Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Re del nulla ovvero di Tarocchi - Dal sec. XVII

Re di scarso intelletto e di nessun valore

 

Saggio di Andrea Vitali, settembre 2021

 

 

Da servo a Re di Tarocchi

 

Di Girolamo Rossetti poco si conosce se non che fu uno stimato poeta e commediografo nella Venezia del Cinquecento. Lo apprendiamo dalla dedica che l’editore Alessandro De Vecchi indirizzò al Rossetti in occasione della pubblicazione delle Cento Novelle (1) di Francesco Sansovino (1521-1586), celebre letterato del tempo (2), da cui apprendiamo che il Rossetti fu poeta e autore di commedie di tale bellezza da destare ‘Maraviglia’. Certamente se nelle dediche dei libri, gli autori, volendo dimostrare il massimo ossequio per ottenere la massima benevolenza da parte dei loro protettori, esageravano alquanto nelle lodi, le informazioni che possiamo trarre, almeno da quanto scrive il De Vecchi, sono preziose per comprendere l’attività del Rossetti, vero o no che fosse un grande scrittore, dato la sua pressoché assenza nella memoria letteraria.

 

 

Al Magn. Et Eccell. Sig. et patron Colleniss. il Signor Girolamo Rossetti.

 

 

"Onde essendo ancora me notissimo quello, che ad ogni altro è manifesto, cioè, che V.M. tra i piu leggiadri ingegni di cotesta Città, et con riguardevole maraviglia universale, annoverata. Havendo mille volte di questa verità datane singolare caparra in tutti quegli virtuosi congressi dove con tanto applauso universale e stata udita felicissimamente in ogni Materia discorrere, et come tuttavia con i suoi scritti, et Poetice compositioni, anco nel colmo del suo travagliatissimo animo, non manca di farsi conoscere adoratissimo giglio di virtù fra pungentissime spine delle turbolenze mondane. Havendo io sentito lodare tra gli cari studij della giocondità specialmente quello del novellare, da cui certamente si scuopre la Maraviglia d’un vivace ingegno che non meno si acquista lode nell’inventare di quello, che si faccia nell’esprimere, et leggiadramente spiegare alcuna inventata cosa" (3).

 

Venendo alla commedia Il Fagotto Concertato del Rossetti (4), dalla dedica, in cui viene manifestato ut more solito l’ossequio verso il destinatario dell’opera “Illustrissimo, et Eccellentissimo Signore, Signor, e Padron Collendissimo. Dedica a Giacomo Marcello, Savio Grande del Serenissimo Maggior Consiglio Veneto”, comprendiamo che la commedia viene paragonata dal suo autore a un fagotto, uno dei tanti strumenti musicali non di primaria importanza di un orchestra, da intendersi quest’ultima come le tante commedie pubblicate da più diversi e importanti autori. Un fagotto come un piccolo scritto rozzo, ma capace di armonizzarsi con gli altri strumenti per giungere a creare una soave melodia:   

“Questo mio picciol Fagotto, formato rozzo dalla mia penna, che non sa produre (per sua naturalezza) che aborti rozzi, & informi; sta per riuscire con soave melodia trà gli altri musicali stromenti…” (5).

 

Come oggidì, quando dai titoli di coda di alcuni film apprendiamo essere la trama di pura invenzione anche se potrebbe dare il convincimento di essere messa in relazione con situazioni e personaggi reali, così anche Rossetti nel suo rivolgersi ai lettori dichiara lo stesso, affermando che la storia raccontata è una favola in cui ha cercato di descrivere il più possibile circostanze “rassomiglianti al vero”.

 

 

L’Autore

A chi legge

 

 

"Restino perciò avertiti ch’il tutto, che in quest’opera sono per leggere, è stato da me detato, per pura, & mera favola, che ben sij abigliata da circonlocutioni rassomiglianti al vero, sono stati inventati, & appropriati d’una foggia presa da mé, così per la novità dello scrivere come per renderla, ò tutti i Capritij confacevole…" (6).

