Saggi di Andrea Vitali

Il significato della parola 'Tarocco'

Il nome del gioco desunto dalla carta senza numero dei Trionfi

 

“Considro [sic] alle volte che l'inventore delle carte fosse uomo più di quel che si stima ingegnoso, poi che non solo fa che le virtù: giustizia, temperanza, fortezza, danari, bastoni, e simili cose giostrino e insieme chi di loro più si vaglia contendono, l'un vincendo e l'altro rimanendo vinto, ma fatto ha di più, che 'l pazzo abbi in cotal giuoco onoratissimo luogo”.  Ortensio Lando, Paradossi, 1543 (1)

 

 

Caput elleboro dignum

 

 

Ô Caput elleboro dignum (2)

-  Il Mondo dentro ad una testa matta -

Mappa geografica del mondo attribuita a Orontius Fineus (Oronce Fine), 1590 

 

 

Con questo articolo è nostra intenzione riassumere quanto fino ad ora abbiamo scritto sul significato della parola ‘Tarocco’, per  facilitare la conoscenza da parte dei lettori che non  possono dedicare molto tempo alla lettura  dei nostri saggi, adducendo inoltre qualche nostro commento.

 

Il primo documento conosciuto in cui appare il termine Tarochi in riferimento al gioco, è un registro di conti della corte estense relativo al secondo semestre 1505, in una annotazione datata al 30 giugno. Ricompare poi una seconda volta nello stesso registro al 26 dicembre.

 

Nella Frotula de le dòne (Frottola delle donne), un componimento da noi individuato di Giovan Giorgio Alione (3), datata al 1494, anche se non riferita al gioco di carte, viene citata la parola Taroch con significato di "matto, sciocco" :

 

Marì ne san dè au recioch
Secundum el Melchisedech
Lour fan hic. Preve hic et hec
Ma i frà, hic et hec et hoc
Ancôr gli è – d'i taroch
Chi dan zù da Ferragù 

 

Il verso "Ancôr gli è – d'i taroch" deve essere quì tradotto, secondo la critica filologica,  con "ancora ci sono degli sciocchi, dei matti".

 

Ross Caldwell ha fatto notare che il termine tarochus era infatti già in uso nel sec. XV, come troviamo nella Maccheronea (dedicata a Gaspare Visconti, † 1499), del poeta Bassano Mantovano, in cui il termine viene utilizzato con il significato di "matto, idiota, imbecille".

 

Erat mecum mea socrus unde putana
Quod foret una sibi pensebat ille tarochus
Et cito ni solvam mihi menazare comenzat.

 

(Mia suocera era con me, e questo idiota pensava di poterle portare via un po' di denaro, così cominciò a minacciarmi).

 

In altro nostro saggio abbiamo ulteriormente evidenziato come il vento scirocco, il vento creduto indurre alla pazzia, venisse chiamato nel Rinascimento Vento Theroco (4), e in un ulteriore, come il termine Tharocus debba essere collegato anche a Bacco, il dio celebrato dai giocatori con l’immancabile vino, assiduo compagno delle carte, in riferimento alla follia che caratterizzava i riti orgiastici svolti in suo onore (5). Un'attribuzione ispirata quindi da una carta del mazzo, fatto non insolito in quanto con i termine di Ganellini o Gallerini, nomi attribuiti alla figura del Bagatto, veniva chiamato il Tarocco Toscano in Liguria e in Sicilia (6).

 

Ma non occorre risalire unicamente a questo significato: in base alle varianti storiche di 'tarrocco' o 'tarroco', è necessario anche valutare  il termine sotto l'aspetto ludico attribuendogli in questo caso il significato di attacco con carte di presa più forti rispetto a quelle calate dagli avversari, in quanto con le espressione 'ti arrocco, t'arrocco, ti arroco' si intendeva richiamare gli avversari sul fatto che si erano messe in campo carte di vittoria che costringevano gli avversari a mettersi sulla difensiva (7). Si tratta quindi di un termine connotato dal caratteristiche polisemiche, cioè con più significati, come abitualmente troviamo per altre parole del periodo rinascimentale, ma con una maggior propensione al significato di folle.

 

Fino ad un anno addietro, alla parola Tarocco venivano attribuiti significati dettati più da ipotesi che da certezze, così come lo erano le attribuzioni avanzate dagli autori del Cinquecento, tendenzialmente fra loro contrastanti. Ci si potrebbe domandare come mai gli uomini del Cinquecento non avessero ben chiaro il significato di ‘tarocco’. Alcuni di essi avevano intuito che in qualche modo doveva essere messo in relazione con la follia, come ad esempio il Lollio (quel nome bizzarro / Di tarocco, senza ethimologia, / Fa palese a ciascun, che i ghiribizzi / Gli havesser guasto, e storpiato il cervello) o il Berni (viso proprio di tarocco colui a chi piace questo gioco, che altro non vuol dir Tarocco che ignocco, sciocco, balocco…) (8).

 

Il problema che assillava era ovviamente l’incomprensione etimologica del termine ‘tarocco’ - oggi ritenuto dai filologi una parola latina volgarizzata (9) o derivata dalla lingua araba (10) - tanto da far attribuire al termine una provenienza d’oltralpe come afferma Francesco Vigilio, detto Francesco Mantovano, nel dialogo Italia e Mantua (1532-34) laddove scrive che “con barbaro rito, senza alcuna relazione con il latino, lo chiamano taroch”  (Barbaro ritu, taroch nunc dicunt nulla latina ratione) (11). Ciò induce a pensare che in realtà poche persone conoscessero il suo vero significato, se non colui che aveva attribuito il nome compresa la cerchia degli amici.

 

Probabilmente qualche giocatore avrà collegato il temine all’espressione ‘ti arrocco’, cioè ‘costringo ad arroccarti’, come sopra menzionato, che a prima vista sembrerebbe l’interpretazione più consona data la sua immediatezza fonetica. Ma alla maggioranza di coloro che giocavano a tarocchi il significato era ignoto e d'altronde a loro poco indispensabile. Fatto che non deve stupire: se oggi vi chiedessero il significato dei termini ‘briscola’ o ‘poker’, solo qualche esperto di storia del gioco di carte saprebbe rispondere (12).

 

Quindi oggi siamo a conoscenza di un significato che dal rinascimento a poco tempo fa, era tendenzialmente sconosciuto in tutto il mondo, e cioè che con la parola Tarocco veniva ad essere indentificata, oltre a quanto sopra espresso in termini di polisemia simbolica, la carta del Matto o il folle in generale. A buon ragione, potremmo affermare, dato che la Pazzia pervade l’intero mazzo dei Trionfi (Arcani Maggiori). Una Pazzia variopinta, collegata da un lato al puro aspetto ludico  e dall’altro al concetto di sensata e insensata pazzia, secondo i principi etici della religiosità cristiana.

 

Riguardo l’aspetto ludico occorre dire che la carta del Matto può valere tutto oppure niente - come lo è anche in termini filosofici - , non è presa e non può vincere sulle altre carte, è diversa da tutte, come diverso era considerato il pazzo dalla società del tempo, definito dal Ripa nella sua Iconologia nel seguente modo: ”Non è altro l'esser pazzo, secondo il nostro modo di parlare, che far le cose senza decoro, e fuor dal comune uso degli uomini per privazioni di discorso senza ragione verosimile o stimolo di Religione" (13).

