Saggi di Andrea Vitali

Dialogi Piacevoli - 1539

Nicolò Franco, nemico dell’Aretino e amico di se stesso

 

Avendo ricevuto da Lothar Teikemeier, collaboratore della nostra Associazione, l’informazione della presenza del gioco dei tarocchi in questo testo cinquecentesco di Nicolò Franco, autorizzati dallo stesso, abbiamo colto l’occasione per compierne disamina.

 

Parlare compiutamente di Nicolò Franco poeta, letterato, goliardico, sacrilego, bestemmiatore, dal carattere sensuale e ribelle, comporterebbe riempire numerose pagine. Ci accontenteremo pertanto di riassumere, inframezzandola con alcune considerazioni, quella che fu la sua vita che lo vide nascere in quel di Benevento nel 1515 da una modesta famiglia. Rimasto orfano precocemente, fortunatamente o sfortunatamente, il fratello Vincenzo lo indirizzò ai primi studi umanistici, studi che ampliò sotto la guida del docente di diritto Bartolomeo Camerario che lo introdusse negli ambienti letterari napoletani dove instaurò amicizia con Luigi Tansillo (1), con Francesco Doni (2) e con diversi altri letterati.

 

Nel 1529 pubblicò alcuni epigrammi latini con il titolo Hisabella, dedicati a Isabella di Capua, principessa di Molfetta, moglie del Viceré di Sicilia Ferrante Gonzaga, componimento con cui il nostro aveva sperato inutilmente di ottenere un incarico a corte. L’ansia di trovare un’adeguata sistemazione che potesse permettergli di non pensare a un futuro errabondo fu condizione che attanagliò i tanti intellettuali, per così dire ‘irregolari’, che condividevano col Franco il difficile mestiere dello scrivere. Da questo fallimento nacque in lui un sentimento di ostilità verso il potere, che giunse col tempo a fargli intraprendere atteggiamenti ereticali. Così si trasferì a Venezia dove venne benevolmente accolto dall’Aretino divenendone il segretario. Franco conosceva molto bene il latino e ciò gli permise di collaborare alla stesura di alcune opere del suo protettore oltre a fornirgli traduzioni e riassunti in volgare delle opere di Erasmo.

 

L’amicizia con l’Aretino non era destinata comunque a durare in eterno, probabilmente a causa del carattere rissoso del Franco e delle sue idee contro il potere che avrebbero potuto mettere in cattiva luce l’Aretino stesso, come avvenne in seguito alla pubblicazione da parte del nostro dei Dialogi Piacevoli (4) e del Petrarchista, opere intrise di una forte carica polemica. Ancor più per il fatto che dopo il successo ottenuto dall’Aretino con le sue Lettere, Nicolò aveva dato la sensazione di volerlo imitare scrivendo le Epistole Vulgari, cosa che l’Aretino non avrebbe potuto sopportare (4).

 

Il Franco d’altronde non era avulso dal praticare plagi come avvenne quando compose Il tempio d’Amore, preso praticamente a prestito da un omonimo componimento del napoletano Iacopo Campanile. Quando Franco ricevette una bella coltellata sul viso da un protetto del suo ex datore di lavoro, da cui si salvò grazie alle sue urla che fecero uscire gli avventori dell’osteria da cui era uscito completamente ubriaco, ritenne fosse giunto il momento di cambiare aria e così si trasferì a Padova presso lo Sperone (5).

 

Lasciato lo Sperone si recò a Casale Monferrato, dove compose le Rime contro P. Aretino e la Priapea, un insieme di sonetti satirici e lussuriosi, dal tono anticlericale e di denuncia contro principi e potenti, in cui il suo astio contro l’Aretino si preannuncia nella Priapea fin dalla prefazione:

 

Qui non istorie, bei tappeti o arazzi
veder si ponno, né cantar divino,
che fa gli Orlandi furiosi e pazzi.
Non di Damasco, né di panno fino
addobbati versetti, ma sol cazzi,
che torrebben la foia all'Aretino. 

 

Un tal sentimento d’odio che gli fece dipingere in versi l’Aretino come miscredente, arrogante, dissipatore, taglieggiatore di nobili e di principi, nonché violentatore di ragazze e perché no, anche sodomita e pedofilo.

