Saggi di Andrea Vitali

Un enigma nell'Orlando Furioso

Da un verso del poema un’ ipotesi sull’esistenza della cartomanzia nel sec. XV

 

 

Nella lingua italiana troviamo diverse espressioni o locuzioni, usate in senso figurato, derivate dal gioco delle carte. Ad esempio “mettere le carte in tavola”  deriva dal linguaggio dei giocatori, che in molti giochi sono tenuti a deporre le carte sul tavolo per effettuare il conteggio dei punti. Poiché in genere i giocatori non devono vedere le carte degli altri né mostrare le proprie, per non far capire in anticipo le mosse e per avere libertà di gioco, “giocare a carte scoperte” e “scoprire le proprie carte” in senso figurato significa rivelare chiaramente i propri piani, le proprie intenzioni, senza "barare" e quindi senza ingannare.

 

Di seguito elenchiamo le espressioni più comuni (1), usate in senso figurato, derivanti dal gioco delle carte:

 

mettere le carte in tavola = esporre chiaramente e veridicamente una situazione, senza nascondere nulla; rivelare le proprie intenzioni, progetti o simili; agire apertamente, senza sotterfugi.

avere buone carte = avere buone possibilità di riuscita.

giocare a carte scoperte = agire senza nascondere nulla.

giocare una carta = ricorrere a un espediente, fare un tentativo più o meno rischioso..

giocare una buona carta =  ricorrere a un espediente che si considera vincente.

giocare l’ultima carta = tentare il tutto per tutto, ricorrere all’ultimo espediente.

giocare tutte le proprie carte = mettere in opera tutti i propri mezzi.

imbrogliare le carte = creare di proposito confusione, incertezza, equivoco.

arrischiare una carta = fare un tentativo rischioso.

cambiare le carte in tavola = modificare in modo furbo e poco corretto le proprie posizioni. Dare un nuovo significato alle cose già dette, interpretare le parole di un altro in senso diverso da quello giusto, mutare i termini d’una questione (con questi significato. anche cambiare le carte in mano a qualcuno), fingere d’ignorare quanto s’era promesso.

giocare a carte scoperte = agire senza nascondere nulla.

giocare la propria carta = impiegare tutte le risorse a disposizione per riuscire in un impresa.

scoprire le proprie carte = rivelare le proprie strategie e gli intendimenti.

giocare l’ultima carta = fare un estremo tentativo.

tenere la carta bassa = nascondere le proprie intenzioni.

 

Abbiamo introdotto questi modi di dire per una attenta valutazione di un’espressione che l’Ariosto usa in un verso del suo Orlando Furioso laddove descrive le vicende accadute al cavaliere pagano Ruggero e ad Astolfo in seguito al loro incontro con Alcina, una fata che assieme alle sue sorelle Morgana e Logistilla, dimorava in un palazzo incantato oltre le Colonne d’Ercole. Come la maga Circe, anche Alcina trasformava gli amanti di cui non provava più interesse in animali o piante, come accadde ad Astolfo che si trovò tramutato in un mirto.

 

Alcina, grazie ai suoi poteri, appariva agli incauti forestieri come una donna bellissima e di fascino straordinario. Ecco come Ariosto la descrive nel momento che ella accolse Ruggero nel suo splendido palazzo, circondata da persone di giovanile età e di grande bellezza (2):

 

Canto VII 

 

IX

 

La bella Alcina venne un pezzo inante,

Verso Ruggier fuor de le prime porte,

E lo raccolse in signoril sembiante,

In mezo bella e onorata corte.

Da tutti gli altri tanto onore, e tante

Riverentie fur fatte al guerrier forte,

Che non ne potrian far più, se tra loro

Fosse Dio sceso dal superno coro.