 

Ed è su questa ultima accezione che ritorniamo ad informare brevemente sul concetto della sensata e insensata pazzia che permea l’intera struttura dei Trionfi (Arcani Maggiori): la pazzia insensata, che è la ricerca dei piaceri, del successo e dei beni materiali, conduce l’uomo alla perdizione; la sensata a mitigare il suo senso di solitudine accettando Dio e lavorando per uniformarsi alla Sua santa volontà: Homo sanctus in sapientia manet sicut sol, nam stultus sicut luna mutatur (Ecclesiaste 27, 12) (14).

 

Il pensiero della Scolastica che mirava ad avvalorare le verità di fede attraverso l’uso della ragione, accumunò nella categoria dei pazzi tutti coloro che, seppur in grado di ragionare, non credevano in Dio (altro aspetto dell’insensata pazzia). Nei Tarocchi la presenza del Matto acquista pertanto un ulteriore e profondo significato: in quanto possessore di ragione ma non credente, egli doveva divenire, attraverso gli insegnamenti espressi dalla Scala Mistica, ‘Folle di Dio’ come lo divenne il santo più popolare, cioè Francesco, che fu chiamato “Lo Sancto Jullare e il Sancto Folle di Dio” (Sensata pazzia)  ("Non fu mai più bel sollazzo, / Più giocondo, nè maggiore, / Che, per zelo e per amore, / Di Iesù divenir pazzo. /...... / Ognun gridi, com'io grido, / Sempre: pazzo, pazzo, pazzo !". Canzone a ballo di Girolamo Benivieni, 1453-1542) (15).

 

L’uomo del rinascimento vivrà questa realtà: essendo un mortale tutto ciò in cui egli si affaticava era considerata vana cosa, e stoltezza il perseguirla, ma poiché tutti gli uomini cercano in qualche modo il proprio benessere, tutti vennero considerati pazzi poiché solo in Dio era posta la vera felicità. L’unico rimedio era quindi il perseguimento della sensata pazzia, poiché tutto è Vanità, compreso la Sapienza del mondo: “La quarta Vanità, che appartiene all'Ambizione o Superbia della Vita, è la Sapienza Mondana; della quale dice l’Apostolo: La sapienza dì questo mondo, è Stoltezza appresso di Dio. E se è stoltezza; dunque è una gran vanità il dilettarsi, e vantarsi tanto della medesima, come fanno i Mondani, specialmente contra la Sapienza dell’istesso Iddio e dei suoi Santi. E' cosa strana e maravigliosa il vedere quanto sono contrarj i Giudizj di Dio a quelli del Mondo. Chi non crederebbe che i Mondani fossero i più atti a render Servizio a Gesù Cristo nella sua Chiesa? Eppure dice l'Apostolo: Non multi sapientes secundum carnem: Iddio non ha eletto molti Sapienti secondo la Carne. Chi non crederebbe che un Sapiente Mondano fosse per fare un Sapiente Cristiano? Eppure S. Paolo dice di no, se prima non diventa stolto: Stultus fiat ut sit sapiens: Se tra di voi qualcheduno è sapiente, diventi stolto, a fine che sia sapiente. Vana dunque e di niun conto è la Sapienza di questo Mondo, se non è soggetta alla Sapienza di Dio. E chiunque per rispetti mondani, per quanto gli sembrino importanti, condanna colla Sapienza del Mondo quelle persone che condannano il Mondo, e si risolvono di servire Iddio; assolutamente per questo capo è un mero insensato, e così confesserà un giorno, quando esclamerà nell'eterne pene con quelli della sua condizione: Nos insensati vitam illorum aestimabamus infaniam: Noi insensati stimavamo la vita dei Santi una pazzia: ora vediamo che essi eran prudenti, e noi altri pazzi. E questo s'intende, allorché la Sapienza carnale contraddice alla spirituale, e non altrimenti” (16).

 

Recita l’Ecclesiaste (1-15): “Infinito è il numero degli stolti” a significare che tutti gli uomini lo sono. Geremia mentre afferma che “Ogni uomo è reso stolto dalla sua sapienza” (Capitolo X,15) attribuisce la Sapienza solo a Dio e lascia la stoltezza agli uomini (X 7 e 12). Tornando all’Ecclesiaste (27,12) quando si dice “Lo stolto muta come la Luna; il Sapiente come il Sole non muta” significa che tutti i mortali sono stolti e che il titolo di Sapiente spetta solo a Dio. La Luna viene identificata dagli interpreti con la natura umana, il Sole, fonte di ogni luce, con Dio.

 

Erasmo nel suo Elogio della Follia dirà: ”Se è stolto chiunque non è sapiente, e se chi è buono, stando agli Stoici, è anche sapiente, la stoltezza di necessità, è retaggio di tutti gli uomini” (17).

 

Significativo al riguardo e dell’epoca in cui i tarocchi trionfavano in tutta Europa è questo Canto della Pazzia (18) attribuito a Giovambattista dell’Ottonajo (1482-1527), araldo della città di Firenze dove ogni categoria di uomini viene dichiarata pazza. Tutti i mortali, senza nessuna esclusione, appartengono all’Albero genealogico della Pazzia:

 

CANTO DELLA PAZZI’A

 

Quel, che la nostra superba pazzía
    Punisce nel profondo
    Vuol, ch’ oggi noi mostriamo a tutto’l Mondo,
    Che ciascuno ha un ramo di Pazzía.
Pazzi tutti son ben gl' innamorati,
    Perchè son sempre il giuoco della gente;

    Pazzi tutt’i i Soldati,

    Ch’a morir vanno quasi per niente;

    Pazzo è ciascun vivente,

    Ma più chi vuol coprir la sua pazzía.

Pazzi son tutt’i Principi, e Signori,

    Potendo stare ‘n pace, e voler guerra:

    Gli Storici, e’ Dottori,

    Che tengon pazzo spesso chi manco erra:

    Pazzo chi crede in terra

    Non aver questo ramo di pazzía.

Pazzi li Religiosi tutti quanti

    Per la pazza ambizion, che regna in loro:

    Pazzi tutti i Mercanti,

    Perché sempre il lor fin pongon nell’oro.

    Pazzo chi col tesoro

    Pensa di ricoprir la sua pazzía.

Pazza la Plebe, e tutti gli Artigiani,

    Che speran da’ più ricchi ajuti, e doni;

    Pazzi i Servi, e’ Villani,

    Che stentan, perchè godano i Padroni;

    Pazzo ch’in festa, e’n suoni

    Vive, e chi troppo piagne sua pazzía.

Pazzo chi troppo s’affatica, e spende

    Per dare a ingrati, e ’nvidiosi piacere:

    Pazzo chiunque riprende,

    Senza far prima l’opre sue vedere:

    Pazzo chi vuol sapere

    Più i casi d’altri, che la sua pazzía.

Pazzo chi troppo crede, e chi tropp’ ama,

    E pazzo chi non ha fede, nè amore;

    Pazzo chi sé diffama,

    Per far’ad altri ed utile, ed onore:

    Pazzo chi ‘l suo errore

    Si crede ricoprir colla pazzía.

Pazzo chi mai a’ casi suoi non pensa,

    E chi troppo in pensar stilla il cervello;

    Pazzo chi ‘l suo dispensa,

    Senza misura, e resta poi l’uccello;

    Ma peggior pazzo è quello

    Ch’unisce la malizia a la pazzía

Pazze tutte le Donne, che la morte

    Son di chi l’ama, e volte ad ogni vento;

    Pazzo chi vive in Corte,

    Per morir n’una fossa poi di stento:

    Pazzo chi quà contento

    Spera di stare in mezzo alla pazzía.

Ma benché la pazzía sia dolce cosa,

    E chi più n’ha, men si conosca infetto:

    Quel, che ‘n Ciel regna e si posa,

    Vuol, che da noi, che ‘l proviam  vi sia detto;

    Ch’ogni vostro difetto

    Non fia da lui scusato per pazzía.

