Saggi di Andrea Vitali

Del Minchione

Dove si tratta di uomini stupidi, balordi e perditempo

 

Le parole derivate dal termine minchia (latino mentula), rispecchiano, in senso generale, il significato attribuito alla voce ludica minchiata, ampiamente illustrato in diversi nostri saggi. (1), Vediamone alcune affidandoci alla prima edizione del Vocabolario dell’Accademia della Crusca, risalente al 1612:

 

Minchioneria
Lat. fabula: cosa di poco o di nessun valore
Lat. errata: errore grande, sproposito, corbelleria
Lat: jocus, facetia: motto, detto  giocoso

 

Minchionare
Lat. illudere, irridere: burlarsi di chicchessia

 

Minchionatura
L’atto di minchionare

 
Minchione
Lat. bardus, iners:  balordo, sciocco, perditempo

 

A queste aggiungiamo le parole minchiattarri o minchiantarri, che Luigi Pulci riporta in un suo sonetto con il significato di minchione (2).

 

Nella seguente disamina abbiamo trattato, senza alcun pretesa di completezza, della parola minchione da noi reperita in testi letterari dal XV al XVIII secolo, riportandone i passi in cui è contenuta. All’interno del suo significato generale, come descritto nel Vocabolario della Crusca, alcune sue leggere sfumature permetteranno di comprendere al meglio il termine ludico minchiata.

 

Poiché di molti autori sono già state riportate informazioni in nostri precedenti articoli (cliccando sui singoli nomi sarete inviati alle relative pagine) sarà presentato un breve profilo dei soli letterati non ancora presi in considerazione.

 

Anonimo, sec. XV

 

I Sonetti del Burchiello, del Bellincioni e di altri Poeti Fiorentini alla Burchiellesca (Londra, ma Livorno, 1757)

 

Il breve componimento La Compagnia del Mantellaccio, composto in terza rima e citato dagli Accademici della Crusca, fu per lungo tempo attribuito a Lorenzo de’ Medici. Nelle edizioni dei Sonetti del Burchiello del 1552, 1558 e 1568 ad opera dei Giunti, curate da Antonfrancesco Grazzini, detto il lasca,  il componimento è posto di seguito ai sonetti del Burchiello, assieme a quelli di Antonio Alamanni, Angelo Cenni detto il Risoluto e Lorenzo de’ Medici. Si ritiene che vari rimaneggiamenti ne abbiamo inficiato l’originalità. Il titolo deriva dall’omonima Compagnia situata a Firenze presso le antiche prigioni. 

 

La Compagnia del Mantellaccio

 

Allhora Jacopone Scarperia;
Perchè gli era Infermiere, strizzò prima:
Hor vuoci tu trattar per questa via?
Tu mostri far d'infermi poca stima,
Soncene ben da sei senza danaio,
E’ l'un mastro Minchion, che dice in rima:

 

Gerolamo Folengo più conosciuto come Teofilo Folengo o con gli pseudonimi Merlin Coccajo o Limerno Pitocco (1491-1544). Il termine minchione si trova in un’ottava della seconda maccheronea e in un canto de Il Malmantile Racquistato.

 

Maccheronea Seconda (In Ottave) 


Argomento della Maccheronea:


Baldo cresce negli anni presso il villano Berto Panada. Sua indole. Il pianta-maggio di Mantova. Giuochi di Baldo in Mantova. Descrizione del giuoco alla palla. Rissa, zuffa e fuga di Baldo. È inseguito. Viene soprafatto da un valente cavaliere Mantovano. La franchezza del giovinetto sorprende il cavaliere. Lo conduce seco, e nella sua casa lo fa educare. Berto Panada more, e Baldo torna in Cipada per l'eredità, e vive con Zambello figlio del villano. Descrizione di Cipada. Amici principali di Baldo, Fracasso, Cingaro e Falchette, e loro descrizione prosopografìca. Baldo mena moglie, e così Zambello. Sua lamentazione.


Ottava 30 (Traduzione in volgare di Jacopo Landoni - 1819)


Un Orlando, un Gradasso, un Rodomonte
Chiameresti costui a prima vista;
Ma poi fìsandol, gli si legge in fronte
Ch'egli ha più del minchion che del battista.
Era uno di costor che ognora pronte
Hanno le spampanate in lunga lista,
Che altercano col Re stando ne' prati,
E incensan lo stallone avvicinati.


