Saggi Storici di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Dio che ha giocato di resto - 1640

Nella costruzione del mondo e sommamente nel formare la Vergine Maria

 

In un nostro saggio abbiamo evidenziato diversi modi di giocare a carte condannati dalle autorità religiose (1) e fra questi il ‘gioco di resto’ che consisteva nel lasciare sul tavolo le proprie vincite per far sì che gli avversari continuassero a giocare e a puntare, allo scopo di vincere l’intera somma, cioè il monte, al termine della partita. Giochi di resto erano considerati soprattutto il Biribisso, la Torretta e i dadi, per i quali un bando di Clemente XI aveva previsto la galera e una pena di 100 scudi (2).  

 

Massimo d’Azeglio (1798-1866), uno dei grandi della vita politica, artistica e letteraria italiana, ebbe con questo tipo di gioco un rapporto conflittuale che si concluse tuttavia nella decisione di abbandonare i tavoli su cui le carte toglievano il sonno agli sfortunati avventori, come da lui riportato nel racconto della propria vita:

 

     “Quando, anche a Napoli, fu terminato il caldo intollerabile ci ritornammo: ma mutai casa, e mi posi in una locanda ov’erano venute due famiglie romane di mia relazione.

 

     Una di queste avea per uso tener gioco; gioco perfettamente onorevole, ma alla fine era gioco di resto, il monte, e non si può negare ch’esso non getti qualche ombra sul carattere di chi ne fa la sua principale occupazione. Io per fortuna mia non ho mai provato nessuna inclinazione al gioco, ma dice un proverbio romano: ‘per compagnia, prese moglie un frate’ e per compagnia anch’io a poco a poco cominciai a puntare; siccome però ho l’altra maggior fortuna di non aver fortuna colle carte, cominciai contemporaneamente ad osservare che la mia borsa calava a occhio. Il desiderio naturale in casi simili, è di vederla ricrescere, e generalmente si ricorre ad un mezzo che per lo più produce il fenomeno contrario. Giocai più forte per rifarmi, ed invece mi disfeci. ‘Non perde chi perde, perde chi si vuol rifare:’ gran proverbio!

 

     In questa casa concorreva la prima società di Napoli, si ballava a pianforte in una sala, ed io servivo per lo più d’orchestra. Nella camera accanto ballavano i ducati senza accompagnamento di musica, e talvolta si ecclissavano in un modo poco spiegabile e pochissimo piacevole pel puntatore. Più volte m’accadde, trovandomi con venti o trenta giocatori, di mettere la mia posta. Il colpo venendo in favore, mi pareva poco civile gettarmi tosto a raccogliere la vincita: ma m’ero accorto che la civiltà non era molto apprezzata da quei signori: arrivando l’ultimo, trovavo la raccolta fatta, senza neppur sapere a chi dire grazie! A’ tempi di Luigi XIV, secondo le descrizioni del Chevalier de Grammont, il genere di moda era appunto questo. È curioso osservare che il tricher al gioco, per un gentiluomo non era déroger. E sempre aveano in bocca l’ onore, costoro. Per fortuna le idee sono cambiate; ed a Parigi come a Napoli forse vi sarà ancora chi ruba al giuoco, ma almeno speriamo si chiami ladro e non gentiluomo.  

 

     Seguitando io intanto in quest’alternativa di vincite sempre più piccole delle perdite, e vedendo venir meno le mie finanze, mi cominciai a angustiare; ci venivo pensando alla giornata; la sera mi addormentavo più tardi, la mattina mi svegliavo più presto, facendo senz’avvedermene, e cosi a mente, conti, somme, sottrazioni. La tal sera tanto di vincita; la tal altra tanto in perdita, e poi quest’altra in pari, poi perdita di nuovo, e poi vincita, e poi calcoli, totali, riflessioni sulle probabilità, sulle spese dell’albergo da pagarsi ec. ec., insomma mi sentivo sempre irrequieto, seccato, tormentato..... Son pure un gran minchione! (3) dissi finalmente una sera in letto, dopo d’aver passeggiato per due ore sul materazzo senza poter prender sonno. Giocare non mi diverte: mi ci angustio; sempre mi gira pel capo la vincita e la perdita. Le faccie lunghe de’ giocatori mi seccano; se anche vincessi molto, mi farebbe male di vedere il viso stravolto di chi avesse perduto; e se invece restassi io in camicia, ci avrei gusto? E per questo bel diletto ho da passar le nottate a una tavola di monte?

 

     Animo! subito! risoluzione immediata e taglio netto! Non si giuochi più! - e non ho mai più giocato" (4).

     

Il gioco di resto venne preso come riferimento dal Padre Salvatore Cadana nel 1640 nel descrivere la creazione del mondo, dei cieli e in particolare della Beata Vergine (5). Dio non si era risparmiato dando tutto il suo potere alle creature, come già aveva enunciato Plinio parlando di Madre natura, la quale, ad imitazione di un Cavaliere che puntando molte volte aveva visto approssimarsi la vittoria, aveva giocato di resto anch'essa, dando a ciascuno un particolare dono, una virtù, un’eccellenza, una prerogativa fino a quando, giunto il  momento di creare le gioie, puntò quanto di meglio per realizzarle e in particolare il carbonchio, cioè quella pietra preziosa di colore rosso che secondo le testimonianze dell’astrologo Cardano era in grado, se indossata, di procurare calore e allegria al fisico e allo spirito, adatto quindi di essere portato nell’imminenza di schermaglie amorose. Gemma chiamata dai gioiellieri la ‘gemma gemmarum’, cioè la gemma delle gemme.

