Saggi di Andrea Vitali

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Ascanio Errante - 1640

Il ragionamento matto di un cane di cognome Tarocco

 

Barbera Tigliamochi degl’Albizi o Albizzi (1610-1696), fu gentildonna fiorentina discendente da quella nobile famiglia che in Firenze, in seguito alla sua presa di potere, determinò la fortuna della città sia in campo economico che culturale tanto che Cosimo e Lorenzo de’ Medici, rientrati in possesso della città, continuarono l’opera da essa intrapresa, un fermento culturale che essi porteranno a pieno sviluppo non dimentichi che il Rinascimento di Firenze affondava le sue radici nel periodo di predominio dell’oligarchia albizesca.

 

A Barbera si deve il poema epico Ascanio Errante, in ottave (1), dedicato a Vittoria della Rovere, Principessa d’Urbino e Granduchessa di Toscana, andata in sposa a Ferdinando II de’ Medici, un’unione a cui Barbera si ispirò nella sua dedica definendo gli sposi ‘lempeggianti Soli’, la cui virtù non avrebbe mai fatto cadere nell’oblio la sua opera: “mi rendo sicura, che nella notte dell’oblio non mai sia per tramontare” (2).

 

Il Poema narra, insieme alle vicende di Enea esule da Troia, le gesta del figlio Ascanio e l’amore di questi per la guerriera Corintia regina di Fiesole da cui avrà origine la dinastia dei Medici.

 

Di nostro interesse il Quarto Canto così riassunto dall’autrice nell’Argomento:

 

“Ulisse parte cō [con] armata navale in seguito d’Enea. Arriva in Sicilia, dove facendo acqua è sopraggiunto dal gigante Polifemo, per paura del quale se ne fuggono molte delle sue navi. Ma Ulisse inebriato Polifemo lo lascia fracassato ad uno scoglio; poscia ritrova i suoi al monte Cercello trasformati da Circe in vari animali, con li quali passa colloquio per ridurli nella loro primiera forma umana” (3).

 

Fra i diversi uomini tramutati in bestie, Ulisse incontra un cane al quale si rivolge  impietosito dal suo stato che ammirava per la fedeltà (4). Al che il cane, riconoscendo nell’uomo il suo signore Ulisse, famoso per le sue virtù, declina il favore di ritornare uomo, spiacente oltre più che lo stesso Ulisse non godesse del suo stato.  Ad Ulisse, che gli chiese chi fosse fra i suoi soldati e il motivo del suo desiderio di vedere  tramutato anch’egli in cane, esso rispose che il suo nome era Solino e il cognome Tarocco. Si raccontò come uomo talmente faceto da essere preso in giro da coloro che gli stavano vicino, tanto che anche il volgo triviale e sciocco usava dire quando una persona si mostrava d’essere troppo contenta che “un matto ne fa cento”.

 

Il chiamarlo Tarocco da parte di Barbera trova giustificazione nei versi messi in bocca al cane: da uomo, infatti, era talmente gaudente da essere preso per matto.

 

L’interesse per questi versi si deve al significato della parola Tarocco intesa quale matto, pazzo, come abbiamo già evidenziato in altri nostri saggi (5). Il cognome Tarocco attribuito da Barbera Tigliamochi a Solino è motivato da due precisi atteggiamenti, prima dell’uomo poi dell’uomo tramutato in animale. Se della prima motivazione abbiamo sopra accennato, l’uomo cane è Tarocco perché una volta trasformato, beandosi del suo nuovo stato che gli permetteva fra l’altro di giocare beatamente più di quanto avesse mai potuto da uomo, non riesce a ragionare sulla diversità uomo-animale, credendosi superiore al genere umano sia per maggiori qualità di virtù che per intelligenza, tanto da asserire che gli uomini si manifestavano “in fortezza, e giustizia più leggieri”. Toccherà a Ulisse, attraverso il ricorso alla ragione, fargli prendere coscienza del suo errore e riportarlo nella sua forma primitiva.

 

Ritornando all’inizio del racconto, Tarocco sottolinea il sentimento di felicità che provava nel suo nuovo stato, felicità che avrebbe provata anche Ulisse se fosse divenuto suo compagno di giochi. Certo di essere preso in giro, Ulisse comandò al cane di parlargli schiettamente. Di seguito le Ottave che si riferiscono a quanto fino ad ora riassunto:

 

Canto Quarto

 

73

 

In questo Ulisse un can Seugio (1) vede,

E disse io vo provarmi a scongiurare

Questo canino, che simbol di fede

Suol’esser la sua specie: onde a parlare

Ulisse comincio, de ferma il piede

Canino, e tua loquacità negare

Non voglia in dar risposta a quel ti dico,

Che so che sei dell’huom fedele amico.