Il Malmantile Racquistato
(In Ottave) 

 

Canto Undicesimo - LII 

 

Gustavo Falbi con un soprammano
Di netto il capo smoccola a Santella:
Scaramuccia si muor sotto Eravano,
Ch' ammazza anche Gaban da Berzighella:
E sventra quel birbon dell'ortolano,
Che fa il minchion per non pagar gabella;
Ma colto poi vi resta ad ogni modo,
Mentre adesso gli va la vita in frodo.

 

Pietro Aretino (1492-1556) 

 

Alla sua Diva - Capitolo di Messer Pietro Aretino


Bench'io sia un minchion, goffo, e diserto
     A consumarmi per piacer altrui
     Con speranze dubbiose, e doler certo.

Son pazzo incatenato, e savio fui,
     E nel polmon continuo duol mi pasce,
     In questo stato son Donna, per vui.

…..

Bench'io sia un minchion aver paura:
     Che i ghiotti temon la Morte sì strana, 
     C' hanno posto nel fango ogni lor cura:

Caso saria trovar qualche magana,
     Che in man mi desse quel bastardo cane, 
     Fatto Signore, e Dio da gente vana.

 

 Andrea Calmo (1510-1571)


Veneziano, scrisse quattro Egloghe pastorali (1553), Rime burlesche, Lettere destinate a personaggi di fantasia o reali e sei Commedie  nello stile del Ruzzante: la Spagnolas, il Saltuzza la Pozione in cui riprese la trama della Mandragola del Macchiavelli, la Fiorina ispirata fortemente dal Ruzante, la Rodiana e il Travaglia. Gli intrecci delle commedie appaiono piuttosto complessi e sono sostenuti da inganni, beffe, scene amorose ed equivoci, manifestando influenze boccaccesche a differenza invece dei versi di evidente ispirazione petrarchesca.


Dalle Stanze


Perche son bon minchion tutti me suoia,

   E la mia donna dise che son goffo

   Onde drento ’l mio cor ho tanta doia,

   Che da fastidio, e son venuo loffo;

   Mo si scontro Cupido, laro boia,

   In su le galte io voio dare un toffo:

   Perché le quel, che ma messo in bolletta,

   Impicaio mario! Guerzo, zueta.

 

Una Pasquinata di Anonimo, composta nel 1521 alla morte di Leone X (Giovanni di Lorenzo de’ Medici, secondogenito di Lorenzo il Magnifico), è da collocarsi nel novero delle satire che sotto il nome di Carmina ad Pasquillum  furono pubblicate in piccole raccolte di grande tiratura ad iniziare dal 1510. Pasquino, un torso ellenistico posto in un canto di Palazzo Orsini in Parione a Roma, divenne relatore degli attacchi antipapali e anticlericali in genere, sia in occasione del 25 aprile, festa di San Marco, sia in numerose altre ricorrenze. I Papi presi di mira furono principalmente Leone X (1513-1521), Adriano VI (1522-1523) e Clemente VIII (1522-1523). Celebre è rimasta la Pasquinata per l’elezione di Adriano VI composta dall’Aretino utilizzando i tarocchi (3). 

 

    O musici con vostre barzellette,

piangete sonator di violoni,

piangi e piangete, o fiorentin baioni,

battendo piatti, mescole e cassette.

 

    Piangete buffon magni, anzi civette,                     5

piangete mimi e miseri istrioni,

piangete, o frati, spurcidi ghiottoni

a cui dir mal la gola e '1 gettar dette.

 

    Piangete el signor vostro, o voi tiranni,

piangi Fiorenza, et ogni tuo banchiero                      10

con qualcuno altro offizial minchione.

 

    Piangi, clero di Dio, piangi su Piero,

piangete, o sopradetti, i vostri mali,

poscia ch'e morto el decimo Leone.

 

    Il qual d'ogni buffone,                                          15

e d'ogni vil persona era ricepto,

tiranno sporco, disonesto, infetto.