 

Con la Priapea, in duecento sonetti pornografici dedicati a Priapo, Dio della fertilità dall’enorme sesso, egli aveva inteso non solo imitare l’Aretino per dimostrarne l’inferiorità, ma anche satireggiare la letteratura colta, quella resa al servizio dei potenti per solo interesse economico. Nel contempo, come si può evincere dal dialogo “Arte de i Librari” contenuto nei suoi Dialogi Piacevoli, l’invettiva di Franco si rivolgeva anche contro l’ignoranza dei lettori, che seguivano unicamente le mode senza rendersi conto della bontà e della verità dei contenuti. Una verità, comunque, che prima o poi sarebbe venuta a galla poiché nel tempo i libri dei grandi sarebbero rimasti mentre quelli dei ciarlatani sarebbero stati riconosciuti come rame, cioè di nessun valore. Ai librai così infatti si rivolge, attraverso le parole di Sannio, uno degli interlocutori, per poter “guadagnare un bel thesoro ogni anno” turlupinando al meglio i lettori creduloni (6):

 

Sannio: “Hora tu dei sapere; che se ben l’arte di vender Libri, pare la più facile; che si ritrovi per essercitarla ben bene, bisogna d’altro; che aver bottega con la bella insegna apiccata dinanzi a la porta, carte quà, libri indorati là, legatori dentro, e legatori fuori, starti la fitto come un bastone, e dire, tanto ne voglio e tanto ne volsi. Vi bisogna havere, mill’altre industrie, e che tutte si sappiano mostrare a tempo, per guadagnare un bel thesoro ogni anno. Prima v’è di mestiero che tengniate di tuti libri. Non guardare; che il tale e buono, et il tale e tristo, quegli si spacciano, e questi no; perché opre domani si venderanno; che hoggi non hanno corso, e quelle, che hoggi corrono, domani saranno zoppe. Non guardare; che l’opre de goffi, de ceratani e de gli ignoranti han qualche spaccio tal volta, perche di là a tre dì, si scopra la cosa in rame, e quanto più stanno, più vanno a monte, e le cose de i veramente dotti restano sempre in piede”.

Caudano (l’altro interlocutore e libraio): “Questa prima regola mi pare molto difficile, dicendomi che io tenga di tutti Libri. Perche, se coloro; che compongono e stampano, sono hoggi le due parti de gli huomini, chi potrà mai raccogliere tanti libri?

Sannio: “Dunque ogni carta scritta, ogni scartaffo merdoso, et ogni cosaccia data a le stampe tu chiami libro? [...] Vediamo per esperienza; che non s’attende ad altro; che a mostrar d’ingannar la gente, e non essendo da niente, fingere d’essere da qualche cosa. E per conchiuderla, conosciamo; che si come sono più i tristi, che i buoni, così sono più gli idioti che i dotti” (7).

 

Ritornando a descrivere la vita del nostro, lo vediamo nel 1551 in Calabria, a svolgere mansioni di segretario per Giovanni Cantelmo, conte di Popoli. In una lettera scritta nel 1552 da Cosenza al nobile casalese Cristoforo Picco, Franco affermò “che non fu mai secolo più ingrato, e più maligno del nostro” (8), pensiero che gli derivò dal disprezzo per l’ipocrisia e i costumi del suo tempo. Nel 1552 poiché Cantelmo lo aveva licenziato in seguito a problematiche economiche, Franco si diresse nuovamente a Napoli dove venne assunto dal principe di Bisignano Pietro Antonio Sanseverino.

 

Poiché Roma gli era stata interdetta da Paolo III che egli aveva sbeffeggiato nella sua Priapea, quando Paolo IV parente del conte di Popoli assunse al Vicariato di Cristo,  Franco cercò attraverso i nipoti del Papa di ottenere l’indulto. Nonostante l’insuccesso di questo tentativo, nel giugno del 1558 si recò a Roma, dove venne subito catturato quale eretico e condannato a sostare nelle pontificie galere per venti mesi. Uscito di prigione, trascorse qualche anno come familiare del cardinale Morone. Ma il suo spirito ribelle non gli permise di trattenersi dallo sfogarsi in violente pasquinate contro Paolo IV, ormai defunto, e il cardinale Carlo Carafa, componendo nel frattempo una Vita di Cristo oltre ad una traduzione dell’Iliade.

