Saggi di Andrea Vitali

Il Tarocco Esoterico

Storia e Dottrina

 

di Gerardo Lonardoni 



L’atto di nascita delle speculazioni esoteriche sul Tarocco è costituito dall’VIII volume della monumentale opera Le Monde Primitif dell’Illuminista franco-svizzero Court de Gébelin. L'opera uscì nel 1781 e le interessanti questioni che solleva sono dettagliatamente esaminate nel nostro articolo “Antoine Court de Gébelin” su questo stesso sito; nel presente saggio vogliamo invece approfondire le ancor più interessanti tematiche concernenti l’esoterismo del Tarocco. Quando si parla di questo argomento, si fa in realtà riferimento ad una congerie di concetti talmente disparata, da destare il dileggio degli studiosi accademici della materia. Occorre quindi fare chiarezza sullo svolgersi degli eventi che, a partire dal 1783, hanno dato origine a ciò che viene chiamato con tale nome.


Court de Gébelin, come abbiamo spiegato nel saggio citato, e il suo contemporaneo Conte de Mellet, furono i primi ad attribuire al Tarocco un’origine sapienziale, ma nel fare ciò non inventarono nulla: com’è ormai dimostrato dagli studi storici, essi invece attinsero ad una tradizione preesistente, diffusa nelle Logge Massoniche settecentesche (1). Tuttavia il Conte de Mellet e Court de Gébelin non fecero alcun riferimento a tale tradizione, ma al contrario attribuirono a se stessi la paternità della scoperta. I due Autori settecenteschi dichiararono che il Tarocco non era un semplice gioco di carte come fin allora si era creduto, bensì ciò che sopravviveva della sapienza degli antichi Egizi, espresso in forma simbolica. Leggendo tuttavia i loro saggi sull’argomento, si nota che le loro idee al riguardo sono piuttosto confuse e mescolano più o meno inconsapevolmente l’antico Egitto all’India: come fa ad esempio il de Gébelin quando attribuisce l’invenzione del Tarocco agli Zingari, ch’egli credeva di origine egizia, mentre è ormai dimostrato che provengono dall’India (2).


Dopo la proclamazione dell’origine sapienziale ed egizia del Tarocco, gli studi al riguardo si susseguirono ma, difettando ancora una precisa conoscenza dei termini storici della questione, la confusione aumentò anziché calare. Dopo de Mellet e de Gébelin infatti assistiamo alla fioritura della scuola di Etteilla (1738-1791), cartomante e studioso del Tarocco, che ne ribadisce l’origine egizia ma con un’ulteriore precisazione: i tarocchi deriverebbero dalla tradizione ermetica fiorita in Egitto e il testo di riferimento per l’interpretazione esoterica delle carte sarebbe il Pimandro, attribuito al semimitico Ermete Trismegisto. Quest’opera, che gli studi moderni collocano nella tarda età alessandrina, era allora ritenuta di antichità incommensurabile. Etteilla riteneva, come anche il de Gébelin, che i cartai medievali avessero completamente alterato per ignoranza le Lame del Tarocco, e si autogratificò del compito di riportarle alla loro supposta forma originaria. Per fare ciò, cambiò l’iconografia e l’attribuzione numerica delle carte, in tal modo creando un mazzo di Tarocchi fortemente diverso dal modello fondamentale detto “di Marsiglia” (3).


Dopo Court de Gébelin ed Etteilla, ecco apparire nel firmamento dei tarocchi l’astro di Eliphas Lèvi (1810 - 1875). Già il conte de Mellet aveva fatto riferimento alle supposte relazioni fra lettere ebraiche e Arcani Maggiori, seppure evitando ogni approfondimento; su questa via s’incamminò invece risolutamente il francese Eliphas Lévi, il grande fondatore dell’esoterismo ottocentesco. Lèvi spostò l’origine delle carte dall’Egitto ad Israele, asserendo che la dottrina sapienziale del Tarocco era interamente cabalistica (4). Dall’epoca di Eliphas Lévi in avanti, gli studi esoterici sul Tarocco si sono appuntati sull’utilizzo della Cabala al fine di interpretare le Lame, ma occorre precisare che gli studiosi accademici come Gershom Scholem non hanno mai ammesso alcuna relazione fra tarocchi e Cabala ebraica (5).