  

 E per chiarir meglio mio detto,

impegno per seguire un suo pensiero

Fiorenza official, la Chiesa e Piero.                           20

 

    E tengo certo e vero

che se '1 viver ancor li era concesso

vendeva Roma, Cristo e poi sé stesso.

 

    Ma sopra tutto, adesso

piangan Leon quei miseri mortali                              25

che '1 dinar non li ha fatti cardinali.

 

 2. piangete: Leone X (1521) - 3. baioni: da burla, da strapaz­zo - 8. a ... dette: la cui maldicenza fu ispirata dalla gola e dallo spreco (del papa) - 11: minchione: sciocco, ozioso 12. su Piero: Piero de’ Medici, fratello del Papa, morto in battaglia nel 1503 - 16. ricepto: ricovero. 19. impegno: mise a rischio dello scorno, della ver­gogna universale.

 

Giovanni Maria Cecchi (1518-1587)

 

Le Maschere - Commedia

 

Scena II – Finale Atto Secondo

 

Personaggi: M. Manente, Baldo (due vecchi)

M.
E però è ben' che tu
Stia in villa, e lasci a noi le cittadine.
Oh s' i' lasciava alle grida, che risa
Si sare' fatto a mie spese: oh toi qui
La tua lettera falsa. B. Doh, furfante!
S' i' non guardassi all'onor mio ... Sì gli ha
Serrato l'uscio, e lasciatomi qui
Com' un minchion con un palmo di naso.

 

Sforza degl' Oddi (1540-1611), insegnante di diritto in diverse Università italiane, fu letterato, poeta e commediografo. Appartenente all’Accademia degli Insensati era conosciuto come il Forsennato. Da giovane, dimorando a Perugia, compose tre commedie: L'Erofilomachia ovvero il duello d'Amore e d'Amicitia, stampata nel 1572, I Morti vivi (1580) e La Prigione d'amore, pubblicata nel 1580 e rappresentata qualche anno dopo da studenti dell'Università di Pisa. “Il romanzesco dei casi da lui messi in scena non é molto diverso da quello di tante altre commedie del secolo, i vari personaggi comici sono disegnati secondo schemi ormai abituali. Il patetico e il drammatico che dovrebbero costituire l'aspetto nuovo del suo teatro, sono tratti di verità e di intima drammaticità che spiegano la fortuna a lungo goduta dal suo autore” (4).

 

Prigione d’Amore, Commedia Nuova dell’Eccellentiss Signor Sforza Oddi, Recitata in Pisa da Scolari l’anno secondo del felice Rettorato del Signor Lelio Gavardo Asolano (Venezia, 1597) 

 

Atto Terzo - Scena Prima

 

Personaggi: Antonello, Grillo, Flamminio

 

Antonello. Mena giù tosto Flaminio da me, che vò fargli un'ambasciata, ma avvertisci a non dirgli nulla di Lelio, che guai a te, & attendi a me, mentre che gli fo parlare insieme qui a quella ferrata fìngi di restar quì per serar poi sù la finestra, fingendo il minchione.

Grillo.  Or questo mi farà fatica.

Antonello. Ascolta quel che dicono, ò per lo manco la risoluzione, che all’ultimo pigliano, e sappimela riferire, Io ancora vedrò di ritrarne qualcosa dallo stanzino segreto sopra la ferrata: ma sopra tutto non gli dir nulla di Lelio, che ti romperò la schiena col bastone vedi.

Grillo. Andate di grazia per Flaminio voi, perche sò certo che mi scapperebbe di dirgli di Lelio; poh; già le spalle mi cominciano a rodere come han sentito nominar’ il baculo. Io fra tanto verrò aprendo quella finestra.

Antonello. Si sì farà meglio.

Grillo. Oh, oh, adesso ch'io penso, io ho fatto fin'hora di naturale il minchione, poteva andare io stesso per Flsminio, e buscarne la mancia, & hò voluto restar qui, che importavano mai quattro bastonate più, o manco? n'è cagione questa boccaccia larga, che non riterrebbe le peta; mi ci vò far fare una serratura alla tedesca, che non si possa mai aprire quando vi fon rinchiusi i segreti. Oh ecco Flamminio.