 

(La bella Alcina venne avanti, per un pezzo di strada, fuori dalle prime porte d’ingresso del palazzo, verso Ruggiero, e lo accolse, con modi signorili, in mezzo ad una corte bella e stimabile. Da tutti gli altri, furono fatte al forte guerriero tanti onori e tante reverenze, che non potrebbero fare di più se in mezzo a loro fosse disceso Dio direttamente dal Paradiso).

 

X

 

Non tanto il bel palazzo era eccellente,

Perchè vincesse ogn’altro di ricchezza,

Quanto ch' havea la più piacevol gente,

Che fosse al mondo, e di più gentilezza.

Poco era l' un dal' altro differente

E di fiorita etade, e di bellezza.

Sola di tutti Alcina era più bella;

Sì come è bello il Sol più d' ogni stella.

 

(Il bel palazzo era tanto superiore agli altri non perché non aveva pari per ricchezza, quanto perché era abitato dalle persone più piacevoli, e con i modi più gentili, che ci potessero essere al mondo. Ogni persona era poco differente dall’altra sia per la giovane età che per bellezza: solo Alcina superava gli altri per bellezza, così come il sole è più bello di ogni altra stella).

 

XI

 

Di persona era tanto ben formata,

Quanto me' finger san pittori industri,

Con bionda chioma, lunga, e annodata;

Oro non è, che più risplenda e lustri.

Spargeasi per la guancia delicata
Misto color di rose, e di ligustri.
Di terso avorio era la fronte lieta,
Che lo spazio finia con giusta meta.

 

(La sua persona era tanto bene formata, quanto meglio sanno fare i più abili pittori; con una bionda chioma lunga ed annodata: non c’è oro che risplenda di più e sia più lucente. Si diffondeva lungo la sua delicata guancia un misto di colore di rose e di ligustri; simile a limpido avorio era la sua lieta fronte, che si estendeva entro giusti limiti).

 

XII

 

Sotto due negri, e sottilissimi archi
Son due negri occhj, anzi due chiari Soli,
Pietosi à riguardare, à mover parchi,
Intorno à cui par ch' Amor scherzi, e voli,
E ch' indi tutta la faretra scarchi,
E che visibilmente i cori involi.
Quindi il naso per mezo il viso scende,
Che non trova l'invidia ove l'emende.

 

(Sotto due neri e sottilissimi archi si trovavano due occhi neri, anzi due chiari soli, benevoli nel guardare, lenti nel muoversi; intorno ai quali sembra che voli e giochi il dio Amore, che da lì scagli tutte le sue frecce e che in modo chiaro i cuori rubi: da qui il naso scende attraverso il viso, sul quale nemmeno l’invidia potrebbe trovare un difetto).

 

XIII

 

Sotto quel sta, quasi fra due vallette,
La bocca, sparsa di natio cinabro.
Quivi due filze son di perle elette,
Che chiude e apre un bello e dolce labro:
Quindi escon le cortesi parolette,
Da render molle ogni cor rozo e scabro.
Quivi si forma quel soave riso,
Ch' apre a sua posta in terra il Paradiso.

 

(Sotto al naso si trova, tra due piccole fossette, la bocca cosparsa di un rosso naturale; qui si trovano due file di perle rare, che un bello e dolce labbro apre e chiude: da qui escono dolci e cortesi parole tali da rendere molle, ingentilire, ogni cuore rozzo e ruvido; qui si forma quel dolce sorriso, che apre a suo piacere il Paradiso in terra).

 

XIV

 

Bianca nieve è il bel collo; e ‘l petto latte;

Il collo è tondo, il petto è colmo e largo,

Due pome acerbe, e pur d’avorio fatte,

Vengono e van, come onda al primo margo

Quando piacevol aura il mar combatte.

Non potria l’altre parti veder’ Argo:

Ben si può giudicar, che corrisponde

A quel ch’appar di fuor, quel che s’asconde.

