Saggi di Andrea Vitali

Schifanoia e i Tarocchi

Analisi sui Tarocchi del Mantegna

 

di Marco Bertozzi

Dal catalogo Le Carte di Corte. I Tarocchi. Gioco e Magia alla Corte degli Estensi (a cura di Giordano Berti e Andrea Vitali), edito in occasione della grande mostra omonima realizzata a Ferrara presso il Castello Estense dal settembre 1987 al gennaio 1988 su progetto di Andrea Vitali, riportiamo l'articolo di Marco Bertozzi, docente di Filosofia Teoretica all'Università di Ferrara, sui cosiddetti Tarocchi del Mantegna apparso con il titolo Gli affreschi di Palazzo Schifanoia e i Tarocchi del Mantegna: ancora un enigma.


Schifanoia e i Tarocchi: un tema certo ricco di affascinanti e profonde suggestioni (1). Ma quali plausibili legami esistono fra questi due splendi­di repertori iconografici del Quattrocento italiano? In mancanza di prove certe e inconfutabili, non resta che procedere per indizi. Convie­ne subito ricordare quanto e stato scritto a questo proposito.

Cominciamo dall'autorevole catalogo della recente mostra di Parigi. “Nei `Tarocchi del Mantegna' la serie delle Arti Liberali comincia con la Grammatica, fondatrice di queste discipline. Ad esse si aggiungono la Poesia, la Filosofia e la Teologia. L'astrologia sostituisce l'astronomia. Essa costituiva nel Medio Evo la base della cultura profana e il principio di tutte le scienze. L'Umanesimo ne accrescerà l'importanza, dato che ogni esistenza dipendeva dal Cosmo. L'astrologia giocherà un grande ruolo nel Rinascimento, soprattutto a Ferrara alla Corte degli Estensi dove Leonello d'Este ... indossava ciascun giorno della settimana, come gli antichi magi d'Arabia, abiti dei corrispondenti colori planetari” (2).

E, in seguito, a proposito delle ipotesi relative all'autore e alla data­zione di questo “giuoco creduto del Mantegna” (3), si afferma: "Lo stile dei `Tarocchi del Mantegna' deriva dalla Scuola di Ferrara. È molto vi­cino a quello degli affreschi di Francesco del Cossa a Palazzo Schifa­noia, che risalirebbero al 1469-70. Il disegnatore e incisore del gioco po­trebbe essere un miniatore o un pittore di carte della Corte di Ferrara, che avrebbe illustrato la teoria di un umanista" (4).

Queste sommarie indicazioni ci presentano una sintesi di precedenti ricerche, in cui sono puntualizzate questioni di carattere storico e criti­co-stilistico (5). Hind, per esempio, ha riscontrato un'affinità stilistica fra alcune carte della prima serie dei `Tarocchi del Mantegna' (la cosiddet­ta serie E) e alcune figure dipinte nella Sala dei Mesi di Palazzo Schifa­noia (6). In particolare, uno dei giovani figli di Venere, ritratto nella fascia superiore dello scomparto di Aprile ricorderebbe molto da vicino l'in­cisione del Chavalier (E. 6). Inoltre, l'atteggiamento dei mercanti raffi­gurati nella fascia superiore dello scomparto di Giugno - segno zodia­cale Cancro, tutela di Mercurio - sarebbe simile a quello del Merchadan­te dei Tarocchi (E. 4), affinità che tuttavia non sembra molto convin­cente.
Sappiamo che gli affreschi di Palazzo Schifanoia furono eseguiti, per volontà di Borso d'Este, nel periodo 1469-1470. Questa indicazione si può ricavare da una lettera di Francesco del Cossa indirizzata a Borso d'Este e che fu pubblicata nel 1885 da Adolfo Venturi (7). In questa lettera, che reca la data del 25 marzo 1470, l'artista rivendicava la paternità di “quili tri campi verso l'anticamera” (cioè gli scomparti relativi ai mesi di marzo, aprile e maggio) e si lamentava del trattamento economico a lui riservato dai responsabili dei lavori, Pellegrino Prisciani “et altri” (8) che con il loro comportamento lo avevano “apparagonato al più tristo garzone de ferara”. Francesco del Cossa, elogiando l'eccellenza della propria opera, accusava gli altri artisti, che avevano collaborato al com­pletamento del ciclo pittorico, di non aver lavorato a regola d'arte. Se dobbiamo prestar fede a questa lettera, significa che nel 1470 gli affre­schi erano ormai ultimati.

Si tratta ora di passare ad una più attenta valutazione degli elementi che ci possono indicare un ragionevole collegamento tra gli affreschi di Schifanoia, la cultura ferrarese dell'epoca e i cosiddetti Tarocchi del Mantegna.