 

Leonardo Salviati (1540-1589), umanista, filologo e scrittore, fu uno dei più strenui sostenitori della purezza della lingua italiana trecentesca, curando un’edizione censurata del Decameron ed esponendo le sue teorie linguistiche negli Avvertimenti della lingua sopra 'l Decameron, pubblicati tra il 1584 e il 1586. Fu tra i principali promotori, nel 1582,  della fondazione dell’Accademia della Crusca alla quale appartenne col nome di Infarinato, contribuendo attivamente alla stesura del Vocabolario fino alla sua morte. È possibile affermare che si deve a lui quell'indirizzo classico e purista dell'Accademia della Crusca, che ancora oggi ne guida l'operato. Oltre a diverse revisioni di famose opere letterarie, scrisse rime e commedie. Fra queste ultime, il Granchio del 1556 ebbe uno straordinario successo.


Il Granchio -
Commedia 


Atto II - Scena Quinta

 
Personaggi: Granchio, Fortunio

 

Granchio.
Daddovero? Credotelo,
Lasagnone. Ma dì '1 vero, Fortunio;
Non son io un minchione a irmi a questa
Foggia, come se proprio e' mi paja
Non avere de' miei a bastanza,
Comperando i fastidj, e le brighe
D' altrui quasi a danar contanti?
Fortunio.

                                     Granchio,
Egli è dovere, che gli uomini sieno,
Non altrimenti che gli scudi, spesi
Per quel ch' e' vagliono; e color che sanno
Per se e per altrui, anche per se
E per altrui s' adoprino.

 

Una  traduzione in ottava rima e in dialetto bolognese del Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno di Giulio Cesare Croce (1550-1609) e Adriano Banchieri (1568-1634), fatta in Bologna all’inizio del sec. XVIII utilizza il termine minchione, non usato invece dal Croce. L’opera ottenne grande popolarità tanto che nel 1741 venne stampata la sua Quinta Edizione.

 

Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno

 

Parte Terza: Che contiene Cacasenno, Canto XVI - Sonetto 58 

 

Testo originale

 

Per metter le persone in allegrìa

I quattrini, convien dirla, hanno un gran lecco,

E i ver poeti, com’io dissi in pria,

Per lor disgrazia mai non hanno un becco.

Ma è tempo, ch’un’ altro venga via,

Perch’io di questa scacchiera son secco;

E chi l’ha detta, e chi l’ha fatta dire

Di mala morte non potrà morire.

 

Testo in bolognese

 

Insomma, pr far star alligrament

An i è cosa, ch sj mora di quattrìn;

Allora an manca amìgh, an manza zent

Che cercn di servirv, e tutte v fan blìn blìn,

Pr qla gran forza ch ha l’or, e l’arzent,

Che fan correr l’om in brazz da so destìn:

E mì sìn ora a son stà tant minchion

D strulgar pr niìnt. S’a tas ai ho rason.

 

Michelangelo Buonarroti il Giovane (1568-1646) 

 

Della Fiera

 

Atto Primo - Giornata Quarta - Scena Settima

 

Personaggi: Coro di andatori di notte, e Servigiali dello spedale, immascherati e travestiti

 

C. and. Ben si vede che voi dormir dovete,
Che sonnacchiosi da me vi partiste,
E balordi sognate,
Minchion! ………………….

 

Intermedi alla Commedia di Niccolò Arrighetti

 

I sei Intermedi del Buonarroti furono composti per una Commedia di Niccolò Arrighetti, e sono “cosa garbata ed elegante se mai ne fu: vi parlano la Commedia, l’Avvertimento, il Ridicolo, il Giovamento, il Diletto; e le scene sono intercalate da graziosi Cori di Vedove, Malmaritate, Malammogliati, Giovani scapigliati, e simili bizzarrie; che è un diletto a leggerle” (5).   

 

I Malammogliati - Intermedio Quarto

 

 Un buon uom mi disse: Fa;

Oh minchion, minchion ch' io fui!

M'incontrai (e ben mi sta)

‘N una diavola infernale,

‘N una zucca senza sale.
Ohimè! chè per bellezza

Ch'era tutta frondi e fior,

Colsi poi frutti d'asprezza,

Inciampai, ebbro d'amor,

‘N una diavola infernale

‘N una zucca senza sale.