Stende i suoi rami sopra i mortal tutti

    L’Alber della Pazzía, e di quel coglie

    Giovani, belli, e brutti,

    E Vecchi, e Donne; e ciascun poi ne toglie

    Chi ramucci, e chi foglie,

    Chi l’abbraccia, e ch’ in cima ha la Pazzía.

 

Solo una mente purificata dalle passioni, era in grado di perseguire la sensata follia. Una follia grandemente distante sia da quella dei mondani che degli uomini per natura malvagi. Una distanza che questo satirico passo tratto dalla commedia La Fiera, di Michelagnolo Buonarruoti, il Giovane, rappresentata nel Carnevale del 1618 presso il “Teatro della Sala degli Ufizj” ben esprime:

 

Atto Quinto - Della Prima Giornata - Scena Undecima (19)

 

Coro

 

Onde maggiore il danno

Abbia il mondo io non so, se dagli stolti,

O dagli uomini rei;

Che dovunque io mi volti,

Dubbj i giudizi miei

Dietro lo sguardo vaneggiando vanno:

Né ferman l’ali, e posa ancor non hanno.

La via ricerco strana

Del folle: e ‘l veggo errar giumento sciolto,

Che selve scorre, e monti;

E quei campi, e quel colto,

E quei prati, e quei fonti

Ove Cerer fiorì, giacque Diana.

Restar deserti a quella furia insana (1).

Traggomi all’altra parte,

E ‘l malvagio vegg’io che l’esca accende,

E di sue ree faville

Tal fiamma al cielo ascende,

Che campagne, e che ville

Ne son distrutte: Astrea (2) del mondo parte

Sbandita: Ira trionfa, e regna Marte (3).

Da Febo (4) alfin mi viene

Sentenza nel pensiero, ond’io saetti

Saggio nel suo furore

Veracissimi detti,

Che contro un empio cuore

Scarsi di morte sono tormenti, e pene (5):

Nel folle bastan pur lacci e catene (6)

 

Una persona del CORO prendendo Congedo

 

Donne, quantunque chiusi in quelle mura (7)
Quei che vedeste or qui, pazzi furiosi,
Non si creda nessuna esser sicura
Dagli assalti sbrigliati e tempestosi;
Chè, se voi v'esponete alla ventura,
Ci saranno de' savj (8), che ambiziosi
Che la preda di voi loro in man cada,
Si getteranno assassini alla strada.

 

(1) Restar deserti  = nel senso che il Folle non li considera.

(2) Astrea = La Giustizia

(3) Marte = La guerra

(4) Febo =  Colui che illumina, Apollo, dio solare

(5) Scarsi di morte sono tormenti, e pene = cioè un animo malvagio non cambia neppure se viene tormentato e subisce delle pene

(6) Nel folle bastan pur lacci e catene = allo stesso modo per cambiare il folle non servono lacci e catene

(7) entro le mura = i manicomi

(8) savj = malvagi, secondo i dettami sopra espressi riguardante la sensata e insensata pazzia

 

A questo punto, per concludere, vorremmo sottolineare i significati di quei molteplici etimi inerenti alla pazzia, che ai giorni nostri valutiamo sotto il comun denominatore di pazzia o follia, ma che nel trascorso erano connotati da precisi significati che ne denunciavano le differenze. Lo faremo riportando per intero, note comprese, e per gli amanti di queste raffinatezze, quanto scrive al riguardo nel 1825 l’abate Giovanni Romani nel suo Dizionario Generale de’ Sinonimi Italiani, considerazioni che a volte, come lo stesso autore riporta, si trovano in aperto contrasto con quanto affermava il Vocabolario della Crusca fin dal Seicento (20).

 

 

FATUO, STOLTO, SCEMO, SCIOCCO, STOLIDO, INSENSATO, STUPIDO, MELENSO, BALOGIO, BALORDO , STORDITO, SCIMUNITO, INSIPIENTE, INSIPIDO, INSULSO, INSANO, PAZZO, FOLLE, MATTO,  DEMENTE, MENTECATTO, DELIRO, FRENETICO, MANIACO, FURIOSO, FORSENNATO, INTRONATO

 

 

Questi attributi si riferiscono allo stato morale dell'uomo, il quale, per qualche sconcerto della fisica sua organizzazione, non può far uso regolare delle naturali facoltà della sua mente, giusta i dettati della ragione. Soglionsi alcuni di essi nell'ordinario discorso usar come sinonimi, ma, qualora si sottopongano a critici confronti, possono presentare delle differenze nozionali, per cui distinguere l'uno dall'altro.

 

Fatuo (lat. Fatuus) (1), non è dalla Crusca definito, ma soltanto eguagliato a Stolto e Scemo. Lo Stolto, come vedremo in appresso, e come si è accennato in questa nota, è propriamente Colui che, per debolezza od ottusità dei sensi, non sa rettamente giudicare; ma il Fatuo dicesi Quello, i cui sensi sono così imperfetti, ch' è impotente a giudicare. Scemo poi, quando è applicato al morale, come frappoco dimostreremo, è Colui che ha poco senno. A Fatuo pertanto, considerato nella testè enunciata nozione, possono corrispondere i seguenti esempi: “Intenzioni fatue (vote, prive di senso), piene di  riso, anzi di pianto” (Coll. Ab. Isac. 40); “E 'l guardiano è turbato di tanta fatuitade, e di  tanto bene perduto, etc.” (Fior. S. Franc. 151), etc.

 

(1)  Il latino Fatuus derivò dal verbo Fari (Vaticinare) e presso gli antichi Romani, i Vati, o Poeti, furono appellati Fatui da Fatu, voce originaria dal greco Phatyis (Vate): ma perchè i Poeti vaticinavano quando erano da furore investiti, quindi, per figura, fu applicato l'attributo di Fatuo ai Pazzi, od ai Furiosi. Presso i Latini era distinto il Fatuo dallo Stolto, perchè il primo riguardavasi come privo dei sensi, e l'altro soltanto di sensi ottusi. Fatuo da Terenzio fu eguagliato a Tarpo, Insulso (Forcell., Lexic., voc. Fatuus).

 

Stolto, lat. Stultus, secondo la Crusca, vale di poco senno, e secondo la medesima è sinonimo a Pazzo e Sciocco. Riservandoci di parlare a suo luogo delle nozioni di Pazzo e di Sciocco, noi conveniamo colla Crusca che la scarsezza di senno sia appunto l'elemento che costituisce la Stoltezza, o Stoltizia, che si oppone alla Sapienza, giacchè, come si disse, è Stolto Colui che, per debolezza di sensi, o per iscarso intendimento, non può formare retti giudizj delle cose, nè saggiamente operare. Sotto tale nozione, differente da quella più peggiorativa di Fatuo, si può intendere Stolto ne' seguenti esempi: “Niuna cosa è tanto utile allo stolto, quanto servire a un savio” (S. Bern. Lett.); “Assai sono, li quali essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno” (Bocc., Nov. 82, 2).

