lettere; seppe contuttociò dare tanto di tempo al principale intento suo, che fu il disegno e la pittura, che in breve lasciatisi indietro tutti gli altri suoi condiscepoli, arrivò a disegnar sì bene al naturale, che i disegni, usciti di sua mano in quella età, stanno al paragone di molti de' principali maestri di quel tempo. In somma disegnava egli tanto bene, che se e' non fosse stato in lui un amor fisso, che egli ebbe sempre intorno alla semplice imitazione del naturale, poco o nulla cercando quel più che anche senza scostarsi dal vero può l' ingegnoso artefice aggiugner di bello all'opera sua, imitando solamente il più perfetto, con vaghezza di abbigliamenti, varietà e bizzarria d'invenzione, avrebbe egli senza fallo avuta la gloria del primo artefice che avesse avuto ne' suoi tempi questa patria, siccome fu stimato il migliore nel disegnare dal naturale.

A cagione dunque di tal suo genio alla pura imitazione del vero, non volle mai fare studio sopra le opere di molti gran maestri, stati avanti di lui, che avessero tenuta maniera diversa, ma un solo ne elesse, in tutto e per tutto conforme al suo cuore: e questo fu Santi di Tito, celebre pittor fiorentino, disegnatore maraviglioso e bravo inventore; ma per ordinario tutto fermo ancora esso nella sola imitazione del vero. Delle opere e disegni di costui fu il Lippi così innamorato, che fino nell'ultima sua età si metteva a copiarne quanti ne poteva avere de' più belli: ed io lo so, che più volte gli prestai per tale effetto certi bellissimi putti, alcuno de' quali (così buon maestro come egli era) non ebbe difficultà di porre in opera quasi interamente, senza punto mutarli. Ammirava il Rosselli suo maestro questo suo gran disegno accompagnato anche da un piacevole colorito: e frequentemente gli diceva alla presenza di altri: Lorenzo, tu disegni meglio di me. Gli faceva, con sua invenzione, disegnare, cominciare, e talvolta finire affatto di colorire alcune delle molte opere, che gli erano tuttavia ordinate: e fra quelle, che uscirono fuori per fatte dal Rosselli, che furono quasi interamente di mano di lui con sola invenzione del maestro, si annoverano i due quadri, che sono nella parte più alta di quella cappella de' Bonsi di San Michele dagli Antinori, per la quale aveva fatto il Rosselli la bellissima tavola della Natività del Signore: e rappresentano, uno il misterio della Visitazione di santa Lisabetta, e l'altro l'Annunziazione di Maria. Ma perchè una pittura ottimamente disegnata, e più che ragionevolmente colorita, tuttochè manchevole di alcuna dell'altre belle qualità, fu sempremai in istima appresso agl'intendenti; acquistò il Lippi tanto credito, che gli furono date a fare molte opere, che si veggono per le case di diversi gentiluomini e cittadini. Fra le altre una gran tavola di una Dalida e Sansone per Agnolo Galli: pel cavaliere Dragomanni, a concorrenza di Giovanni Bilivert, di Ottavio Vannini, e di Fabrizio Boschi, tutti celebri pittori, e allora maestri vecchi, fece un bel quadro da sala: uno pel marchese Vitelli: e pel marchese Riccardi, nel suo casino di Gualfonda, colorì uno spazio di una volta d'una camera, di sotto in su: e pel Porcellini speziale dipinse la favola d'Adone, ucciso dal porco cignale: e fece anche altri quadri di storie, e di mezze figure, che lunga cosa sarebbe il descrivere.

Partitosi poi dal maestro, crebbe semprepiù il buon concetto di lui, onde non mai gli mancò da operare. Per uno, che faceva arte di lana, fece un'Erodiade alla tavola di Erode, che fu stimata opera singolare: e l'anno 1639, per la cappella degli Eschini colorì la bella tavola del sant'Andrea in San Friano: e altri molti quadri e anche ritratti al naturale.

