Saggi di Andrea Vitali

Vecchio come il Cucco

Grattaculo e vinci… Cacaccia

 

di Giuseppe M. S. Ierace

 

Una tavolata di giocatori (una società umana); a ognuno una carta (una sorte); a ognuno una possibilità di cambiarla (di mutar destino); ma ognuno è bloccato dinanzi ad un trionfo (è sconfitto dai potenti) e capita di buscare un colpo (di esser puniti); si scoprono le carte e la più bassa (il capro espiatorio) paga per tutti. Saverio Franchi riassume l’esperienza di quello che potrebbe esser considerato l’esito d’una divinazione, quasi come Teofilo Folengo (1491-1544), nel Caos del Triperuno (1527); questi in riferimento alle ventidue lame dei Tarocchi, l’altro al mazzo speciale del Cucù.

 

Le carte del Cucco, Cuccu o Cucù (Lu Stù, a Montorio al Vomano, Lu ttuffe a Campli) sono infatti sopravvissute alle vicissitudini che invece hanno fatto scomparire altri giochi rimasti del tutto sconosciuti, anche allorquando  realmente esistiti autonomamente da quelli con cui avranno potuto costituire degli eventuali ponti di connessione.

 

Il gioco delle "Venti figure", per esempio, qualunque cosa possa esser stata, ci resta abbastanza ignoto, almeno parzialmente, quasi una citazione letteraria, solo un nome documentato d’un gioco, come molti altri, non pervenuto però nella sua integrità, ma forse sotto altre forme a cui non riusciamo al momento a ricondurlo. Ciononostante, negli anni 1585-1586, a Napoli, veniva elencato assieme a tarocchi, sbracare, malcontento, “a primiera ordinaria, a primiera scoperta, seu sommaria, et a runfo”.

 

Dadi e scacchi

 

Un primo interessante aspetto del Cuccu, tipo Malcontento, non sappiamo quanto distinto  però dallo "Gnaffus", o Gnafum degli “Statuti di Bologna” (dall'anno 1245 all'anno 1267), consiste nel fatto che all’inizio si sarebbe presentato forse come un gioco di dadi, solo successivamente trasformatosi in gioco di carte, similmente a come si ritiene che forse le figure dei Trionfi si siano potute sviluppare da una precedente variante degli Scacchi.

 

 

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 Gioco nuovo del Contento da praticare con i dadi

 

 

Gioco locale - gioco internazionale

 

Il Cucu ha carattere doppio: di gioco di carte “locale” italiano, tradizionalmente giocato in pochi luoghi, e, allo stesso tempo,  quello d’un gioco conosciuto in diversi altri paesi, soprattutto del Nord-Europa (fra le isole danesi Fionia e Sjælland, nello Zeeland olandese, dove si gioca una variante con le pedine, e, sempre più di rado, in Scandinavia).

 

 

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Antiche carte da Cucù stampate a Bari da Guglielmo Murari

 

 

Gioco di scambio - gioco di presa

 

Per quanto riguarda l'Italia, sarebbe un gioco di società, adatto alla cerchia familiare, ma più precisamente forse e meglio “di scambio”, tipico della provincia di Teramo (Montorio al Vomano e Campli) e contemporaneamente un gioco “di presa”, in uso intorno al Lago d'Iseo, tra Bergamo e Brescia.

 

Tenendo conto del contributo di Saverio Franchi (1991), la storia del gioco sembra potersi collocare, come suggerisce Kimihiko Kuromiya (2011), ben prima di quanto precedentemente era stato supposto.

 

Se il Cuccù si potesse assimilare al Malcontento, si potrebbe presumere un probabile primitivo sviluppo, in Francia (Maucontent), intorno al 1490, mentre il testo di Luigi Tansillo (1510-1568) rappresenterebbe la prova certa dell’introduzione e del successo raggiunto in Italia.

 

Più d’un decennio prima (1534), François Rabelais (1494-1553), nella sua lista di giochi, annotava “Cocu” e “Maucontent” in stretta vicinanza tra loro, quali giochi diversi, ma simili. Eppure, a Bologna, già nel XIII secolo, si rileva un gioco di dadi chiamato "Gnaf". E questo "Gnav" ritorna come carta nella versione nordeuropea del Cuccù; ma ciò che viene riconosciuto con il nome di "Gnav" o "Gnao", potrebbe esserlo pure sotto molte altre designazioni.

 

Hexenspiel o Vogelspiel

 

La qualificazione tedesca di Cuccù è "Hexenspiel", o Vogelspiel, dove il "Cuccù", da cui deriva, diventa "Pfeiff" (pappagallo) e invece di "Gnav" o "Gnao" si ha un più onomatopeico "Miau"; Werda è una sentinella, Hott il Cavallo, Einkerth la locanda, Deller un piatto, Würst la salsiccia, Glas una Coppa, Narr il Matto, Hex la strega che fornisce “uno” degli epiteti, visto che l’altro (Vogel) traduce direttamente Cucù in quanto uccello Pfeiff.