 

Ma oramai la sua sorte era segnata. Con la salita al soglio pontificio di Pio V, nel 1568 Nicolò venne ritenuto colpevole di aver riferito falsità in occasione del processo mosso contro il Cardinal Carafa, che proprio per le sue deposizioni era stato ‘ingiustamente’ condannato. Inoltre, senza tener conto del bando disposto da Pio IV che proibiva e condannava ogni forma di pasquinata (9), Franco compose un acerrimo Commento sopra la vita et costumi di Gio. Pietro Caraffa che fu Paolo IV chiamato et sopra le qualità de tutti i suoi et di coloro che con lui governarono il pontificato. Per le autorità religiose il vaso era colmo: dopo un torchiante interrogatorio e inevitabili torture, il 27 febbraio del 1570 Franco venne condannato a morte. L’esecuzione avvenne la mattina dell’11 marzo tramite impiccagione sul ponte di Castel S. Angelo.

 

Franco, nell’avversare la poesia classicista del suo secolo e il petrarchismo di stampo bembesco, esaltando nel contempo una poesia vitalistica e irrazionale, con riferimenti sessuali e irriverenti, talmente disubbidienti al potere ecclesiastico, si inimicò i poteri forti e gli accademici. La cultura dominante espressa da personaggi come l’Ariosto, il Bembo, l’Aretino ed altri, rappresentò per lui l’oggetto da combattere ed estirpare.

 

Venendo all’argomento più specifico di nostro interesse, il passo dove Franco cita i tarocchi si trova nei Dialogi Piacevoli (10) e più precisamente nel Quarto Dialogo “Nel quale Caronte essamina alcune anime, perche conto niuna di loro habbia in bocca l’obolo, ch’è solito di darsigli, per lo passaggio. Le quali assegnatali la ragione di non haverlo, sono entro messe nella sua barca”. Gli interlocutori sono Caronte, Mercurio e le anime (11). Nell’edizione ristampata del 1542 è riportato l’elenco degli argomenti di ciascun Dialogo, assente nella prima edizione. Quelli del Quarto Dialogo vengono così descritti:

 

Il quarto Dialogo exprime la miseria et calamità de le Puttane, Tiranni, Mercanti, Pedanti, et di Soldati.

Il fine de le Puttane è morir col male, et senza dinari

Vita et morte de Tiranni

Esito di Mercanti

Disgratia di Pedanti

La vita e il fine de Soldati

El gioco di Primiera, et de altre sorte

 

Dopo aver interloquito con diverse anime per ottenere il soldo della traversata, Caronte si rivolge a quella del soldato Thrasymacho, la quale, al pari delle altre, afferma di non avere alcun obolo da dargli. Il motivo è presto detto: sia l’argenteria ricavata dal sacco di Roma che le drapperie ottenute nel suo entrare a Firenze oltre ai denari ricavati dai ricatti fatti per più di trent’anni nel Piemonte avevano preso il volo. I motivi? A causa di tre disgrazie successagli al termine della vita. La prima: il suo amante ragazzetto, che dopo averlo ben spremuto nel cibo e a letto, se ne fuggì con due cavalli di razza che valevano più di mille scudi. La seconda: una puttana che senza farsene accorgere gli sfilò dalla borsa duecento pezzi d’oro. La terza: disdetta al gioco. Nessuno si sarebbe tirato indietro con un punteggio tale di carte da ipotizzare come cosa assolutamente fuori dal mondo il poter perdere. Ma così fu. E non solo alla Primiera, ma anche a Toccadiglio, a Sbaraglino, a Bassetta e a Tarocchi. Insomma perdeva sempre nonostante avesse le carte migliori del mondo. Come avrebbe potuto pagare l’attraversata a Caronte se non possedeva un becco di un quattrino? Fortunatamente accorse in suo soccorso Mercurio additando a Caronte alcune anime messe in disparte: si trattava di Poeti e Filosofi. Sarebbe stato vano chiedere loro l’obolo dovuto, poiché tutti sapevano che la poesia e la filosofia non avrebbero riempito le tasche, anzi le avrebbero svuotate. Per tutte le altre anime sarebbe valsa la seguente considerazione: fintanto che vissero da uomini avevano accumulato ricchezze e potere, ma non ora che erano morti, poiché “si vede per esperienza tutto il giorno che quanto più ricco e [è] l’uomo ne la sua vita, manco puo [può] de la ricchezza prevalersi ne la sua morte”. Ad ascoltare questi veri e santi detti, Caronte si convinse a far salire in barca, senza tenerla per le lunghe, l’intera ciurma delle anime.  