Intanto dobbiamo menzionare due manoscritti della Biblioteca Vati­cana (Cod. Urb. lat. 716 e 717), in cui compaiono numerose copie della prima serie dei Tarocchi (E. 11-20, 26-27, 41-50), anche se poste in ordi­ne inverso rispetto alla numerazione delle incisioni. I due codici, pro­venienti dalla biblioteca del duca di Urbino, contengono il poema di Ludovico Lazzarelli De imaginibus deorum gentilium (cat. 12, 13). Il primo dei due manoscritti era dedicato a Borso d'Este, duca di Ferrara. Dato che Borso fu nominato duca solo nel 1471 e mori nell'agosto dello stes­so anno, si può stabilire che il codice era stato composto prima di questa data (9).

Esistono poi quattro copie dei Tarocchi (E. 34-37), che si trovano in­serite in un codice della Biblioteca di San Gallo (si tratta di una versione tedesca del Fior di Virtù, Cod. Vad. 484), il quale risulta ultimato il 28 no­vembre 1468 (10). Inoltre, in un manoscritto del 1467, Costituzioni e privilegi dello Studio Bolognese, Archivio di Stato di Bologna, troviamo an­cora riprodotte due copie dei Tarocchi, cioè l'Imperatore e il Papa (11).

Sulla base di queste indicazioni, possiamo presumere che l'ideazione e l'incisione dei Tarocchi debbano risalire ad una data anteriore al 1467. Hind propone di fissare questo evento intorno al 1465 (12) e, comunque, volendo essere più flessibili, si può forse parlare di un periodo compre­so fra gli anni 1460-1465.

È opportuno ricordare, a questo punto, un'altra ipotesi che può ri­condurci a Ferrara, anche se non direttamente a Schifanoia. Si é parlato di un'affinità stilistica fra i Tarocchi, le due Muse di Budapest e le due figure allegoriche della Collezione Strozzi di Firenze. “I visi arroton­dati di queste figure, specialmente la loro fronte alta e arcuata, l'atteg­giamento piuttosto ricercato e la disposizione delle mani, trovano nu­merosi paralleli fra i Tarocchi, in modo particolare con le Muse. Il complicato, classicheggiante panneggio dei dipinti, specialmente l'abito a vita alta di una delle figure Strozzi, si può senz'altro paragonare ad uno dei vivaci panneggi delle immagini dei Tarocchi, per esempio la fi­gura della Musica. Anche i paesaggi dei dipinti di Budapest assomiglia­no al panorama montuoso dietro le Muse dei Tarocchi" (13).

Tuttavia, il problema dell'attribuzione di questi dipinti è ancora aperto e assai controverso. Gombosi li attribuì tutti e quattro ad Ange­lo Maccagnino, il Parrasio, un artista senese attivo presso la corte degli Estensi dal 1447 al 1456, anno della sua morte (14). Kenneth Clark, sulla base dell’articolo del Gombosi, giunse alla conclusione che era stato pro­prio Angelo Parrasio l'autore dei 'Tarocchi del Mantegna' (15).

Purtroppo non esiste alcun elemento che dimostri l'esistenza dei Tarocchi prima del 1460 e per attribuirli al Parrasio dovremmo retroda­tarli al 1455. Dunque questo artista è morto troppo presto sia per poter­lo collegare ai Tarocchi, che a Schifanoia. Non resta allora che far risali­re la creazione dei Tarocchi a qualche artista della scuola ferrarese, forse influenzato dallo stile di Francesco del Cossa (16).

La questione resta aperta, ma sappiamo per certo che gli Estensi commissionavano, fin dal 1422, carte da gioco miniate (Carte da Trion­fi). Campori ha ricordato i nomi di alcuni artisti che erano incaricati di illustrare queste carte da gioco (17) e Hind ha ipotizzato perfino che l'anonimo autore dei Tarocchi si possa nascondere nel gruppo di questi pittori di “carteselle da zugare” , menzionati da Campori, o fra i minia­tori della Bibbia di Borso d'Este (18) che potevano aver realizzato il pro­getto di qualche erudito umanista della corte ferrarese.

Sono solo congetture . .. Ma altre bisogna avanzarne. Mentre il senso degli affreschi s'é andato man mano chiarendo, dopo il magistrale sag­gio di Aby Warburg, l'uso per cui vennero ideati i `Tarocchi del Mantegna' resta ancora avvolto nel mistero.

“Si è motto discusso sul senso e la destinazione di questa serie, ma a quanto sembra si tratta di un vero e proprio gioco di carte, investito pe­rò di un significato edificante, com' è del resto per molti altri giochi composti nel secolo decimoquinto e anche in seguito” (19). Seznec riprende qui un'ingegnosa, quanto improbabile ipotesi, avanzata da Brockhaus (20). I Tarocchi sarebbero stati ideati e incisi durante il lungo concilio che si tenne a Mantova tra il giugno 1459 e il gennaio 1460. Il gioco (se tale era) doveva costituire una sorta di mistico passatempo per tre illustri personaggi che partecipavano ai lavori del concilio: Pio II (Enea Silvio Piccolomini), il cardinal Bessarione e Niccolò Cusano.