 

 

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Antiche carte tedesche con Pfeiff, pappagallo e Miau al posto di Gnao

 

 

Le carte di Hexenspiel, in tutto 32, raffigurano sempre 20 personaggi raddoppiati e 12 carte numerate. Per consuetudine, si disegnava col gesso un cerchio suddiviso in dodici spicchi  da far cancellare a chi restava con la carta peggiore (la strega perde doppiamente), poi le norme sono state sostituite da altre via via più complesse. Le Salzburger Hexenspiel, dipinte da Ignaz Preisinger (c. 1816), costituiscono delle Tauschkartenspiel da collezione antiquaria.

 

Cambio o Campli?

 

Mentre in Norvegia ritorna Gnav, la versione svedese, nel 1741, veniva menzionata come Campio (da Campli?), o Camfio (quale storpiatura del verbo italiano “cambio”?). Dal 1833 si chiama Kille (tipo), intendendo la figura grottesca dell’Harlekin, numerata XIX e al di fuori della gerarchia delle 38 carte di cui si componeva allora il mazzo scandinavo: undici numerate da zero a dieci; le “inferiori” Spannen (fibbie) e Gycklarmasken (maschere); le cinque “superiori”, Värdshuset (locanda), Katten (gatto), Hästen (cavallo), Vakten (guardia) e Göken (Cuckoo).

 

In seguito, le due serie sono arrivate a 48 [le carte “numerate” a dodici; tra le “inferiori” si avvicendarono Kransen (corone), Blompottan (vasi di fiori) e Blaren (ampolla); le più elevate (“superiori”), in ordine crescente Inn (locanda), Kavall, Husu (suina), Hussar (ussaro, o il maestro), Cucu e Harlequin], per ridursi successivamente a 42. Eppure, al posto delle carte, Kille può anche essere giocato con speciali pedine, o piastrelle, che alla base ripropongono analoghe raffigurazioni e numeri.

 

 

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Illustrazioni da applicare alla parte inferiore di dischi, fiches, monete o  pedine da Chuchu

 

 

Hej, gutår, och kambio!

 

Le carte del Kambiospelet ricorrono nella poetica del letterato stoccolmiano Carl Michael Bellman (1740-1795): “Hej, gutår, och kambio!/ Granne, marsch ur potten!/ Blaren, den hundsvotten — / Kambio. . . och kuku står./ Jag ser skorsten ryka:/ Värdshus måste stryka...” (“Fredmans Testamente”, nummer 181).

 

Sotto lo pseudonimo di Falstaff, fakir, lo scrittore di Lund, Sven Axel Olaus Wallengren (originariamente Svensson, 1865-1896,) mette in rima: “Proletären gärna ville/ dricka punsch och spela kille”. E persino alcune espressioni del gioco sono entrate prepotentemente nel linguaggio corrente, come “Svinhugg går igen”, che potrebbe tradursi quale “porcata” di ritorno, se una “maleducazione” ha ottenuto il giusto “compenso”, o “gå värdshus förbi”, andare oltre la locanda, se si è persa un’occasione.

 

Gniao o Gnav

 

Riassumendo, come mazzo di 38 carte, in Germania, Baviera , e Austria , per esempio, il Cucco è diventato il gioco della strega ("Hexenspiel "), o dell’uccello ("Vogelspiel "). In Svezia, per la prima volta nel 1741, la denominazione è squisitamente italiana: Cambio (per  "scambio"), e, nel 1833, dalla carta che, nella versione svedese del gioco, presenta delle prerogative particolari, diventa Kille (“tipo”, probabile distorsione di Harlekin, "Arlecchino"), e questa resta la comune versione dal 1850 in poi.

 

Quando ha raggiunto la Danimarca era “Gniao” (il miagolio del gatto, sempre dall’italiano "miao"), con un numero maggiorato di carte (42) ed è stato esportato in Norvegia, durante l'unione con la Danimarca (Kalmarunionen, voluta da Margherita I) , trasformandosi  in “Gnav”, con l’impiego di pedine identificabili dalle figure alla base, probabilmente durante il regno di Cristiano VI (1730-1746), che, a causa del suo pietismo, introdusse il divieto per i giochi con le carte, anche per quelle composte di due serie di 21, differenti in senso decrescente:  Gjöken (cuculo), Dragonen (Dragone), Katten (gatto), Hesten (cavallo), Huset (Casa), tredici carte numerate da 12 a zero, Narren (imbroglio), Potten (pentola), Uglen (gufo).

 

 

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Carte scandinave con Narren, Uglen, Potten, etc.