 

Ma lasciamo la parola al Franco e alla sua ironica scrittura laddove Thrasimacho parla della sua terza disgrazia, ovvero la perdita al gioco:

 

CAR (Caronte): Dunque, ogni cosa e andata in mal’hora nel fine de la tua vita?

THR (Thrasimacho): Io ti dico il vero Caronte. In questo hanno havuto la colpa tre mie disgratie [….]. L’ultima fu la disdetta al gioco. Hor questo fenì per rovinarmi in un punto. Ma chi non ci saria traboccato? Cinquantacinque havea io, e la mano, et eraci andato il resto di quanti denari havea, et una Primiera scomunicata mi toglie di mano il più bel punto che sia a le carte. Cinquantacinque, e la mano, o Caronte, e non vuoi ch’avessi lasciato andare fino a la spada? Contra le carte, colui non ci debbe stare, stando a Primiera. Ne io contra le carte, dovea far altro, che dire, vada, carte, a monte, et a voi, starmi saldo, e spettarlo con l’accetta dietro la porta, e non venire cosi a mezza spada a la prima; overo havendo a far del resto, non fare, a chi l’ha, et a chi non l’ha, perche in questa maniera lhavrei cacciato, e saria scorsa quella influenza, e chi ne scappa una, ne scappa mille. Ma egli se ci vuol nascere. Io non c’hebbi mai buona sorte. Non so in che gioco non habbia veduto le mie disgratie. S’ho fatto a Toccadiglio, et a Sbaraglino, non ho si tosto toccati i dadi, che m’hanno sbarattato del mondo. Se a Tarocchi, mai non conobbi ne l’Angelo, ne il Diavolo, ne quella Giustitia traditora. Se a Bassetta, di quante carte hò chiamate, non me ne rispose mai una. In quante notti di Natale fece Domenedio, non mi trovai di vincita due quatrini.

CAR: Tanto e; che non hai da pagarmi quel che mi tocca.

THR: Se ti dico; che i ragazzi, le puttane, et il gioco, non m’hanno, morendo, lasciato il fiato, come vuoi ch’io ti paghi?

 

Sul proseguo della storia siete stati edotti. L’interesse per questo testo, al di là della straordinaria verve letteraria di Franco, consiste nell’indicazione dell’Angelo e della Giustizia come carte di maggior punteggio, fatto che indica che il mazzo a cui fa riferimento l’autore in ambito veneziano, deve essere identificato con il tipo B, che vede quali carte superiori l’Angelo e la Giustizia dopo il Mondo (12).  

 

Note

 

1 - Il Tansillo fece riferimento ai tarocchi in un componimento da noi descritto nel saggio Il Malcontento.

2 - Su Francesco Doni si legga al saggio El Bagatella, ossia il simbolo del peccato.

3 - Il Berni nella sua Vita di Pietro Aretino scrisse al riguardo “Benchè adesso gli renda mal merto, perch’io ho inteso dire, che Nicolò Franco fa certe lettere a concorrenza di quelle dell’Aretino, più belle, e più dotte assai mille volte”. Edizione Londinese del 1839, p. 55.

Mentre troviamo scritto ovunque nei testi di critica letteraria Dialoghi Piacevoli, dobbiamo ricordare che il titolo corretto così come appare nella prima versione dell’opera datata 1539 è Dialogi Picevoli.

5 - Notizie letterarie su Speroni e il gioco delle carte sono state da noi riportate nei saggi Il gioco delle carte e l’azzardo e in I Tarocchi in Letteratura I.