 

(1) Seugio = Segugio

 

74

 

O gentil cavalier rispose il cane,

Alla pronunzia, all’effigie mi pari

Il grand’Ulisse di virtù soprane,

Che so ch’ in grecia non havesti pari,

E fusti mio padron, e ben rimane

Nell’immaginativa mia de i cari

Piaceri, e sol mi duol fuor dell’usato,

Che meco tu non goda questo stato.

 

75

 

O veramente tu mi brami sano:

Dimmi de mia soldati quali fusti

Da poi ch’il bestial darmi per l’umano

Vorresti, e i tuoi brutal ferini gusti,

Che di aver ben (or mi dimostri vano)

L’intender, poi che tanto mal’ aggiusti;

Dice il can proverò ch’è meglio assai

Il mio stato, e s’attendi il sentirai.

 

76

 

Devi saper che per nome Solino

Chiamato, e per cognome era tarocco;

Ero faceto, in giro ognun vicino

Si stava, e si prendean di mè balocco,

Si come egl’ usa dirsi per infino

Dal volgo triviale, ignaro, e sciocco

Quand’un si mostra esser troppo contento,

Solito è dirsi un matto ne fa cento.

 

77

 

Ma hor mi godo il più felice stato,

Standomi cosi cane come vedi,

Il più tranquillo, giocando, e beato

Ch’habbia mai in vit’ umana hauto credi,

Е lo diresti ancor tù, se provato

Havessi a star com’io in questi piedi;

E se nol credi io tel dirò piu aperto,

Onde capace resterai per certo.

 

78

 

Di pur Tarocco di udirti hò desio,

Rispose Ulisse, ch`io m’affaticava

Appresso a Circe per da cosi rio

Aspetto trarti; ella poter mi dava,

Е da ch'altri non puote eccetto ch’io

Cavarti di tal forma orrida, e schiava:

Ma se tante ragion tu mi vuoi dare,

Posso far io di non m’affaticare.

 

79

 

Io stò con tropp’ansietà aspettando,

Che tu mi dica sol per qual cagione

Sia vostro esser felice, che beffando

Vuoi ‘l nostro con tua falsa oppinione:

Sai ben l’imperio haviamo, & il comando

Sopra di voi in ogni occasione,

Е a tè più ch’a gl'altri ti conviene

Esser suggetto a l’huom che ti mantiene.

 

80

 

Dirò sopra di questo assai modesto,

Disse Tarocco, & a quel dici imperi,

Io so che tu non potrai mai dir questo,

Ch’ in fortezza, e giustizia più leggieri

Sete voi altri, e poi dirò del resto

D'altre virtù, qual vi tenete i veri

Рossessor d’ogni buon’operamento:

Ma pria rispondi a questo mia argomēto [argomento] (6).

 

L’argomento, come da ultimo verso dell’Ottava 80, consisteva in una domanda ben precisa e cioè se Ulisse preferiva Itaca o la terra dei Ciclopi. Quest’ultima, disse il cane, anche se non coltivata e arata dava messi e frutti in abbondanza (Ottava 81) a differenza di Itaca che seppur lavorata non produceva così tanta erba da poter soddisfare una locusta. Con questa domanda il cane intese sottoporre al suo signore come fosse inutile  che l'uomo si indaffarasse in tante cose, quando la natura stessa avrebbe provveduto spontaneamente alle necessità della vita. Una valutazione che rendeva l'animale felice dato che non avrebbe più dovuto lavorare per sostenersi. Al che Ulisse, resosi conto che quelle parole contenevano una qual certa verità, ammise in ogni modo di preferire la sua isola (Ottava 82) affermando che coloro che spargono i semi, mietendo dieci volte, rimangono dieci volte contenti.

 

Al che Tarocco gli fece osservare come lo stato canino possedesse, oltre ad una superiore ‘fortezza e giustizia’, anche maggior Prudenza degli uomini (“Che più prudenza alberga fra di noi…Datoci per natura più ch’ a voi”), virtù “…senza la quale / Non si può posseder virtude alcuna” (Ottave 85-86) invitandolo a considerare il vivere delle formiche che d’estate prudentemente mettono via il cibo per l’inverno, così come i ragni che tessano la loro tela solo per provvedersi il cibo per quando servirà.

 

A tali considerazioni Ulisse ribatté affermando che in realtà tali azioni non derivavano dalla Prudenza, ma dallo stato naturale degli animali, cioè dal loro istinto innato: “Non sarà già prudenza saggia, e vera / Come mi dici tu, perché non hanno / Tanto giudizio da per lor’ hauto / Ma natur’è che quel gl’ha provveduto” (Ottava 90).