 

 

Ranter-Go-Round

 

In Gran Bretagna si dice Ranter-Go-Round (girare attorno), ma anche Trade Game (Mercanteggiare), Chase the Ace (Caccia all’Asso), Moogle, Oh Hell, un’italica Marinara, ancora un francesizzante Cuckoo, e poi Screw Your Neighbor, Spit on Your Neighbor, Poop on Your Neighbor, dove “Screw”, “Spit”  e “Poop”, nei confronti del vicino di tavolo, o del prossimo in genere, non nascondono allusioni sessuali e scatologiche.

 

Nonostante l’ampia varietà degli appellativi, si fa però ricorso a un comune mazzo da 52 carte, in cui l’Ace può convenzionalmente essere considerata la carta più bassa, oppure la più alta, e King degradato, in quest’ultimo caso, fino a risultare il peggiore dei valori.

 

Hère

 

In Francia, il gioco a eliminazione Coucou riprende il nome anglosassone di “As qui court” e di “Hère”, e utilizza sia il mazzo di 52 sia quello di 32 carte, a seconda del numero dei partecipanti, da 5 a 20. Il colore non è preso in considerazione e conta solo il rango. A seconda del mazzo, da 32 o 52, la carta più bassa è sempre l'Asso e la più alta, rispettivamente, il Sette o il Re.

 

La designazione As qui court  è successiva a un Coucou, che potrebbe alludere al tradimento (cocu), e compare in letteratura soltanto nella metà del XVIII secolo, trovando giustificazione nel fatto che l'Asso conta sempre come il valore più basso delle carte che passano di mano in mano fino a quando il Re non ne blocchi il percorso verso il tallone del mazzo.

 

Eppure Joseph Méry, in “L'Arbitre des jeux” (1847), lo ritiene più propriamente una variante del Coucou, per via di alcune piccole diversificazioni circa le procedure di scambio che non rispettano le regole riportate nell’Académie universelle des jeux, edita da Théodore Legras (1725) e nel “Dictionnaire des jeux” di Jacques Lacombe (1792).

 

On appelle aussi ce jeu l'As qui court

 

Mentre il nome Coucou rimane quello adottato nelle opere di riferimento  del secolo XVIII, l'Académie française non lo ha mai introdotto nel suo dizionario, preferendogli quello di Hère, diavolo. Non è, tuttavia, possibile stabilire con certezza se il mazzo di carte presentato nella prima edizione del dizionario dell'Accademia di Francia nel 1694 come Hère, corrisponda effettivamente a quello utilizzato per  Coucou e non invece per altri giochi. La quinta edizione dello stesso dizionario, nel 1798, pur riprendendo la precedente definizione di gioco di carte in cui vince solo un giocatore, precisa: “On appelle aussi ce jeu l'As qui court”.

 

Invece, nella cinquième section del suo Manuel des jeux de calcul et de hazard ou nouvel Académie des jeux (1832), dedicata ai Jeux de distraction (tra Hymen, Commerce, Commére-accommodez-moi e vingt et un, trente et un, Loterie ed Espérance), Monsieur M. Lebrun non parla affatto di As qui court, fa un breve, e poco significativo cenno, a Hère in una nota a piè di pagina, e presenta il  Coucou con le sue regole tradizionali: di jetons o marques, di dichiarazioni “je suis content” per sto, oppure “contentez-moi” per passo, e del rifiuto da parte d’un Roi con l’espressione secca di Coucou.

 

Cartaccia o Cacaccia

 

Dal novero di queste tracce, si possono supporre delle alternative rispetto  alla versione originale, anche se adesso risulta troppo difficile stabilire in cosa il gioco citato già nell'elenco di Rabelais (“…a la charte uirade, au maucontent, au lansquenet, au cocu, a qui a si parle…”) sia uguale o differisca, in quanto variante di quello ritenuto tradizionalmente più antico e riconoscibile nel Mécontent.

 

Thierry Depaulis, oltre a citare le definizioni di "mécontent", "maucontent", "malcontent" (scontento), nomina il gioco della “Cartaccia”, menzionato nel 1510 da Niccolò di Bernardo dei Machiavelli (1469-1527), e che, dovendo essere un gioco molto simile, per semplice assonanza, s’avvicina  alla denominazione al femminile ("Cacaccia") della carta montoriese dal più basso valore (Cacaccio), analoga al Grattaculo di Campli. 

 

 

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Carta dello zero nel mazzo tipico di Campli

 

 

Trionfi di “20 figure”

 

È oltremodo suggestivo, comunque, ipotizzare una certa somiglianza, non del tutto fittizia, tra Cuccù e quei  giochi di Trionfi, con “20 figure speciali", presenti a Napoli, insieme con Tarocchi e Malcontento, tra il 1585 e il 1586, quando vengono conteggiati tra i giochi popolari: "A piccetto, tarocchi, venti figure, gilè, sbracare, al malcontento, a trapolare, alla gabella, a primiera ordinaria, a primiera scoperta, seu sommaria, et a runfo".

