Saggi di Andrea Vitali

Del Minchionare

e della Minchionaggine. Storie di furbizia e dabbenaggine

 

Per completezza d’informazione in riferimento ai termini derivati dalla parola minchiata nel suo significato da noi descritto alla nota 1 del saggio Del Minchione, sono qui presi in considerazione il verbo Minchionare e il sostantivo Minchionaggine, di cui offriamo alcuni esempi tratti dai tempi passati.

 
Minchionare

Per il Vocabolario della Crusca minchionare significa “burlarsi di chicchessia” (Lat. Illudere, irridere), cioè prendere in giro, ingannare.

 

Dal paragrafo “Sistema Menzogna” del saggio Trattato della Menzogna e dell’Inganno (1) fra i verbi e le espressioni attinenti alla voce Ingannare troviamo Minchionare assieme a Taroccare, termine quest’ultimo che ha acquisito tale significato solo in tempi pressoché recenti.

 

Ingannare

 

Abbindolare, accalappiare, acchiappare, adescare, aggirare, abbacinare, allucinare, barare, bidonare, bubbolare, buggerare, buscherare, cambiare le carte in tavola, circuire, ciurmare, darla da bere, defraudare, falsificare, fare sotterfugi, fottere, fregare, illudere, impaniare, infinocchiare, gabbare, imbrogliare, impappinare, impappolare, impastocchiare, imposturare, inculare, inscenare, intortare, irretire, menar per il naso, mettere nel sacco, minchionare, mistificare, pigliar nella rete, pigliare nel tranello, raggirare, subornare, taroccare, tendere la rete o la trappola,  tenere una condotta decettiva-maliziosa, tesser cabale, tirare un pacco, tramare, trappolare, travisare, trescare, trombare, truccare, truffare, turlupinare, usare stratagemmi, vender fumo.


Il nobile mestiere di un Lanzichenecco


Di Schärtlin Sebastian von Burtenbach, lanzichenecco per fede e professione, riportiamo informazioni sulla vita tratte da Il Sacco di Roma di Giovanna Solari:

“Schärtlin Sebastian von Burtenbach non venne al mondo cava­liere. Tale, per meriti di guerra, fu creato tra i non ancora dissolti fumi della battaglia di Pavia, mentre diecimila svizzeri affogavano nel Ticino per la fretta di fuggire e, il disarcionato re di Francia ansimava sotto le ammaccature e lo sgomento della sconfitta memoranda.
Schärtlin militò al soldo dall'anno di grazia 1518. Scese in campo, la prima volta, poco più che ventenne, ai servigi del celebrato Michel von Achterdingen, intendente della Cesarea Maestà di Massimiliano I. A Pentecoste di quell'anno tornò nella sua casa di Schorndorf con millecinquecento fiorini. Com­batté poi contro il re di Francia nelle Fiandre, in Provenza, in Picardia. Servi il re di Svezia e Danimarca per aiutarlo a rioccupare il trono dopo i massacri di Stoccolma, avendone in compenso duecento fiorini.
Sempre Schärtlin si fece pagare in moneta sonante e al soldo aggiunse il bottino.
Amò la guerra non solo come arte faticata ma come profes­sione artigianalmente meticolosa e ne ebbe in premio una delle più smaltate carriere di uomo d'arme del suo secolo.
Qualunque fosse la turpitudine del suo agire, considerò la crudeltà un attributo indispensabile del mestiere, allo stesso modo che un orafo ha da essere preciso, e forzuto colui il quale lavora di vanga.
E fu anche avidissimo allo scopo di assicurarsi una ricchezza che riteneva ormai degna del suo rango.
Nella dura arena europea in cui spesso da nemici si diven­tava 'amici e viceversa, cambiò più volte insegne e padrone.
Negli anni maturi fu agli stipendi del re di Francia che tanto strenuamente aveva combattuto in gioventù.
Gli orrori delle guerre e la gravità maestosa e ripugnante delle tragedie in cui fu coinvolto non appannarono la inquie­tante serenità del suo carattere. Alla brutalità, alla sopraffazio­ne mercenaria fecero riscontro la costanza affettiva, la pulizia di una civilissima esistenza privata.
Fu marito devoto di Bar­bara von Stenda, ebbe moltissimi figli e moltissimi nipoti di cui annotava la nascita con cura, al pari dei guadagni.
Nel 1533, in parte coi proventi del Sacco di Roma, costruì il castello di Burtenbach, soave villaggio non lontano da Augu­sta, che raggiungeva tra una guerra e l'altra, nel brontolio delle tregue. Qui, ottantenne, dopo un lungo e fermo crepuscolo, si congedò da schiere di figli, generi, nuore e nipoti, patriarca trionfante" (2).


Se abbiamo riportato la vita di questo lanzichenecco, è per far meglio comprendere i suoi atteggiamenti e le sue azioni descritti dal medesimo e da conquistatore, in occasione del sacco di Roma del 1527.


Questi alcuni passi dalle sue  annotazioni:


“ Oggi il papa ha pagato il valsente [prezzo] di settantamila ducati ottenuto col fondere vasi, calici, ostensori, tiare e doppieri. Io non credo che egli non abbia altri denari come in lacrime va protestando. Piuttosto tengo per fermo che ci voglia minchionare tutti con i suoi pianti e i crogioli del suo orafo toscano. Il debito resta di oltre trecentomila scudi e, per fede mia di leal soldato, giuro che glieli caveremo tutti” (3).


“Le guaste femmine di questa città, patria di ogni brutto vivere, hanno accoccato il male il male venereo ai lanzi. Io li avevo diffidati a schivare le magagne di coito impuro e usare solo con monache e donne immacolate, Ora si dolgono della mala sorte e non c’è n’è uno che vada sanando” (4).


“Stavo per giacermi con certa Arcifànfana (5), puttana rinomata, fatta a punto per i gusti miei. Ma su lussuria prevalse saggezza. Da quando sono a Roma ho forzato quattro vergini soltanto e dato il benservito a due matrone accostumatissime: sicché ora, tra tanti infermi in punto di perdere il membro virile, mi rallegro di possedere una verga che pare una perla nel bambagio” (6).