 

Scemo, nel proprio è Ciò che manca in qualche parte della sua pienezza, o grandezza (2), così si dice: Misura scema; Luna scema; Monte scemo (V. Crusca). Considerato pertanto Scemo nel senso proprio, non ha alcuna affinità con Fatuo, o Stolto; ma qualora metaforicamente sia il medesimo riferito alla mente, per dinotare la diminuzione, o il decremento, delle di lei facoltà, in allora si avvicina alle intellettuali nozioni di Fatuo e di Stolto, colla differenza però che Scemo è meno peggiorativo di Fatuo, ma lo è più di Stolto, benchè  questo la Crusca lo faccia di egual valore. Alla sopraccennata nozione possono convenire gli esempi: ”Pensò a Claudio di acconcia età, e studioso  di buone arti, ma era scemo”  (Tac. Dav. ann. 6, 126);  “Perchè 'I cervello scemo, e 'l troppo vino ti fa (fan) parlar da parte d'Appollino” (Ber. Or. 2, 1. 68). Quando la scarsezza del senno proviene da natura, l'uomo dicesi Scemo; quando è causata da volontà, l'uomo dicesi Stolto; e perciò Scemo è al di sotto di Stolto.

 

(2) Varie sono le opinioni degli etimologi intorno all'origine di Scemo. Alcuni lo deducono dal lat. Semis (Metà); altri dal verbo Eximere (Diminuire); altri da Xemum (Ferrar., voc. Scemare). Non pare però improbabile che Scemo sia provenuto dal lat. Cyma (Estremità superiore delle piante) per indicare i Corpi ai quali mancano le cime. I nostri villici dicono: Albero cimo, quello a cui fu tolta la cima; e, per similitudine: Botte cima, quella che fu diminuita della sua pienezza, etc.

 

Sciocco, o lsciocco (3), quando è applicato al fisico, è analogo a Scipito, Insipido, etc., come dimostreremo a suo luogo (V. Scemo), ed in questo caso non ha alcuna affinità agli attributi morali come sopra enunciati; ma quando Sciocco (il che succede più frequentemente) è riferito alle umane azioni, in allora, secondo la Crusca, vale per Ciò che manca di saviezza e di prudenza. Attentamente però riflettendo all'applicazione che suol farsi dell'attributo Sciocco, è facile l'accorgersi che esso è principalmente diretto all'intelligenza, per esempio: “Misero e pien di pensier vani e sciocchi (Petr., son. 204); cosi si dice Sciocca intenzione; Sciocco giudizio, etc. Che se non di rado l'aggiunto Sciocco si applica anche alle azioni, ciò avviene in via subalterna, perchè Sciocche si dicono Quelle azioni che derivano da inavvedutezza, inconsideratezza, irriflessione, etc., difetti mentali, che costituiscono la Sciocchezza, o Scioccheria (4). Sotto questa nozione debbesi intender Sciocco nei seguenti esempi: “Egli facendo cotali risa sciocche, etc.” (Bocc., Nov. 21, 15); “Non feci mai più la maggior scioccheria (azione sciocca, cioè derivata da giudizio poco accorto)” (Fir. Luc. 3, 1), etc. Per tali considerazioni noi possiam accertarci che Sciocco è Colui che non è già privo o mancante di senno, come è il Fatuo o lo Scemo, ma bensì Colui che non sa far buon uso del senno; nel che si avvicina a Stolto, ma in un grado minore di trascuranza.

 

(3) Ciò che in italiano dicesi Sciocco dai Francesi è appellato Sot, dagli Spagnuoli Sosa, etc., senza potersi decidere dell'origine di esso. Al Ferrari parve possibile che fosse provenuto dalla latina voce Insulsus, o Stultus; ma non vi scorgo una formale analogia (Ferrar., voc. Sciocco).

 

(4) Si usa anche Scioccaggine, che si preferisce agli altri due, quando s' intende di voler esprimere Una sciocca abitudine.

 

Stolido, lat. Stolidus, applicato al fisico è affine ad Insensato, Stupido, etc., per esempio: “I lombrichi de' corpi umani fuori d'essi corpi  sembrano... melensi e stolidi" (Red. Oss. an. 127). Riferito però al morale, per esempio: “Numantina sua prima moglie fu d'averlo, con malìe, fatto stolido accusata” (Tac. Dav. ann. 4, 48), esprime totale privazione di senno, per cui la nozione di esso si avvicina assaissimo a quella di Fatuo: se non che mi pare che Fatuo sia senza senno per natura, e che Stolido lo abbia perduto per qualche accidente.

 

A Stolido la Crusca fa sinonimi gli attributi Insensato e Stupido. Insensato, quando è riferito al morale, secondo la Crusca, significa Che non ha senso intellettuale, ed in questo caso può apparir sinonimo di Stolido, per esempio: Perocchè quasi il tenevano insensato” (Fr. Sacch., Nov. 2); “Turpino in questo lo chiama insensato” (Bern. 2, 19, 56); ma quando Insensato si applica agli animali bruti, pare che assuma la nozione di Stupido, per esempio: “Da insensato animale ... ti recarono ad esser uomo” (Bocc., Nov. 41, 26). Anzi quand'esso aggiunto investe qualche azione, prende la nozione di Stolto o di Sciocco, per  esempio: “O insensata cura de' mortali” (Dant., Par. 11) (5).

 

(5) Non si dee poi confondere Insensato, ch' esprime Privazione di senno, con Insensibile, che indica Privazione, o di sensazioni fisiche, o di sensibilità morale.

 

Stupido, lat. Stupidus, di cui parlammo altrove (V. Stupido, sotto la voce Attonito), quando è riferito al morale, esprimendo un'abituale imperfezione delle facoltà intellettuali, per concepire e giudicare le cose, si avvicina meglio alla nozione di Fatuo e d'Insensato, che a quella di Stolido. Ma Stupido significa anche Colui che, preso da un certo torpore, langue immobile; o che, per mancanza di consiglio, o per qualunque altra causa che lo rende tardo, è alienato dai sensi, per esempio: “Stupido è l'uomo quando li sentimenti non fanno le sue operazioni” (But. Dant., Purg. 4); "Per l'abbondanza delle lagrime il confessoro era tutto stupidito” (Mir. Mad. M.). In questo caso la Stupidezza, come eventuale e transitoria, differirebbe dall'Insensatezza e Stolidità, che si concepiscono permanenti.

 

Melenso, o Milenso (6), non è dalla Crusca definito, ma dalla medesima soltanto dichiarato sinonimo di Sciocco, Scimunito, Balordo. Facendo però osservazioni sopra gli esempli dalla medesima allegati, parci di poter asserire che per Melenso si qualifichi Colui che, per ottusità d'ingegno, o per debolezza di temperamento, non conosce il pregio delle cose, nè si sente inclinato alle medesime, per esempio: “Senofane… sentendosi proverbiare... come milenso, perchè ricusava di voler giuocare alle carte, etc.” (Segn. Pred. 8, 139); “Filomena... acciocchè milensa (di poco accorgimento) non paresse, etc.” (Bocc., g. 1, f. 1), etc. Quando però un tal aggettivo è applicato alle cose, può apparir sinonimo di Sciocco, Stolto, Insulso, etc., per esempio: “Sempre il cattivo da vili e milensi (sciocchi) pensieri è vinto” (Dittam. 1,7); “Mi son riuscite brutte... e quel che più importa senza spirito e melense (insulse)” (Red. Lett. 1, 346).

 

(6) Di questo vocabolo fecero cenno il Menagio, il Ferrari, il Muratori; ma niuno di essi potè suggerire un etimo soddisfacente.

 

A Melenso fu dalla Crusca fatto sinonimo Balogio, indotta a ciò dall'unico esempio di vernacola composizione: Quivi acculati, Ciuschéri, orbi e balogi”  (Buon. Fier. 2, 1, 14). A me pare che nel citato esempio Balogio sia stato impiegato colla nozione figurata di Melenso, giacchè Balogio, o Balogia, che nel nostro dialetto dicesi Baleuss, è un attributo che nel proprio si applica alle castagne allessate; e che nel figurato si attribuisce a soggetti di nessun valore.