Era egli già pervenuto all'età di quaranta anni in circa, quando si risolvè di accasarsi colla molto onesta e civile fanciulla Elisabetta, figliuola di Giovan Francesco Susini, valente scultore e gettatore di metalli discepolo del Susini vecchio, e di Lucrezia Marmi, cugina di Alfonso di Giulio Parigi, architetto e ingegnere del serenissimo Granduca Ferdinando II. Non era ancor passato un anno dopo il suo sposalizio, che al nominato Alfonso Parigi, suo nuovo parente, fu inviata commissione d' Ispruck dalla gloriosa memoria della serenissima arciduchessa Claudia, di mandar colà al servizio di quell'Altezza un buon pittore, onde il Parigi, conoscendo il valore di Lorenzo, diede a lui tale occasione. Si pose egli in viaggio: e pervenutovi finalmente, e ricevuto con benigne dimostrazioni da quella amorevole principessa, si mise ad operare in tutto ciò che gli fu ordinato: e fecevi molti ritratti di principi, dame e cavalieri di quella corte, e altre pitture. E perchè Lorenzo non solamente per una certa sua acutezza nei motti, e per alcune parole piacevoli, che senza nè punto nè poco dar segno di riso, con quel suo volto, per altro in apparenza serio e malinconico, profferiva bene spesso all'occasioni, rendeva amenissima e desiderabile la conversazion sua: e anche perchè egli aveva già dato principio alla composizione della bizzarra leggenda, di cui appresso parleremo, intitolandola la Novella delle due Regine, che poi ridusse ad intero poema, col leggerla ch' ei faceva nell' ore del divertimento a quella Altezza e con certo piacevole e insieme rispettoso modo suo proprio nel conversare co' grandi, seppe guadagnarsi a gran segno la grazia di quella principessa, alla quale, così volendo ella medesima, la dedicò, colla lettera che ci pose a principio di essa, che comincia: Ati figliuolo di Creso. Dimorò il Lippi in quelle parti circa sei mesi, e non diciotto, come altri scrisse; ma essendo in quei medesimi tempi seguíta la morte della Principessa, egli ben favorito e ricompensato se ne tornò alla patria: dove non lasciando mai di fare opere bellissime in pittura, seppe dare il suo luogo e 'l suo tempo alla continuazione del suo poema.

La prima cagione di questo assunto suo fu quella che ora io sono per dire, per notizia avuta da lui medesimo. Aveva il Lippi, fino dalla fanciullezza, avuto in dono dalla natura un'allegra, ma però onesta vivacità e bizzarria, con una singolare agilità di corpo, derivata in lui non solo dal non essere soverchiamente carnoso, ma dall'essersi indefessamente esercitato per molti anni nel ballare, schermire, nelle azioni comiche, ed in ogni altra operazione, propria di uno spirito tutto fuoco, come era il suo; ma non lasciava per questo di quando in quando di esercitare il suo ingegno nella composizione di alcun bel sonetto e canzone in istile piacevole. Coll' avanzarsi in lui l'età, e accrescersi le fatiche del pennello, insieme col pensiero della casa, si andarono anche diminuendo molto il tempo e l'abilità agli esercizi corporali, ma col cessar di questi si andava sempre più augumentando in lui la curiosità de' pensieri, tutti intenti al ritrovamento di un buono e bello stile di vaga poesia. Aveva egli, come si è accennato, non solamente qualche parentela, ma ancora grande amicizia e pratica col nominato Alfonso Parigi, che possedeva una villa in sul poggio di Santo Romolo, sette miglia lontano da Firenze sopra la strada pisana, in luogo detto la Mazzetta, posseduta oggi da Bernardino degli Albizzi, gentiluomo dotato di ottimi talenti e di graziosi costumi: la qual villa è non più di un miglio lontana da quel castello di Malmantile, che oggi per essere in tutto e per tutto vòto di abitatori e di abitazioni, benchè conservi intatte le antiche mura, non ha però di castello altro che il nome.

Andava bene spesso il Lippi in villa del Parigi: e nel passare un giorno, andando a spasso, da quel castello, vennegli capriccio, com'egli era solito a dirmi, di comporre una piccola leggenda in istile burlesco la quale dovesse essere, come sogliamo dir noi, tutto il rovescio della medaglia della Gerusalemme Liberata, bellissimo poema del Tasso: e dove il Tasso elettosi un alto e nobilissimo soggetto per lo suo poema, cercò di abbellirlo co' più sollevati concetti e nobili parole, che gli potè suggerire l'eruditissima mente sua; il Lippi deliberò di mettere in rima certe novelle, di quelle che le semplici donnicciuole hanno per uso di raccontare a' ragazzi: ed avendo fatta raccolta delle più basse similitudini, e de' più volgari proverbi e idiotismi fiorentini; di essi tessè tutta l'opera sua, fuggendo al possibile quelle voci, le quali altri, a guisa di quel rettorico atticista ripreso da Luciano ne' suoi piacevolissimi Dialoghi, affettando ad ogni proposito l'antichità della toscana favella, va ne' suoi ragionamenti senza scelta inserendo.

