Saggi di Andrea Vitali

Tarocco sta per Matto

Documenti letterari tratti da nostri saggi

 

In questo articolo si riportano alcuni passi in ordine cronologico di opere letterarie, sparsi in diversi nostri saggi, che evidenziano il significato di ‘tarocco’ come ‘pazzo, matto’. Per un maggiore approfondimento di ciascuna opera, si vedano al termine i saggi di provenienza. Tutte le opere, salvo il testo di Bassano Mantovano, Francesco Berni e Flavio Alberto Lollio, sono state individuate dallo scrivente.

 

IL QUATTROCENTO

 

Giovan Giorgio Alione

 

L’astigiano Giovan Giorgio Alione (c.1460/70-1529) compose nel 1494 la Frotula de le done (1), componimento ricco di riferimenti sessuali e intriso di una forte misoginia. Quest’ultima si manifesta attraverso accuse rivolte alle donne e al clero, soprattutto ai frati: le donne astigiane si addobbano per far capire agli uomini che sono di facili costumi, le puttane hanno aumentato le tariffe, tutte tradiscono i mariti che hanno poca fantasia sessuale, mentre i preti e soprattutto i frati conoscono ogni variazione in merito e fanno 'hic, hec hoc', dove hic è da intendersi in senso onomatopeico in riferimento al tipico singhiozzo dell'avvinazzato, mentre hec e hoc alludono ad altri scurrili intrattenimenti a cui i frati del tempo si dedicavano.

 

Per la comprensione della parola taroch all'interno di questo componimento ci siamo valsi sia della traduzione che di molti lemmi della Frotula fece Enzo Bottasso nell'opera da lui curata Giovan Giorgio Alione, L'Opera Piacevole, sia della competenza del prof. Bruno Villata, autore di un esame critico delle Farse dell'Alione, dove per taroch entrambi danno "sciocchi". Sciocco, secondo il Dizionario Generale de’ Sinonimi Italiani dell’abate Giovanni Romani significa "Colui che non sa far buon uso del senno, nel che si avvicina a Stolto" divenendo 'per scarsezza di senno sinonimo di pazzo'.

 

 Questi i versi di nostro interesse:

 

 Marì ne san dè au recioch
Secundum el Melchisedech
Lour fan hic. Preve hic et hec
Ma i frà, hic et hec et hoc
Ancôr gli è – d'i taroch
Chi dan zù da Ferragù
     Cole chi per so zovent
Ne se san fer der sul tasche
Con o temp devantran masche
Quant gnuni ni dirà pù nent
So dagn per ciò gl'abion el ment
Cho diao san furb el cù.

 

La frase in questione è riferibile a un proverbio ancora in uso, secondo il quale quando 'il cul è frust, paternoster viene just', ovvero quando le donne invecchiano appaiono bigotte (diventano masche = streghe), mentre prima frequentavano preti e frati per altri motivi

 

Traduzione

 

I mariti non sanno dare al rintocco [compiere il loro dovere con le mogli al suono del rintocco, cioè quando la campana annuncia la mezzanotte] 

secondo Melchisedec [secondo quanto sarebbe giusto. Il mio Re è Giusto è infatti il significato principale del nome Melchisedec, personaggio emblematico dell'Antico Testamento] 

Loro [i mariti] fanno hic [sono ubriachi, con senso onomatopeico], i preti [fanno] hic e hec [bevono e vanno con le donne. Hec in sostituzione del corretto lat. fem. haec]

ma i frati, [fanno] hic, hec e hoc  [bevono, vanno con le donne e ben altro, ne fanno cioè di tutti i colori]

Ancora ci sono degli sciocchi [Inoltre ci sono degli sciocchi]

che danno giù da Ferragù [che sono fatti della stessa pasta di Ferragù, cioè rozzi] (1)

Quelle [mogli] che per la loro giovinezza [della loro giovinezza] 

non sanno farsi dare nelle tasche  [non sanno far tesoro, cioè non riescono a concedersi in un modo o nell’altro per denaro, per arricchirsi]           

con il tempo diventeranno masche [streghe]       

quando nessuno dirà loro più niente [quando non interesseranno più a nessuno] 

con danno loro, perciò abbiano a mente [stiano attente] 

perché il diavolo se ne netta il sedere  [se ne frega].

 

(1) Ferragù = si tratta di un personaggio rozzo magari tratto dalla tradizione transalpina a partire dalla Vita Karoli. Va ricordato che ai tempi dell’Alione Asti era territorio francese (Informazione fornitaci dal prof. Bruno Villata).