Un marito alla moda


Dalla commedia Il Marito alla Moda di Giovan Batista Fagioli (1660-1742), la cui vita abbiamo illustrato in altro saggio (7), riportiamo due passi contenenti il termine minchionare:


Atto Terzo - Scena VII


Sempliciano


“Ma s' io torno dalla sposa e che vi sia qualcuno, se io non lo so, corro risico di fare il terzo errore . Farò una cosa, cercherò prima della Menica, che è quella che m'insegna le creanze, e com’io ho a fare per far bene da marito garbato. Nò nò, nò, io non mi vo’ far minchionare, vo’ fare il mestier dell’ammogliato con tutta la garbatezza possibile; perché io sento dire, che ci son tanti mariti, che lo fanno pur male, e non vogliono imparare; uh son pur buoi! tirano innanzi, e non si vergognano: io nò vè, vò imparar bene io. Eh non son minchione” (8).


Atto Terzo - Scena  XIV             

 

Sempliciano

 

“Però dunque io comando, che in casa mia non voglio che si faccian le cose all’antica, ma tutto sempre all’ultima usanza; perché io non voglio fare errori con discapito anche de’ vantaggio vostri e della casa: e di più anche, che noi ci facciam minchionare: e voi sposa badateci, e badateci bene, ve lo dico innanzi, io voglio essere un marito garbato e ben creato, e mi vo’ far’ onore” (9).

 

Sulla maschera che incute paura

 

Dalle opere in prosa del medesimo autore, riportiamo un passo di una Cicalata in cui viene descritta la maschera scenica che i Latini utilizzavano per rappresentare nelle commedie personaggi paurosi. Da essa, caratterizzata da una “deforme apertura di bocca, con ispida e arruffata barbaccia, orecchi satireschi, e corna caprine” (10) fecero derivare la maschera delle Larve, utilizzata per le spaventevoli apparizioni, e quella indossata da coloro che recitavano la parte di un servo balordo e ridicolo “la qual pur chiamasi Larva, pretendendo con essa mettere un vano ridicoloso timore; il che facilmente ne’ fanciulli seguiva” (11).

 

Cicalata Seconda detta nell’Accademia degli Apatisti la vigilia di Berlingaccio.

 

“E d’una simil maschera ancora si serviron quei due rinomati dipintori Bruno e Buffalmacco,  per mettere terrore, e minchionare quel goffo Medico di maestro Simone da Villa, a cui d’introdurlo in una certa loro allegra conversazione avevan dato ad intendere; dicendo il Boccaccio tal fatto, al suo solito graziosamente contando, che la maschera aveva viso di Diavolo, ed era cornuta; il che corrisponde colle nostre Befane ed Orchi, e col terribile Bau, tutte maschere e figure, inventate pe far paura a’ bambini cattivi, delle quali, chi potesse vedere alle Decime i continuati passaggi per retta linea, da queste Larve infallibilmente discendono; il ritratto delle quali anche a’ dì nostri conservasi ne’ mascheroni da fogna, da fontana, e più anticamente da acquajo; come si cava dall’allegoria dello Stradino sopra le Metamorfosi d’Ovidio

 

Ma dato che voi fuste un marocchino

     Da lettuccio, se non bracciuol da scala

     O un mascherone in faccia d’un acquajo” (12)

 

L’origine della Poesia da gioviali riunioni

 

Ad Isaac Casaubon (1559-1614), erudito e filologo francese, si deve l’esatta datazione degli Hermetica (I e II secolo d.C.) da lui esposta su basi filologiche nell’opera De rebus sacris et ecclesiasticis exercitationes del 1614 (13). Prima di questa datazione quegli scritti erano ritenuti antichissimi, opera di quell’Ermete Trismegisto considerato contemporaneo di Mosè e il più grande filosofo e saggio egiziano, inventore della scrittura, delle lingue e delle scienze. Casaubon, nel Della satirica Poesia de’ Greci e della Satira de’ Romani, ritenne che la poesia satirica, la tragedia così come la commedia e il ballo, dovessero derivarsi da riunioni, adunanze (ragunate) di carattere gioviale in cui gli uomini si intrattenevano mangiando, e divertendosi prendendosi in giro scambievolmente. Da tali motteggiarsi a vicenda nacquero, col tempo, il ritmo poetico con i relativi suoi metri.

 

Libro Primo - Cap. I

 

“La prima origine dunque della Satirica Poesia, e della Tragedia, e della Commedia non meno, da quella Ragunate far venire si dee, le quali gli antichissimi mortali, dopo le ricolte, furo usi di ragunare; acciocchè avendo da rendere grazie agl’Iddii, dessero opera a i Sacrifici;  e ponendo giù la memoria delle sofferte fatiche, l’animo rilassassero, e a giocondità si donassero. Quivi allora gli uomini liberati da’ pensieri, e al genio compiacendo, e di vino pieni, per muovere le risa, comini crono a dir motti, e a proverbi arsi l’un l’altro, e i propri vizi, o disonesti fatti a raffaciarsi; Conciosiacchè i motti più acerbi eziandio, colla libertà della tavola, e coll’essere allegri, e avvinazzati, scusavano. Che questi son regali della mensa, come dice il poeta; al che mirò Prometeo presso Luciano, allora quando parlando a Giove, e la fraude scusando, colla quale dalle vivande l’avea gabbato; pretende che tutta la grazia, e la precipua utilità de’ conviti, nella licenza degli scherzi, e del ridere, e del inchinare sia posta. Se si togliessero, dice egli, da i simposi gentilezza siffatte, la burla, e il motteggio, e lo scambievole satireggiare, e uccellarsi; quel che rimane è ubriachezza, sazietà, e silenzio, negozi scuri, e spiacenti, e che pochissimo, anzi nulla a simposio convengono. Così appoco appoco da questi principi l’uso invalse nelle solennità de’ dì di festa; la riuscita medesima, e ‘l piacere, che da ciò tutti sentivano,  nutrendo e aguzzando gli studi de’ più galanti,  mentrechè frattanto per ben lungo tempo arte alcuna non vi mettevano, ma col solo impulso della natura, e singoli sfidavano singoli, e più in branco sfidavano molti con sì fatti più liberi detti, tanto tra ‘l mangiare, quanto appresso mangiare, per cagione della loro, e dell’altrui dilettazione. E insiememente ancora sotto misure gl’incomposti piedi moveano più tosto, ch’essi danzassero; donde finalmente nati sono i chori, e i balli, e le saltazioni a battuta, e per conseguente la Poesia medesima; la natura appoco appoco conducendo a segno, che sì le parole, ch’ e’ dicevano, come i piedi, ch’ e’ movevano, stringessero, e obligassero a numeri; per numeri io qui intendo metri, ritmo, e armonia” (14).