6 - M. Nicolò Franco, Dialogi Piacevoli, Ottavo Dialogo Nel quale promette d’insegnare con ogni facilita, tutte le arti, tutte le scienze, & il vero modo di ascendere a tutti i gradi”, Apud Ioannem Giolitum de Ferrariis, Venetiis, MDXXXIX (1539), pp.115v-116v. Nel riportare il testo originale, abbiamo scelto di mantenere la grafia dell’autore che non accenta molte parole, mentre abbiamo scritto per intero le parole abbreviate.

7 - A tal proposito risulta illuminante una critica all’editoria contemporanea di Luigi Mascheroni pubblicata su Il Giornale.it il 27 gennaio 2006 dove denuncia quanto segue:

“Leggendolo vien da pensare che molti editori attuali si siano ispirati a questo testo di quasi cinque secoli fa per le loro strategie aziendali. Stiamo parlando del Dialogo del venditore di libri che Marsilio ha estrapolato dai Dialoghi Piacevoli di Nicolò Franco (1515-1570) - che videro la luce a Venezia nel 1539 - per farne una plaquette fuori commercio destinata agli amici. Bene, il polemico e satirico Nicolò Franco - finito impiccato a Roma nel 1570 dopo la sentenza del tribunale del Sant’Uffizio che l’accusava d’essere autore di un violento libello contro Paolo IV - nel dialogo sull’ «arte de i Librari» spiega ironicamente i principi del mestiere: «Per guadagnare un bel thesoro ogni anno» - consiglia il personaggio principale, Sannio, all’amico libraio Cautano - non si deve stare troppo a distinguere tra opere di qualità e «scartaffi merdosi». Basta tenere in bottega tutti i libri, senza stare a fare discriminazioni tra buoni e cattivi. Anzi! Sono proprio i più volgari, quelli scritti dai «goffi», dai «gnoranti», dai «ceretani» quelli che si vendono con maggiore facilità…Provate a sostituire la professione di libraio con quella di editore, e il consiglio rimane valido anche ai nostri tempi (del resto, il venditore di libri nei primi tempi della stampa ricopriva lo stesso ruolo-chiave di mediatore per la diffusione della produzione intellettuale di quello ricoperto oggi da grandi gruppi editoriali). Non solo. In questo irresistibile dialogo - che in questa edizione curata da Mario Infelise è presentato in due versioni, quella originale di Nicolò Franco e, a fronte, quella purgata dalla censura ecclesiastica per mano del domenicano Girolamo Giovannini - il «consigliatore» si lamenta dalla scarsa considerazione in cui viene tenuto l’impegno letterario da parte di un sistema editoriale che guarda solo agli interessi del grande pubblico ignorante (ovvero, adattando il dialogo ai giorni nostri, che pensa solo ai bestseller-spazzatura alla Dan Brown...). E poiché - è noto - «sono più gli idioti che i dotti», è buona cosa tenere a bottega oltre a qualche opera di colti umanisti anche le «operine» in volgare che tanto piacciono ai soldati e persino ai principi incolti (cioè: cari editori, tenete pure in catalogo i grandi classici per far bella figura ma poi riempite le librerie di libri usa-e-getta).

8 - N. Badaloni, Inquietudini e fermenti di libertà nel Rinascimento italiano, Pisa, ets, 2004, p. 81.

9 - Famose, seppur dettate da uno spirito letterario diverso da quello di Franco, sono la pasquinata di Pietro Aretino composta sui tarocchi per l’elezione di Adriano VI e quella di anonimo raccolta da Paolo Giovio. Si legga per entrambe il saggio I Tarocchi in Letteratura I.

10 - I Dialogi del Franco vennero sottoposti a revisione dalla censura ecclesiale e le successive ristampe furono in parte depurate dalle autorità religiose, come risulta nella seguente edizione: M. Nicolò Franco, Dialoghi piacevolissimi espurgati da Girolamo Gioannini da Capugnano Bolognese, In Vinegia, Presso Altobello Salicato, MDXCVIII (1548)

11 - M. Nicolò Franco, op. cit., Quarto Dialogo, p. 70.

12 - Si legga al riguardo il saggio L’Ordine dei Trionfi

 

Copyright  AndreaVitali 2017