 

Bassano Mantovano

 

Ross Caldwell, socio della nostra Associazione, ha menzionato un ulteriore documento dove il termine tarochus viene utilizzato con il significato di ‘matto, idiota, imbecille’. Questo si trova in una Maccheronea (dedicata a Gaspare Visconti) (2), del poeta Bassano Mantovano (?- prima del 1499)

 

Erat mecum mea socrus unde putana
Quod foret una sibi pensebat ille tarochus
Et cito ni solvam mihi menazare comenzat.

 

(Mia suocera era con me, e questo pazzo pensava di poterle portare via un po' di denaro, così cominciò a minacciarmi).

 

IL CINQUECENTO

 

Francesco Berni

 

Nel Capitolo del Gioco della Primiera (3), testo conosciuto da tempo, Francesco Berni (1497-1535) scrive che “…viso proprio di tarocco colui a chi piace questo gioco, che altro non vuol dir Tarocco che ignocco, sciocco, balocco degno di star fra fornari et calzolai et plebei a giocarsi in tutto di un Carlino in quanto a tarocchi, o a trionfi, o a Smischiate che si sia, che ad ogni modo tutto importa minchioneria et dapocaggine, pascendo l’occhio col sole, et con la luna, et col Dodici come fanno i puti”.

 

Flavio Alberto Lollio

 

Flavio Alberto Lollio (1508-1569) nella sua celebre Invettiva (4), altro testo conosciuto, così definisce il suo amato-odiato passatempo “…quel nome bizzarro / Di tarocco, senza ethimologia, / Fa palese a ciascun, che i ghiribizzi / Gli havesser guasto, e storpiato il cervello./ Questa squadra di ladri, e di ribaldi, / Questi, che il vulgo suol chiamare Trionfi, / M’han fatto tante volte si gran torti,/ Si manifeste ingiurie, ch’io non posso / Se non mai sempre di lor lamentarmi /…”.

 

Andrea Calmo

 

Di Andrea Calmo (c.1510-1571), commediografo e attore comico, nato e vissuto a Venezia, abbiamo individuato presso la Biblioteca Marciana una serie di lettere manoscritte di cui una risulta di grande interesse per la nostra trattazione (5). Di tale lettera il manoscritto conserva due esemplari, di cui il secondo appare, per brevi incisi, come una correzione del precedente con apporti di varianti di valore.

 

Il nostro interesse verso questa lettera è dovuto al termine theroco che appare nel secondo esemplare in sostituzione della parola scirocho [il vento scirocco] nel primo. Ciò risulta di grande importanza in quanto la parola scirocho, che nella prima lettera sta ad indicare l’azione del vento che rende le persone sciroccate, cioè fuori di testa, folli, fa assumere il medesimo significato al termine theroco nel secondo esemplare, evidenziando come la parola tarocco sia da porre in relazione con uno stato di pazzia.

 

L’argomento delle lettere si basa su un immaginario custode di una casa che scrivendo ai padroni assenti, li informa sugli avvenimenti accaduti nelle terre dell’autore. Una di queste vicende riguarda l’ortolano dei frati carmelitani (l'ortolan deli frati de i Charmeni) il quale, salito sul suo cavallo carico di tre sacchi di calce da portare alla fiera di Pentecoste (cargo de tre [nella variante ‘dodese’] miera de calcina per andar a le pentecoste), si era imbattuto in ventimila cavalieri di Cardova (se scontrò in vintimille cavalli de cordovani [numero volontariamente esagerato]) armati alla leggera (armadi ala liziera) che, completamente in balia del vento scirocco, cioè sciroccati, fuori di testa (che per comandamento de scirocho e nella variante che per comandamento de theroco) erano stati comandati, cioè erano stati spinti a compiere scorrerie (erano sta comandati che scorsegiasseno) nelle vie e nei vicoli della periferia (de la tangerlina). L’ortolano li affrontò con ingiurie (li assaltoge con le pestenachie) e con altre ridicole azioni (facendo capriole) avendo poi salva la vita.

 

Giovanni Paolo Lomazzo

 

In una rima dell’opera De’ Grotteschi (6), Giovanni Paolo Lomazzo (1538-1592), pittore milanese, il ‘Tarroco’ viene descritto nella sua accezione di pazzo, matto:

 

Pose una donna pregna una sua mano

     Sopra una nate, non potendo havere

     Per desio di lumache quattro schiere;

     Che al figlio restar poi in modo strano.

Il qual distrusse tutto il sesso humano;

     Che à più spirti donava gran piacere,

     Con un pugnal horrendo che lo fiere

     Scopò con un Tarroco Mantovano.