Fu sua particolare intenzione il far conoscere la facilità del parlar nostro: e che ancora ad uno, che non aveva (come esso) altra eloquenza che quella che gli dettò la natura, non era impossibile il parlar bene. Ora, perchè spesso accade, che anche le grandissime cose da basso e talvolta minutissimo cominciamento traggono i loro principii, egli, che da prima non avendo altro fine, che dare alquanto  di sfogo al suo poetico capriccio, e passar con gusto le ore della veglia, aveva avuto intenzione di imbrattar pochi fogli, de' quali anche già si era condotto quasi al destinato segno, fu necessitato partire per Germania al servizio, come abbiam detto, della serenissima arciduchessa: e con tale sua gita venne ad incontrare congiuntura più adeguata, per dilatare alquanto l'opera sua; perchè, essendo egli colà forestiero e senza l'uso di quella lingua, e perciò non avendo con chi conversare, talvolta, o stanco dal dipingere, o attediato dalla lunghezza de' giorni o delle veglie, si serrava nella sua stanza, e si applicava alla leggenda finchè la condusse a quel segno che gli pareva abbisognare per dedicarla alla serenissima sua signora siccome fece colla citata lettera. Tornatosene poi alla patria, ed avendo fatto assaporare agli amici il suo bel concetto, gli furono tutti addosso con veementi e vive persuasioni, acciocchè egli dovesse darle fine, non di una breve leggenda come egli si era proposto ma di uno intero e bene ordinato poema. Uno di coloro, che a ciò fare forte lo strinsero, fu il molto virtuoso Francesco Rovai; a persuasione del quale vi aggiunse la mostra dell'armata di Baldone. Agli ufizi efficacissimi del Rovai si aggiunsero quelli di altri amici, e particolarmente di Antonio Malatesti, autore della Sfinge, e de' bei Sonetti, che poi dopo la sua morte sono stati dati alle stampe, intitolati: Brindis de' Ciclopi.

Grandissimi furono ancora gli stimoli, che egli ebbe a ciò fare da Salvator Rosa, non meno rinomato pittore, che ingegnoso poeta. Da questo ebbe il Lippi il libro, intitolato: Lo Cunto de li Cunti, ovvero Trattenemiento de li Piccerille, composto al modo di parlare napolitano, dal quale trasse alcune bellissime novelle: e, messele in rima, ne adornò vagamente il suo poema. Chi queste cose scrisse, il quale ebbe con lui intrinseca dimestichezza, e in casa del quale il Lippi lesse più volte in conversazione d'amici quanto aveva finito, a gran segno l'importunò dello stesso: ed ebbe con lui sopra le materie, che e' destinava di aggiungervi, molti e lunghi ragionamenti; tantochè egli finalmente si risolvè di applicarvisi por davvero. Ciò faceva la sera a veglia con suo grandissimo diletto, solito a dire al nominato scrittore, che in tale occasione bene spesso toccava a lui il fare la parte di chi compone e quella di chi legge; perchè nel sovvenirli i concetti, e nell'adattare al vero i proverbi, non poteva tener le risa. E veramente è degno il Lippi di molta lode, in questo particolarmente, di aver saputo, per dir così, annestare a' suoi versi i proverbi, e gli idiotismi più scuri: e quelli adattare a' fatti sì propri, che può chicchessia, ancorchè non pratico delle proprietà della nostra lingua, dal fatto medesimo, e dal modo, e dalla occasione in che sono portati, intender chiaramente il vero significato di molti di loro. E ciò sia detto, oltr'a quanto si potrebbe dire in sua lode, e de' suoi componimenti.

Per un giocondissimo divertimento, e ricreazione, nell'ordinazione di cui non ischifò i concetti pure di chi tali cose scrive: aggiunsevi molti episodi col canto dell'Inferno: e finalmente in dodici cantari terminò il bel poema del Malmantile Racquistato, al quale volle fare gli argomenti per ogni Cantare il già nominato Antonio Malatesti. L'allegoria del suo Poema fu, che Malmantile vuol significare in nostra lingua toscana, una cattiva tovaglia da tavola; e che, chi la sua vita mena fra l'allegria de' conviti, per lo più si riduce a morire fra gli stenti. Nè è vero ciò, che da altri fu detto, che egli per beffa anagrammaticamente vi nominasse molti gentiluomini, ed altri suoi confidenti: perchè ciò fece egli per mera piacevolezza, con non ordinario gusto di tutti loro, i quali con non poca avidità ascoltando dall'organo di lui le proprie rime, oltre modo goderono di sentirsi leggiadramente percuotere da' graziosi colpi dell'ingegno suo. Chi vorrà sapere altri accidenti, occorsi nel tempo che il Lippi conduceva quest'opera, legga quanto ha scritto il dottor Paolo Minucci nelle sue eruditissime Note fatte allo stesso Poema, per le quali viene egli, quanto altri immaginar si possa, illustrato ed abbellito.