 

‘Dare la berta’ e ‘mettere nel sacco’

 

A Lorenzo Lippi, soprannominato Perlone Zipoli, abbiamo dedicato lo specifico saggio Il Malmantile Racquistato, sua opera principale (15). Nello stesso componimento troviamo tre espressioni divenute celebri nel tempo e che furono utilizzate da molti altri autori per descrivere certi atteggiamenti di “presa in giro”. La prima è “minchionare la fiera”, cioè andare per la fiera senza avere intenzione di acquistare alcunché, vale a dire che l’interesse dimostrato verso alcuni oggetti in realtà si manifestava come una presa in giro dei venditori. La seconda è “dare la berta”, modo di dire divenuto assai famoso assieme a “mettere nel sacco”, cioè gabbare, minchionare.

 

Alle ottave di nostro interesse abbiamo fatto seguire le relative Annotazioni compilate da Luigi Portirelli, così come riportate in un’edizione dell’opera (16) di cui il Polverelli curò anche le note riportate al termine di ciascuna strofa.

 

Cantare Quarto - Stanza 15 (17)

 

Or perché Franco ed egli ogni maniera

Procuran sempre di piacere altrui;

Di Perlone dan conto: e dove egli era,

Di conserva d’andar con gli altri dui:

Là dove minchionando un po’ la fiera,

Il Franco disse lor: Questo è colui,

Che in zucca non ha punto, anzi ragionasi

D’appicargli alla testa un Appigionasi. (1)

 

(1) Appigionasi = Affittasi [dato che aveva la testa vuota c’era lo spazio per mettervi il cartello che indicava che la casa era disponibile ad essere affittata]

 

Annotazioni al Quarto Cantare - Stanza 15


Minchionando un po' la fiera. Minchionare
è il latino deridere. Quell'aggiunta di fiera è solita mettervisi, forse da coloro, che non avendo voglia di comprare, passeggiano per le fiere, domandando del prezzo di questa o di quella cosa, e non offerendo niente o pochissimo, stanno a vedére a osservare chi compra (18).


Cantare Quarto - Stanza 47  (19)

 

Né tal cosa a persona avrei scoperta,

Ma perché tuttavia la gente sciocca

Ridea del rospo, e davami la berta;

Ed io, che quand’ella mi venne in cocca, (1)

Non so tenere un cocomero all’erta, (2)

Mi lasciai finalmente uscir di bocca,

Che quel non era un rospo, ma in effetto

Un gratioso e vago giovinetto.

 
(1) in cocca = in collera
(2) Non so tenere un cocomero all’erta = non può fare a meno di non parlare (poiché il cocomero, essendo sferico, facilmente rotola giù per l’erta, cioè per una discesa, è paragonato alla persona che non sa tenerlo fermo colui che non è capace di stare zitto).

 

Annotazioni al Quarto Cantare - Stanza 47

 

Davami la berta.

 

"Dovami la berta. Raccontano le donne, che un sagace villano, nominato Campriano, essendo venuto in mano della giustizia per le sue cattive opere, fu condannato a esser messo in un sacco, e buttato in mare, in esecuzione di che fu messo dentro al sacco, e consegnato a' famigli, che lo buttassero in mare. Nell'andar costoro ad eseguire gli ordini imposti, furono per istrada assaliti da alcuni masnadieri, i quali si crederono, che in quei sacco fosse roba di valore; onde i famigli per iscampar la vita, lasciato quivi il sacco con Campriano, si fuggirono. Campriano piangendo si doleva della sua disgrazia; il che sentito da uno di quei masnadieri, gli domandò perchè piangeva, ed a qual fine era stato messo in quel sacco. Il sagace Campriano gli rispose: lo piango di quel, che altri gioirebbe, ed è, che questi Signori voglion darmi per moglie Berta unica figliuola del Re nostro, ed io non la voglio, conoscendomi inabile a tanto grado, per esser un povero villano. E perché essi dicono, che se ella non si marita a me, l' oracolo ha detto, che questo Regno andrà sottosopra, mi hanno messo in questo sacco per condurmi a farmela pigliare per forza; e questa è la causa del mio pianto. II masnadiero credendo alle parole di costui si concertò co' compagni d' andare esso a pigliare questa buona fortuna, e ripartirla con essi; onde fattosi mettere dentro al sacco da Campriano, che non restava di pregarlo a volergli far del bene quando fosse poi Re, fece allontanare i compagni, e serratolo entro al sacco stette aspettando, che ritornassero coloro, i quali non istettero molto a comparire con nuova gente: e veduto quivi il sacco abbandonato, lo ripresero: ed essendo giunti alla riva del mare, ve lo precipitarano, e cosi sposarono a Berta il balordo masnadiero. E di qui venne dar la berta o la figliuola del Re, che vuoi dire burlare, minchionare. Si dice anche dar la madre d'Orlando; perché da alcuni si créde, che la madre d'Orlando Palatino avesse nome Berta" (20).


Senza la virtù il prete si fa minchionare


Il Magazzino toscano d’istruzione e di piacere del 1775 riporta scritti di Giovan Santi Saccenti da Cerreto Guidi (1687-1749), autore già da noi menzionato in alcuni articoli (21). Nel Capitolo Al Figliuolo che s’ordina in Sacris, cioè che si fa prete, il Saccenti elenca una nutrita serie di situazione che ogni buon religioso doveva rifuggire, oltre a dare suggerimenti e stimoli di buon comportamento. Così lo scritto si configura come una ironica critica del mondo dei religiosi, ad iniziare già dalle prime battute laddove si sottolinea che se il sacerdote doveva essere un sole che illuminava con il suo esempio le coscienze, risultava più facile trovare preti che erano tondi come il sole perché grassi.


Al Figliuolo che s’ordina in Sacris


Io sento dir che il Sacerdote è un Sole,
    Sol che dovrebbe illuminare il Mondo
    Sì coll'esempio, che con le parole.


E per questo alle volte mi confondo
    Nel vederne talun che non somiglia
    Per altro il Sol, se non perchè gli è tondo.


E poi qualche minchion sì maraviglia
    Se un Reverendo tal con reverenza
    Chiama il disprezzo di lontan le miglia.


Lo so che la cristiana convenienza
     Vuol che costui s'onori, ed io l'onoro, 
     Per non dar nello scrupol di coscienza.


Così salvo al Pretismo il suo decoro;
    Potrò tener colui per un somaro
    Senza intaccar nè Canene, nè Foro.


Sareste in forte error, figliuol mio caro,
    A pretender che l'Ordine, e il Collare
    Con quant'altro il Pretismo ha di più raro,


Basti nel mondo a farvi rispettare;
    Io vi so dir che senza la virtù
    Vi basta appunto a farvi minchionare.