 

È soprattutto la ragione che manca agli animali, osserva Ulisse, che appaga l’intelletto e orna l’uomo di sapienza:

 

92

 

Che voi ne sete privati del tutto,

E della prima, e secondaria ancora,

Ond’è ragion chiamata, dove il frutto

Procede, e fa ogn’opra alta, e sonora,

Appaga l’intelletto, dove il tutto

Vi si distingue, e voi ne sete fuora;

La onde noi di sapienza ornati

Fa si che voi ne sete soggiogati (7).

 

Di fronte a tali affermazioni, Tarocco, comprendendo giuste le parole di Ulisse, e sentendo la necessità di recuperare la ragione umana, esprime il desiderio di tornare uomo, assicurando eterna fedeltà al suo padrone.

 

93

 

Tu mi fai' voglia di cangiar pensiero,

Tarocco hor’ ad Ulisse рrese a dire,

Il tu' eloquente dire a dirti ’l vero,

Che di ritornar huom mi vien desire,

Ch' hò dell’huom troppo di bisogno, e spero

Che grazia tal da tè dovro ottenere,

Poiche tant’efficacia adopri, e in vano

Non vo la spenda per mè sir’ umano.

 

94

 

Che tanta forza hanno le tue parole,

Тant' autorità, tanta ragione,

Ch'arrestar su nel ciel faresti il Sole,

Et uscir della sede il gran Plutone:

Conosco esser state tutte sole

La pertinace mia fals' oppenione,

Ch’ il vero più da tè ho posseduto

Per esser can di conoscere acuto.

 

95

 

E il più fedel, ond' io caro signore

Мostrar ti voglio fedeltà perfetta,

Se dal stato brutale, or’ a migliore

Mi tornerai, vedrai con quanta fretta

T'obbedirò come vero signore;

Trarni d'impaccio prego, e d’imperfetta

Forma mi cava, poi ch’è in tuo potere

Di farmi sì rilevato piacere (8).

 

A questo punto Ulisse, attraverso l’arte insegnatagli da Circe, tramuta Tarocco in uomo, il quale, una volta ritornato nel suo stato originale, dimentica la sua precedente trasformazione. 

 

96

 

Tutto contento Ulisse usa quell’arte

Che li die Circe con molta prestezza;

Or di Tarocco vedesi ogni parte

Di fera, umana torna, come avvezza

Era di pria, e l'intender comparte,

Si che la forma bestiale disprezza,

E ne divien’or come smemorato,

Né li sovvien più del ferino stato (9).

 

Questo dialogo assume una valenza satirica, indirizzata verso tutti coloro che si compiacciono di vivere in uno stato pressoché animalesco, in cui l’intelligenza e la ragione sono bandite dalla mente. Uno stato dove l’istinto governa la loro esistenza così come quella del matto, identificato nel poema nel cane Tarocco, al quale occorrono i ragionamenti di Ulisse per farlo rinsavire.

 

Se risultasse in ogni modo contraria alla capacità del cane di ragionare e seguire l’intelletto, come afferma Ulisse laddove esplicita essere stato naturale degli animali il loro istinto innato, Tarocco non avrebbe potuto comprendere la validità del ragionamento espresso dal suo signore, mentre al contrario dichiara “Conosco esser state tutte sole / La pertinace mia fals' oppenione”.

 

Poiché di finzione si tratta, l’autrice nel mettere in bocca a Tarocco le parole: “Ch’il vero più da tè ho posseduto / Per esser can di conoscere acuto” intende riconoscere all’animale una capacità superiore rispetto ai suoi consimili, grazie al quale riesce a comporre un ragionamento liberatorio. Si tratta, in conclusione, di un insegnamento rivolto a tutti quegli uomini che seguivano istintivamente solo i piaceri credendo per di più di essere superiori agli altri, affinché attraverso il ricorso alla ragione, venissero illuminati nel scegliere la giusta via.

 

Note

 

1 - Barbera Tigliamochi degl’Albizi, Ascanio Errante, In Fiorenza nella stamperia de’ Landini, MDCXXXX [1640].

2 - Ibidem, Dedica, p. non numerata.

3 - Ibidem, p. 29

4 - Sul cane quale simbolo di fedeltà si legga il nostro saggio iconologico La Luna

5 - Sul significato di Tarocco quale matto si leggano i saggi Il significato della parola Tarocco, Tarocco sta per Matto, Dell’etimo Tarocco, Vento Theroco, Taroch-1494.

6 - Ibidem, pp. 36-37

7 - Ibidem, p. 38

8 - Idem

9 - Idem

 

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