 

Nella favola descritta, a un certo punto un protagonista venne invitato da un altro personaggio a entrare in una stanza dove, dopo aver aperto un cofanetto, ne trasse corona, scettro e manto e dopo averli indossati si sedette sul trono fingendo di assumere il ruolo del Re. Così vestito delle regali insegne, illustrò all’amico come un Re avrebbe dovuto comportarsi in ogni situazione, come avrebbe dovuto esprimersi, quali posizioni assumere sia del viso che della mani e del corpo. Insomma un lungo elenco di regali atteggiamenti descritti con i relativi motivi. Il suo interlocutore ne rimase stupito dato che l’amico da servo era divenuto un Re. Ma quale Re? Non avrebbe saputo dire di che cosa, forse un Re di Tarocchi, dato che egli era, in quel frangente, un Re del nulla.

 

"Si portò ad’ un suo cofano, e da esso prese una Real Corona, Scetro, è Manto, fece di sé la più ridicola metamorfosi, che pupilla habbi già mai veduto. Di servo si fece Rè. Io non so se de Tarocchi, ò di che fosse Rè, so bene, che asciso (quasi in seggio di Maestà) fecemi con mio sommo stupore, vedere in qual guisa un Rè, deve col solo sembiante ostentare il decoro, che produce la stima, & il sommo della riverenza nell’ossequiare un’imprudente potenza" (7).

 

 

Solo un Re di Tarocchi e un Re di Cocuzze non avrebbe capito

 

Nel 1641 Vittorio Siri, sotto lo pseudonimo di Collenuccio Nicocleonte, pubblicò un volume sulle condizioni dei soldati del Monferrato dal titolo Lo Scudo, e L'Asta del Soldato Monferrino, Impugnati alla Difesa del suo Politico Sistema. Contro l'Istorico Politico Indifferente (8). Cesare Goto Spatafora e Giovanni Battista Birago Avogadro, gli “Istorici Indifferenti” risposero per le rime dando alle stampe L’Istorico Politico Indifferente overo Considerationi sopra il Discorso intitolato Il Soldato Monferrino Del Capitan Latino Verità (9) e le Osservazioni sopra l’Istorico Politico Indifferente (10)

 

Il passo di nostro interesse si riferisce alla paga dei soldati considerate insoddisfacenti dal Siri, riguardo alla quale i due autori nelle Osservazioni risposero sostenendo l’impossibilità da parte di un Re di mantenere un adeguato esercito per un anno contrariamente a quanto sostenuto dal Siri e che anche un Re che avesse posseduto il tesoro più grande non avrebbe potuto pagare 8.000 fanti per un mese. Una valutazione logica considerate le finanze di ogni Re e una considerazione che tutti avrebbero compreso, tutti eccetto il Re di Cucuzze cioè il Re dei Soldi, o quello dei Tarocchi o qualche fallito cavaliere Spagnolo, dando con ciò dell’incompetente al Siri.

 

“Mà bisogna avvertire ch’ordinariamente in campagna se gli dà un terzo della paga; un'altro terzo per il pane della munitione; e dell'altro ne vanno creditori i Soldati; e che quando s'alloggia sopra quello del nemico non è solito di darsi all’Esercito che 'l pane di munitione, e qualche volta il terzo della paga. Questa è la spesa che si calcula per l'intrattenimento di due mila huomini, onde poco prattico si mostra l'Istorico delle cose di militia, mentre afferma che non tutti i Re hanno possanza per mantenere un'anno in campagna un'Esercito moderato; e che 'l maggior thesoro d’un particolare non può sostentare 8. mila fanti un mese; bisogna che intenda qualche Re delle Cucuzze, ò de Tarocchi, ò qualche privato Spagnuolo fallito. Il Colonello Vidmani al servitio della Casa d'Austria mantiene coʻ proprij danari già per molti anni un Reggimento di Cavalleria in Alemagna, che forse gli porta più dispendio, che se intrattenesse 4. mila fanti in Italia” (11).