 

(Neve bianca è il suo bel collo, il petto è latte; il collo è tondo, il petto largo e bene riempito: due seni piccoli e sodi, fatti come d’avorio, vengono e vanno con il suo respiro come onde sul margine estremo della spiaggia, quando un piacevole venticello percuote il mare. Neppure Argo, con i suoi cento occhi, potrebbe vedere le altri parti del suo corpo: si può a buon ragione ritenere che ciò che rimane nascosto corrisponda a quello che si può ammirare dal fuori).

 

XV

 

Mostran le braccia sue misura giusta.
E la candida man spesso si vede,
Lunghetta alquanto, e di larghezza angusta,
Dove nè nodo appar, nè vena eccede.
Si vede al fin de la persona augusta
Il breve, asciutto, e ritondetto piede.
Gli angelici sembianti nati in cielo
Non si ponno celar sotto alcun velo.

 

(Le braccia mostrano la loro giusta lunghezza; e la bianca mano spesso appare alquanto lunga ed affusolata, sulla quale non compare nessun nodo, né alcuna vena sporge. Si vede alla fine della maestosa persona il piccolo piede, asciutto ma ben rotondo. Coloro, nati in cielo, che hanno aspetto angelico non possono essere nascosti sotto nessun velo).

 

XVI

 

Havea in ogni sua parte un laccio teso,
O parli, ò rida, ò canti, ò passo mova.
Nè meraviglia è se Ruggier n' è preso,
Poi che tanto benigna se la trova.
Quel, che di lei già havea dal mirto inteso, (1)
Com' è perfida e ria, poco li giova.
Ch' inganno ò tradimento non gli è aviso,
Che possa star con sì soave riso.

 

(1)   Astolfo, tramutato dalla maga in mirto, aveva detto a Ruggero di guardarsi da Alcina.

 

(Ogni sua parte del corpo era una laccio teso per catturare gli amanti, sia che parli o rida o canti o muova passi: non c’è quindi da meravigliarsi se Ruggiero fu preso in trappola, trovandola così tanto buona nei propri confronti. Quello che riguardo a lei aveva appreso dal mirto (nel quale Astolfo è stato trasformato), di come fosse perfida e crudele, a poco gli serve; dal momento che non gli sembra possibile che l’inganno ed il tradimento possa convivere con un così gioioso sorriso).

 

Ruggero rimase tanto ammaliato dalla bellezza raggiante della donna da non riuscir a scorgere la natura malvagia dell'amata, quella natura su cui Astolfo lo aveva precedentemente messo in guardia. Al termine di un fastoso banchetto la maga propose un gioco: “Che ne l'orecchio l'un l'altro domande, come più piace lor [che è il modo che a loro piace maggiormente], qualche secreto” (Canto VII, XXI). Il gioco si concluse con una notte d'amore tra Ruggero e Alcina.

 

Non riassumeremo qui le vicende che videro Ruggero vivere felicemente i suoi giorni in compagnia della maga Alcina. Ricorderemo solo che Bradamante, una paladina di Francia innamorata di Ruggero che al termine sposerà - dopo l’immancabile conversione di Ruggero al Cristianesimo -  e dalla cui unione l’Ariosto farà discendere la casa d’Este, così come prima di lui aveva inventato il Boiardo, consegnerà alla maga Melissa un anello magico, un tempo appartenuto ad Angelica (3) con il quale la fata avrebbe potuto fare aprire gli occhi allo sprovveduto Ruggero. Pertanto Melissa, assunte le sembianze del mago Atlante che, temendo per la vita di Ruggero, aveva operato in modo da allontanarlo dalle insidie del mondo per farlo vivere felicemente alla corte di Alcina e stretto con un incantesimo il cuore della maga nell’amore per il cavaliere con un laccio così forte che mai avrebbe potuto volgerlo altrove, giunta al cospetto di Ruggero lo rimproverò aspramente per avere dimenticato tutti i suoi insegnamenti, che avrebbero dovuto portarlo a compiere gloriose imprese e non a trascorrere una vita oziosa. Ruggiero, che era stato cresciuto dal mago Atlante e del quale ne subiva l’autorità, muto e pieno di vergogna, accettò di mettersi l’anello al dito per rendersi conto delle vere sembianze di Alcina.