 

Giovan Battista Lalli (1572- 1637) 

 

Eneide Travestita

 

Libro X

 

Terone uccise, un omaccion gagliardo,
Ch' avea, poco anzi, d'affrontarlo osato;
E si credea, minchion, col solo sguardo,
Di far ch' Enea morisse sbudellatto:
Ma i l buon Trojano non fu mica tardo,
Che lo scudo gli apri, benchè ferrato;
Trapassò la corazza aurata, e bella ,
E in mezzo gli tagliò la coratella.


Francesco Redi
(1626-1697), scienziato naturalista, medico e letterato, fu Accademico della Crusca, per la quale lavorò alacremente in occasione della terza edizione del Vocabolario. Il Granduca Ferdinando II lo nominò archiatra, vale a dire il medico gerarchicamente più importante dello stato. Il suo Bacco in Toscana del 1685 ebbe uno straordinario successo.

 

 Al Signor Conte Lorenzo Magalotti - Lettera 


Io non son troppo avvezzo a far capitoli;
     Però risponderovvi alla carlona
     Con versi fatti a balzi di gomitoli.

Quando non era ancor tanto minchiona 
     La coscienza mia, nè tanto stitica,
     Com'or, ch'è divenuta bacchettona,

Io odiava la satira, e là critica
     E ogn' altra forte di mormorazione,
     Per genio natural, non per politica.

 
Il religioso Francesco Moneti (1635-1712), fu astronomo e letterato. A lui si deve il conio della parola precipitevolissimevolmente, fra le più lunghe della lingua italiana da lui inserita nell’opera Cortona Convertita (1759):

 

Come gonfio pallon che spesso balza
Quando è caduto, e vien gettato al piano
O che talor verso le stelle incalza
Di esperto giocator possente mano,
E da tal forza spinto assai s'inalza
Verso del cielo, ed il fermarsi è vano,
Perché alla terra alfin torna repente
Precipitevolissimevolmente.

 

Le sue opere, caratterizzate da uno stile satirico e franco, gli comportarono molte tribolazioni. Quando morì  Papa Clemente IX nel 1669, uno scritto a lui attribuito gli costò alcuni mesi di carcere. I Gesuiti invece si adirarono per la sua la Cortona convertita (1677), che in effetti si presentava come una rivolta contro quell’ordine. La qual cosa costrinse l’autore a comporre, ma 32 anni dopo a mo’ di ritrattazione, la Cortona nuovamente convertita.


La Cortona Convertita
(in Ottave)


Canto Secondo - XVI


Oh maladetta e vana ipocrisia, 
    Che nata fra le corna d'Asmodeo 
    T'annidasti nel sen di gente ria, 
    Che faccia ha di Cristiano e cuor d'Ebreo! 
    Alla Chiesa vai sol per parer pia,
    Ove fai l’ orazion del Fariseo;
    Ma colui che ti crede, addosso tiene
    Assai più del minchion, che d' uom da bene.


Canto Terzo - XXI


Ora costui che di gabbare il mondo
    L'arte più fina già imparato avea
    Dove trovava il popol grosso e tondo
    Di sue frodi servirsi egli solea.
    Con faccia tosta un giorno assai giocondo
    In una terra disse che volea
    Al popolo minchion, più che fedele,
    Una penna mostrar di San Michele.

 

 Canto Quinto - XX

 

Un gatto, Padre, dentro a uno stivale

    Più volte, disse un altro, ho tentennato:

    Rispose il Padre: non facesti male,

    Perchè dall'unghie sue ti siei salvato .

    Minchion io fui, che da una bestia tale

    Da giovine restai tutto graffiato,

    E per aver manco di te cervello,

    Ebbi a lasciar la testa ed il cappello

 

 Ippolito Neri (1652-1708)

 

La Presa di Saminiato

 

Canto Duodecimo - 13

 

Ma scorgendo che forte da ogni parte
Più che diamante al bombardar non cede
La difesa muraglia, usa nuov' arte,
Che gabbare i minchion forse si crede;
Al senato un trombetta da sua parte
Messaggiero mandò di buona fede,
Che se capitolar voglion l'uscita
La roba assicurar ponno, e la vita.