Per qual s'ascose sotto d'un ginebro;

     Quando che già Borgnino giovan bruno

     In Roma dianzi cacò giù pe'l Tebro,

Con la figlia di Cerber; secondo uno

     Mi disse, che già nacque da un cerebro;

     Che non stimò l'humor di ciascheduno.

  

(Una donna gravida pose una mano sopra una natica (1), poiché non poteva soddisfare la sua voglia di mangiare tante lumache, non volendo poi che il figlio ne rimanesse deturbato. Il qual figlio distrusse il sesso altrui (2) poiché a più spiriti (3) donava un gran piacere. Con un pugnal orrendo percosse (4) ferendolo un pazzo (5) mantovano, che si nascose sotto un ginepro.Quando già precedentemente il giovane bruno Borgnino (6) a Roma defecò (7) giù per il Tevere come una Furia (8), e uno mi disse a suo parere che un'azione del genere poteva essere stata partorita solo da un cervello (9) che non teneva in considerazione lo stato d'animo altrui (cioè di offendere il pudore degli altri)

 

(1) Nella tradizione italiana esiste la concezione che se una donna in cinta prova un forte desiderio di mangiare qualcosa, affinché non rimanga una traccia visibile (angioma) sul corpo del figlio, si tocca il sedere perché è parte del corpo non visibile. 

(2) Il senso è che questa macchia interferì in modo abnorme nella sua attività sessuale, facendogli concedere il suo didietro

(3) spiriti = persone

(4) scopare = percuotere

(5)  Tarocco = pazzo, matto

(6) Trattasi di Ambrogio Brambilla, incisore e scrittore, contemporaneo del Lomazzo, che gli dedicò nell’opera un personale sonetto di grande considerazione.

(7) cacò = defecare

(8) Figlia di Cerbero = Furia

(9) cerebro = cervello

 

Antonio Maria Spelta

 

Antonio Maria Spelta (1559-1632) pubblicò nel 1607 La Saggia Pazzia (7), scritta ‘a difesa delle persone piacevoli, & à confusione de gli arcisavi, e protomastri’, cioè contro coloro che si vantavano di sapere senza avere in realtà alcuna cognizione. Dal Capitolo VII dedicato ai Gloriosetti, & Ambitioselli, sotto l’argomento ‘Pazzia Dilettevole’, riportiamo un passo dove l’autore, mettendo quest’ultimi alla berlina, li descrive considerare gli altri, ovvero i veri sapienti, alla stregua di tarocchi, vale a dire di persone di nessun valore, pressoché dei pazzi: “Quando un Pollone và in furia, non la grandeggia sì bene, quanto costoro ne’ circoli per farsi tenere bei Cervelli. La dove questi cervellini ambitioselli vanno à vela à più potere, alzati dal Garbino [il vento Libeccio] della gloria per dritto, & per traverso. Uno saprà con gran fatica metter insieme quattro versami, & si terrà un Vergllio, ouero un’Ariosto. Haurà à pena imparato l’Alfabetto Greco, & vorrà essere tenuto un’ Isocrate, riputandosi saper tanto, che gli altri siano tarocchi”.

 

Nel Capitolo VII laddove l’autore tratta della Pazzia de gli Astrologi, sempre sotto l’argomento ‘Pazzia Dilettevole’, troviamo di nuovo la parola ‘tarocchi’, dove, come per il caso precedente, vengono considerati tarocchi quindi dei matti, coloro che si affidano agli astrologi. Dopo una trattazione sulla falsità scientifica dell’Astrologia, lo Spelta così continua: “Né questo si dee tacere, che à gli Imperadori Filosofi Medici, & Poeti furono publici honori decretati, e statue inalzate; ma a sorte niuna d’Astrologo questa carezza fù fatta. Se bene Plinio scrive, che à Beroso per veri pronostici predicationi furono fatte statue con la lingua d’oro; Sé Beroso predisse cose vere, non le predisse per osservatione Celeste, mà per altro, come le Sibille. Che dite Signori Astrologi con i vostri Pronostici, Tacuini, & Lunarij pieni di tante menzogne, ricchi di tante bugie, che fanno star le persone melānconiche, predicendo il mal’ànno, che venga à quelli, che vi danno credito: Dè miei quattrini nō spenderete. Sono ben tarocchi, quelli che vi danno fede”

 

Pedro Amigo

 