Preso atto delle scoperte dello Scholem e di altri studiosi, oggi si afferma quindi che in realtà il Tarocco dev’essere ricollegato non alla Cabala ebraica ma alla cosiddetta “Cabala ermetica”: quest’espressione designa il frutto della fusione tra l’esoterismo occidentale nel Rinascimento, e le correnti della mistica ebraica che iniziavano allora ad essere conosciute dagli studiosi cristiani. Come si esprime Robert Wang (figura 1): “Quel sistema, sviluppato in Europa dall’epoca del Rinascimento, è una Cabala occidentalizzata. Sorse dagli improbabili tentativi dei filosofi del 15° secolo di incorporare l’essenza del misticismo ebraico nel pensiero cristiano. La storia della modificazione di queste idee dai filosofi del 16°, 17° e 18° secolo è particolarmente interessante. Ma sono gli sviluppi del 19° secolo ad essere particolarmente importanti per noi. Durante quel periodo la Cabala Ermetica, ampiamente de-cristianizzata, raggiunse la sua più piena espressione con l’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata, Hermetic Order of the Golden Dawn” (6).


Dunque l’odierno esoterismo del Tarocco deriva essenzialmente dagli sviluppi ottocenteschi della mistica ebraica, non nella sua valenza originaria quanto nella forma spuria che aveva assunto a partire dal Rinascimento, grazie all’opera di studiosi cristiani occidentali. Rimandiamo chi volesse approfondire le connessioni tra Cabala Ermetica e Tarocco all’ottimo testo The Qabalistic Tarot di Robert Wang (è richiesta la padronanza dell’inglese, non essendo mai stato tradotto in italiano), oppure all’opera del prof. Enrico Gonzalez Il Tarocco Cabalistico, disponibile anche in italiano online (7).


Notiamo tuttavia che l’attribuzione sic et simpliciter delle carte del Tarocco agli schemi cabalistici cozza contro un serio ostacolo.


Il Tarocco è costituito da 78 carte, suddivise in 22 Arcani Maggiori - cuore e nucleo pulsante del vero Tarocco esoterico - e 56 arcani minori. Questi ultimi sono suddivisi in 40 carte numerali e 16 carte di corte che riportano figure umane. A loro volta, le 40 carte numerali sono suddivise in quattro semi di 10 carte ciascuno.


La Cabala, tanto ebraica quanto cristiano-ermetica, si fonda sul simbolo dell’Albero della Vita formato da 10 Sephiroth e 22 Sentieri. Le Sephiroth sono aspetti o ipostasi del Divino, i Sentieri sono collegamenti metafisici che consentono il passaggio dall’un aspetto del divino all’altro. Ovviamente le Sephiroth, aspetti o manifestazioni del Divino, hanno più importanza dei sentieri, che sono semplici trait-d’union fra di loro; è agevole ricollegare i 22 Arcani Maggiori del Tarocco ai 22 Sentieri cabalistici, e le 10 carte numerali di ciascun seme alle 10 Sephiroth. Ma il problema è che in tal modo gli Arcani Maggiori vengono attribuiti ai semplici sentieri, mentre gli arcani minori sono ricollegati alle ben più importanti Sephiroth.


Il problema si aggrava considerando che molti esoteristi e altrettanti studiosi accademici addirittura ritengono che gli arcani minori non facessero neppure parte del Tarocco originario, ma che siano semplicemente stati aggiunti agli Arcani Maggiori in epoca successiva. Come si spiega quindi che la vera simbologia esoterica del Tarocco sia attribuita ai semplici Sentieri dell’albero della vita, mentre le fondamentali Sephiroth - senza le quali non può neppure parlarsi di Cabala - vengono assegnate agli arcani minori, che molti esoteristi semplicemente estromettono dal mazzo ritenendo che in realtà non ne facciano parte?


