Saggi Storici di Andrea Vitali

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Trattato del debito del Cavalliero - 1596

Di Pomponio Torelli, Conte di Montechiarugolo

 

Pomponio Torelli, nato nel 1539 da Paolo, Conte di Montechiarugolo, piccolo paese sulle colline del parmense, all’età di sei anni ereditò la contea, essendo il padre deceduto nel 1545. L’anno successivo morì anche la madre per cui Pomponio, essendo minorenne, passò sotto la tutela del Duca di Parma. Divenuto adulto svolse incarichi importanti per i Farnesi sia in Italia che nelle Fiandre, poi a Parigi e a Madrid, suscitando per questo una notevole invidia fra i cortigiani della corte dato che, fra l’altro, grazie a lui i Farnesi si videro restituire da Flippo II di Spagna la città di Piacenza. Dopo essere stato precettore di Ranuccio I Farnese, nonostante l’affetto da lui provato verso il suo discepolo che nel frattempo era divenuto reggente del ducato, lasciò la corte per ritirarsi definitivamente nella sua città natale, spegnendosi in seguito a Parma nel 1608.

 

Pomponio svolse anche un importante ruolo in campo letterario: oltre alle Rime (1575) e ai Carmina, sei libri in latino (1600), fu rinomato per aver composto le seguenti tragedie che lo resero il più importante tragediografo di fine secolo: Merope (1589); Tancredi (1597), Galatea (1603), Vittoria su Pier delle Vigne (1605) e Polidoro (1605), componimenti tutti fondati sul conflitto tra le ragion di stato e gli affetti personali.

 

Di nostro interesse è una sua ulteriore opera dal titolo Trattato del debito del Cavalliero pubblicata nel 1596 a Venezia, dove oltre al suo nome come Conte di Montechiarugolo, si firmò anche come ‘Il Perduto’, nome assunto all’interno dell’’Academia de’ Sig. Innominati di Parma’ (1).

 

Il libro che venne dedicato dal Torelli a Ranuccio Farnese, in cui “tutte le virtù cavalleresche, mirabilmente, & gloriosissimamente risplendono”, si configura come una sorta di galateo e nel contempo di etica di comportamento.

 

I temi trattati dall’autore spaziano sui più svariati argomenti citati nella ‘Tavola delle Cose più Notabili’ dalla A alla Z.  Fra questi troviamo quali esempi:

 

Nel ragionare

Aiuto da porgersi dal Cavaliero a chi sia caduto in errore

Ambitione da sprezzarsi

Amore

Ballo

Caccia

Giuoco

Honorare altri

Fornirsi di virtù

Ecc.

 

Si tratta di insegnamenti validi sia su come comportarsi a corte (ballo, caccia, giuoco) sia su come ben pensare e operare in modo virtuoso per piacere a Dio.

 

Nella "Parte Quarta ove si tratta de i debiti nelle ricreationi” l’autore parla di come un Cavaliere dovrà atteggiarsi in occasione dei giochi che egli distingue nelle tre classiche tipologie del tempo, ovvero giochi di fortuna, d' ingegno e di fortuna e ingegno assieme:

 

“I Giuochi sono di trè maniere; perche ò sono di fortuna, ò d'ingegno, ò di fortuna, & d'ingegno insieme. Chiamo di fortuna, ove la sorte ò sola, ò principalmente ha luogo, & l'ingegno poco […]. Tali sono i giuochi dei dadi soli, & delle carte, che à dadi somigliano, ove la semplice carta senza ingegno s'adopra; […]. D'ingegno chiamo quei giuochi, ove la fortuna non v'ha parte, se non secondariamente […], tale è il giuoco degli scacchi, delle tavole sole, ò altro giuoco simile si ritrova […]. Il terzo giuoco è mischiato di fortuna, & d'ingegno; ove l'ingegno, nei casi difortuna s'adopra, ò per vincere, ò per fuggire perdita maggiore, al quale (come dicemmo parlandodella prudenza) i savi assomigliano la vita nostra,tale è il giuoco delle tavole, accompagnato co’ l dado, & quasi tutti i giuochi di carte: ò s'altri simili si trovano”.