 

Balordo, lat. Bardus, giusta la spiegazione che ne porgemmo altrove (V. Balordaggine), è un attributo che si applica a Coloro che sono di ottuso, o tardo, ingegno (7), per esempio: “A vedervi straccare dietro a un balordo” (Car. Lett.); e sotto a questa nozione Balordo si approssima assai a quelle di Stolido e d'Insensato, non che di Melenso. Ma peraltro suolsi più di frequente usar questo attributo per significare Una certa passaggiera confusion di mente, prodotta da qualche improvviso accidente, per esempio: “Rimase Psiche come una balorda” (Fir. As. 149); “Mostrando grandissima maraviglia, mi stava fermo come una cosa balorda” (Idem, 25); “Claudio ebbro e balordo, non se ne avvide” (Tac. Dav. 12, 260). Sotto questa nozione parmi che Balordo divenga affine di Stupido (8).

 

(7) Nel nostro dialetto Balordo si applica anche al fisico, per indicare degli oggetti di cattiva qualità, per esempio: Vino balordo; Carne balorda; Pranzo balordo, etc., ed anche figuratamente, dicendosi: Sonetto balordo; Predica balorda, etc.

 

(8) Come sinonimi di Balordo, la Crusca fa cenno di Balocco, Minchione, etc., che per essere, come a me sembra, di origine municipale, non meritano apposita spiegazione.

 

Stordito (9), dalla Crusca è fatto sinonimo di Sbalordito, Attonito, Confuso, perchè in realtà esso attributo comprende tutte le nozioni de' predetti affini; come si può raccogliere dalla spiegazione, che ne porse il Varchi, dicendo: “Storditi si chiamano propriamente Quelli i quali per essere la saetta caduta loro appresso, sono rimasi attoniti e sbalorditi, i quali si chiamano ancora intronati” (10) (Ercol. 63). Si rimane però stordito non solo dalla vicina esplosione del fulmine, ma da qualunque altra causa che abbia forza di opprimere i sensi e l'immaginazione, per esempio: “Da così fatto soprapprendimento storditi... stettero fermi” (Bocc., Nov. 82, 6); “Castruccio ciò sentendo, ed appena credendolo, come stordito si partì da Pistoja” (G. Vill. 9, 302);  "Volgo stordito dalla paura" (Red. annot. Ditir. 205); “Stupore, è uno stordimento d'animo, per grandi e maravigliose cose vedere o udire, o per alcun modo sentire” (Dant. Conv. 198); “Col suo gridar bestiale stordisce gli altri uomini e impauriscegli” (Fav. Esop.), etc. Intorno poi alle nozioni di Attonito, Confuso, etc., ch'entrano nell' idea complessa di Stordito, veggasi il titolo Confuso. Dalla sopresposta spiegazione risulta che Stordito è molto affine a Stupido, dal quale però differisce grammaticalmente, giacchè questo vale Che ha stupore, o ch'è preso da stupore, e quello significa Fatto, o Reso stupido, cosicchè Stordito corrisponde meglio ad Istupidito.

 

(9) Il Muratori (Antich. Ital., voc. Stordire) rigetta con ragione gli etimi suggeriti dal Menagio e dal Ferrari intorno all'origine di Stordito; ma egli non seppe additarne un migliore. I Francesi fanno corrispondere Estourdi all'italiano Stordito, che, secondo il Ducange, viene da Estour.

 

(10) Io sono d'avviso che l'aggiunto Intronato sia in realtà quello che propriamente convenga a Coloro che dallo scoppio improvviso del fulmine, o di qualche altro improvviso e fortissimo fracasso, restano nell'udito offesi; e mi pare che un tal vocabolo sia provenuto dallo strepito del tuono: “Gli spaventevoli tuoni intronavano gli orecchi” (Serd. Stor. 3, 126); e per similitudine potè essere applicato a Coloro che per qualche improvviso spavento rimangono storditi, per esempio: “E colla mente stordita, intronata, etc.” (Ber. Orl. 1, 12, 74).

 

Scimunito (11), secondo la Crusca, vale per Scemo, o Sciocco. A me pare che quell'attributo sia più affine a Scemo che a Sciocco, perchè suolsi per lo più applicare a Coloro i quali, o per la vecchiaja, o per altre ordinarie o straordinarie cause, rimasero lesi o diminuiti nelle loro facoltà intellettuali. Il che si può confermare coll'esempio: “Se la persona sa, o crede, che quello confessore sia per vecchiezza rimbambito, o per infermità, o per naturale condizione, smemorato o scimunito” (Pass. 122).

 

(11) Conformemente a quanto si è esposto in testo, pare adottabile l'opinione del Ferrari (Orig. Ling. Ital., voc. Scemare), il quale trasse l'origine di Scimunito da Scemo, o Scemato.

 

Insipiente, lat. lnsipiens, dalla Crusca è dichiarato identico a Sciocco, ma parmi che da questo differisca in ciò, che la Sciocchezza, giusta a quanto riferimmo, è l’effetto dell'inconsiderazione e dell'inavvertenza, ma l'Insipienza è l'effetto della mancanza o privazione delle cognizioni. Difatti Insipienza, al dir della Crusca stessa, è l'opposto della Sapienza e per conseguenza Insipiente letteralmente valerà per Non sapiente, come risulta dall'apposito esempio: “Più essere felice un sapiente mendico, che un ricco insipiente” (Salvin. disc. 1, 83). Che se dall’Insipienza provengono sovente pensieri, parole, azioni sciocche, non per ciò potrà asserirsi che la medesima sia identica a Sciocchezza.

 

Fu poi mestieri il distinguere Insipiente da Insipido, perchè questo si riferisce principalmente al fisico colla nozione di Scipito, o Senza sapore, e perciò contrario a Sapido, o Saporito, per esempio: Mele insipido; Liquore insipido; Acqua insipida, etc.; quando altronde Insipiente, come contrario a Sapiente, si riferisce sempre al morale. Che se qualche volta Insipido, od il suo nome astratto Insipidezza, vengano, per traslazione, applicati al morale, non significano già Insipiente, o Insipienza, Sciocco, o Sciocchezza, come suppose la Crusca, ma bensì Ciò che manca di gusto, o di spirito morale, per esempio: Risposta insipida; Racconto insipido; Divertimento Insipido, e simili, ne' quali per certo Insipido non può valere per Isciocco.

 

Insulso, latin. Insulsus, come composto della negativa In, e del latino Sulsus, o Salsus (Salso, o Salato), letteralmente significa Ciò che non è salso, o salato; e così si disse in lingua latina: “Oleas insulsa amurca rigare” (Colum. 2, 2), e così nel proprio si disse anche in italiano “Fan le piante  più altere, e maggior pomi, Ma d'insulso sapor” (Alam. Colt. l, 22). Per il che si distingue Insulso da Insipido, applicati al fisico; perchè il primo toglie al sapore una qualità, e questo priva il soggetto d'ogni sapore. Insulso poi, elevato al metaforico, si avvicina bensì al traslato d'Insipido, dicendosi: Richiesta insulsa; Componimento insulso; Conversazione insulsa, etc.; ma non perciò può dirsi vero sinonimo di Sciocco, come asserì la Crusca sotto la voce Insulso, in cui non separò il senso proprio dal metaforico (12).