Il problema è imbarazzante e se l’è posto anche Robert Wang nella sua opera già citata. Ecco la risposta che ne dà: “Nella misura in cui le Carte di Corte e quelle numerali delle Sephiroth sono chiamate Arcani Minori, possono sembrare di minor importanza rispetto agli Arcani Maggiori o Trionfi. Essi hanno tuttavia il più grande significato, poiché simbolizzano le reali potenzialità in noi stessi e nell’universo, con cui ci sforziamo di entrare in contatto consapevole. Se i semi (Sephiroth) sembrano subordinati ai trionfi (Sentieri) è per due ragioni. Primo, il Tarocco è uno strumento d’insegnamento inteso ad agevolare il viaggio soggettivo della coscienza da un centro obiettivo di energia ad un altro. Può essere il carro che ci porta giù per la strada da una città interiore alla prossima. Così i Sentieri, benché in definitiva meno importanti delle Sephiroth, sono il nucleo principale del mazzo di tarocchi. Secondariamente, poiché le carte sono usate per la divinazione, descrivono forze in transizione che hanno creato eventi passati, agiscono nel presente e hanno il potenziale per creare eventi futuri. Il Tarocco è meglio usato per divinazione su questioni mondane. Non è particolarmente adatto a fornire risposte di natura spirituale profonda perché è radicato in Yetzirah, sebbene nell’interpretazione si possa ricevere visione intuitiva da mondi superiori” (8).

Chi ha letto il nostro libro La Via del Sacro. I Simboli dei tarocchi fra Oriente e Occidente, sa bene che non possiamo accettare una simile concezione. I tarocchi sono lo strumento simbolico più avanzato che l’esoterismo occidentale - impiegando dottrine non interamente sue - ha saputo creare. Non sono affatto un mero strumento di divinazione, che anzi ne costituisce l’impiego minore (9). Perciò non riteniamo fondata la spiegazione fornita dallo studioso americano, che al contrario ci appare intrinsecamente contraddittoria e volta a giustificare quella che è palesemente un’attribuzione errata: le fondamentali Sephiroth ai semplici arcani minori, e i più trascurabili Sentieri dell’Albero della Vita ai fondamentali Arcani Maggiori del Tarocco (figura 2). Nella nostra opera già citata abbiamo invece avanzato l’ipotesi di un’origine orientale (dalla zona tibeto-himalayana del subcontinente indiano) del Tarocco, che riteniamo abbia maggiore consistenza logica e soprattutto sia foriera di squarci sul significato delle Lame, che ci portano ben più in profondità rispetto all’attribuzione cabalistica. Vediamola in breve sintesi, prima di passare agli elementi a suffragio della tesi.


Dobbiamo anzitutto precisare che quando parliamo di origine orientale del Tarocco ci riferiamo alla valenza esoterica dello stesso, cioè alla dottrina che cela in sé: l’iconografia delle carte è invece inconfondibilmente occidentale e rivela aspetti precristiani cui accenneremo nel prosieguo. La dottrina celata nel Tarocco, che Court de Gébelin riferiva all’Egitto ed Eliphas Levi alla Cabala, può essere ritrovata in due sistemi simbolici di origine orientale, e cioè gli Shivasutra o aforismi di Shiva di origine induista, e le Tare tibetane di origine buddista. Gli Aforismi di Shiva sono 78, suddivisi in tre capitoli o “dischiudimenti” il più importante dei quali si compone di 22 aforismi; segue il secondo dischiudimento di 10 aforismi e il dischiudimento minore di 46. Le Tare tibetane sono in numero di 22, ognuna delle quali mostra caratteristiche proprie ben definite e possiede una propria preghiera, un proprio mantra e così via. In questi sistemi simbolici, che abbiamo dettagliatamente analizzato nell’opera La Via del Sacro cui facciamo riferimento, le attribuzioni numeriche sono corrette: infatti 22 è il numero cui si riferiscono le Tare e il principale dischiudimento degli Shivasutra, e 10 è il numero cui si riferisce il secondo e meno importante dischiudimento degli Shivasutra.