 

§

 

I nomi sono stati spesso modificati per “regole” tuttavia rimaste più o meno sommariamente invariate, quanto meno nella loro  sostanza, ma sotto differenti denominazioni di varianti, in un periodo che presumibilmente va dal 1370 al 1430, in cui potrebbe essersi evoluta quella fase di categorizzazione dei Naibi, "doppi" o "scempi", dei quali i primi si sarebbero risolti nelle Minchiate fiorentine e i secondi nelle “Venti figure" napoletane, e giochi che dapprima richiedevano i dadi venivano trasformati in giochi di carte .

 

Il mazzo del Cucco

 

L’altra particolarità riposa dunque nella specifica conformazione del mazzo, che non si articola nel consueto sviluppo basato sui quattro canonici pali, bensì sul raddoppiamento di singole carte in serie, le quali andrebbero così a costituire un paio di “naibi scempi”: Nulla, Secchia (Meno di nulla), Mascherone (Manco di secchia), Cacaccio (la carta con l’effige del Leone rampante), e dopo le numerali da I a X, Taverna  (dal motto “Fermatevi alquanto”, XI), Gnaff (o Gnao, XII), Cavallo (o Salta, XIII), Ttuffe (o Bum o “Hai pigliato Bragon”, XIIII), Cucù (XV).

 

Naibi scempi - naibi doppi

 

Con quattro semi risulta praticamente obbligata la maniera di formare un qualsiasi mazzo, in modo tale che il numero totale ne sia multiplo, la qual cosa tornerà poi utile nella distribuzione d’un ugual numero di carte ai giocatori presenti al tavolo, in coppia o coppie, come accade per 40, 48, 52, 56, 96 carte, ma non per 78, o 22. I naibi sarebbero stati pertanto composti da 56 carte, e cioè esattamente come i mazzi dei tarocchi senza l’aggiunta delle carte trionfali. E di due “militari” (“superiore” e “inferiore”, alla maniera degli Ober e Unter dei mazzi tedeschi), oltre a Re e Regine, predicava San Bernardino a Siena, già nel 1425.

 

Il mazzo dei naibi semplici sarebbe stato di 40 o 48 carte (32 o 36 in Germania) e la figura del Matto un’aggiunta posteriore, poiché l’introduzione d’una diversa gerarchia fra le carte ne scompaginerebbe intercambiabilità ed equipollenza. E un eventuale secondo gruppo non può che arrivare a sbilanciare ogni cosa.

 

Il pacco ordinario di 48 carte sarebbero "naibi scempi", mentre il mazzo di 96 i "doppi", e questo molto probabilmente forse prima ancora d’assumere il nome di quelle “Minchiate” derivate da una successiva aggiunta (di altre carte trionfali a quelle già tradizionali) ai preesistenti tarocchi “standard”?

 

La confezione “doppia” potrebbe corrispondere anche al normale mazzo attuale di 40 carte regionali, i naibi scempi alle “venti figure” e la “singola” serie a un “mezzo scempio”, palo, seme o colore. Il pacchetto di Cucco, in questo caso, rientrerebbe in quella categoria di moltiplicazione-suddivisione in grado di ridursi a 20 carte, corrispondenti al gioco delle “Venti figure”, che dobbiamo supporre originariamente giocato con i dadi.

 

Le regole del gioco

 

Il Cucco è quindi uno dei pochi giochi che esiste sia sotto forma d’un insieme di “regole”, sia nella forma d’una particolare confezione di carte, in cui dei numeri, e soprattutto delle figure, a quelle “regole” possano attribuire senso.

 

Come agli Scacchi, il “Cavallo” (un XIII) “Salta”. La “Taverna” (XI ovvero “Fermatevi alquanto”) rischia alla domanda “Pagherai se Nulla?” (se la carta da passare è una “Nulla”). “Ttuffe” (XIIII ovvero “Bum”, o “Hai preso Bragon”), oltre a negare il passo, darà la “bummita”; lo “Gnao” (XII ovvero “Gnaff”), eserciterà la “gnaffata” e pure “Gnaff, carte arrete”. La “Carte Morta” determina uno scorrimento nella graduatoria. Il Matto “paga e fa pagare”; quindi, quando ne esce uno solo, perdono un gettone ciascuno, sia chi ha avuto il matto, sia chi ha ricevuto la carta più bassa; paga il gettone solo chi ha avuto la carta più bassa, quando invece escono tutt’e due i matti, che si salvano entrambi, perché valgono XIIII e ½. Se sono in gioco ancora tre giocatori e vengono distribuiti due matti e un Ttuffe, paga quest’ultimo perché vale XIIII. Se alla fine del gioco, uno dei due giocatori, rimasti con un solo gettone ciascuno, ha un matto, poiché “Il matto paga e fa pagare”, il gioco ricomincia da capo, in assenza d’un naturale vincitore. Se però l’altro possiede un Cucù, vince quest’ultimo. Idem, quando ai due giocatori, con un solo gettone, rimangano carte di uguale valore, mentre due cucù si dividono il piatto.