 

(12) La Crusca, per esprimere delle nozioni eguali a quelle dei già spiegati aggiunti, introdusse nel Vocabolario un numero ingente di vocaboli di gergo fiorentinesco, che nulla hanno in comune colla lingua nazionale; e ben mi fa maraviglia come il signor Cherubini siasi presa la vana premura di raccoglier novanta voci di simil sordida merce, per contrapporle al suo metaforico gergale Articiocch (Vocabol. Ital. Mil.) sembrandomi che il vero scopo di un Vocabolario di dialetto provinciale debba essere quello di far conoscere le vere voci italiane, che corrispondono alle municipali, e non già quelle dei gerghi di altri dialetti. Noi per certo non ci occuperemo della spiegazione di cosiffatta mondiglia.

 

Insano, latin. Insanus, essendo composto della negativa In, e dell'aggettivo Sano, letteralmente significa Non sano. Ora siccome l'attributo Sano si applica tanto al fisico che al morale, dicendosi per esempio: Sano di corpo, e Sano di mente; così anche il suo contrario Insano dovrebbesi riferire tanto al proprio che al traslato. Ma l'uso invalse in lingua nostra che la mancanza di salute fisica si marcasse coll'aggettivo Malsano (V. Infermo e Valetudinario), e che Insano fosse unicamente impiegato per indicare Malattia di mente, che perciò Insania appellasi, per esempio: “Atamante divenne tanto insano Che veggendo la moglie co' duoi figli... Gridò: tendiam le reti” (Dant., Inf. 30); “Mostrossi a noi qual uom per doglia insano” (Petr., Son. 35). Insano adunque è un attributo generico, che dinota lo Stato di colui che non ha sana la mente; e perciò non può dirsi appieno sinonimo di Stolto e di Pazzo: non di Stolto, perchè a questo applicammo già la nozione di poco senno: non di Pazzo per la ragione che siam per esporre.

 

Pazzo (13), al dir della Crusca, è Colui che è oppresso (cioè, preso) da pazzia; la quale dalla medesima è definita: Mancamento di discorso e di senno; Contrario di Saviezza. Era però inutile il dire mancamento di discorso, perchè quando manca il senno non può sostenersi retto il discorso; che se per mancamento di discorso s' intese la Crusca la privazione della favella; tale supposto è smentito dal fatto, perchè i pazzi sono, senza confronto, più loquaci dei savj. Se Pazzo pertanto è l'opposto di Savio, Pazzo sarà Colui che pensa, parla, opera in maniera diversa e contraria a quella che suggerisce il senno, e perciò si rende molto affine a Stolto per la comune nozione della mancanza di senno. Essendo però le azioni del Pazzo più stravaganti, più esagerate, più diffusive di quelle dello Stolto, in quanto che la mancanza di senno nel Pazzo è accagionata da riscaldamento o stravolgimento della fantasia, dee il Pazzo differire dallo Stolto il quale non può far uso del senno per debolezza di sensi, o per iscarso in intendimento, come già di sopra spiegammo. Non adduco gli esempi della Crusca, perchè non atti a confermare la detta nozione, la quale altronde è appoggiata alla comune intelligenza. Faccio riflettere soltanto, che quando Pazzo è applicato, in via di aggiunto, a soggetti inanimati, vale per Istrano, e non per Istolto: così dicesi Pazza cosa, per Cosa stravagante; Pazzo (per istrano) scherzo. La Pazzia pertanto è una specie d'Insania.

 

(13) Il Ferrari immaginò che Pazzo provenisse dal lat. Fatuus; ma a questa poco persuadente genesi il Muratori (Voc. Pazzo) preferì quella del Menagio, che fece discendere Pazzo dal verbo latino Patior: ma quando rifletto che i veri pazzi nulla soffrono, anzi sovente la mente loro è trattenuta da piacevoli immaginazioni, non so per certo indurmi ad adottare cosiffatta provenienza.

 

Folle (14), dalla Crusca si fa equivalere a Pazzo, Stolto, Matto, Vano; ma sembra a me che fra questi attributi il più affine a Folle sia quello di Vano. Difatti la Crusca stessa parlando di Folleggiare, derivato da Folle, lo definisce Inconsideratamente operare, ossia Vaneggiare. Tale nozione conformasi alla comune accettazione, giacchè per lo più si qualifica per Folle, Colui che, leggiero d’ingegno, e svanito di giudizio, si perde in vani pensieri, emette ridicoli discorsi, si trattiene in occupazioni inette, e si abbandona a fanciullesche frascherie, per esempio: “In .... vani… . . folleggiamenti spender lo tempo” (Guitt. Lett.). Uno s'era messo a scrivere tutte “le follie e scipidezze che si facessero” (Nov. ant. 74, 1);  “Follia non si mescola con sapere” (Dic. div.).

 

(14) Il Monosini ed il Vossio trassero l'etimo di Folle dalla greca voce Phaulus; il Menagio dal latino Follis (Mantice): ma il Muratori (Voc. Folle) considerando che la lingua germana ha la voce Faul, significante Uomo da nulla, insensato, languido, etc., che una voce consimile, e con eguale significazione, domina pure nella lingua francese ed inglese, che il cimbrico Fol vale Fatuo insipiente, e che in fine tra le antichissime voci celtiche trovasi Ffoll, nel senso di Stolto, propende nel credere che una tal voce sia di origine teutonica.

 

Matto (15), dalla Crusca non definito, nè definibile dagli esempi ch'ella allegò, è dalla medesima equiparato a Pazzo ed a Stolto; ma, stando però alla comune nozione che l'uso concede ad un tal attributo, sembra che sia un misto di pazzia e di follia; giacchè di ordinario si riguardano per Matti Coloro che, per qualche disordine avvenuto nell'organismo del loro cerebro, non più ragionano, nè più operano con quel giudizio e con quel senno di cui sogliono far uso gli uomini sani di mente. La Mattezza pertanto si può riguardare per una Malattia più estesa della pazzia e della follia. È però osservabile che nel comune discorso sovente si adopera la voce Matto colla stessa nozione di Pazzo; ed in questo caso i due vocaboli possono dirsi di egual valore obbiettivo, nè si distinguerebbero tra di loro se non per la circostanza che l'uso assegnò a Pazzo maggiore nobiltà di quella di Matto (16).

 

(15) Matto, dal Caninio, dal Monosini, e dal Menagio fu tratto dal greco Mataios, o dal disusato Mao. L'Esichio lo dedusse dal greco Mattabos (Stolido, Fatuo); ma il Muratori, che fu persuaso aver la lingua nostra più dalle lingue settentrionali, che dalla greca, desunti vocaboli stranieri, porta opinione che la voce italiana Matto sia stata tratta dalla germana voce Matt, o Matz, significanti Debole, Balordo, Insano, etc. (Voc. Matto). Nel dialetto lombardo la voce Matto si riferisce anche al fisico, dicendosi: Vino matto, per guasto; Oro matto, per falso, o di nessun valore, etc. Il che mostrando dell'analogia al Matto morale, ci fa supporre che un tal vocabolo appartenesse a quell'antichissima lingua italiana, che in questi paesi parlavasi prima della latina.

 

(16) Dal radicale Matto furono tratti, come sinonimi, i nomi di Mattezza, Matterìa, Mattia, etc.; ma nell'uso comune si è conservato soltanto Mattezza, e gli altri si possono tener per antiquati.

