Saggi di Andrea Vitali

Ludus Iuris

Le radici della monetazione

 

di Giuseppe M. S. Ierace

 

 

La bilancia, quale riconosciuto simbolo di giustizia, riconduce alle sacre fondamenta degli albori del diritto, quando colpa e remunerazione venivano soppesate su quei “piatti” la cui oscillazione ne determinava le posizioni che sarebbero dovute essere interpretate da norme di tipo oracolare. Il contenzioso si risolveva pertanto in un’ordalia, che non individuava precise personali responsabilità, bensì sanzionava il destino d’un intero ghenos (γένος, stirpe, genere), imputato complessivamente né più e né meno alla pari del suo individuale rappresentante inquisito. L’acclamazione finale degli astanti, partecipando alla contesa, entrava giusto nel merito della questione e sanciva l’inappellabilità dell’arbitrato. Nel dar sfogo alle emozioni, questo conclusivo grido rituale sanzionava la sacralità dell’intera formulazione.

 

Una traccia della profonda solidarietà che anticamente regolava il rapporto tra metallurgia, monetazione e giustizia con molta probabilità è stata conservata anche da Omero quando accenna fuggevolmente a Themis, la forma divina primordiale che ha sostanziato l’arcaico diritto sacro, la stabilità armonica della società, i rapporti fra gli uomini, tutto il dominio della vita affettiva, una giustizia umana che rivendicava i propri fondamenti celesti e l’ordinato svolgimento dei ritmi cosmici.” – scrive Nuccio D’Anna, in “Le radici sacre della monetazione” (Solfanelli, Chieti 2017), citando una definizione del grecista e storico delle religioni elvetico Jean Rudhardt (1922-2003): “la thémis… est une exigence ressentie, le désir ou le besoin d’inventer des conduites propres à assurer une entente… des conduites propres à assurer la paix et l’équilibre d’une société…” (“Thémis et les Hôrai. Recherche sur les divinités grecques de la justice et de la paix”, 1999).

 

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Lo scudo d’Achille

 

Nel descrivere l’imago mundi rappresentata da Hephaistos sullo scudo d’Achille, Omero (Iliade : XVIII, vv. 478-607) disegna una mappa celeste incentrata su di una serie di stelle fisse, seguendo un calendario scandito dalla levata di Orione, Arturo, le Pleiadi, le Iadi… Nelle sue intenzioni, la raffigurazione avrebbe forse permesso d’osservare quasi lo stesso principiare di quell’illud tempus delle origini, coincidente con l’omphalos dal quale gli archetipi si sarebbero andati a formare. Un capolavoro artistico che però costituiva anche un oggetto sacro (agalma) forgiato con lo scopo di ripercorrere il medesimo atto cosmogonico. I ritmi creativi si sarebbero così uniformati alla primitiva idea divina. E, nella successiva processione nuziale, le umane “forme formate” avrebbero ripetuto il miracolo di mettere ordine nelle ancestrali cosmiche “forme formanti”. Di seguito, questa allegorica ricomposizione si manifesta nuovamente, in termini diversi, nello svolgimento d’un “processo”, durante il quale la legge sacra si coniuga con quel diritto pubblico in grado di regolare la consuetudine dei rapporti sociali.

 

La Díkē (Δίκη, Giustizia)

 

La Díkē (Δίκη, Giustizia), i giudici la esercitano impugnando lo scettro, seduti in circolo, in seno al quale trovano posto “due talenti d’oro”. La collocazione riprende l’abitudine di porre “al centro” il premio, un prezzo, o il bottino da consegnare al prescelto dal Destino, mediante un “sorteggio”, che sia allo stesso tempo formulazione interrogatoria d’un oracolo, ma che avrebbe pure costituito la più arcaica e sacra fonte d’un diritto ancora in nuce. L’equa ridistribuzione dei beni avrebbe ripristinato ogni alterato equilibrio, come per armonizzarlo all’oblazione.

 

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Un sistema sessagesimale

 

Nel mondo babilonese, il valore della varietà monetaria che, secondo Sir Arthur John Evans (1851- 1941), nella tarda età del bronzo, circolava negli insediamenti delle isole del mar Egeo, veniva calcolato in relazione al sistema sessagesimale dei “sicli” (“unità di peso”, dall’ebraico shaqal, pesare): sessanta sicli una “mina” (altra unità di misura, in greco μνᾶ, mna, mana), dieci mine un pélekys (πέλεκυς, ascia bipenne), sei  pélekys un “talento”, che finiva col sintetizzare questo complesso simbolismo astrale. Nella Bibbia (Secondo libro dei Re: 18, 14), si menziona l’equivalenza del Kikkar con sessanta manah.