 

§

 

Cacaccio o Grattaculo 

 

Il passatempo, in genere, viene adottato proprio per trasformare il futuro in un'attesa, onde creare cabalistici connubi tra figure e numeri, anche se non proprio in funzione predittiva, quanto meno con modalità augurali, allegorico-discorsive, di nuove e inaspettate opportunità.

 

Ma a complicare ancor più le cose subentrerebbero le varianti che possono essere giocate con un mazzo ordinario, adatto a diverse altre famiglie di giochi, dalle quali resterebbe comunque escluso  il “pacchetto speciale” e, a maggior ragione, la metà di questa confezione particolare (cioè “scempi”, senza le doppie carte), che non potrebbe venire impiegata per nient’altro. E si ricordi l’esistenza, inoltre, d’un ulteriore set consistente in gettoni, o pegni, con immagini incollate al loro fondo circolare, come nei paesi scandinavi.

 

Nelle sue versioni italiane, il pacchetto speciale potrebbe comunque risultare davvero molto antico e, se forse non introdotto persino ancor prima delle altre, più complesse, carte da gioco, quanto meno contemporaneo all’epoca della feudalità quattro-cinquecentesca dei Farnese.

 

Merde!

 

I teramani adottarono un mazzo “territoriale” tutto loro, che comprendeva, rispetto agli altri in uso in Italia e all’estero, dov’era quasi esclusivamente presente una figura grottesca, o di Arlecchino o di Matto o di Strega, un’inedita sostituzione con il Cacaccio montoriese, o il Grattaculo camplese. Il quale, però, come tale, compare in una versione veneziana del Cuccù, altrimenti chiamato appunto anche Cacaccio, proprio con il significato di diarrea, in questo caso, dal nome della carta più bassa, che naturalmente ha un ruolo tutto peculiare nello svolgimento di questo svago.

 

Il motivo del “grattare”, dello zero, del punto, o del raffazzonato, linguisticamente intercambiabili nelle lingue nordiche (come l’anglosassone “scratch”: verbo, sostantivo e aggettivo), si associano idealmente all’immagine delle feci e dell’ano, dall’indubbia apotropaica valenza, e si ritrova pure variamente in vecchie (c 1520-1540.) carte da gioco tedesche [del palo di Laub (Foglie), piuttosto che Schellen (Campane), Eicheln (Ghiande), o Herz (Cuori)], man mano poi integrate nelle solite raffigurazioni. Mentre il quadretto veneziano del “grattare proprio lì” sembrerebbe relativamente recente.

 

 

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Carta tedesca a seme di Laub e illustrazione ispirata al mazzo di Campli

 

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Sette di Foglie di tipo salisburghese, con immagine di Grattaculo

 

 

Pur vicinissime, Campli e Montorio al Vomano, presentano, tra le loro tipiche modalità di gioco, delle sottili differenze, per esempio la montoriese "gnaffata di ritorno". Cucù è pure una variante della Bestia, appartenente alla famiglia della briscola. Le regole del gioco giocato tra Bergamo e Brescia, intorno al Lago d'Iseo, sono relative ai “giochi di presa”, più spesso, ovviamente, giocati con il mazzo ordinario.

 

Un gioco “antichissimo”

 

In maniera abbastanza approssimativa, Thierry Depaulis (1981) avrebbe proposto una sua sintesi dello sviluppo del gioco, adesso conosciuto come Cucco o Cuccù, riconducendo l’apparizione di questo nome a un momento successivo alla primitiva intitolazione di Malcontento.

 

Del Cucù, Giampaolo Dossena (1930-2009) aveva già scritto che "è da considerare antichissimo, forse anteriore alla introduzione delle carte da gioco in Europa" (1984). E difatti il gioco dello Gnaff viene citato in alcuni statuti di Bologna del XIII secolo, abbinato all'abitudine di giocare con gettoni o pedine, che incollata sulle loro basi avevano un'immagine, prelevata forse dalle “Venti figure”.

 

Gli “Annali di Recanati”

 

«Il Leopardi crede che le carte di quattro colori simulassero una guerra e che le più antiche, dette del cucco, ne avessero due soltanto (spade e bastoni) cui si aggiungessero due colori ausiliari (denari, coppe). Di queste carte posteriori alle minchiate e ai tarocchi, che egli crede di invenzione italiana è verisimile l’origine spagnola, provata dall’uso comune della parola “ombra”, per giocatore, dallo spagnolo “hombre”, uomo.» (Sassi, 1948).

 

E nel napoletano: Zapa o Cuco

 

Sembra che da Napoli, commenta Scipione Volpicella, il Malcontento sia passato in Spagna, dove, nei dizionari settecenteschi, veniva considerato come: «Gioco di carte, in cui si dà una sola carta ad ogni giocatore e a partire da chi è di mano si scambia la carta con il giocatore seguente, e colui che ne ottiene una che gli basta dice Son contento; colui che ha il Re dice Zapa o Cuco e non scambia…».