 

Demente, latin. Demens, non è spiegato dalla Crusca, ma soltanto dalla medesima eguagliato a Sciocco ed a Pazzo. È mestieri perciò il rintracciare il valore di esso dalla lingua latina, dalla quale fu tratto. Il latino Demens è composto della prepositiva diminutiva, o peggiorativa, De, e di Mens (Mente), e letteralmente significa Lesione di mente, o Degradazione delle facoltà intellettuali. Per questa nozione i Latini usarono anche l'attributo Amens (Amente); quantunque alcuni periti di quella lingua abbiano marcata una differenza tra l'uno e l'altro de' predetti due vocaboli, giacchè Amens (17), come composto della prepositiva privativa, e di Mens (Mente) significa Colui ch’è privo della ragione; quando altronde Demente si reputa Colui che non è, per vero, fornito di mente intiera, ma che peraltro ritiene qualche parte della comune ragione (18). La nozione pertanto di Demente, secondo il valore testè spiegato, poco differirebbe da Scemo, Stolto, Sciocco; ma stantechè le mentali imperfezioni di questi attributi si riguardano per defezioni naturali, ossia dipendenti dalla male costituzione dei fisico umano, così possono differire da quella di Demente, che si ritiene per accidentale, e per una specie d'Insania.

 

(17) La Crusca non accolse nel suo codice la voce Amente, sebbene vi abbia ricevuto il nome astratto di Amenza, derivato da Amente; ma se registrò le voci congeneri di Demente e di Demenza, poteva per analogia ammettere anche Amente. Non si scorge poi il motivo per cui dichiarò antiquato il nome di Amenza, che gioverebbe ad indicare la differenza indicata in testo tra Demente ed Amente. Così non si comprende pure la ragione per la quale la Crusca, dopo di aver dichiarato come di uso corrente il verbo Dementare (Ridur demente), abbia tenuta per antiquata la voce Dementato (Fatto, o Ridotto demente), legittimo participio di quel verbo.

 

(18) Forcell., Lex., voc. Demens.

 

Mentecatto, lat. Mentecaptus, è dalla Crusca spiegato per Infirmo di mente. Il che conformasi alla comune accettazione, secondo la quale Mentecatto si riguarda per Leso di mente. Dunque, per le già riferite spiegazioni, un tal attributo può considerarsi identico a Demente, e non già sinonimo di Sciocco, o Pazzo, come asserì la Crusca.

 

Deliro, lat. Delirus (19), secondo la Crusca sotto la voce Delirare, è un attributo di stato che si applica a Colui ch' è fuori di sè, che ha perduto il discorso, e che frenetica. Essendo il Delirio una specie d'Insania, e per conseguenza una malattia di mente, è giuoco forza il ricorrere al linguaggio dei medici per ottenerne un'esatta definizione. Secondo essi il Delirio è un sintomo frequente nelle febbri infiammatorie, nelle perdite di sangue, ne' morsi o punture di bestie velenose, nello sconcerto del diafragma, etc., per cui la mente resta disordinata e stravolta, in modo che diviene inetta all'esercizio delle ordinarie e regolari sue operazioni. Gli esempi però addotti dalla Crusca ci offrono Deliro sotto le generiche nozioni di Pazzo, Vaneggiante, etc., per esempio: “Ogni delira impresa” (Petr., canz. 6, 2); “Sembiante, Che madre fa sopra figliuol deliro” (Dant., Par.1); “Perchè tanto delira, disse, lo 'ngegno tuo da quel ch' e'  suole” (Dant., Inf. 11). Se il Delirio è costante e veemente con grande aberrazione di mente, ed accompagnato da febbre acuta, da vaneggiamenti, da vigilie, etc., allora il paziente dicesi Frenetico, perchè la di lui malattia dai medici è denominata Frenitide, o Frenesia, da cui deriva Frenetico (20). Dalla Crusca è definita la Frenesia per Male (Malattia) che offende la mente (senz'additarne la causa ed il modo) conducendola al furore ed alla pazzia, per esempio: “Dopo disperata frenesia e pazzia, molti ritornano a buon senno” (S. Crisost.); “Siccome avviene in febbre continua, che termina per flusso di sangue, e in frenetichezza (frenesia)” (Libr. cur. Malatt). Altri esempi però dalla Crusca allegati mostrano impiegato Frenetico colle affini nozioni di Pazzia, di Delirio, di Fantasia stravolta, etc. (V. Frenetico sotto la voce Veemente). Quando il Delirio ecciti idee o moti di un impeto considerabile, senza regolarità e senz'ordine, ma accompagnato da ardire, da rabbia, e da scosse violente del corpo, in allora il delirio divien Manía, la quale, per mancanza di febbre, si distingue dalla Frenesia.

 

Da Manía, voce greca, si formò Maniaco: per esempio: “Maniaci sono appellati coloro che patiscono della mania” (Libr. cur. malatt.); e Manía fu dalla Crusca definita col seguente esempio: La manía si è un furore con inclinazione a percuotere” (Idem). Nella Mania concorrendo la Furia, furono perciò nel comune linguaggio i Maniaci qualificati per Furiosi: “Ma vedendolo furioso levare per battere un'altra volta la moglie” (Bocc., N. 73, 24);  “Quasi furiosa divenuta fosse ….gridò” (Idem, Nov. 99, 50). La Furia però, od il Furore, benchè esprima un impeto smoderato predominante la ragione, non essendo sempre prodotto da naturale malattia, ma per lo più dallo sdegno e dalla rabbia, non può dirsi identica a Manía; e per conseguenza i furiosi non sono sempre Maniaci: ond’è che a Furioso si applicano di frequente le nozioni di Impetuoso, Bestiale, Pazzo, Insano, etc. (V. Furioso, sotto la voce Veemente).

 

(19) Il vocabolo Deliro è composto della prepositiva De, significante in questo caso declinazione, e di Lira, che, presso gli antichi, valeva Un fosso tirato in linea retta, d'onde Delirare fu preso nel senso generico di Deviare dal retto; e quindi figuratamente Deliro fu preso nel senso di Chi devia dalla ragione. A tale nozione s'accorda l'esempio: “Tanto delira, cioè esce del solco, cioè si svia” (But., Inf. 11); come pure quello: “Delirare, è dal solco della verità uscire, come esce lo bue dal solco, quando impazza, e non è obbediente al giogo” (Idem , Par. 1, 2).

 

(20) Non già Farnetico, Farneticamente, Farneticare, Farnetichezza, come usarono gli antichi per popolare idiotismo. Frenetide poi è vocabolo greco, composto da Phryn (Mente) e Itis (Malattia). I medici poi chiamano Parafrenitide Quella malattia che suppongono cagionata da infiammazione del diaframma.

 

Forsennato, è un attributo composto da Fuori e Senno, per indicare Un individuo che è fuori di senno. Per il che un tale attributo può esser bensì sinonimo a Demente, a Mentecatto, ed anche ad Insano; ma non mi pare che possa corrispondere ai latini Furibondus, Furens, Furiosus, come asserì la Crusca, giacchè nell'attributo Furioso, come già spiegammo, si concepiscono degli effetti non comuni al semplice Forsennato. Gli esempi difatti dalla Crusca allegati sotto la voce Forsennato, mostrano bensì una demenza innocua, ed una mancanza di riflessione, ma non già irruzione a danno altrui, per esempio: “Forsennata latrò siccome cane” (Dant., Inf. 30);  “E via più matto e forsennato è colui che pena, e pensa di sapere il suo principio” (Nov. ant. 28 , 2); nei quali esempi non potrebbesi per certo sostituire Furioso a Forsennato. E se la Crusca al nome Forsennataggine oppose i latini nomi Stultitia, Dementia, non doveva per certo al primitivo Forsennato far corrispondere quelli di Furens, Furibondus, Furiosus.

 

Note

 

1 -  Si legga al riguardo il saggio I Paradossi del Lando

2 - Riportiamo di seguito le scritte presenti nella mappa con note informative: 

Sopra la testaNosce te ipsum (Conosci te stesso). Iscrizione che si trovava nel cortile esterno del Tempio di Pausania, citata nella Descrizione della Grecia 10.24.1, e anche da Platone nel Phaedrus, 229e. 