Non voglio però lasciar di dire in questo luogo, come un solo originale di quest'opera uscì dalla penna del Lippi, messo al pulito, che dopo sua morte restò appresso de' suoi eredi: ed una accuratissima copia del medesimo, riscontrata con ogni esattezza da esso originale, fu appresso del cavaliere Alessandro Valori, gentiluomo di quelle grandi qualità e doti, di che altrove si è fatta menzione. Questo cavaliere era solito alcune volte fra l'anno di starsene per più giorni in alcuna delle sue ville d'Empoli vecchio, della Lastra, o altra, in compagnia di altri nobilissimi gentiluomini, e del virtuoso cavaliere Baccio suo fratello, dove soleva anche frequentemente comparire Lionardo Giraldi proposto d'Empoli, che all'integrità de' costumi e affabilità nel conversare, ebbe fino da' primi anni congiunto un vivacissimo spirito di poesia piacevole, in stile bernesco, come mostrano le molte e bellissime sue composizioni: ed a costoro fece sempre provare il Valori, oltre il godimento di sua gioconda conversazione, effetti di non ordinaria liberalità, con un molto nobile trattamento di ogni cosa, con cui possa, e voglia un animo nobile e generoso, onorare chichessia nella propria casa. Con questi era bene spesso chiamato il Lippi, e non poche volte ancora lo scrittore delle presenti notizie, che in tale occasione volle sempre essere suo camerata. Veniva Lorenzo ben provvisto colla bizzarria del suo ingegno e col suo poema; con quella condiva il gusto del camminare a diporto, il giuoco, e l'allegria della tavola, mediante i suoi acutissimi motti: e con questo faceva passare il tempo della vegghia con tanto gusto, che molti, che sono stati soliti di godere di tale conversazione, ed io non meno di essi, non dubito di affermare di non aver giammai per alcun tempo veduto giorni più belli.

Ma tornando al poema, ne son poi a lungo andare uscite fuori altre moltissime copie di questa bell'opera, tutte piene di errori; laonde il già nominato dottor Paolo Minucci volterrano, soggetto di quella erudizione che è nota, e che ci ha dato saggio di essere uno de' più leggiadri ingegni del nostro tempo, avendo trovato modo di averla tale quale uscì dalla penna dell'autore, ha poi fatto, che noi l'abbiamo finalmente veduta data alla luce, e dedicata al serenissimo cardinale Francesco Maria di Toscana, coll'aggiunta delle eruditissime Note, che egli vi ha fatte per commissione della gloriosa memoria del serenissimo cardinale Leopoldo, acciocchè meglio si intendano fuori di Toscana alcune parole, detti, frasi, e proverbi, che si trovano in essa, poco intesi altrove che in Firenze.

Non voglio per ultimo lasciar di notare, quanto fu solito raccontare l'abate canonico Lorenzo Panciatichi, cavaliere di quella erudizione che a tutti è nota: e fu, che con occasione di aver con altri cavalieri viaggiato a Parigi, fu ad inchinarsi alla maestà del Re, il quale lo ricevè con queste formali parole: Signore abate, io stavo leggendo il vostro grazioso Malmantile: e raccontava pure l'abate stesso, che la maestà del Re d'Inghilterra fu un giorno trovato con una mano posta sopra una copia di questo libro, che era sopra una tavola: e tutto ciò seguì molti anni prima, ch'e' fosse dal Minucci dato alle stampe.

Tornando ora a parlare di pitture, molte furono le opere, che fece il Lippi; il quale finalmente pervenuto all'età di cinquantotto anni, per l'indefesso camminare, ch' e' fece un giorno, com'era suo ordinario costume, anche nell'ore più calde, e sotto la più rigorosa sferza del Sole, parendogli una tal cosa bisognevole alla sua sanità, avendo anche quella mattina preso un certo medicamento, assalito da pleuritide con veemente febbre, con straordinario dolore degli amici, e con segni di ottimo cristiano, come egli era stato in vita, finì il corso de' giorni suoi: e fu il suo corpo sepolto nella chiesa di Santa Maria Novella nella sepoltura, di sua famiglia. Lasciò due figliuoli maschi, e tre femmine: il primo de' maschi si chiamò Giovan Francesco, che vestì l'abito della Religione Vallombrosana, e Antonio, che vive al presente in giovanile età. Delle femmine, la prima ha professato nel convento di San Clemente di Firenze: la seconda vestì l'abito religioso nel Monte a San Savino: e l'altra fu maritata a Gio. Giacinto Paoli, cittadino Fiorentino, che premorì al marito senza figliuoli.