 

Nella guerra del conte Monaldo, Coppe e Danari sono stati aggiunti solo più tardi (naibi “doppi”), per complicare giochi di carte troppo semplici (naibi “scempi”) con due soli semi?

 

In un primitivo pacchetto di “scempi”, Bastoni o Spade da soli andavano benissimo ovviamente per la simulazione d’una battaglia. Queste affermazioni derivano dagli appunti (Annali di Recanati con le leggi ei costumi degli antichi Recanatesi) presi dal conte Monaldo Leopardi (1776-1847), letterato e bibliofilo, padre del celebre poeta. Il mazzo di carte, a cui si riferirebbe, sarebbe potuto essere quello conosciuto con il nome di “Cucco”, semplicemente perché provvisto solo di  due serie. Grazie a questa sua struttura, potrebbe però anche precedere i naibi a cui s’aggiungono i semi ausiliari di coppe e denari, come pure essere appena posteriore a un ipotetico unico colore di spade, o di singoli bastoni.

 

Confezioni ridotte – confezioni doppie

 

La citazione del classico lavoro (1782) di Gerolamo Tiraboschi (1731-1794) non chiarisce la fondatezza della teoria. E ben più eloquente appare il consiglio rivolto al “Cartaro” Padovano da Alfonso dei Pazzi, in una sua “mascherata”, di sostituire i quattro semi “ordinari” con figure a contenuto didattico: “Or lassa dunque andar coppe e bastoni,/ E prendi il nuovo tema, che ti diano./ Non ti saran da’ frati proibite/ Le nostre, che non rubano i danari,/ Ma imprimon le virtudi alte e gradite.”

 

§

 

Mazzo doppio, a quattro semi, naibi scempi, o mezzo mazzo, il Cucco poteva non necessitare d’alcuna carta duplicata. Lasciando le figure ed eliminando le carte numerali, il gioco potrebbe svolgersi ugualmente e divenire persino più intrigante, quasi come nell’applicare le regole del Cucù agli Arcani dei Tarocchi, che già di per sé costituiscono un “mezzo” mazzo di “Venti figure”, o carte da cucù, in questo caso scevro da repliche.

 

Le laudi del Malcontento

 

I primi riferimenti noti a un “gioco di famiglia”, conosciuto con un nome diverso, Malcontento o simili, che si giocava con mazzi ordinari, lo metterebbero in rapporto con il Cucù, senza però discriminarne una netta precedenza dell’uno nei confronti dell’altro, in quanto gioco di carte o di particolari gettoni o pedine.

 

“…V’ho scritto le laudi del Malcontento, gioco vie più che tutti gli altri a voi caro et vie più che tutti gli altri picciolo et gratioso.”, scriveva Luigi Tansillo, nel 1547, nella dedica del “Capriccio in laude del giuoco del Malcontento” (XVII dei “Capitoli Giocosi e satirici”) al Signor Sanseverino nano favoritissimo del Signor Principe di Bisignano.

 

Et perché vedo quanto vi sia caro/ giocar al Malcontento spesse volte,/ gioco degno d’un uom come voi raro… O mi sia data carta o mi sia tolta,/ ho sempre nova spettativa inante/ di veder come la fortuna volta./ Non è bisogno ch’io rivolga tante/ carte, et getti et raccoglia et conti et parta:/ noia a chi gioca et noia al circostante…”

 

Lode della Primiera

 

A paragone del malcontento, il poeta giudica noiosi gli altri giochi che richiedono per ogni giocatore l’utilizzo di più carte e regole più complesse.

 

Anche Francesco Berni (1497-1536), nella Lode della Primiera, adotta medesima strategia di raffronto: “Un che volesse dirne daddovero,/ Bisognere’ ch’avesse più cervello/ Che chi trovò gli scacchi e ’l tavoliero.// Chi dice: ‘Egli è più bella la bassetta’,/ Per esser presto e spacciativo giuoco,/ Fa un gran male a giucar s’egli ha fretta./ Questa fa le sue cose appoco appoco;/ Quell’altra, perch’ell’è troppo bestiale, / Pone a un tratto troppa carne a fuoco”.

 

Tressette?

 

Io fo qui il fatto mio con una carta,/ con una carta ch’a pena si tocchi/ di molti accoglio la moneta sparta./ Non è come la noia de’ tarocchi… Né men come la flemma degli scacchi,/ che tiene tanti officii et tanti gradi/ et vi son tanti matti et tanti schiacchi;/ né men come il crudel giuoco de’ dadi,/ che ritrovar cagion per me non vaglio,/ ond’è ch’al mondo il crudel laccio agradi./ Il dar di palla al muro, il trar col maglio,/ c’han mestier di gran forza et di gran magna,/ son giochi da periglio et da travaglio./ Cedagli la primiera d’Alemagna,/ el gioco di trionfo et di runfetto/ e ’l tre dua asso, ancor che sia di Spagna”.