 

Il bue e i talenti omerici

 

Con buona approssimazione, secondo l’archeologo Sir William Ridgeway (1858-1926), i talenti omerici non potevano se non accostarsi al valore “ponderale” di quell’animale sacrificale, il bue, a cui si commisuravano tutti gli altri beni, negli agoni come nei contesti sacri, e proprio in funzione di quel sostrato simbolico che riconduceva tutti i fenomeni umani e gli accadimenti terreni agli archetipi celesti e a numeri assimilati alle divinità.

 

Sole (Oro), Luna (argento), e Venere (rame)

 

Nell’impianto ellenico di pesi e misure, il numismatico Ernesto Bernareggi (1917-1984) non riscontrava solo le influenze orientali di tipo mesopotamico, ma persino quelle remote dell’India. Il sistema monetario babilonese, comunque, si basava su un rapporto tra oro (sole) e argento (luna), pari al computo dei rispettivi movimenti astrali, e dunque i circa trecentosessanta giorni dell’anno contro i circa ventisette del mese. Rispetto all’argento, il rame, indispensabile per ottenere le leghe metalliche, come il bronzo, manteneva il medesimo rapporto sessagesimale derivato dal ciclo del pianeta Venere (o Afrodite, da Afërdita, Afër-vicino, e dita-giorno, in riferimento all'alba, e di conseguenza alla stella del mattino), nei confronti di quello del nostro satellite.

 

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La radice etimologica “tla-“ (tal-)

 

L’etimologia del termine talento riconduce alla bilancia (τάλαντον), come pure alla “sopportazione” (ἔτλην) e alla “tolleranza” ( Ἄτλᾱς, Atlante e Atalanta, Αταλάντη, "in equilibrio"), tanto più che alla medesima radice tla-, o tal- (dal significato di “sostenere”), va ricondotto il concetto di peso, ripetuto nelle unità di misura di libbra, litro, e lira (dal latino libra). Cosicché i piatti della bilancia (τάλαντα) che avrebbero dovuto oscillare, sotto la gravità di ciò che vi veniva deposto sopra, divennero a loro volta valore e divisa di grandezza.

 

L’identità simbolica tra gli strumenti per la misurazione del peso e le monete sarebbe stata avvalorata da quella leggera incavatura dei primi riportata poi in molti esemplari delle altre, in modo da caratterizzarle in maniera sostanziale, per cui il dispositivo del computo e dell’apprezzamento sarebbe divenuto esso stesso calibro simbolico e valuta.

 

L’asse polare

 

L’archetipo originario è costituito dall’asse polare inteso quale perno, da cui si sviluppa la rotazione celeste, la quale, come piattaforme d’equilibrio, allude alle due Orse, o i due Carri. Gli oggetti forgiati dai metallurghi servivano al compimento di questa armonizzazione che rendeva la pesatura rituale complementare alla giustizia sacra in un sostrato religioso che il filologo, giurista e storico francese Louis Gernet (1882-1962) faceva rientrare nel complesso di ciò che non poteva essere definito se non un “pre-diritto”, determinato dall’anticipazione d’una stima peritale pre-ventiva.

 

Il peso dell' «aurum gallicum»

 

Dallo stesso sostrato “para-religioso” sarebbe scaturito il gesto sprezzante, eppure emblematico d’una prerogativa di sovranità, regale e magico sacerdotale a un tempo, compiuto, nel pronunciare la famosa frase "Vae victis!", dal gallo-celta Brenno di fronte a un Marco Furio Camillo che lo affronta sul tema dell’adeguata compensazione: “Non auro, sed ferro, recuperanda est Patria”.

 

Il Kairòs e la Spada

 

Le consuetudini dell’ordalia attribuivano alle spade requisiti sovrannaturali, con funzioni di agalmata, dimodoché il rapporto specifico del diritto sacro non andava controbilanciato tanto da un valore ponderale, quanto da quello simbolico ch’esso rappresentava. Nel trattare questo argomento, lo specialista francese di storia romana Jean Gagé (1902-1986) accosta, in una “tempistica cairologica” (da Kairos, καιρός), quelle che potevano essere le motivazioni dell’episodio leggendario a delle superiori, “supreme”, mitiche, valutazioni di momentanee opportunità da cogliere.

 

Oblazione

 

Il ristabilimento dell’armonia alterata passava attraverso la consegna di una materia inerte che l’artefice trasformava in palpitante agalma da tradurre dunque in “offerta votiva”. Il binomio bue/metallo prezioso ridefinisce il pagamento di un pegno quale sacrificio e oblazione commisurati a una pesatura sotto forma di ineffabile giustizia divina. L’esito di questo tipo d’interrogazione oracolare riformula quell’ambito che il filologo tedesco Kurt Latte (1891-1964) definì alla stregua d’una “multa sacra”.