 

Occorre ricordare che il tòpos dell'anello dotato di particolari funzioni è largamente presente in tutte le culture fin dall'antichità senza citare i poemi medievali, che mettono in scena un anello magico, come quelli che resero invisibili Angelica e Argalìa nell’Orlando Innamorato del Boiardo.

 

L’anello magico ha una doppia valenza: se messo al dito, possiede una funzione antinomica, in quanto annulla tutte le altre magie “contra il mal degl’incanti ha medicina” (III – 79), se invece viene messo in bocca rende invisibili. La sua più importante azione sarà quella di ‘interpretar le carte’ e scoprire il vero che si cela sotto la meravigliosa apparenza dell’isola di Alcina.

 

Di seguito riportiamo i sonetti in cui l’Ariosto descrive l'immagine che Ruggero ebbe di Alcina dopo essersi messo l’anello al dito:

 

LXXI

 

Come fanciullo, che maturo frutto

Ripone, e poi si scorda, ove è riposto;

E dopo molti giorni è ricondutto

Là, dove trova à caso il suo deposto;

Si meraviglia di vederlo tutto

Putrido e guasto, e non come fu posto;

E, dove amarlo, e caro haver solia,

L'odia, sprezza, n' ha schivo, e’l getta via.

 

(Come un fanciullo che lascia in giro un frutto maturo e poi si scorda dove lo ha messo; dopo molti giorni ricapita in quel punto e per caso ritrova ciò che aveva lasciato, e si sorprende di vederlo completamente marcito e guasto, non nella condizione in cui l’aveva lasciato; e mentre prima era solito amarlo e averlo caro, adesso lo disprezza, ne ha schifo e lo getta via). 

 

LXXII

 

Così Ruggier, poi che Melissa fece,
Ch'a riveder se ne tornò la Fata,
Con quell'anello, innanzi à cui non lece,
Quando s'ha in dito, usare opra incantata.
Ritrova, contra ogni sua stima, in vece
De la bella, che dianzi havea lasciata,
Donna sì laida, che la terra tutta
Nè la più vecchia havea, nè la più brutta.
 

(Allo stesso modo Ruggiero, dopo che Melissa fece in modo che potesse tornare a vedere la maga Alcina, con quell’anello dinnanzi a cui non è possibile, quando viene infilato al dito, usare incantesimi, ritrova, contro ogni sua aspettativa, invece della bella donna che aveva lasciato poco prima, una donna tanto orribile che su tutta la terra non ne esisteva una più brutta e più vecchia di lei).

 

LXXIII

 

Pallido, crespo e macilento havea
Alcina il viso, il crin raro, e canuto.
Sua statura à sei palmi non giungea.
Ogni dente di bocca era caduto;
Che più d' Ecuba, e più de la Cumea,
Et havea più d'ogn' altra mai vivuto.
Ma sì l'arti usa, al nostro tempo ignote,
Che bella e giovenetta parer puote.

 

(Pallido, rugoso e smunto era il viso di Alcina, pochi e bianchi i suoi capelli, di statura non raggiungeva sei palmi di altezza: ogni dente della bocca era già caduto; più di Ecuba, più della sibilla Cumana e più di chiunque altro aveva vissuto, non aveva eguali per età, ma tanto abilmente sapeva usare le arti magiche, sconosciute al nostro tempo, da riuscire ad apparire bella e giovane).

 

LXXIV

 

Giovane, e bella ella si fa con arte,
Sì, che molti ingannò, come Ruggiero.
Ma l’anel venne à interpretar le carte,

Che già molti anni havean celato il vero. 

Miracol non è dunque, se si parte
De l'animo à Ruggiero ogni pensiero,
Ch' havea d' amor’ Alcina, or che la trova
In guisa, che sua fraude non le giova.