 

Quinto  Settano (Monsignor Lodovico Sergardi, 1660-1726) fu Direttore della Fabbrica di San Pietro sotto Papa Alessandro VIII. Attento fustigatore del malcostume curiale, nel 1694 pubblicò 14 satire in latino contro la società romana del tempo e in particolare contro Gravina il "legislatore" dell’Arcadia. La satira La Conversazione delle Dame di Roma, aveva per oggetto un dialogo tra le statue parlanti Pasquino e  Marforio, al fine di smascherare le ipocrisie del clero e dell'aristocrazia pontificia.


La Conversazione delle Dame di Roma. Dialogo fra Pasquino, e Marforio
(Satire di Monsignor Lodovico Sergardi sanese, scritte in latino, e da lui stesso voltate in italiano) 


Di fresco venuti alIa Nobiltà, in cui Marforio persuade Pasquino ad accomodarsi alla moda della conversazione, provandogli ad evidenza, che fra Dama e Cavaliere, stante la Nobiltà, non può esservi punto di male, nè da fare inombrire alcuno, benchè premurosissimo dell’onore.


Pasquino.
Ferma, Marforio mio, abbi pazienza,
S'interrompo il tuo dir, che non credea
Che il Frate avesse mai tanta licenza.
Marforio.
Matto minchion, togli la sciocca idea,
Ch' ancora la cocolla ella è vestita
D' un' anima gentile, e cicisbea.
Vidi un giorno giuocare una partita
Di Sánt' Eufebio il Padre Generale
Con una certa Dama alla sfuggita.
Fra le maschere poi nel carnevale
Travestito da Zanni, o da Cuviello
Con la Dama passeggia il Provinciale.
E in casa Carbognan vuota il borsello
Al giuoco, e danza poi ne' gran festini
Il Monaco cosi pulito e snello;
E se dimandi in cаsa Sampierini,
Ti saprà dir la cameriera ardita,
Che li sta il General de' Cappuccini.


Giovan Battista Fagiuoli (1660-1742) 

 

Rime,  dedicate “All’Altezza Reale di Gio. Gastone I - Granduca di Toscana”

 

Cap. XXX - Che deposta la porpora Cardinalizia passò alle nozze colla Serenissima Leonora, Principessa di Guasto

 

Volaro Amori e Grazie, e uniro a i canti
   Dolci strumenti: e fatto un lieto coro,
   A Voi sen giro in bel drappello avanti .

Voi colla Sposa andaste dietro a loro:
   Vi seguì la Toscana: e il suo Leone
   Diè festosi rugiti all' Indo e al Moro .

Mi svegliai al gridar di quel bestione
   Con gran timor, trovandomi all'oscuro,
   Rimasto solo sol, come un minchione.

 

Il senese Iacopo Angelo Nelli (1673-1767) fu arcadico e drammaturgo. In parte, le sue numerose commedie, fra cui rimane famosa La Serva Padrona, vennero pubblicata in ben cinque volumi fra gli anni 1753-1758. Loro caratteristica è la fusione di elementi tipici della commedia dell'arte italiana con quella di Molière.

Il geloso in gabbia
- Commedia 

Atto Primo - Scena IV

Personaggi: Zelotipo, Buonattutto

 

Zel.  Nè meno, Ella è docilissima, ed accomodante a tutto; Ma poi quanto avesse genio alla superiorità,  sarei io il primo a stimolarla a far da Padrona in tutti gli affari di casa.

Buo.  Costui puzza più di minchion, che di furbo.

Zel.  Che dite?

Buo. Che io fon più minchion, che furbo e non sa per trovar, che cosa mai ella ha paura, che le possa accadere in questo Matrimonio.

Zel. Se te l'ho detto; quel che suole accadere quasi a tutte le Donne d'oggi giorno.

Buo. Me lo dica una volta ch’io non saprei.

Zel. Che si guasti, e si trovi uno, o più Cicisbei. Eccotelo detto.

 

Giovan Santi Saccenti da Cerreto Guidi (1687-1749)

 

Capitolo “Sopra la caccia” - Poesia

 

Finalmente il negozio della Caccia
   V'ha fatto infin le muse uscir di testa:
   E poi s' ha a dir ch'ella non mi dispiaccia?
Credete a me che sì confuso resta
   L'animo mio su questa rimembranza,
   Che non altro pensier più lo molesta.
Non vi parrebbe già buona creanza
   Per una Starna abbandonar Talìa,
   Per un Cignale Apollo, e la sua stanza?
Fate, fate il minchion vosignoria:
   Per tornar poi laddove il Pegaseo,
   Con un calcio nel c . . vi mandi via.