Assegnando alla dottrina del Tarocco un’origine indo-tibetana non stiamo scartando a priori l’ipotesi di un’influenza successiva della Cabala, come subito spiegheremo; stiamo invece evidenziando come in estremo Oriente si trovino sistemi simbolici che non ci obbligano, come la Cabala, a fare equilibrismi logici per effettuare una coerente comparazione col Tarocco. Se quindi l’origine del Tarocco è da collocare nell’estremo Oriente, attraverso quale via sarebbe giunto in Occidente? Lungo lo stesso percorso seguito da un altro gioco di chiara origine esoterica, gli scacchi. Nati in India, si svilupparono successivamente in Persia e nei paesi allora sottoposti all’impero islamico, per giungere infine in Occidente. Dove, proprio in Italia all’incirca nello stesso periodo in cui nascevano gli scacchi, le loro regole furono cambiate per divenire quelle che sono oggi in uso nei Paesi occidentali (nei Paesi islamici tuttora vigono le vecchie regole, per cui ad esempio Donna e Alfiere hanno movimenti diversi da quelli attuali).


Dobbiamo quindi supporre che una dottrina esoterica sorta nel subcontinente indiano abbia attraversato le terre islamiche, dove ovviamente si sarebbe “colorata” del misticismo dei Sufi caratteristico di quelle zone e di quei tempi. Giunta infine in Occidente, sarebbe stata incorporata in un mazzo di carte dall’uso puramente ludico ma dalla simbologia complessa che si prestava ad un tale impiego; il processo d’incorporazione di tale dottrina sarebbe durato secoli, durante i quali la forma e l’ordine delle carte mutò continuamente fino a raggiungere il modello ideale costituito dal c.d. “Tarocco di Marsiglia”. L’iconografia scelta per le carte era in parte precristiana, come si vede specialmente nelle Lame della “Papessa” e della “Forza”: la prima utilizza la storia leggendaria della papessa Giovanna per introdurre una figura ben nota agli antichi Misteri Mediterranei, la gran sacerdotessa oppure la Sibilla; la seconda mostra una concezione della forza come femminile e non maschile, che ci riporta alle “Signore delle Fiere” di origine anatolica o cretese.


Si deve notare che l’ipotesi dell’origine orientale dei tarocchi non è recente, e in particolare il maestro Sufi d’origine afgana Idries Shah (1924-1996) l’afferma decisamente, spingendosi anche a precisare quali carte secondo lui si sarebbero maggiormente discostate dal loro originario modello sufico. Idries Shah in particolare riporta l’etimologia della parola Tarocco all’arabo Tariqa, che designava le confraternite Sufi e la loro via spirituale (10). Per parte nostra siamo prontissimi ad ammettere un’influenza sufica nella genesi dei tarocchi occidentali, ma riteniamo che i Sufi non abbiano creato la dottrina del Tarocco, bensì l’abbiano mutuata dall’Oriente. È noto infatti che il misticismo Sufi attinse tanto da quanto sopravviveva della spiritualità mediterranea di epoca ellenistica, quanto soprattutto dalle dottrine indiane sue contemporanee. È altresì facile supporre che nel periodo in cui la dottrina del Tarocco subiva la sua ultima evoluzione prima d’incarnarsi nelle carte Quattrocentesche, vi sia stato un influsso cabalistico nel senso della Cabala Ermetica cui già abbiamo fatto cenno. Proprio in quell’epoca infatti il grande umanista italiano Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) apriva le porte dell’Occidente alle speculazioni cabalistiche, iniziando un filone esoterico destinato ad avere grande fioritura nei secoli successivi (11).


L’influenza prima sufica e poi cabalistica può notarsi nei tarocchi, in relazione alle Tare e agli Shivasutra, nella strutturazione del Tarocco in forma di “scala mistica”. Come abbiamo spiegato in LaVia del Sacro, gli Shivasutra e le Tare espongono la dottrina segreta dal punto di vista del Realizzato, o dell’Illuminato, piuttosto che dell’aspirante che si appresta a percorrere il Sentiero; al contrario i tarocchi delineano palesemente la via spirituale o “scala mistica” dell’uomo che vuole raggiungere il proprio dio interiore (12). Proprio in tale spostamento di prospettiva si può intuire l’influenza delle Tariqà islamiche (il termine significa appunto “via” o “regola di vita”) e dell’Albero della Vita cabalistico.