 

(Appariva bella e giovane grazie agli incantesimi, tanto che molti altri uomini aveva ingannato, così come fece con Ruggiero; ma l’anello giunse ora a rivelare la verità, il suo vero aspetto, che per molti anni era stato nascosto dietro ad un incantesimo. Non è quindi un miracolo il fatto che si allontanò dall’animo di Ruggiero ogni possibile pensiero che aveva di amare Alcina, adesso che se la trova davanti in una condizione in cui nessun suo inganno può venirle in aiuto).

 

Per gli amanti del lieto fine, diremo che Ruggero riuscì a fuggire in groppa a Rabican, il cavallo appartenuto ad Astolfo e in seguito a lasciare definitivamente l’isola montando l’Ippogrifo, il cavallo alato che lo aveva trasportato in quell’isola su comando del mago Atlante. Astolfo, che era stato tramutato in  una pianta di mirto da Alcina, venne liberato da Ruggero.

 

Il passo di nostro interesse riguarda la modalità con cui l’anello scoprì le sembianze di Alcina, rivelando la vera natura della maga, descritta dall’Ariosto al sonetto 74 nei seguenti termini:: “Ma l’anel venne à interpretar le carte / Che già molti anni havean celato il vero”.

 

Il termine interpretar lascia perplessi, in quanto è possibile che l’Ariosto abbia scelto questo verbo avendo in mente l’atteggiamento interpretativo che nelle carte si attua laddove viene svolta una pratica cartomantica. Infatti, in cartomanzia, le carte vanno interpretate e non svelate o scoperte, termini questi ultimi che si riferiscono al mettere le figure in bella vista. Carte che per molti anni, scrive l’Ariosto, avevano nascosto la verità a tutti. Come abbiamo sottolineato all’inizio di questo intervento, esistono nella nostra lingua parlata molte espressioni derivanti dal gioco delle carte. Interpretar le carte significa, in senso figurato, "interpretare la verità" e non ‘mettere le cose in chiaro" o "scoprire la verità" che è logica conseguenza dell'interpretazione. Quest'ultima suggerisce un’azione intellettuale, razionale, tesa appunto a scoprire la verità e non a rivelarla sic et simpliciter (4).

 

Così scrive Laura Giannetti Ruggiero a proposito dell’anello: “La sua più importante azione sarà quella di ‘interpretar le carte’ (VII -74) e scoprire il ‘vero’ che si cela sotto la meravigliosa apparenza dell’isola di Alcina. L’anello ha dunque a che fare con la ragione e con l’atto tutto umano della interpretazione. L’apparente antinomia nella rappresentazione dell’anello, che racchiude in se stesso la magia e la razionalità, allude alla creatività della mente umana, al potere del magus rinascimentale, colui che può sposare la terra al cielo? Non va dimenticato che al tempo dell’Ariosto la distinzione, che si opera modernamente, tra la magia e la scienza o la magia e la conoscenza razionale non era così ovvia. Le due si intersecavano e si confondevano, come nelle figure di alchimisti-scrittori-maghi-astrologi quali furono Agrippa o Paracelso o Cardano. Nel Rinascimento ‘la magia non è altro che la parte pratica della scienza naturale’" (5).

 

L’Ariosto copiò pressoché pedissequamente due versi citati dal Petrarca nel Sonetto IV, laddove parlando del Cristo che venne in terra a rivelare la verità di Mosè e degli altri Profeti che fino ad allora avevano nascosto il vero intorno alla venuta del Messia, scrive:

 

Venendo in terra a ‘lluminar le carte

Ch’avean molt’anni già celato vero.