 

 

Re di comparsa, e da tarocco

 

Christoph Martin Wieland (1733-1813) scrittore e poeta tedesco, fu uno fra i più importanti del tempo tanto da influenzare la letteratura germanica al pari di Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781). Entrato in massoneria su invito dell’amico Goethe fece parte degli Illuminati di Baviera influenzando il pensiero e la musica di Mozart, anch’egli massone come il padre, il quale nel Flauto Magico espresse evidenti aspetti della mistica massonica. La sua opera più importante è senz’altro la Die Geschichte der Abderiten (La storia degli Abderiti) pubblicata a Lipsia nel 1774 nella quale descrisse un incredibile processo avvenuto in Abdera a causa di un’ombra di un asino. La causa per poco non condusse gli abitanti della la città a una guerra intestina. Con quest’opera l’autore intese condannare la follia degli uomini e i loro insani comportamenti.

 

 

 

Wieland

 

                                                                                       Christoph Martin Wieland

 

 

Weiland è considerato fra i primi, se non il primo autore satirico tedesco, la cui critica moderata prese di mira l'allora potere politico della sua nazione. Una satira che si riscontra, oltre che nell’opera sopra citata, anche in altre, fra cui I Dodici Dialoghi degli Dei, titolo in italiano pubblicato nel 1794 con la traduzione di Gaetano Grassi (12). È in questa traduzione che troviamo varie volte le parole Re da Tarocchi, espressione che probabilmente sarà apparsa con termini diversi nell’opera originale (13), ma che evidenzia come lo spirito italiano fin dal ‘500 si sia valso di questo modo di dire per sottolineare personaggi di basso spessore.

 

Nel Dialogo IX, incentrato sulla richiesta di Giunone a Giove di intervenire per rendere maggiormente degni i Re della Terra, Giove rifiutò l’istanza sulla base del fatto che sia il destino dei Re che della Nobiltà erano da sempre giurisdizione privata della moglie. Giunone ne aveva ben d’onde per invocare l’aiuto del Padre degli Dei, dato che i Re stavano tendendo a diventare sempre più Re di comparsa e da tarocchi, ovvero reucci di poco conto, e Giunone era stupefatta che il consorte non muovesse un dito per fermare tale declino. Alla richiesta di Giunone che metteva in guardia Giove evidenziando come il popolo stesse prendendo sempre più potere a scapito di quello dei Re, fatto che avrebbe portato nel tempo a non far più credere neppure agli Dei che dei Re erano i protettori, Giove, ovvero Wieland che gli metteva in bocca le parole, sostenne che gli unici Re meritevoli erano stati Arrigo IV di Francia e Federico Guglielmo Re di Prussia, e se i diversi altri avessero ritenuto di divenire dei Re da tarocchi, lui sicuramente non lo avrebbe impedito. Come per dire: affari loro.

 

 

DIALOGO IX

GIOVE E GIUNONE

 

 

GIOVE

I Re, e la Nobiltà sono due classi di persone, che furono sempre di tua privata giurisdizione; ed è un’offesa, che fai alla mia tenerezza, se temi, ch’io voglia disturbare in questo i tuoi dritti.

 

GIUNONE.

I miei desiderj non vanno più oltre; imperocchè, conoscendo io gli odierni tuoi principj, avrei creduto di chiederti troppo, se ti avessi pregato di prendere tu ancora un po' la parte dei Re.

 

GIOVE.

Non t'immagineresti già, come parmi, ch'io propendessi un po' troppo dal canto dei popoli? Qualche cosa vi deve essere certo; ma in fondo questo non proviene d'altro, se non perchè una delle prime mie massime di governo fu sempre quella di darmi a chi alla fine sa farsi ragione. I tempi presenti non sono punto favorevoli a chi governa; il popolo prevale, ed io compajo di voler far poco per te, mia cara, e pei tuoi clienti, in tempo che ti giuro, che non penso a porre il più piccolo ostacolo alle misure, che tu prenderai pel loro vantaggio.

 

GIUNONE.