 

Per l’autore, i più consoni ai Cavalieri, sono i giochi dove la fortuna necessita anche dell'ingegno, annoverando fra questi anche alcuni giochi di carte, fra cui la Primiera. Ma ciò che interessa al Torelli è porre l’accento su come dovrà comportarsi un vero Cavaliere il quale dovrà sempre tenere a mente che da questi giochi, che servono esclusivamente per la ricreazione, dovrà sempre essere bandita ogni forma di avarizia (2), sdegno e interesse, senza parlare poi degli inganni, come il segnare le carte, poiché sarà solo attraverso il ricorso all’ingegno che l’onesto Cavaliere potrà rimediare ai propri errori:  

 

“Questi paiono à me più communi, & appropriati alla ricreatione di ciascheduno, & trà essi lo sbaraglino, ò toccadigli con dadi, & primiera con le carte. Ne' quai giuochi, altro non è da ricordare al Cavalliero, che il fine loro, che è la ricreatione; onde ogni avaritia, ogni sdegno, ogni interesse dal giuoco deve essere sbandito. Ne parlohora dello inganno, ove sta il vituperio, di conoscere, ò segnar le carte, ò piantare il dado; perchetroppo torto si faria all' honor puro, & candido del Cavalliero; il quale ciò, che è della fortuna, che è il tiro del dado, ò la carta, che tocca all'uno, & all'altro, lascia liberamente alla sorte, & lo ingegno adopra poi, nell'emendare, ò valersi del tiro, & delle carte”.

 

L’autore pone poi l’accento su come il Cavaliere dovrà comportarsi al tavolo da gioco evidenziando la necessità di non mostrarsi mai alterato, di non storcere il naso né inarcare le ciglia, di non mostrare allegrezza in caso di vincita o, in caso contrario, manifestare malinconia. Infine sollecita ogni Cavaliere a giocare, sempre beninteso per un’esclusiva finalità ricreativa, solamente con compagni onesti o per debito di servitù, allorquando, ad esempio, un’autorità avesse richiesto la sua presenza. In tutti gli altri casi il suo giudizio è che il cavaliere si debba astenere dal giocare, poiché abitudine difficile da estirpare, ma soprattutto per evitare di dover conversare con uomini viziosi. Infine, il Cavaliere potrà giovare maggiormente all’amico astenendosi dal gioco, donandogli o prestandogli denari di cui necessitasse in altre occasioni, perchè se gli prestasse denari per pagare debiti al gioco sarebbe cosa che non aiuterebbe nè l'amico nè il Cavaliere.

 

“Nè mostrerà alteratione alcuna; perche l'un punto, più che l'altro gli venga, nè storcerassi (come fanno molti (nè inarcheràciglio, ò farà movimento, nè mostrerà soverchiaallegrezza, ò maninconia, che questi sono segni d’avarizia, di desiderio di soprastare, ove non siconviene, di persona, che non si ricordi d'essersi commesso alla sorte”. Et quando si sarà ricreato, havrà sempre l'occhio, che il giuoco non è fatto per affaticarsi, è tanto spenderà di tempo nel giuoco, quanto honesta compagnia, ò debito di servitù, ò bisogno di ricrearsi comporteranno. Et occorrendo, che non potendo per queste occasioni far di manco, giocasse, & perdesse, non mostrerà di ciò alteratione alcuna, havendo compassione alla pusillanimità di quelli, che per perdita si disperano; nè è meraviglia, se poco si curano, & dell' honor proprio, & talhor di Dio stesso, poiche per guadagnare l'hanno tralasciato, & mancato a quel debito, che tengono, alla riputatione, & utile della loro famiglia Consiglio bene il Cavalliero a fuggire più che potrà il giuoco, per gli molti pericoli, che in esso sono; & per non farvi l'habito, poi difficile a rimovere; & per fuggire l'occasione di conversare con vitiosi, i quali tengono, che amicitia non si ritrovi, che il giuoco non congiunga. Cosi non vedrà il Cavalliero in altri quelle indegnità, ch'egli è obligato di detestare in persona nobile, & di qualità; ma non biasmerà però mai qualunque usi del giuoco, come si deve. Ma poiché altre ricreationi, & più honeste, & più sicure non mancano, terrò per più accorto, chi più dal giuoco si scosterà; che meglio assai gioverà il Cavalliero all’amico donandogli, ò prestandogli in occasione di bisogno di denari, che se gli perdesse a dadi, ò seco ò con altri, che ne a se, né all’amico giovasse” (3).

 

Note

 

1 - Pomponio Torelli, Trattato del debito del Cavalliero, Appresso Giovan Battista Ciotti Senese al segno dell’Aurora, 1596.

2 - Sul significato dell’avarizia, considerato peccato d’avidità, si legga il nostro saggio Maledetta sie tu, antica lupa.

3 - Pomponio Torelli, op. cit. La disamina sul gioco da noi riportata si trova da p.158v a p.160v.

 

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