Nelle orecchieAuriculas asini quis non habet (Chi non ha le orecchie d'asino?). Arguzia attribuita a Lucio Anneo Cornuto, filosofo stoico romano del I° secolo d.C. Le orecchie d'asino si riferiscono alla creduta stupidità dell’animale.

Parte alta della fronteÔ Caput elleboro dignum (O Testa degna d’elleboro). L’elleboro, pianta velenosa usata in medicina fin dall'antichità, era creduta indurre alla follia.

Parte bassa della fronteHic est mundi punctus et materia gloriae nostrae, hic sedes, hic honores gerimus, hic exercemus imperia, hic opes cupimus, hic tumultuatur humanum genus, hic instauramus bella, etiam civica (Questo è il mondo intero e la materia della nostra gloria, questa la sede, qui gestiamo gli onori, qui esercitiamo il governo, qui desideriamo ricchezza, qui va in tumulto il genere umano, qui decretiamo guerre, anche quelle civili). Citazione di Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, Libro II, Cap. 68.

Nel mentoStultorum infinitus est numerus (Il numero degli stolti è infinito), Ecclesiaste 1:15.

Entro lo stemma (lato sinistro): Democritus Abderites deridebat, Heraclites Ephesius deflebat, Epichthonius Cosmopolitus deformabat (Democrito da Abdera [città della Tracia] derideva (1), Eraclito da Efeso [città della Grecia] piangeva (2), Epichthonius Cosmopolitus deformava). Epichtonius è termine latino di una specie di insetto o scarafaggio (qui accomunato allo stolto), il cui attributo Cosmopolitus ne evidenzia una diffusione in tutto il mondo. Come gli scarafaggi, mossi dall'istinto, deformano, rovinano le cose con cui vengono a contatto, lo stesso viene qui inteso nei riguardi delle azione degli stolti.

(1) Dalla città di Abdera derivò il termine Abderitismo con il quale si intese una particolare concezione della filosofia della storia che la riteneva immutabile,  come un agitarsi senza senso degli uomini. Gli Abderiti tennero un comportamento dissociato nei confronti del filosofo Democrito, loro concittadino: dapprima lo accolsero a braccia aperte e in seguito lo condannarono pubblicamente come folle, poiché voleva imporre ai giovani di non viaggiare - di qui la metafora dell'immobilità della storia - affinché non divenissero intelligenti, condizione di assoluta inconsistenza.

(2) Per Eraclito tutti coloro che vivevano sulla terra erano condannati a restare lontani dalla verità a causa della loro miserabile follia consistente nel placare l'insaziabilità dei sensi e nell'ambizione al potere. 

All’interno del globo alla sommità dello scettro (lato destro): Vanitas vanitatum et omnia vanitas (Vanità delle vanità, tutto è vanità), Ecclesiaste 1: 2. Il globo, elemento presente nelle mani degli Imperatori, denuncia, nella mano dello stolto, il governo della follia sugli uomini. 

Entro i medaglioni sulla spallaÔ  curas hominum, Ô  est quantum in rebus inane (O preoccupazioni degli uomini, o quanto vuoto esiste nelle cose), motto di Aulo Persio Flacco, Satire, I.  / Stultus factus est omnis homo (Ciascun uomo è reso stolto), Geremia 10: 14 / [Verumtamen] Universa vanitas omnis homo [vivens] (Ogni uomo vivente è una vanità assoluta), Salmo 38, 6.

3 - Si legga al riguardo il saggio Taroch - 1494.

4 - Si legga in proposito il saggio Vento Theroco.

5 - Si legga il saggio Tharocus Baccus est.

6 - Si legga Trattato del gioco delle Minchiate.

7 - Si legga il saggio Rochi e Tarochi.

8 - Si legga Dell’Etimo Tarocco.

9 - Si legga il saggio Taroch: latino volgarizzato.

10 - Si legga al riguardo il nostro saggio Un 'Cavaleyro' taroco (sec. XIII)

11 - Si legga il saggio Taroch: nulla latina ratione.

12 - Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana, Voce Briscola: si propongono due etimologie le quali ambe conducono all’idea di battere, colpire. Alcuni dal fr. BRICHE nome di un certo gioco che facevasi coi bastoni, e poi venne applicato ad una sorta di gioco che si fa colle carte e che par si rannodi al radicale germ. BREC rompere, spezzare, d’onde anche il fr. BRICOLE, briccola, macchina bellica medievale per lanciare sassi, ed anche sorta di giuoco con palle (cfr. briccola); altri, almeno nel senso di Bussa, preferisce derivare  dal m. a. ted. BRITZE, mod. PRITSCHEN percuotere.  A conferma dell’etimo sta che nel linguaggio familiare Briscola vale anche Percossa, Bussa,, e che uno de’ quattro semi delle carte italiane è rappresentato da bastoni e che l’Asso e il Tre, che sono le maggiori, si chiamano Carichi, quasi rappresentino in relazione alle altre un gruppo di legni o bastoni. – Sorte di giuoco che si fa con le carte in due o in quattro persone: così detto forse perché ognuno dei giuocatori cerca di colpire o prendere la carta avversaria. Deriv: briscolàre = battere, percuotere.

Riguardo l’etimo di Poker si possono considerare le seguenti derivazioni: dal francese poqué (ingannare) o dall’inglese poke, termine gergale che in America, Australia e Sudafrica vuol dire ‘tasca o portafogli’ e per estensione gli spiccioli che si è soliti portare addosso.

13 - Si legga il saggio iconologico Il Matto.

14 - Si legga il saggio Follia e ‘Melancholia'.

15 - Si legga il saggio iconologico Il Matto.

16 - Si legga il saggio Follia e ‘Melancholia'.

17 Eugenio Garin (a cura di), Erasmo da Rotterdam: Elogio della Follia, Milano, Mondadori, p. 116.

18Tutti i Trionfi, Carri, Mascherate o Canti Carnascialeschi andati per Firenze dal tempo del Magnifico Lorenzo de’ Medici fino all’anno 1559, Firenze, Ex Museo Fiorentino, 1750, Parte Prima, pp. 159-162. Questo canto, venne eseguito a più voci a Firenze per il Carnevale del 1546, allorquando si allestì un carro dei pazzi su cui presero posto diverse categorie di persone, soprattutto storpi e deformi. Fra questi Jeronìmo Amelonghi, detto il Gobbo di Pisa, che venne burlato da Alfonso de' Pazzi con i seguenti versi:

 

A Jeronìmo Amelonghi

 

O Gobbo Ladro, spirito bizzarro, 

   Che dì tu or di me? hai tu veduto,

   Che i Pazzi come te vanno sul Carro,

   Ed io, che Pazzo son sempre vissuto,

   E morrò Pazzo, al trionfo de' Pazzi

   Non son per Pazzo stato conosciuto?

 

(Riportato in Sonetti d’Alfonso de’ Pazzi contro Benedetto Varchi, con diversi Madrigali, e Strambotti del medesimo, in “Il Terzo Libro dell‘Opere Burlesche”, In Usecht al Reno [Roma], Jacopo Brofdelet, 771, p. 348).

 

19 - Michelagnolo Buonarruoti il Giovane, La Fiera, commedia e la Tancia, commedia rusticale, Coll’Annotazioni dell’Abate Anton Maria Salvini, Firenze, Tartini e Franchi, 1726, p. 40.

20 - Volume Secondo, Milano, Giovanni Silvestri, 1825, pp. 91-99.

 

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