 

Dalla capacità di presa in ordine decrescente, che trova ai primi posti proprio il “tre dua asso”, si tratterebbe del Tressette, e non d’un gioco iberico. A meno che il riferimento non vada a quel dilagante predominio spagnolo, nell’Italia cinquecentesca, anche tra i tavoli delle taverne.

 

La pallamaglio, antico gioco forse d’origine italiana, diffuso nelle feste di corte, consisteva nel colpire con il “maglio” (un mazzuolo) una palla di legno lungo un determinato percorso. A partire dal XVII sec., si sarebbe poi molto diffuso in Inghilterra, dove si è evoluto nell’attuale Croquet. Mentre, in Francia, alla maillard si sarebbe attribuita la responsabilità dei giochi bendati, tipo mosca ceca e pentolaccia.

 

Il gioco del Trionfo, invece, nato nell’Inghilterra del XVI sec., prevedeva due o quattro giocatori, a coppie, e un mazzo di 52 carte. Il Runfetto potrebbe corrispondere a un giuoco simile alla primiera, de’ goffi, goffetto, o meglio  della ronfa.

 

Picciolo è il gioco et picciol sète voi

 

“…Il Malcontento solo egli è buon tutto,/ né cosa mala in lui si trova o vile,/ come in voi non si trova membro brutto./ Non senza causa, Sansevrin gentile,/ è questo gioco a voi sì caro, poi/ che sète l’un a l’altro assai simile./ Son molti gli onor vostri et molti i suoi:/ voi tutto gratia, il gioco gratioso,/ picciolo è il gioco et picciol sète voi;/ voi sète a chi vi vede dilettoso,/ il gioco quei che l’usan tra’ di guai;/ voi pien d’ingegno e il gioco ingenioso./ Volete voi veder s’egli è d’assai/ il Malcontento et a signor somiglia,/ che con pochi si sta raro o non mai?...”.

 

Antìfrasi o ironia?

 

Dal nome del principe, Pietro Antonio Sanseverino, deriva anche quello del suo nano. “Gentile, gratioso, picciol, dilettoso, ingenioso…”, a seconda che si volesse sottolinearne l’aspetto antifrastico o insistere in quello “riduttivo”, ai nani di corte, in genere, si davano nomi altisonanti o diminutivi. Cosicché il testo si pone in consonanza tematica con il capitolo “In lode di Gradasso”, composto nel 1532 dal Berni, autore pure della Lode alla Primiera.

 

Fatemi contento’

 

Chi conservava la propria carta poteva dirsi “contento”, diversamente, proprio dal malcontento di chi doveva cederla, si sarebbe attribuito il nome al gioco, «e la frase Accontentatemi rivolta da chi era malcontento al giocatore successivo, frase ancora usata nell’attuale Cucù, fa parte della stessa famiglia, intendendo con essa ‘Fatemi contento’».

 

Io son contento, io vi voglio ubbidire

 

Tansillo gioca la sua mano con il Berni, e, analogamente alla terzina del Gradasso: “Voi m’avete, Signor, mandato a dire/ Che del vostro Gradasso un’opra faccia:/ Io son contento, io vi voglio ubbidire”, nella sua dedicatoria pospone: “Ho ubidito et v’ho scritto le laudi del Malcontento”.

 

“…. Si chiama questo gioco il Malcontento,/ però ch’è tanto il suo piacer che sforza/ chi gioca a starsi anco nel mal contento./ Ancor che perda il giocator, gli è forza/ ch’allor più rida et burli et scherzi et ciancie,/ quando più sente allegerir la borza”.

 

Berni, In lode della Primiera, ricorre all’espressione: «S’io perdessi a primiera il sangue e gli occhi,/ Non me ne curo; dove a sbaraglino/ Rinniego Dio s’io perdo tre baiocchi» (49-51).

 

Giocan le genti dotte et le idiote

 

… Tra quanto vede il ciel, tra quanto copre,/ il Malcontento signoreggia et pote/ in tutti gli essercitii, in tutte l’opre./ Giocan le genti dotte et le idiote,/ quei che sudditi son, quei che son capi,/ Et le turbe vicine et le rimote./ Villani, gentiluomini, satrapi,/ conti, marchesi, duci et quei ch’adora/ il mondo, regi, imperadori et papi,/ giocano al Malcontento a ciascuna ora… Et m’han giurato più di quattro preti/ che non passa mai giorno, et ora forse,/ che non vi giochi il cardinal di Chieti,/ et che più di due volte il papa torse/ il piè dagli altri e ’n cammera si chiuse,/ perché potesse a questo gioco porse…”.

 

Papa Farnese

 

E pontefice, dal 1534 al 1549, con il nome di Paolo III, era Alessandro Farnese, a cui si deve l’insediamento della dinastia nel ducato di Parma e Piacenza.

 

Il re di tutti i giochi

 

«Ha la primiera sì allegra cera,/ Ch’ella si fa per forza ben volere/ Per la sua grazia e per la sua maniera» (55-57), declama il Berni, In lode della Primiera.