Se questo è poco, vi diro di più:
     Che l’ignoranza può portare un Prete
     Insino a casa il Diavol, non più giù (22).

 

 Traffico pericoloso minchionare gli altri

 

Restando sempre nell’ambito degli scritti sull’insegnamento, riportiamo dal Capitolo XXXVIII de La Filosofia Morale esposta e proposta i Giovani del Muratori (1672-1750), celebre storico del Settecento, un passo in cui viene biasimato il prendere in giro gli altri, azione che l’autore esprime con i termini minchionare, beffare e con l’espressione dar la berta di cui si è sopra trattato. Permesso è il solo scherzare sui difetti altrui in amicizia, per l’unico gusto di ridere: il colpo inferto doveva al massimo arrivare alla pelle, ma non trafiggere oltre.

 

Cap. XXXVIII

 

“Imperocché l'arte dimettere il Prossimo suo, o le cose di lui in ridicolo, che noi chiamiamo beffare, minchionare, dar la berta, ec. (l’ ho detto, e lo ripeto) è un traffico pericoloso, per cui si può far più perdita, che guadagno. Si ride, è vero, e si fa ridere; ma chi alle sue spese dà occasione di ridere, mal soffre per lo più di mirar se stesso posto in ballo. E che farebbe poi, sé ne concepisce anche sdegno ed odio, e passasse alle risse? Gran delicatezza che è necessaria per ischerzare addosso a gli altri, in guisa che ne prendano anch' essi diletto, ed amino chi li mette in buon'umore. Fingere sì difetti in altrui per ischerzo, ma non toccare i veri; o se pur si toccano, con tal garbo si dee pungere, che il colpo arrivi alla pelle, e non passi oltre” (23).

 

Toscani, gran furbacchioni

 

Il medico e poeta Lorenzo Bellini (1643-1704), divenne insegnante di anatomia all'Università di Pisa e medico personale di Cosimo III. Fra i suoi scritti latini e italiani di medicina spicca la Exercitatio anatomica de structura et usu renum (1662), ricca di pregevoli osservazioni istologiche. In campo letterario compose il poemetto, rimasto incompiuto, la Bucchereide (1729), incentrato sulla terra dei buccheri, che si distinse per l’agilità e l’eleganza della lingua e per la ricchezza di capricciose divagazioni e gustosi scherzi. In una sua Cicalata il Bellini esalta una delle virtù proprie delle toscane genti, cioè quella di essere, più che altri, capaci di minchionare il prossimo.

 

Cicalata Decimaquarta per servir da Proemio alla Bucchereide di Lorenzo Bellini Accademico della Crusca

 

“Venite quà ora, o dotti, (direbbe un Pulpitista a mal tempo di qualche stranio pelame) che' e' m' abbisogna di farvi una parentesì degna della vostra cruschevolmente larga, e sottìl riflessione. L'è una gran cosa, Signori miei paesani, che nell'antico, o nel moderno, che vo' vogliate, ogni volta ch e' s'ha avuto a minchionare il prossimo co' fiocchi, e co' festoni, cioè con ogni maggior sontuosità, l'inventore, o il professore migliore abbia avuto sempre a essere uno di Toscana. L’Aruspicina ognuno sa, ch' ell' era un mestier di furberia per imbrogliar la brigata; e i furbacchiotti ministri o per legge, o per usanza, e insomma perch' ella, doveva riuscir meglio a loro, che agli altri, era obbligo, che fossero (sia detto sempre a nostra meritorissima esaltazione) nostrali. Nostrali dovevano essere ancora gli Auguri, gente di una birba in divinità, che per far fare a lor modo gli uomini, interestava le Deità col cantare, e col volar degli uccelli, e col beccar de’ polli, e guai al mondo, se il panico cascava loro tavolta di bocca in beccando, che gli Dei portendevano casi strani” (24).


Rispetti e Sentenze


Fra le diverse tipologie dei canti popolari toscani, i Rispetti, come gli Stornelli, si caratterizzano per l’argomento amoroso e per riportare al loro interno una sentenza o un proverbio: “Rispetti si chiaman fra noi certe brevi poesie amorose, quasi rispettosi saluti che si faccian fra loro gli innamorati” (25).


Trattando di ciò, Giuseppe Tigri afferma che la maggior parte di questi Rispetti doveva farsi risalire al XIII e XIV secolo e che vennero tutti rivestiti di note alla maniera del dolce stil novo. Solitamente erano composti da quattro, sei o otto versi e a volte da dieci “Ma per l’ordinario posson dirsi sestine, al chiudersi delle quali gli altri versi rimano a due a due, e svolgono sempre con molta grazia, e quasi con le stesse parole di poco  invertite, il concetto finale. La chiusa quasi sempre è bellissima e inaspettata” (26).


Dalla raccolta Canti Popolari Toscani curati dal Tigri, riportiamo il Rispetto “Tu vai dicendo ch' io non son regina” (27),  in cui la Sentenza è evidenziata dalla frase “La povertà non guasta gentilezza”:


Tu vai dicendo ch' io non son regina:
Nè anche tu se' figliuol del re di Spagna.
Bello, quando ti levi la mattina,
Le tue carrozze non vanno in campagna.
Tu vieni a minchionar la mia bassezza:
La povertà non guasta gentilezza.
Tu vieni a minchionare l'esser mio:
Poi va' per terra (1) te, come vo' io.


(1)
vai a piedi

 

Farsi minchionare da innamorati

 

Di Carlo Galdoni abbiamo riportato, in riferimento al verbo taroccare e al termine minchione, numerosi passi da sue commedie (28). Il verbo minchionare è da lui usato ne Le Avventure della Villeggiatura e Le Baruffe Chiozzotte:

 

Le Avventure della Villeggiatura
Atto Secondo - Scena X

 

Sab: Cos’è che mi parte turbato? (a Ferdinando)

Ferd: Niente signora (a Sabina)

Sab: Avete rabbia perché ho parlato con quel giovanotto? (a Ferdinando)

Ferd: He, signora no. (Ho rabbia di dovermi in pubblico far minchionare). (da sé) (29).

 

Baruffe Chiozzotte
Scena IV

 

Personaggi: Libera, Checa (Francesca), Lucieta, Paron Toni, Orseta (Orsolina)

 

Li: Via non femo che i nostri omeni n’abia da trovare in barufa

Pa: Oh! Mi presto la me monta, e presto la me passa.