La spiegazione esoterica è respinta dagli studiosi accademici sulla base di considerazioni storiche: oggi sappiamo che il Tarocco non è nato in Egitto o in Palestina migliaia di anni fa, ma appare nell’Italia  rinascimentale in un periodo anteriore al 1440. Inoltre tale Tarocco era decisamente diverso da quello odierno: benché da quell’epoca a causa della fragilità del supporto cartaceo pochi mazzi siano sopravvissuti, e per di più incompleti, si nota comunque che l’iconografia era profondamente diversa da quella attuale e l’ordine degli Arcani Maggiori era molto vario e mobile. È addirittura attestato un mazzo composto da sei carte di corte anziché quattro: oltre a Fante, Cavallo, Regina e Re c’erano anche una Fantesca e una Cavaliera. Il percorso che portò gli Arcani Maggiori, dall’iconografia e ordine numerico incerti e mutevoli del Quattrocento alla forma standard riccamente simbolica del mazzo di Marsiglia, durò fino al XVII-XVIII secolo, anche se pare che gli elementi fondamentali fossero già presenti ai primi del Cinquecento nel cosiddetto “Foglio Cary”. Dulcis in fundo, lo stesso nome delle carte era diverso da quello attuale: per tutto il Quattrocento infatti si chiamarono “Trionfi” mentre il nome “Tarocco” - sulla cui etimologia gli esoteristi hanno elaborato tante loro speculazioni: Torà, Rota etc. - non esisteva ancora, in quanto la sua prima apparizione data all’incirca al 1515 (13). Gli storici traggono dunque da questi dati la conclusione che l’esoterismo del Tarocco è solo leggenda: è sempre stato semplicemente un mazzo di carte da usare per il gioco. La realtà è tuttavia diversa da quanto sembra.


L’evoluzione stessa del modello, che muta per diversi secoli fino a raggiungere la sua forma definitiva col mazzo di Marsiglia tra Seicento e Settecento, porta le carte verso una sempre maggiore complessità simbolica, inconsueta per un semplice gioco di carte. Dai mazzi sostanzialmente allegorici del Quattrocento si passa a iconografie dal contenuto decisamente archetipico, al punto da attirare l’attenzione dello psicanalista Jung e del tradizionalista René Guénon, di cui abbiamo riportato le impressioni nei nostri appositi saggi in questo stesso sito. Sembra quindi che sia stato svolto un complesso lavoro durato secoli per far sì che quel che era un semplice gioco di carte ricco di allegorie tardo-medievali, potesse diventare il veicolo di una dottrina segreta che non doveva essere immediatamente riconoscibile. Si tratta a ben vedere dello stesso percorso compiuto da altri Veicoli del Sacro in Occidente: le saghe del Graal nascono come racconti gallesi di cacce e guerre, finché il poeta Chrètien de Troyes introduce in essi il tema del Graal. Come ad un segnale convenuto, in tutta Europa si moltiplicano allora i racconti sul Graal, alcuni puramente narrativi e d’intrattenimento ma altri profondamente esoterici.


In Italia contemporaneamente, dal tronco della poesia cortese, fioriscono i Fedeli d’Amore che sotto il velame di versi appassionati celano un ricco simbolismo, su cui si soffermarono Dante Gabriel Rossetti, Giovanni Pascoli e soprattutto Luigi Valli (14). Dalla tarda antichità si sviluppa in tutto il Medioevo e nei secoli successivi la grande tradizione alchemica, che nel simbolismo delle operazioni sui metalli adombra un profondo significato esoterico, lungamente studiato da C.G. Jung. A causa delle difficili condizioni spirituali in cui cadde l’intero Occidente per l’intensa repressione esercitata da un clero spesso violento e fanatico, in tutta Europa dovettero svilupparsi “Veicoli del Sacro”, cioè paradigmi artistici o letterari che consentissero di trasmettere significati nascosti sotto un velo simbolico poco trasparente. Questi Veicoli non nacquero subito con tale scopo, ma piuttosto i detentori del sapere esoterico delle varie epoche impiegarono forme narrative o simboliche già esistenti, adattandole al loro scopo. Accanto a queste opere continuarono a prosperarne altre scritte sui medesimi temi, ma da autori che di esoterismo nulla sapevano: perciò esistono saghe cavalleresche che non hanno niente a che fare col Graal, e poesie cortesi che non celano nel loro interno alcun simbolismo esoterico.