 

Di seguito il Sonetto completo:

 

Que' ch'infinita providentia et arte
      mostro nel suo mirabil magistero,
      che crio questo et quell'altro hemispero,
      et mansueto piu Giove che Marte,
      vegnendo in terra a 'lluminar le carte
      ch'avean molt'anni gia celato il vero,
      tolse Giovanni da la rete et Piero,
      et nel regno del ciel fece lor parte.
      Di se nascendo a Roma non fe' gratia,
      a Giudea si, tanto sovr'ogni stato
      humiltate exaltar sempre gli piacque;
      ed or di picciol borgo un sol n'a dato,
      tal che natura e 'l luogo si ringratia
      onde si bella donna al mondo nacque.

 

Il Petrarca usa il verbo illuminare, cioè portare in luce, far comprendere, e non interpretare che suggerisce altra azione. Dobbiamo evidenziare che le carte vanno qui intese come documenti (dato che si parla fra l’altro delle Sacre Scritture), e che il termine carte in questa accezione è utilizzato tutt’oggi nella nostra lingua dando vita ad una serie di espressioni da decifrare in senso figurato (6). Si tratta di un’espressione, questa del Petrarca, che non può essere messa in relazione con i versi dell’Ariosto, perché l’anello non porta alla luce alcun documento, ma mette le carte in tavola, cioè  rivela la verità grazie all'interpretazione.

 

L’Ariosto scrivendo interpretar le carte non intese ovviamente sottolineare un’azione cartomantica, ma essenzialmente divinatoria in quanto l’anello, per sua prerogativa magica, era in grado di far comprendere la verità. Inserendo questo specifico verbo e sapendo nel contempo di esprimere un concetto in senso figurato desunto dalle carte, con molta probabilità è possibile che l’Ariosto possa essersi  ispirato  all’azione interpretativa che i maghi adottavano nell’utilizzo delle carte stesse. Ciò confermerebbe la nostra tesi dell’esistenza di quest’arte in Italia già in epoca quattrocentesca (7). Se si considera infatti che l’Ariosto iniziò la stesura dell’opera tra il 1504 e il 1507 e che l’edizione princeps apparve a stampa nel 1516, un’ ipotetica data di esordio della cartomanzia dovrà essere individuata, sempre tenendo come riferimento quest’opera, in una ventina di anni antecedenti la stesura della stessa.

 

Note

 

1 -  Cfr: La Repubblica.it. Dizionario italiano, online al link http://dizionari.repubblica.it/Italiano/C/carta.php e Treccani.it. L’Enciclopedia Italiana. Vocabolario online al link http://www.treccani.it/vocabolario/cambiare/

2 - Nostra edizione di riferimento: Orlando Furioso di M. Lodovico Ariosto, Revisto et Ristampato, sopra le correttioni di Ieronimo Ruscelli, In Lyone, Appresso  Gugliel. Rovillio, 1580.

3 - Angelica, principessa del Catai, è una delle eroine raccontate dal Boiardo nell’Orlando Innamorato. L’anello magico le venne rubato dal ladro musulmano Brunello per giungere poi nell’Orlando Furioso nelle mani di Bradamante che lo tolse a Brunello.

4 - Così il Vocabolario di Italiano Sabatini Coletti: Interpretare =Chiarire, spiegare qualcosa di oscuro; spesso con specificazione del modo. Deriv: Interprete che il Dizionario Etimologico Ottorino Pianigiani connota con le prerogative di cognizione e intelligenza.  

5 - Laura Giannetti Ruggiero, L’incanto delle parole e la magia del discorso nell’Orlando Furioso, Pennsylvania State University, Italica 2001, Update January 8th, 2013, p. 159.

Online al link  http://www.academicroom.com/article/lincanto-delle-parole-e-la-magia-del-discorso-nell-orlando-furioso

6 - Pochi esempi saranno sufficienti al riguardo: Fare carte false, fare di tutto pur di conseguire uno scopo / Pezzo di carta, atto senza valore ufficiale: “quel documento è solo un pezzo di carta” / Dare carta bianca, dare piena libertà di azione / Sulla carta, in teoria.

7 -  Si leggano i saggi Il Torracchione Desolato Il Castello di Malpaga.

 

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