 

Alla simbologia della mano destra riporta invece l’episodio, raccontato da Livio (II, 13), riguardo il comportamento tenuto da Muzio Scevola nei confronti di Porsenna, per indurlo a desistere dall’assedio. L'interazione dunque tra raziocinio e prassi prevede forse una sfida tattile che dia prova della qualità del giuramento?

 

Augurio o maledizione

 

Per lo storico olandese Johan Huizinga (1872-1945), le varie posizioni assunte dagli oggetti soppesati sui piatti della bilancia ordalica, interpretate pertanto con modalità oracolari per decretare il fato dei contendenti, avrebbero ripercorso i diversi presupposti a fondamento dell’imparzialità d’ogni giudizio divino, alla stessa stregua del cerimoniale d’un esercizio ricreativo.

 

Il filologo Tedesco Hans Julius Wolff (1902-1983) annotava come l’acclamazione finale, insistendo financo sul merito dell’antagonismo, facesse parte integrante di una liturgia che non richiedeva ulteriori forme d’immolazione. Arcaici segni pre-monetari, quindi, trofei, premi, o ricompense, veicolano simbologie ricostruttive dell’ordine cosmico, inserendosi a pieno titolo, nello stesso schema rituale “ludico”, inteso proprio nel suo primitivo senso etimologico di “esultare” (dalla radice sanscrita lug-, rug-, reg-, saltare per il tripudio).

 

D’altro canto, anche le pedine che si spostano sulla tavola/scacchiera (πεσσεία), strutturata sullo schema base di tre quadrati concentrici, tenuti insieme da assi perpendicolari, obbediscono a un’interrogatoria “gettata” di dadi, sottintendendo sempre l’implicita richiesta di conoscere un volere superiore, anzi il supremo, in analogia con la rappresentazione astronomica, che nella πεσσευτήριον, riproduce il moto celeste delle stelle.

 

Tra la figlia incorrotta di Zeus e di Themis (Θέμις), Diche (Δίχη), e il verbo greco “gettare” (διχείν), corre la suggestione d’una comune radice etimologica, che abbina il simbolismo della giustizia ancestrale a quello della fatalità, e così il logos processuale alla prassi di un gioco antichissimo, che comunque attiene alla medesima sfera spirituale dalla quale è pur sempre emerso il “pre-diritto”, ancora di pertinenza delle pre-veggenze d’un sacerdote, mago, indovino, il quale avrebbe dovuto necessariamente interpretare il significato più sacro dell’intero iter della consultazione. Come dall’oscillazione dei piatti della bilancia, la posizione delle pedine sulla tavola; e poi dalla traiettoria di caduta dei dadi al risultato numerico, in riferimento simbolico rispettivamente ai moti degli astri e all’ordinamento cosmico sollecitato. Le thémistes che ne scaturivano erano divini enunciati, prescrizioni oracolari, o semplici precetti, in grado di “orientare” la giustizia secondo gli opportuni accorgimenti “cairologici” d’una supremazia delle circostanze.

 

Bibliografia essenziale

 

Bernareggi E., Istituzioni di numismatica antica, Cisalpino-Goliardica, Milano 1973

D’Anna N. , Le radici sacre della monetazione, Solfanelli, Chieti 2017

Gagé J., La balance de Kairòs et l'épée de Brennos: à propos de la raçon de l'«aurum gallicum» et de sa pesée, Revue Archéologique, 43, 141-176, 1954

Gernet L. Jeux et Droit (remarques sur le XXIIIe chant de l'Iliade), Comptes rendus des séances de l'Académie des Inscriptions et Belles-Lettres, Volume 91, Numéro 4, pp. 572-574, Année 1947

Gernet L., Anthropologie de la Grèce antique, Maspero, Paris 1968

Huizinga J., Homo ludens. Versuch einer bestimmung des spielelementest der kultur, Pantheon akademische Verlagsanstalt,  Amsterdam/Leipzig 1939

Latte K., Heiliges Recht. Untersuchungen zur Geschichte der sakralen Rechtsformen in Griechenland, Mohr, Tübingen 1920

Mazzeo M., «Ci metto la mano sul fuoco»: maledizione, ordalia, giuramento, Rivista Italiana di Filosofia del linguaggio, 6, numero speciale (Linguaggio e istituzioni. Discorsi, monete, riti - Sezione 3. Linguaggio e rito), pp. 284-297, 2013

Rudhardt J. , Thémis et les Hôrai. Recherche sur les divinités grecques de la justice et de la paix, Droz, Genève 1999

Ridgeway W., The omeric talent, its origin, value and affinities, Journal of the Hellenic Studies, VIII, 133-157, 1887