È indiscutibile che i primi mazzi di tarocchi furono un semplice passatempo, tuttavia i loro simboli ricchi e profondi modellati sul gusto quattrocentesco attirarono l’attenzione di persone che stavano cercando un nuovo veicolo del Sacro, e a partire dal Cinquecento riuscirono a trasformare le carte in modo da rendere la loro iconografia sempre più rispondente all’insegnamento che intendevano propagare. Si trattava di uno strumento davvero geniale, perché in grado di trasportare il simbolismo esoterico in tutti gli ambienti, dai salotti aristocratici alle taverne, mediante un gioco di carte destinato a diffondersi ovunque; ciò che né la poesia cortese dei fedeli d’Amore né le saghe cavalleresche del Graal, né l’alchimia erano fin allora riusciti a fare, poiché si rivolgevano ad ambienti più limitati. Queste “persone” che riuscirono a trasformare il gioco di carte in un veicolo del Sacro erano evidentemente riunite in potenti consorterie in grado di trasmettere il sapere esoterico attraverso i secoli. L’ultimo anello conosciuto di quella catena fu Court de Gébelin che, membro delle più importanti Logge occultistiche settecentesche, rivelò il segreto ma attribuendolo a se stesso; cosa che, come hanno dimostrato gli storici contemporanei Michael Dummett, Thierry Depaulis e Ronald Decker, era una semplice bugia o, più probabilmente, la copertura di un segreto iniziatico cui il de Gébelin era tenuto. Si veda al riguardo il nostro articolo su Court de Gébelin in questo stesso sito. Accanto a quei sapienti rimasti nascosti, ci furono ovviamente semplici maestri cartai che nulla sapevano di tutto ciò, e i cui mazzi riflettono semplicemente il gusto dei giocatori dell’epoca. Perciò come esistono saghe cavalleresche che erano soltanto un passatempo da castellani, anche tra i mazzi di tarocchi antichi ve ne sono, che nulla hanno a che fare con l’esoterismo.


A questo punto potremmo chiederci: e quando sarebbe avvenuta la trasformazione del mazzo di tarocchi da semplice passatempo, a strumento e veicolo del Sacro? La risposta che ci sentiamo di dare è: quando il nome cambiò da “Trionfi” a “Tarocco”. Quest’ultima parola era priva di significato riconoscibile, già ai primi del Cinquecento quando apparve; gli Autori dell’epoca non se la sapevano spiegare e inclinavano a considerarla un termine per definire ciò che è sciocco e spregevole. Ci furono però anche Autori che invece la ritennero parola che indicava qualcosa di importante e valido. Un nome di origine sconosciuta e forse di significato negativo, applicato al Tarocco, non deve affatto stupirci: gli stessi Alchimisti dicevano infatti che la loro Materia Prima, uno dei fondamentali segreti della Grande Opera, era talmente spregevole e vile che se si fosse rivelata apertamente agli ignoranti, avrebbe suscitato la più grassa ilarità. Ciò che ha maggior valore, specialmente nei tempi oscuri dell’umanità, viene spesso celato sotto umili spoglie, come il diamante ricoperto di terra per non attirare l’attenzione degli indegni. Questo aspetto fu ben compreso anche da Court de Gébelin (15).