Lu: Checa, xestu in colera?

Ch: No ti sa far altro, che far despeti.

Or: A monte a monte. Semio amighe?

Lu: No voleu che lo siemo?

Or: Dame un baso, Lucieta.

Lu: Tio, vissere. (si baciano)

Or: Anche ti Checa.

Ch: (Non go bon stomego)

Lu: Via mata.

Ch: Via, che ti xè dopia co fa le ceole. (1)

Lu: Mi? Oh tu me cognossi poco. Vien qua, dame un baso.

Ch: Tio (2). Varda ben, no me minchionare. (30)

 

(1) doppia come le cipolle, cioè finta
(2) Tio = Prendi

 

Minchionare in oltralpe

 

Le traduzioni settecentesche delle opere di Moliere riflettono ovviamente le terminologie e i modi di dire italiani del tempo. Troviamo così il verbo minchionare laddove oggi si preferirebbe l’espressione “prendere in giro”:

 

Anfitrione
Scena II

 

Anfitrione: Come! volete sostener d' havermi potuto vedere qui avanti d’adesso?

Alcmena: Come! volete dirmi, che ieri sera non siete stato qui?

Anfitrione: Io, son stato qui hiersera?

Alcmena: Senza fallo; ed avanti 1'Alba ve ne siete tornato via.

Anfitrione: E chi non restarebbe distupido aduna simile stravaganza, Sosio?

Sosio: Hà di bisogno di sei grani d' Elleboro, perch'è matta.

Anfitrione: Alcmena, in nome del Cielo, considerate bene, e vedete di rimettervi; perche un tal discorso non mi piace molto.

Alcmena: Io maturamente ho pensato al tutto; e questi di casa anche v' hanno veduto; né posso capire qual motivo v' induca a parlar altrimente; ma se la cosa ha di bisogno d'altra prova, la novella della battaglia, li cinque diamanti, e li delicati abbracci, non son sufficienti a convincervi?

Anfitrione: Come! io v' ho dato il nodo di diamanti, che v' havevo destinato?

Alcmena: Al sicuro, né è tanto difficile di potervi convincere sopra di ciò.

Anfitrione: Ed' in che maniera?

Alcmena: Eccolo qui: tenetelo.

Anfitrione: Sosio?

Sosio: Lei vuol minchionare; per che io lo tengo qui dentro.

Anfitrione: Il sigillo è intiero.

Alcmena: E che? Sognate forse? Non vi pare, che questa sia una ottima prova?

Anfitrione: Ah, Cieli!

Alcmena: Andate via, Anfitrione, che voi volete burlarvi di me. (31)


Minchionare nei Promessi Sposi


Altro celebre scrittore che usò il verbo minchionare, fu Alessandro Manzoni nei suoi I Promessi Sposi:


Cap. XIV

“Ma le vie e le piazzette del contorno erano sparse di crocchi: dove erano due o tre fermati, tre, quattro, venti altri si fermavano; altri se ne staccava, altri vi sopraggiungeva: era come quella nuvolaglia che talvolta rimane disseminata e si muove per l'azzurro del cielo, dopo un temporale; e fa dire a chi guarda in su: questo tempo non è ben racconciato. Quivi era un vario, confuso e mutabile parlamento: altri raccontava con enfasi i casi particolari veduti da lui; altri narrava ciò ch' egli stesso aveva operato; altri si rallegrava che la cosa fosse finita bene, e lodava Ferrer, e pronosticava guai serii pel vicario; altri, sghignando, assicurava che non gli sarebbe fatto male, e che il lupo non mangia della carne di lupo: altri più stizzosamente mormorava che non s' erano fatte le cose a dovere, ch'egli era un inganno, e che era stata pazzia far tanto chiasso, per lasciarsi poi minchionare a quei modo” (32)


Farsi minchionare dal Diavolo

 

Concludiamo questa rassegna di scritti letterari dedicata al verbo minchionare con un passo tratto dall’opera Astorre Manfredi. Storia dei tempi del Duca Valentino di Cesare A. Monteverde, che godette ai suoi tempi di una certa nomea per avere composto il libretto d’opera Giulio d’Este, tragedia lirica in tre atti musicata da Fabio Campana (1841) e diversi romanzi storici come il Duca d’Atene, I Demagoghi, I Misteri di Livorno, e l’Astorre, pubblicato nel 1839.

 

Astorre Manfredi. Storia dei tempi del Duca Valentino

 

-          Oh che? ci son feste in Faenza?

-          Eh non feste ... ma quasi veh! Tutto il popolo era fuor di città, e si affollava alla porta per vedere entrare il ben amato signore... Che allegria! che battimenti di mani; ed egli rispondeva cortesemente a tutti, cavandosi continuamente la berretta piumata; ma poi finalmente è stato costretto a non rimetterla più in capo, per vie meglio rispondere ai saluti festosi... Che caro uomo!... Ma però tutti sono stati dolenti di vederlo melanconico tanto, tanto - E lo voleva nascondere, ma lo conosciamo troppo bene, d' altronde non sa fingere. Non vi è stato uno che non abbia detto: come è pallido! ma tutti ne hanno pensata la sua. Chi diceva è innamorato, chi è ammalato, ma i più credo abbiano côlto nel segno.

-          E hanno detto?...

-          Hanno detto che quel cane, quell' eretico del Borgia voglia fargli un' aspra guerra.

-          Sarebbe dunque cotesto signore soggetto alla paura?

-          Per tutti i diavoli! State un pezzo a dirne di sì grosse. Paura lui ?.. lui... paura? di chi? del Borgia! Sarebbe lo stesso che l' Arcangelo san Michele avesse paura di Lucifero...

-          Ma dunque ?...

-          Dunque lo affligge vedere esposta la sua amata città ai disagi d' una guerra; egli ama la sua città come uno sposo la sposa, ma n' é riamato pur tanto. Venga venga questo signor Duca, e se ha... mi scusi veh! le corna dure... le mura di Faenza , sapranno rompergliele.

-          Sono stati poi compri gli oggetti ? - disse don Michele voglioso di deviare il discorso.

-          Oh! mi scusi per carità, si signore; tutto all'ordine... Mi scusi., m'era scordato di dirglielo. Che vuole? quando parlo del signor Astorre, mi scorderei ancora della minestra che avessi davanti: l' ho visto piccino piccino, ed ora che bel cavaliere!..

-          Scendiamo a vedere gli oggetti comprati.

            Ecco la spada. Di migliori non c' è n'erano; e lo spadaro me l'ha stimata il doppio. S' imagini quanto ?...