Non posso credere, che la tracotanza dei mortali sia giunta al segno, che per iscuotere la loro dipendenza da noi, osino figurarsi più nissun potere in noi sopra di loro.

 

GIOVE.

Tutto, come ti dissi, tu puoi tentare, ch'io te ne lascio la piena facoltà. Mi dispiace soltanto di prevedere, che nello stato, in cui sono al dì d'oggi le cose, poca gloria ne riporterai.

 

GIUNONE,

Amerei meglio, che tu nulla prevedesti, non vorrei essere sospettosa; ma ....

 

GIOVE.

In quanto a questo poi, tu signora del mio cuore lo fosti sempre alcun poco, ma saresti ingiusta, se lo fosti adesso. Ti giuro nel più gran serio di mantenerti quanto ti prometto, e di abbandonare i Signori, che là giù comandano all'alto tuo patrocinio, ed ....al loro destino.

 

GIUNONE

Devo per altro confessarti, Giove, che non posso ben comprendere, come tu, che sei il Re degli Dei, e degli uomini, conservar possi tanta indifferenza in una causa, che concerne i Re, e possi vederli a cambiare in Re di comparsa, e da tarocco senza neppur muovere un dito.

 

GIOVE

A tanto poi non è così facile di arrivare, carissima.

 

GIUNONE

Eppure vi si è già in qualche parte arrivato, e tosto vi si arriverà alla fine dappertutto, se noi continueremo a stare più lungamente colle mani sulla cintola.

 

GIOVE

Non vedremo certo mai convertiti in Re da tarocco un uomo, che sia, come fu Arrigo IV, in Francia, ovvero l’unico Federico, e se fra i Regnanti alcune ve n’è, che si lasci convertire in Re da tarocco, ei non merita una sorte migliore (14). (15)

 

Note

 

1 - Cento Novelle Scelte da piu Nobili Scrittori della Lingua Volgare, di Francesco Sansovino, Nelle quali piacevoli & notabili avvenimenti si contengono. Di nuovo ampliate, rivedute e corrette, In Venetia, Appresso Alessandro De Vecchi, M.D.CIII [1603].

2 - La scelta del De Vecchi di pubblicare le Cento Novelle del Sansovino viene dallo stesso motivata con la frase “essendo di comune opinione accettate”. Ibidem, s.n.p.

3 - Ibidem, s.n.p.

4 - Il Fagotto Concertato Alla melodia de gli stromenti del ballo, nella Veglia Noturna. Di Gerolamo Rossetti, In Parigi, Per Gio: Antonio Alberti, M.DC.XLVIII [1648].

5 - Ibidem, s.n.p.

6 - Ibidem, s.n.p.

7 - Ibidem, p. 131.

8 - Lo Scudo, e L'Asta del Soldato Monferrino, Impugnati alla Difesa del suo Politico Sistema. Contro l'Istorico Politico Indifferente. Da Collenuccio Nicocleonte. Con un Discorso Politico Sopra i Corrente Affari dell'Italia, In Cifalù [Venezia], Appresso Atabalipa Leontino, MDCXLI [1641].

9 - C. G. Spatafora e G. B. Birago Avogadro, L’Istorico Politico Indifferente overo Considerationi sopra il Discorso intitolato Il Soldato Monferrino Del Capitan Latino Verità, s.l., s.e., s.d.

10 - C. G. Spatafora e G. B. Birago Avogadro, Osservazioni sopra l’Istorico Politico Indifferente, s.l., s.e., s.d.

11 - Ibidem, p. 166.

12 - I Dodici Dialoghi degli Dei del Signor C.M. Wieland tradotti in volgare dal Signor Gaetano Grassi, Volume II, Vienna, nella Stamperia d’Ignazio Alberti, M.DCC.XCIV [1794].

13 - Purtroppo non ci è stato possibile recuperare il testo originale.

14 - I Dodici Dialoghi degli Dei, op. cit. pp. 61-65.

15 - Collegato all'argomento trattato è il saggio Un Re da Tarochi - 1584.

 

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