Nonostante Pedro Amigo sia vissuto nel XIV secolo (? - poco dopo il 1302), le sue celebri Cantigas (8) sono conosciute attraverso documenti cinquecenteschi.  La nostra attenzione è stata attratta dalla cantiga d’escarnio Hun cavaleyro, fi’ de clerigon (Un cavaliere, figlio di un chierico) che parla di un uomo figlio di un chierico, quindi di bassa estrazione, che non possedeva nel suo paese alcun bene, ma che nella terra in cui era giunto dava da intendere di essere il più nobile di tutti, dato che la gente non sapeva chi in realtà egli fosse e da dove provenisse. La frecciata del poeta è diretta contro quest’uomo non perché si tenesse in considerazione più di quanto avrebbe dovuto, dato che coloro che lo conoscevano sapevano delle sue origini modeste, ma per non aver voluto riconoscere come parente un suo nipote (da parte di zio) arrivato da poco, il quale secondo lui, avrebbe discreditato la nobiltà del suo lignaggio.

 

Del componimento venne operata una trascrizione semidiplomatica, facendo riferimento alla versione presente nel Canzoniere Nazionale Portoghese, da Paxeco-Machado. La filologa e professoressa Elza Fernandes Paxeco (1912-1989) assieme al marito José Perdo Machado (1914-2005), storico, filologo, dizionarista e bibliografo, docenti entrambi di filologia presso l’Università di Lisbona e Coimbra, sono da considerarsi fra i massimi filologi portoghesi. Le loro numerose trascrizioni di testi antichi risultano a tutt’oggi un punto di riferimento per tutti gli studiosi soprattutto di filologia romanza.

 

Di grande interesse è la trascrizione che i due filologi danno del v. 8  della Cantiga dove con criterio critico-filologico sostituiscono l’espressione ‘caro colhi” che appare non avere senso con ‘[h]e taroco’, termine che, come abbiamo evidenziato in nostri saggi, significa pazzo, folle, matto.

 

Mentre i dizionari portoghesi moderni attestano che la parola ‘tarouco’, è usata in ambito popolare sia come aggettivo che come sostantivo maschile, per indicare qualcuno che ha perso la memoria a causa della vecchiaia, smemorato, balordo, idiota (Pop, Classe gramatical: adjetivo e substantivo masculino: Que perdeu a memória por causa da velhice; desmemoriado, caduco, apatetado, idiota), occorre dire che la parola oggi utilizzata usualmente nella lingua portoghese colta con il significato di folle, pazzo, è "taralhoco" con variante ‘taralhouco’.

 

IL SETTECENTO

 

Giuseppe Manzoni

 

Presso la Biblioteca Marciana abbiamo individuato il componimento Le Astuzie di Belzebù (9del Mons. Giuseppe Manzoni (1742-1711). Le stanze in ottava rima del Canto I, immancabilmente gradevoli, tratta del Re degli Inferi il quale avendo indetto in occasione del carnevale una riunione di diavoli e streghe allo scopo di comprendere i progressi da loro ottenuti nella conquista delle anime all’Inferno, si trovò a dover placare una rissa scoppiata fra i diavoli stessi, i quali si erano messi con detti ad evidenziare a mo’ di crescendo rossiniano quanto avevano compiuto cercando l’uno di superare gli altri nel manifestare i propri successi. La bagarre inevitabile venne infine smorzata da Belzebù, facendo a tutti i diavoli abbassare gli occhi dalla vergogna, additandoli simili a quei fanciulli‘tarocchi’ che a scuola, a causa del possesso di una penna, sgridati dal precettore, velocemente si dispongono al loro posto paurosi a sol emettere un fiato.L’attributo ‘tarocchi’, usato qui come aggettivo indirizzato ai fanciulli, sta a significare ‘impazziti, sciocchi’, carattere messo in bocca al precettore nel richiamarli all’ordine.

 

XXIII

 

Tacciano tutti, ed abbassano gli occhi,

   E l’uno l’altro, e questi quello guata.

Come fè ciurma di fanciul tarocchi

   In scuola per la penna, e dall’entrata

Ne odano il precettor, che gridi: Sciocchi!

   Perché tanto romor? Chì si v’ha usata,

Peste insolente? Al posto ritornati

Tutti non osan di raccorre i fiati.

 

Marcello Bernardini

 

Nel seguente libretto per musica il termine tarocchi è utilizzato per esprimere pazza baldoria (10).

 

Il Barone per forza o sia il Trionfo di Bacco. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi in Firenze nel Regio Teatro di Via Santa Maria nell’Estate dell’Anno 1786, Firenze, s.e, MDCCLXXXVI [1786]

 

[Libretto di Marcello Bernardini]

 

La Musica è tutta nuova del Sig. Marcella da Capua Maestro di Cappella Napoletano.