Fu il Lippi persona di ottimi costumi. amorevole e caritativo; perlochè meritò di essere descritto nella venerabile Compagnia della Misericordia, detta volgarmente de' Neri, che ha per istituto il consolare e aiutare i condannati alla morte: ed in essa fu molto fervoroso. Non fu avido di roba, o interessato: ma se ne visse alla giornata col frutto delle sue fatiche, e di quel poco che gli era restato di patrimonio. Ma perchè tale è l'umana miseria, che a gran pena si trova alcuno, per altro virtuoso, che alla propria virtù non congiunga qualche difetto, possiamo dire che il Lippi, più per una certa sua natural veemenza d'inclinazione che per altro, in questo solo mancasse, e facesse anche danno a sè stesso, in essere troppo tenace del proprio parere in ciò che spetta all'arte, cioè d'averne collocata la perfezione nella pura e semplice imitazione del vero, senza punto cercar quelle cose, che senza togliere alle pitture il buono e 'l vero, accrescono loro vaghezza e nobiltà: la qual cosa molto gli tolse di quel gran nome, e delle ricchezze, che egli avrebbe potuto acquistare, se egli si fosse renduto in questa parte alquanto più pieghevole all'altrui opinioni. In prova di che, oltre a quanto io ne so per certa scienza, per altri casi occorsi, raccontommi un gentiluomo di mia patria, che avendo avuto una volta dì oltre i monti commissione di far fare quattro tavole da altare a quattro de' più rinomati pittori d'Italia; egli una ne allogò, se bene ho a mente, al Passignano, una al Guercino da Cento, ed una ad altro celebre pittore di Lombardia, che bene non mi si ricorda, e una finalmente al Lippi: ed a questo la diede con patto, ch'egli si dovesse contentare di dipignerla secondo quella invenzione che egli gli avrebbe fatto fare da altro valoroso artefice, sì quanto al numero e all'attitudine delle figure, quanto al componimento, abbigliamento, architetture. e simili: e dissemi di più il gentiluomo, che fatta che fu l'invenzione in piccolo disegno, il Lippi si pose a operare, e a quella in tutto e per tutto si conformò con gli studi delle figure: e finalmente condusse un'opera, che riuscì, a parere di ognuno, la più bella di tutte le altre.

Potè tanto in Lorenzo quest'apprensione di voler poco abbigliare le sue invenzioni, che non diede mai orecchio ad alcuno che fosse stato di diverso parere: e al dottore Giovambatista Signi, celebre medico, che avendogli fatto fare una Juditta colla testa di Oloferne si doleva ch' e' l'avesse vestita poveramente e poco l'avesse abbigliata; rispose doversi lui contentare ogni qualvolta egli per far quella figura più ricca, le aveva messo in mezzo al petto un gioiello di sì grossi diamanti, che sarebbero potuti valere trentamila scudi: ed esser quell'altro adornamento solo di pochi cenci e di quattro svolazzi. Dirò più, che questo suo gusto tanto fermo nella prima imitazione fece sì che poco gli piacquero le pitture di ogni altro maestro, che avesse diversamente operato, fussesi pure stato quanto si volesse eccellente: e si racconta di lui cosa che pare assolutamente incredibile, ma però altrettanto vera, e fa: che egli passando di Parma al suo ritorno d'Ispruck, nè meno si curò di punto fermarsi per vedere la maravigliosa cupola e le altre diversissime pitture che sono in quella città, di mano del Coreggio. E sia ciò detto per mostrar quanto sia vero che a quel professore di queste belle arti, che intende di giugnere a maggiori segni della virtù, della stima e dell'avere, fa di mestieri talvolta, ricredendo il proprio parere, agli esempi di coloro accostarsi, che a giudizio universale de' più periti già hanno ottenuto il possesso di eccellenza sopra di ogni altro artefice.


Note

1 -
Un ulteriore documento sul gioco e le regole delle Minchiate è rappresentato dal manoscritto Regole del nobile e dilettevole gioco delle Minchiate, del 1716. Si legga al riguardo l'articolo Trattato del gioco delle Minchiate. 

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