-          Non importa, - disse don Michele adocchiando 1' arme; - conosco la fabbrica e basta. Anche il vestito... è buono, va bene e son contento; ma quella è una mula, e perchè non un cavallo?

-          Mi hanno detto ch'era galanteria, tanto più per un uomo di matura età, un Cavaliere come vossignoria; e poi al personaggio... ch' è...

-          Zitto, zitto, non voglio elogi... Dammi da bere, vo' partire al momento, vien qui ajutami; - e toltasi la lunga veste nera e il berrettone, si vestì cogli abiti nuovi, bevve, e si accostò alla mula.

-          Monsignore, ecco la veste; ed ecco quindici ducati d' avanzo.

-          Tieni tutto per te. - Il montanaro corse per reggergli la staffa, ma don Michele inforcata già la mula, si slanciò sulla via.

           Il contadino e la figlia salirono la scaletta per vedere il loro ospite far pompa di sé sulla cavalcatura, e trottare verso Faenza.

-          Ohe ?... ohe? monsignore, voi pigliate l'opposta via... non è quella, monsignore, la strada; monsignore!

-          Grazie dell'avviso - rispose beffardamente – grazie, buon uomo. Quando torni a Faenza va dal signore Astorre...

            Il montanaro stava con tanto d' orecchi.

-          Recagli quella veste e digli che se non ha la testa del lupo prenda almeno la pelle - e sganasciatosi dalle risa s' involò di galoppo.

-          Ohi povero me, - disse il montanaro - che ho fatto mai? tôcco di birbo!... Minchionare il signore Astorre? E queste monete?... mi stanno sull' anima? Chi sarà stato mai? . . Corro subito da padre Pietro; queste monete... Ah! la farina del diavolo va tutta in crusca! (33)

 

Minchionaggine

 

Per illustrare il significato del termine Minchionaggine ci avvaliamo della spiegazione che della voce Dabbenaggine dà l’ottocentesco Vocabolario dei Sinonimi della Lingua Italiana del Fanfani curato da G. Frizzi.

 

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Dabbenággine, Minchionággine, Coglionággine

 

Benchè Dabbenaggine venga da Uomo da bene, che è lode, pure si usa sempre ironicamente a significare persona così credula che si inganna e si lascia ingannare, sicchè fa e dice delle assurde e false cose, reputandole vere. Minchionaggine è qualcosa più: è difetto di accortezza naturale e di senso comune, per la quale altri fa cose o assurde, o dannose anche a sé stesso.  [Aggiungo qui la Coglionaggine, non tanto per dire, come sinonimista, che è più grave delle altre due; ma per assennare i non toscani che tutta la famiglia di questa voce è per noi volgarissima, anzi plebeissima, e che non è mai usata da persone ben educate. Qualcuno riderà di questa mia osservazione, reputandola superflua; ma io non la reputo tale, dopo che ho dovuto farla a qualche pezzo grossissimo che la pretendeva a' toscanesimi e a un Professore d'italiano che lasciava usare, e forse consigliava, le coglionerie e famiglia alle sue allieve del Conservatorio di.... Ora la facevo bella davvero! G. F.] (34)

 

Nella stessa opera, alla Voce Gabellare, il Fanfani riporta l’espressione “avere gli occhi di panno” (“avere un panno davanti agli occhi” come si dice ancora comunemente), per indicare l’essere così tonti da non vedere le cose ovvie, tanto che venne in uso negli scrittori del sec. XVI indirizzare l’espressione  “Lo vedrebbe Cimabue” (che aveva gli occhi di panno), ad un tontolone, come era creduto fosse quel celebre pittore, perfetto esempio di grande minchionaggine.


Se la minchionaggine è carattere tipico del minchione, altro termine utilizzato per definire quest’ultimo era Gabbiano, come asserisce lo stesso Pietro Fanfani nell’opera Voci e maniere del parlar Fiorentino: “Si dice anche per Babbeo, Minchione, e simili; forse perchè, nota opportunamente il signor Buscaino, il volare lemme lemme di questo uccello gli dà tutta l'aria di un rimminchionito” (35).


Calandrino, il tontolone

 

Giovannozzo di Pierino, pittore del sec. XIV, deve la sua fama al Boccaccio che lo immortalò in alcune sue novelle con il soprannome di Calandrino, termine che in Toscana significa sciocco e credulone, essendo diminutivo di ‘calandro’, uccello imparentato con le allodole, ritenuto volatile balordo dalla credenza popolare (36).


La Terza Novella dell’Ottava Giornata del Decamerone racconta come Calandrino venisse preso in giro dai suoi amici burloni Bruno e Buffalmacco andando alla ricerca della fantomatica elitropia, pietra la cui virtù sarebbe stata quella di rendere invisibile chiunque la portasse con sé. Gli amici ad un certo punto finsero di non vederlo più e Calandrino, che andava raccogliendo le pietre più singolari che trovava per strada, pensò di essersi procurato la famosa elitropia, tanto più che nel tragitto verso casa, data l’ora tarda, non incontrò nessuno che potesse salutarlo o al limite guardarlo. Sicuro di sé giunse alla sua abitazione dove la moglie Tessa lo rimproverò aspramente per essere rientrato tardi, cosicché Calandrino, ritenendo di essere stato visto dalla moglie perché le femmine erano in grado di far perdere la virtù a qualsiasi cosa, la picchiò selvaggiamente. Questi i toni con cui Calandrino si sfogò in seguito con gli amici: “Alla fine, giunto qui a casa, questo diavolo di questa femina maladetta mi si parò dinanzi ed ebbemi veduto, per ciò che, come voi sapete, le femine fanno perder la virtù ad ogni cosa: di che io, che mi poteva dire il più avventurato uom di Firenze, sono rimaso il più sventurato; e per questo l’ho tanto battuta quant’io ho potuto menar le mani, e non so a quello che io mi tengo che io non le sego le veni; che maladetta sia l’ora che io prima la vidi e quand’ella mi venne in questa casa!”.