 

 Atto Secondo - Scena XV

Il Duca Ruggero, Messer Taddeo, contadino

 

Tutti.    Al tremolo suono

                      Di trombe, e tamburi

                      Ai grati sussurri - Di voci festive,

                      Superbe di nasso - Risuonin le rive

                      Dei pregj di Bacco - Dei vanti d’amor.

Duc.              Allegri Baccanti. - Si balli, fi canti,

                      Si gridi, e schiamazzi

                      Si rida, e tarocchi

                      Bevete fintanto - Che v’esca dagl’occhi

                      Per far più gioliva - Più lieta la festa,

                      Via datevi in testa - Con tutto vigor.

Tutti.            Al tremolo suono

                      Di Trombe, e tamburi

                      Ai grati sussurri - Di voci festive

                      Superbe di nasso - Risuonin le rive

                      Dei pregj di Bacco - Dei vanti d’amor.

Tad.             Amico Caprone - Compagno diletto,

                      A tavola, e a letto - Ti voglio portar…

                                         (accarezzando il Caprone.

Duc.             Via presto Sileno  

Tad.             Son l’Arco Baleno…

Duc.             Smontate che fate?

Tad.             Son vecchio cadente…

                      Fo rider la gente - Se prendo possesso…

                                       (nello smontare cade.

                     Ridetemi adesso - Possiate crepar.

 

 

L’ OTTOCENTO 

 

Andrea Locrense

 

Nel seguente libretto per musica, con l’espressione “Con quella figuraccia da tarocco” viene attribuito ad un personaggio l’essersi reso pazzo agli occhi degli altri (11).

 

Le nozze poetiche ovvero Bietolino sposo. Melodramma giocoso da rappresentarsi nel Teatro di Trento, Verona, Dalla Tipografia Bisesti, 1811

 

[Libretto di Andrea Locrense]

 

La Musica è del Sig. Maestro Ferdinando Orlandi

 

La Scena si finge in Campagna sul Lido del Mare, nelle vicinanze di Genova

 

Atto Primo - Scena XIV

Ninetta [cameriera della Marchesa Armonica Contralto, Dama vedova e bizzarra] frettolosa, e detti [Don Ramiro, giocondo capitano; Don Venanzio Gianicolo, uomo ricco, che si da aria di letterato

 

Nin. Ah… signori che fate? non sapete?

Ram. Non sapete?

Nin.            Cose grandi, cose strane.

Ven. Ma parla…

Nin.            La Signora…

          Il Poeta...

Biet.                           E così?

Nin.                    Fuggon per mare.

Ram. Che ascolto!                        con sorpresa

Car.  (Oh quanto questa nuova è lieta!)

Ven.  Oh furfante Poeta…Or non potremo

         L'Opera far… capite…
Rem.                             Io smanio, e fremo.

Car. (Io godo)                               fra se

Biet.                             Io bevo bile.

Ram. Oh donna infida.'
Biet.  Oh sesso femminile:

Ram, Fuggir con quello sciocco.
Biet.  Con quella figuraccia da tarocco.
Ven.  Dell'opera il libretto

         Lasciato avesse almeno.
Car, (Sento quest'alma respirar nel seno)

                                                      fra se

Nin. F, con me far volea lo spasimato.
Ram Don Bietoìino…

Biet.                          Capitan…

Ram.                                  Sospendo

          L'odio verso di voi.
Biet.   Grazie vi rendo.
Ram. Anzi contro l'indegna

          Far lega ci conviene.
Biet..  Lega: così va bene

          Contro l'indegna copia fuggitiva,

          Farem lega offensiva, e distruttiva.

Ram.  Dalla rabbia io deliro.

Car.  Compiango il vostro stato, o D. Ramiro.

Nin.  Andiam, meco venite,

         Perchè mi è noto il luogo.

Car.  Vengo ancor io per sollevarmi un poco

Biet.  E' anch'io là volgo il passo;

         E cose in ver farò da Satanasso.  partono 

 

Saggi di Provenienza 

 

1 - Taroch - 1494

2 - Il significato della parola Tarocco

3 - I Tarocchi in Letteratura I

4 - Il significato della parola Tarocco

5 - Vento Theroco

6 - Tarocchi Grotteschi

7 - Diavoli tarocchi e altre storie

8 - Un 'Cavaleyro' taroco

9 - Diavoli tarocchi e altre storie

10 - ‘Taroccare’ nei libretti per musica del Settecento

11- ‘Taroccare’ nei libretti d’opera dell’Ottocento

 

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