 

Capitolo “Al Figliuolo che s’ordina in Sacris” - Poesia
 

Io sento dir che il Sacerdote è un Sole,
   Sol che dovrebbe illuminare il Mondo
   Sì coll'esempio, che con le parole.

E per questo alle volte mi confondo
   Nel vederne talun che non somiglia
   Per altro il Sol, se non perchè gli è tondo.

E poi qualche minchion sì maraviglia
   Se un Reverendo tal con reverenza
   Chiama il disprezzo di lontan le miglia.


Carlo Goldoni
(1707-1793)

 

La Donna di garbo (Commedia XXI, Rappresentata per la prima volta in Venezia l’Autunno dell’Anno 1744) 

 

Atto Primo - Scena XII

 

Personaggi: Momolo, veneziano, studente in Bologna - Rosaura, cameriera in casa del Dottore

 

Mom.Via, via Siora, no burlè tanto. Non son capace de nissuna de ste cosse. Sono un putto da ben.

Ros.   Puto? No bestemmiè caro vecchio.

Mom. Orsù, cossa resolvemo?

Ros.    Ho sentite, che la Padrona mi chiama. Andate, andate, ci rivedremo questa sera.

Mom. Si muso bello, sì, muso inzucarao.

Ros.   Povero minchione! Sarei una раzza a credere a questa banderuola: giovine, Scolare, e Veneziano; figuratevi, che buona pezza! Orsù voglio andarmi a riposare: mi pare questa mattina aver fatta bene la mia parte; ed esser riuscita una Donna di garbo. Oh davvero, che le donne la fanno più lunga degli uomini, e a tal proposito disse bene quel Poeta .

                                           
                                                                      La donna ha l’ intelletto sopraffino,

                                                                      Ma l’uomo accorto non la fa studiare.

                                                                      Se la donna studiasse, 1'uom meschino

                                                                      Con la canocchia si vedrìa filare,

                                                                      E se la donna il suo intelletto adopra

                                                                      L’uomo starà di sotto, ella di sopra.

 

La Guerra - Commedia

 

Atto Secondo - Scena V

 

Personaggi: Don Cirillo, tenete storpiato -  Il Conte Claudio, tenente

 

Cir. Ajuto. Ajutatemi. (al Conte che lo solleva) Oimè sono rovinato.

Con: Ve la siete ben meritata.

Cir. Glie l’avete dato il zecchino?

Con. Glie lo dato sicuro.

Cir. Sì, per farmi dispetto; ma non avete né testa, né prudenza, né civiltà.

Con. A me questo?

Cir. Si, a voi. Io ho avuto amicizia colle più belle ragazze di questo mondo, e non ho mai speso un quattrino, e voi buttate via il danaro cosi? stolido, scimunito, minchione.

 

Carlo Gozzi (1720-1806)

 

Amore assottiglia il cervello (Commedia in Cinque Atti)

 

Atto Terzo - Scena XIII

 

Personaggi: Don Enrico di Guzman, fratello di Donna Elena - Don Berto, giovane ricco e sciocco - Falcone, servo di Don Enrico

 

 D. Bert. (impaziente) Ma che diavol dice
                Quella scrittura, ch’ella vi fa fare
                Un mostaccio da stitico.
D. Enr.   (invasato) Sapete
                Voi ciò ch’ é scritto in questo foglio?
D. Bert.  Oh bella!
                Che mel leggeste.Siete ben minchione  
                Se lo sapessi, non vi chiederei,
Falc.       (Ed ha cuore di dir minchione a un altro!) (da se)
D. Enr.   Cbe far degg'io? Se il foglio suo gli rendo (da se) 
                Cercherà un altro, che lo legga, e restano
                E l'onore, e la vita di costei!..
                E sento ancor pietà?
D. Bert. Parete un matto.
Falc.       Minchione, e matto! Va accrescendo titoli. (da se)
 D. Bert. È canzone, è ricetta quella carta? (riscaldato)
D. Enr.   S'io la trattengo, questo palo, bestia (sempre da se)
                Può entrare in un sospetto, e colla moglie
                Far qualche animalesca stramberia.
D. Bert. {collerico)
                Oh sono secco; date qui (gli strappa il foglio), ch’io credo
                Che non sappiate legger nemmen voi.