Domenico Maria Manni nell’opera Le Veglie Piacevoli ovvero notizie de’ più bizzarri e giocondi uomini toscani, scrive che Nozzo (Giannozzo) “per le sue ridicolosità, e per la stravaganza piacevole della natura sua” meritava di essere considerato fra gli spiriti più “bizzarri e ameni nati sotto il Toscano cielo” (37). Questa la narrazione del Manni del rientro in casa di Calandrino: “Entrossene  adunque così carico, ed ansante in Casa sua, quando la moglie turbata della lunga dimora, in capo della scala aspettandolo cominciò a proverbiarlo, e dirgli: Mai il Diavol ti ci reca: a quest’ora fuor di tempo tu torni a desinare, quando tutti gli altri hanno desinato. Era Calandrino in quella sua minchionaggine sospettoso, e geloso. Perlaqualcosa pretendeva colla sua Elitropia di tornare a Casa quando voleva inaspettatamente, e di non essere veduto dalla Tessa, affine di assicurarsi se mai ella potesse esser di quelle, di cui il Poeta:

     
      Perchè il Berton ritorni al dolce nido,

      Ogni moglie aspettava S. Egidio (38).

 

 Un amico della moglie

 

Il Conte Alessandro Pepoli (1757-1796), personaggio alquanto famoso ai suoi tempi, scrisse numerose tragedie imitando l’Alfieri nello stile e nei soggetti. Fu l’inventore del cosiddetto teatro della natura, che doveva mescolare elementi comici e tragici, dando la preminenza alla naturalezza, all’istintività e allo spontaneismo. I contemporanei riconobbero in lui una grande estrosità e creatività, uniti ad un carattere eccentrico seppur bizzarro. Fu anche autore di libretti d’opera e di commedie. In una di queste, che egli definì di carattere nobile in quanto deprecava ogni forma di vizio, troviamo il termine minchionaggine:

 

Il bel Circolo ossia l’Amico di sua moglie. Commedia di Tre Atti in Prosa (39)

 

Atto Secondo - Scena VII

 

Contino Ciambella: Signora Contessa, perdonatemi, se interrompo i vostri dolori, ma vengo a nome di tutta la vostra conversazione a pregarvi di perdonare al Signor Marchese degli Agitati, che ormai perde il cervello per passione; (cioè per minchionaggine.) (a bassa voce) Se voi gradiste mai la nostra servitù, accogliere i nostri voti universali, e compiaceteci.

 

Campare a spese della minchionaggine altrui

 

Pedro Mogas, di idee antimassoniche e antirivoluzionarie, intese condannare le tesi Gianseniste attraverso l’opera Lettere dogmatico-critiche: sopra gli affari presenti intorno alla Religione, pubblicata nel 1791 Al paragrafo “Problema se il Giansenismo sia un Fantasma”, citando alcune scritti francesi che sostenevano il Giansenismo, espresse la sua meraviglia nel constatare come persone di alto rango ritenute degne di considerazione fossero state raggirate dalla lettura di siffatte opere i cui autori vengono da lui equiparati a certi scrittorelli che campavano sfruttavano la minchionaggine della gente.

“Queste, e molte altre Opere, scritte da’ Francesi, sostenitori acerrimi del Giansenismo, non ignorava io. Ma ciò, che persuadermi non poteva, come le tante volte ne' nostri famigliari discorsi vi dissi, si era, che nella nostra Italia vi fossero persone, e d' alto rango, e di dignità sublime, che d'una tal idea imbevute fossero: e che al presente pure da certi Scrittorelli, che altro non fanno, che sporcar carta per rubbar quattrini, e campare a spese della minchionaggine altrui, un tal paradosso si spacciasse colla solita franchezza propria di tali saputelli. Eppure è convenuto disingannarmi co' propri occhi, leggendo alcuni libercoli fra molti, che a dì nostri inondano l' Italia, e la riempiono di sozzure da là de' Monti colate” (40).


Un’accusa di minchionaggine


Lo scrittore Pietro Giordani (1774-1848), che il Leopardi definì cara e buona immagine paterna, nel 1816 iniziò con lui un rapporto epistolare. Giordani svolse un ruolo fondamentale nella vita del poeta recanatese facendolo conoscere e diffondendo le sue opere nei più importanti ambienti culturali italiani.


Dall’Epistolario di Giacomo Leopardi riportiamo un passo della lettera che Pietro Giordani inviò da Piacenza al Leopardi il 1 novembre 1817.


“…per un anno recitai la parte di professor d'eloquenza nell’unìversità di Bologna; essendomi promesso che quella cattedra mi resterebbe. Ma invece ne fui caccialo con ignominia come ignorantissimo. Ciò mi accadde e in odio d'un amico mio, la cui potenza era allora molto combattuta dai briganti nel governo; e poi anche per timore di alcuni che forse io studiando potessi divenir qualche cosa. Parve dunque bene togliermi e riputazione, e pane, di che allora bisognavo, e senza che non si può studiare. Era veramente cosa da disperarsi di tanto crudele ingiustizia; perchè sebbene io era un ignorantello (e che poteva esser di più in quella età, colla poca salute e tanti impedimenti che sino allora avevo avuti a studiare?) avevo però quanto bastava a far molto buona figura, e parere molto più valente di tutti gli asini che mi perseguitavano, cominciando dall'asinissimo ministro dell'interno. Il mio raro e prezioso amico il marchese di Montrone mi trasse a fare e pubblicare quel panegirico (1): e in quella occasione, come resistere alla tentazione di confondete i miei calunniatori, tanto facili ad essere confutati? Mi proposi dunque che quella scrittura divenisse testimonio di quel che sapevo; e potesse ai futuri dar indizio di quanto si sapeva dal nostro secolo. M’ ingegnai bene che ogni cosa o erudita o scientifica avesse buona cagione di starci; o come prova e confermazione delle mie proposizioni, o almeno come illustrazione o come ornamento non inutile. Ma poichè la vera origine era pure uno sdegno ambizioso, non è meraviglia che pur l'originale peccato vi si scorga. Vero è che so guastai il lavoro, feci compita la mia vendetta; poichè quel lago di pedanteria rovesciato sulle teste dei calunniatori, li ammutolì; e mai più credettero di potermi accusare d'ignoranza. Ma è anche vero che questa vittoria niente giova. Ogni volta che si presenta un uom nuovo su questo mondo, e cerca di prendervi un posto (non trovandosel già preparato da' suoi maggiori, come hanno per fortuna i figli de' nobili e de' ricchi), tutti gli gridan contro; e gridano che è un minchione. A ciò si può risponder facilmente: si mette fuori un libro, una statua, una pittura, una macchina; e si prova il contrario. Ma non basta. Sopita l'accusa di minchionaggine, sorge quella di tristizia; alla quale è più difficile il rispondere. Perchè tutto ad un tratto potete convincere il pubblico che sapete far qualche cosa. Ma come si arriva a persuadere ad uno ad uno molti uomini che siete galantuomo ? Io, poichè non volli accettare quel bel decreto di asinità, e tutta quella potenza non potè sostenerlo, divenni poi un uomo di opinioni cattive e di umore bisbetico. Questa seconda persecuzione ha continuato a darmi qualche molestia; finchè son giunto a questa presente beatitudine; la quale nè togliermi nè turbarmi potrebbero non solo i nemici, ma neppure gli amici” (41).