 

“Racconta Plinio, che la gran Madre natura, quando creava questo mondo, stava giocando di gioco di resto; voi altri, che vi occupate in questi esercitij, lo sapete meglio di me; stà quel Cavagliero giocando di gioco di resto, & ad ogni carta, che li viene, fà l'invito, vadino dieci scudi, vadino cento scudi, ma se sù le prime carte li viene un trentanove, overo un cinquantacinque si lascia traportare tutto il danaro dalla sorte, e dice vada il resto. Così dice Plinio stava facendo la gran Madre natura, quando creava le creature, giocava di gioco di resto, a chi dava una prerogativa, a chi una virtù, a chi un'eccellenza, a chi un dono, a chi un' altro; ma quando poi venne alla creatione delle gioie, e specialmente del Carbonchio, si lasciò trasportare tutto il danaro dalla sorte, e disse, vada il resto, li diede, quanto dar li potesse, che però viene chiamato da Gioiellieri: Gemma gemmarum” (6).

 

Come detto, così fece il nostro Dio il quale “quando venne alla fabrica del mondo, stava giocando di gioco di resto”. Sarebbe stato impossibile per Lui nel creare le stelle non puntare almeno 20 scudi dato che avrebbe dato loro lo splendore, senza poi parlare della Luna a cui, dovendo offrirle luce e bellezza, 50 scudi sarebbero stati il minimo. Cosa dire poi degli Angeli a cui avrebbe donato l’impeccabilità? Centomila scudi a dir poco! Tutto il resto del suo potere l’avrebbe tuttavia messo a disposizione per la creazione della Vergine Maria e non poteva essere diversamente. Infatti dopo aver dato lo splendore alle Stelle, la bellezza alla Luna, la vaghezza al Sole e l’impeccabilità agli Angeli, Dio investì tutta la sua possanza nel dare il resto alla Beata Vergine così che ella potesse un giorno dire: “Fecit mihi magna, qui potens est” ovvero “Mi fece grande, poiché egli è potente”.

 

“Sdozziniamoci noi hora, dalle fanciullagini, e mi sia lecito hoggi da favolosa historia cavarne catolica verità, l'istesso dite pur voi, facesse il grande Iddio, quando venne alla fabrica del mondo, stava giocando di gioco di resto, proponeva, l'intelletto divino alla volontà divina, Signora, s’hà a formare il mondo, s’hà a giocare di resto, s'hanno a formare le stelle, quanto volete, che vadi? vadi vinti scudi, se li doni lo splendore, Signora, s’hà a formare la Luna, quanto volete, che vadi? vadino cinquanta scudi, se li doni la luce, e la vaghezza, Signora, s’hanno a formare gl'Angioli, quanto volete, che vadi? vadino cento milla scudi, se li doni l'impeccabilità, Signora, s'ha a formare Maria Vergine vostra Madre, quanto volete, che vadi? che dite? vada il resto, se li doni il splendore delle Stelle, la bellezza della Luna, la vaghezza del Sole, l'impeccabilità degl'Angioli, insomma si spendi tutto il mio potere, si facci esausto il mio sovrano braccio, sia una mostra della mia sovrana, & infinita onnipossanza, vada il resto. Bravo (dice colui) quando ci fosse un'autorità, che lo dicesse; attenti, che vi dò la Scrittura, & il Padre ne’ Proverbij alli 8. lo dice l'istessa Vergine. Quando præparabat Cælos aderam, quando certa lege, et giro vallabat abyssos, cum eo eram cuncta componens, et delectabar per singulos dies, ludens coram eo omni tempore, ludens in orbe terrarum. Il cui passo esponēdo il Lirano (dice) Ludum faciens in orbe terrarum. Iddio formando tutte le creature stava giocando di gioco di resto: Ludum faciens in orbe terrarum. Dando a chi un dono a chi un'eccellenza, a chi un'altra, alle Stelle il splendore, alla Luna la bellezza, al Sole la vaghezza, agl'Angioli l'impeccabilità, volete vedere, che nel formare Maria Vergine dicesse, vada il resto; sentite il Padre S. Gerolamo: Cæteris per partes præstatur, Mariæ verò simul tota se infudit plenitudo gratiæ. Ah ah Maria, Maria sì che sei la più gran cosa, c'habbi fatta Iddio al mondo. Fecit mihi magna, qui potens est” (7). 

 

Note

 

1- Si legga il saggio Il Gioco delle Carte e l’Azzardo

2 - Ibidem

3 - Sul significato della parola minchione si legga il saggio Del Minchione

4 - Massimo d’Azeglio, I miei ricordi, Due Volumi. – Vol. II, Firenze, G. Barbèra, Editore, 1867. Capo Ventesimottavo – 417, pp. 280-282.

5 - Padre F. Salvatore Cadana, Mariale, In Venetia, Presso Giacomo Sarzina, MDCXL [1640].

6 - Ibidem, Sermone della Natività Santissima di Maria Vergine Madre di Dio, pp. 21-22

7 - Ibidem, p.22.

 

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