 

Filippo Pananti (1766-1837) 

 

Il Poeta di Teatro, romanzo poetico

 

Canto XXVIII- Il Poeta Ciabattino

 

Fratello, io dissi, quelle vostre pene

     Per vostra colpa vengono in gran parte;

     Perchè non state al posto che conviene?

     Perchè avvilite e screditate l'arte?

     Io vi dico le cose come stanno,

     Siete un minchione, e chi è minchion suo danno.


Riguardo l’Ottocento, secolo che esulerebbe dalle presente indagine, introduciamo un solo  personaggio considerata la rilevanza della sua statura.


Alessandro Manzoni
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I Promessi Sposi


Capitolo Decimoquinto

 

L'oste gli prestò l'ufficio richiesto; gli stese per soprappiù la coltre addosso, e gli disse dispettosamente: "Buonanotte," che già quegli russava. Poi, per quella specie di attrattiva, che alle volte ci tiene a considerare un oggetto di stizza al pari che un oggetto di amore, e che forse non è altro che il desiderio di conoscere ciò che opera fortemente sull'animo nostro, si fermò un momento a contemplare l'ospite cosi per lui fastidioso, levandogli la lucerna sul volto, e facendovi con la palma stesa ribatter sopra la luce; in quell'atto a un dipresso che vien dipinta Psiche quando sta a spiare furtivamente le forme del consorte sconosciuto. - Matto minchione! - disse nella sua mente al povero addormentato: - sei proprio andato a cercartela. Domani poi mi saprai dire che bel gusto ci avrai. Tangheri, che volete girare il mondo, senza saper da che parte si levi il sole; per imbrogliar voi e il prossimo.-

 

Capitolo Decimosesto

 

Vi era, proprio sul passo, una frotta di gabellieri, e per rinforzo, anche un drappello di micheletti spagnuoli; ma stavan tutti coll'arco teso verso il di fuori, per non lasciar entrare di quelli che, alla novella d'un trambusto, v'accorrono come i corvi al campo dove è stata data battaglia; talchè Renzo, minchion minchione, cogli occhi bassi, con un andare cosi tra il. viaggiatore e il passeggiante, passò la soglia, senza che nessuno gli dicesse nulla: ma il cuore di dentro faceva un gran battere. Veggendo a dritta un viottolo, entrò in quello, per evitare la strada maestra; e andò un pezzo prima di pur guardarsi dietro le spalle.


Capitolo Decimottavo


 S'era voluto, s'era tentato; che s'era ottenuto? S'era preso un impegno: un impegno un po' ignobile a dir vero; ma, via, uno non può alle volte regolare i suoi capricci; il punto è di soddisfarli; e come s'usciva da quest' impegno? Come? Smaccato da un villano e da un frate! Uh! E quando una buona sorte inaspettata avea tolto di mezzo l'uno, e un abile amico l'altro, senza fatica del minchione, il minchione non aveva saputo valersi della congiuntura, e si ritraeva vilmente dall'impresa. Vi era di che non levar mai più il viso fra' galantuomini, o avere ad ogni istante le mani su l'elsa.

 

 Note

 

1 - Il termine Minchiata deriva dal latino Mentula, il pene, a significare una cosa di poco conto, una bazzecola, una quisquiglia, cretinata o stupidaggine. In italiano e in numerosi dialetti le “stupidaggini”, intese come cose senza valore, e fra queste il gioco delle carte, vengono rese con termini derivati dai nomi dell’organo sessuale maschile. Si veda l’articolo Dell’Etimo Tarocco.
2 - In I Tarocchi in Letteratura III
3 - In I Tarocchi in Letteratura I
4 - Si cfr: Biblioteca dell’Accademia dei Filodrammatici.
5 - In Opere varie in versi e in prosa di Michelangelo Buionarroti il giovane raccolte da Pietro Fanfani, alcune delle quali mai stampate, Avvertimento, pag. IV. Firenze, 1863. 

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Andrea Vitali