(1) Panegirico ad Antonio Canova

 

Note


1 -
Luisella de Cataldo Neuburger - Guglielmo Gulotta, Trattato della Menzogna e dell’Inganno, Trattato di Psicologia Giuridica e Criminale, Giuffrè Editore,  pagg.37-38.

2 - Giovanna Solari, Il Sacco di Roma, Milano, Mondadori, 1981, pag. 127-128.

3 - Ibidem, pag. 143.

4- Ibidem, pag. 142.

5 - Arcifànfana, femminile di Arcifànfano, il cui significato è millantatore, fanfarone, folle, vano. Si legga in proposito quanto da noi riportato su La Lira di Giovan Batista Marino al saggio I Tarocchi in Letteratura I. Arcifanfano, Re dei Matti è anche il titolo del libretto di un dramma comico di Carlo Goldoni posto in musica da Baldassarre Galuppi e da Carl Ditters von Dittersdorf.

6 - Giovanna Solari, op. cit., pag.143..

7 - Si veda il saggio Tarocchi in Letteratura II . Brani tratti da sue opere si trovano anche all’articolo Del Minchione.

8 - Commedie di Gio: Batista Fagiuoli Fiorentino, Tomo Quinto, Venezia, Angelo Geremia, 1753, pagg. 391-392.

9 - Ibidem, pag. 414.

10 - Gio. Batista Fagiuoli, Prose,  Firenze, Francesco Moücke, 1737, pag.44.

11 - Ibidem, pag. 45.

12 - Ibidem, pag. 45-46.

13 - XVI, 1614, Esec. I, 10, pag. 70 e sgg.

14 - Isacco Casaubono, Della satirica Poesia de’ Greci e della Satira de’ Romani, Libri Due, Tradotti dal Latino in Lingua Toscana da Anton Maria Salvini, Firenze. Giuseppe Manni, 1728, pagg. 5-6. La prima edizione in lingua francese venne pubblicata a Parigi nel  1605.

15 - Si veda il saggio Il Malmantile Racquistato.

16 - Perlole Zipoli, Il Malmantile Racquistato, Colle note di varj scelte da Luigi Portirelli, Milano, Società Tipografica de’ Classici Italiani, 1807.

17 - Ibidem, pag. 173.

18 - Ibidem, pag. 197.

19 - Ibidem, pag. 181.

20 - Ibidem, pag. 205.

21 - Si leggano I Tarocchi in Letteratura I - II e Del Minchione.

22 - Magazzino toscano d’istruzione e di piacere, Tomo Secondo, Livorno, Anton Santini e Compagni, 1755, pagg. 323-324.

23 - Ludovico Antonio Muratori, La Filosofia Morale esposta e proposta i Giovani, Seconda Edizione, Verona, Angelo Turga, 1737, pag. 393.

24 - Raccolta di Prose Fiorentine, Tomo Sesto contenente Cose Giocose, Venezia, Domenico Occhi, 1743, pag. 148.

25 - Canti Popolari Toscani raccolti e Annotati da  Giuseppe Tigri, Rispetti, Lettere, Serenate, Stornelli, Poemetto Rusticale, Firenze, Bianchi e Comp., 1856. Prefazione, pag. XXIV.

26 - Ibidem, Prefazione, pag. XXV.

27 - Ibidem, Rispetto 475.

28 - Si vedano I Tarocchi in Letteratura II III e Del Minchione.

29 - Carlo Goldoni, Commedie, Tomo Secondo, Venezia, Antonio Zatta e Figli, 1788. pag. 41.

30 - Carlo Goldoni, Raccolta completa delle Commedie, Tomo XX, Venezia, Giuseppe Antonelli, 1829, pag. 16.

31 - Le Opere di G..B. P. di Moliere, Tradotte da Nic. di Castelli, Tomo II, Lipsia, Georgio Weidmann, 1749, pagg. 506-507.

32 - Alessandro Manzoni, I promessi sposi, Tomo I, Firenze, All’Insegna di Dante, 1830, pag. 372.

33 - Cesare A. Monteverde, Astorre Manfredi. Storia dei tempi del Duca Valentino, Volume II, Milano, Perelli e Mariani, s. d, pagg. 79-82.  Il primo volume apparve nel 1839.

34 -  Pietro Fanfani, Vocabolario dei Sinonimi della Lingua Italiana, Nuova Edizione con duemila aggiunte, per  cura di G. Frizzi, Milano, Paolo Carrara, 1883, pag. 138.

35 - Pietro Fanfani, Voci e maniere del parlar Fiorentino, Firenze, Tipografia del Vocabolario, 1870. Voce Gabbiano, pag. 89.

36 - L’abbinare in Toscana il significato di stupidotto, tontolone, balordo, etc agli uccelli, trova una suo motivo d’essere laddove si intenda il termine minchiata derivare dal latino mentula, cioè il pene maschile, chiamato “uccello”  dalla tradizione popolare italiana. 

37 - Domenico Maria Manni, Le Veglie Piacevoli ovvero notizie de’ più bizzarri e giocondi uomini toscani, Seconda Edizione, Tomo Secondo, Venezia, Zatta, 1762, pag.4. Tessa fu, nella vita reale, il vero nome della prima moglie di Calandrino, come  scrive il Manni: “Nozzo prese moglie a suo tempo una bella, e valente donna parente di Nello di Dino, o di Bandino pittore, addimandata Tessa, ovvero Contessa. Questa gli portò in dote una piccola Villetta poco distante da Firenze, ed al marito, salvo la gelosia, volendo bene, lo fece sempre nelle sue fanciullaggini star più a segno”. Pag. 6.

38 - Ibidem, pagg.11-12.

39 - Teatro del Conte Alessandro Pepoli, Tomo V, Venezia, Carlo Palese, 1788, pag. 195.

40 - Pedro Mogas, Lettere dogmatico-critiche: sopra gli affari presenti intorno alla Religione, Assisi, , s.s., 1791, pagg. 6-7.

41 - Epistolario di Giacomo Leopardi. Raccolto e ordinato da Prospero Viani, Vol. VII, Napoli, Vitale, 1859. Pagg. 245-247.

 

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