La parola Tarocco ha un’evidente somiglianza con la parola sanscrita “Tara”, che designa una divinità indo-buddista tuttora molto venerata in Tibet. Essa ha ventuno ipostasi (ventidue quindi in tutto) e il significato di Tara è “salvatrice, traghettatrice” ma anche “pupilla dell’occhio”. Tarocchi sembrerebbe quindi la forma italiana per indicare “gli occhi di Tara” (16). Coloro che avevano conservato il segreto della dottrina giunta secoli prima dall’Oriente, ne attribuirono anche il nome alle carte quando iniziarono a modificarle per renderle adatte ad essere il veicolo del Sacro. È interessante rilevare che proprio ai primi del Cinquecento esistette un mazzo, purtroppo conosciuto solo attraverso una xilografia incompleta denominata “foglio Cary”, che ha già molte caratteristiche dei mazzi di Marsiglia dei secoli successivi. Si tratta di un foglio xilografato da cui dovevano venire in seguito ritagliate le carte, rimasto intonso. Il foglio riporta sei carte intere e altre quattordici parziali, le quali mostrano un’iconografia che presenta già quasi tutti gli elementi fondamentali del ben più tardo Tarocco di Marsiglia, ed è considerato da molti come “l’anello mancante” della trasformazione in quest’ultimo dei modelli quattrocenteschi (17).

Si può quindi ipotizzare che contemporaneamente al mutamento del nome, iniziò il lungo cammino che doveva portare al mazzo standard odierno “di Marsiglia”; tale trasformazione si svolse lenta e inavvertita finché, con l’avvento dell’Illuminismo e finalmente di una ritrovata libertà di religione e di pensiero, si ritenne giunto il momento di rivelare una parte del segreto. Solo una parte, tuttavia. Court de Gébelin infatti, come abbiamo rilevato nel nostro articolo citato, fornì spiegazioni solo parziali e contraddittorie. Ci sono inoltre buoni motivi per ritenere che le Logge all’interno delle quali era custodito il segreto del Tarocco, fossero anche in possesso di aforismi in grado di spiegarne la valenza simbolica, cui sembra fare riferimento il Conte de Mellet in una nota al suo saggio (18). Ma di ciò, e di altre eventuali conoscenze sul Tarocco, nulla è trapelato all’infuori di quanto rivelato dai due autori settecenteschi.


L’opera di svelamento dei più profondi segreti degli Arcani nelle loro valenze archetipiche, ben lungi dall’essere compiuta, continua quindi tuttora.

 
Note

 

1 - Ronald Decker, Thierry Depaulis e Michael Dummett, A Wicked pack of cards, Duckworth 1996, pagg. 52-73.
2 - Ibidem, pag. 65. Si veda anche il nostro articolo su Court de Gébelin su questo stesso sito.
3 - Ibidem, pagg. 85-86.
4 - Ibidem, pag. 172.
5 - Gershom Scholem, La Cabala, Ediz. Mediterranee 1982, pag. 205.
6 - Robert Wang, The Qabalistic Tarot, Samuel Weiser Inc. 1987, pag. 3.
7 - www.simbolismoyalquimia.com/il-tarocco-dei-cabalisti.htm
8 - Robert Wang, op. cit., pagg. 46 - 47.
9 - Gerardo Lonardoni, LaVia del Sacro, Ediz. Martina 2008, passim.
10 - Idries Shah, The sufis, Anchor Books 1964, pag. 449.
11 - Gershom Scholem, op. cit., pag. 199.
12 - Gerardo Lonardoni, op. cit., pag. 13.
13 - Gerardo Lonardoni, op. cit., introduzione di Andrea Vitali, pagg. XV-XVII.
14 - Luigi Valli, Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore, Luni Editrice, 1994, passim. Testo disponibile online sul sito www.classicitaliani.it/index071.htm
15 - Court de Gébelin, Il gioco del Tarocco, Libritalia 1997, pag. 19. Si veda anche il nostro articolo su Court de Gébelin su questo stesso sito.
16 -  Gerardo Lonardoni, op. cit., pagg. 13, con ulteriori dettagli etimologici forniti dalla competenza dell’orientalista prof. Flavio Poli, che ringraziamo.
17 - www.tarothistory.com/cary.html
18 - Si veda il nostro articolo su Court de Gébelin su questo stesso sito.