 

…O gioco nato a dominar la terra,/ a conquistar il ciel, gioco disposto/ a metter pace ovunque fusse guerra,/ gioco di gran piacer, di picciol costo/ e d’util grande, gioco d’esser degno/ a tutti per prammatica anteposto!...”.

 

Berni, In lode della Primiera: «Io per me non vo’ inanzi per sì poco/ Durar fatica per impoverire» (71-72).

 

“…Perdona a la poco arte, al poco ingegno,/ s’io t’ho poco lodato et s’io non giungo/ de le tue laudi ragionando al segno./ Ma troppo, Sansevrino, io mi prolungo,/ male osservo il decoro del poeta,/ voi sète corto et io v’ho detto a lungo… Tanto è la lingua mia di correr lieta/ per questo campo a voi sì grato, ch’essa/ non vorrebbe mai giungere a la meta...”.

 

§

 

Coucou o Gnaffus

 

Il mazzo speciale del Cucù, in Italia, non ha preceduto il gioco in sé e per sé, che poteva giocarsi con le pedine, ma forse potrebbe essere stato coevo, se non anticipare, l'introduzione delle carte ordinarie, che ne hanno rappresentato il raddoppiamento, e forse anche il momento della più ampia diffusione dei Trionfi, avvenuta a metà del XV secolo.

 

Se il cucù (coucou) giocato con le carte si è sviluppato in Francia intorno al 1490, Malcontento sarebbe stato un altro nome, italiano, per quello descritto dal Tansillo nel 1547 e che già aveva raggiunto larga accoglienza essendosi evoluto dallo Gnaffus  giocato con i dadi, che a Bologna era stato citato sia nel 1286 sia 36 anni prima, tanto che Gnav continua ancora a rappresentare un preciso riferimento internazionale per tutti i giochi appartenenti alla famiglia del Cuckoo.

 

La serie delle 20 figure del Mitelli

 

A questa categoria potrebbero farsi appartenere le varianti dei giochi con dadi e “Venti figure” di Giuseppe Maria Mitelli (1634-1718), pervenuteci con le 33 incisioni sui giochi popolari.

 

Il gioco dell’Amata con gli amanti ricorre a 20 figure, di cui  15 numerate e 5, in analogia alle “Arie” (la Stella, la Luna, il Sole, il Mondo e il Giudizio finale detto Le trombe) delle Minchiate, prive di numerazione. La figura più alta è quella femminile, mentre le altre diciannove sono amanti con differenti qualità.

 

In questo senso, pur essendo giocato con i dadi, poteva accostarsi al gioco napoletano delle "20 figure" giocato con le carte?

 

E, pur non coincidendo con le 22 lame dei tarocchi, potrebbe aver costituito un modello successivamente imitato o da imitare?

 

Il “Zugh d' tutt i zugh”

 

Il gioco della cuccagna “che mai si perde e sempre si guadagna” sposta l’attenzione “circa le robbe mangiative” e “le mortadelle di Bologna tira tutti”.

 

Si passano in rassegna “delli sposi e delle spose”, “degli occhi e bocche”, fino a un  “Zugh d' tutt i zugh”, ma a noi interessa maggiormente quel  “gioco nuovo del Contento” che ci riporta felicemente al Tansillo.

 

A Napoli, almeno nel 1631, "Venti figure" era un gioco di carte e non di dadi, come nel caso bolognese del Mitelli. E Rabelais la sua lista potrebbe averla pescata dai testi, che cita ben tre volte nel Gargantua e Pantagruel, di Gerolamo Folengo, più conosciuto con gli pseudonimi di Merlin Coccajo, Merlin Cocai o Limerno Pitocco, o come Teofilo Folengo.

 

Il Caos del Triperuno

 

Ne “Il Caos del Triperuno” (1527) s’intravvede una prova dell’antico utilizzo dei tarocchi in ambito divinatorio: “...trovati ch’ebbero le carte lusorie dei trionfi, quelli a sorte fra loro si divisero; e volto a me, ciascun di loro la sorte propria de li toccati trionfi mi espose, pregandomi che sopra quelli un sonetto gli componessi”.

 

In società, o in una tavolata, il tentativo di cambiar destino può venir bloccato dal trionfo altrui, che si rivelerà punitivo sino all’individuazione d’un capro espiatorio.

 

Seguono le rime di “Amor di donna ... è fraude e non Giustizia”, “Temperata forte e bella donna (la Temperanza).. che l’instabil Rota (Ruota della Fortuna) tien umile e bassa”, “Morte, su’l Carro Imperatrice, affretta mandar in polve nostra umana prole”, che non sembrano però ispirati a predizioni personali, bensì a generiche sentenze moraleggianti, e potrebbero quindi alludere alla consuetudine di scoprire le carte al termine della mano per inquadrare una sorte più realistica, quella di chi deve pagar pegno.

 

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