“Questi Tarocchi, in effetti, non erano per nulla indegni di riempire il tempo libero di questi principi della Chiesa: l'ordine in cui essi sono disposti (e che viene stabilito dalle lettere A B C D E per i gruppi e dai numeri 1 a 50 per le figure) riproduce esattamente l'ordine stesso che la teologia assegna all'universo. Distribuiti in giusta successione, essi for­mano infatti una scala simbolica, che sale dalla terra al cielo. Dall' alto di questa scala Dio, la Prima Causa, governa il mondo, senza tuttavia in­tervenirvi direttamente, ma operando ex gradibus, cioè attraverso una serie ininterrotta di intermediari, per modo che la sua potenza divina si trasmette fino alle creature inferiori, fino all'umile mendicante. Letta invece dal basso verso l'alto, la scala insegna che l'uomo può elevarsi gradualmente nell'ordine spirituale inerpicandosi lungo le cime del bonum, del verum e del nobile, e che la scienza e la virtù lo avvicinano a Dio” (21).

Sebbene le argomentazioni di Brockhaus (a proposito del concilio di Mantova) siano poco persuasive, l'ipotesi che i Tarocchi siano stati ideati come “gioco” istruttivo potrebbe risultare abbastanza convin­cente (22). A patto però di non volerli considerare un vero e proprio gioco di carte, ma un metodo filosofico, un esercizio di tipo edificante, una sorta di guida mistica per aiutare l'uomo a ritrovare il suo posto nel cos­mo e a cogliere la scintilla scaturita dalla sua origine divina. Una via im­pervia, che dalla condizione più umile, quella del Misero, può condurre alla vetta più alta, la Prima Causa.

Anche nell'affascinante universo di Schifanoia l’uomo ha un compi­to: quello di riconquistare, attraverso la mediazione delle divinità astra­li (segni zodiacali e “decani”) le vette dell' Olimpo. Ma qui, nella fascia più alta degli affreschi, si celebra il trionfo di dodici grandi divinità pa­gane. Nella serie dei Tarocchi, invece, le sette divinità planetarie ac­compagnano il viandante nell'ultima, e più ardua, parte del suo cammi­no per condurlo, attraverso il cielo delle stelle fisse e il Primo Mobile, verso la Prima Causa, che a Schifanoia non si manifesta se non come im­plicito fato astrale, suprema necessità cosmica che tutto vorrebbe domi­nare e costringere.

Nella nostra marcia di avvicinamento fra i Tarocchi e Schifanoia ab­biamo trovato sufficienti indizi, di carattere storico e iconografico, che ci possono ricondurre alla corte degli Estensi. Ma non basta rimescolare le carte (cioè le ricerche che abbiamo passato in rassegna) per trovare automaticamente sovrapposti i contenuti culturali e filosofici di questi due, a loro modo, splendidi esiti dell'arte italiana del Quattrocento. Certo, se i cosiddetti `Tarocchi del Mantegna' sono stati concepiti a Ferrara, possiamo ben comprendere come alla fiorente corte del ma­gnifico Borso d'Este (1450-1471) simili esperienze potessero trovare fer­tile ispirazione e vivo consenso (23).

Queste ultime considerazioni, del tutto generiche, ci lasciano inten­dere che con Schifanoia e i Tarocchi siamo comunque di fronte ad un enigma, un complicato puzzle, i cui pezzi attendono ancora di essere ri­messi insieme.


Note

 

1 - Per l'analisi degli affreschi di Palazzo Schifanoia, rinviamo al famoso saggio di Aby Warburg Italienische Kunst and Inter­nationale Astrologic im Palazzo Schifanoja zu Ferrara, in “L'Italia e l'Arte Straniera”. Atti del X Congresso Internazionale di Storia dell'Arte (1912), Roma 1922, pp. 179-193; poi in A. Warburg, Gesammelte Schriften. Die Er­neuerung der heidnischen Antike. Kulturwis­senschaftliche Beitrage zur Geschichte der Eu­ropaischen Renaissance (a cura di F. Rouge­mont e G. Bing), 2 voll., Leipzig-Berlin 1932, II, pp. 459-481 (testo) e pp. 627-644 (note integrative); tr. it. Arte italiana e astrologia internazionale nel Palazzo Schifa­noia di Ferrara, in “La rinascita del paganesimo antico”, Firenze 1966, pp. 247-272; ora riedi­to in M. Bertozzi, La tirannia degli astri. Aby Warburg e l'astrologia di Palazzo Schifa­noia, Bologna 1958, pp. 79-112, insieme alle fondamentali note integrative di E. Jaffé (omesse nella precedente edizione italia­na) Testi per l'analisi delle figure dei decani (pp. 113-133).

2 - G. Lambert, Les Tarots de Mantegna, in Depaulis 1984, p. 47. La fonte dell'abbi­gliamento planetario di Leonello d'Este si trova nella Politia literaria (1540) di Angelo Decembrio: “Nam in veste non decorem et opulentiam solum, qua caetori princi­pes honestari solent, sed mirum dixeris pro ratione planetarum et dierum ordine, colorum quoque coaptationem excogitavit”. A. Warburg 1966, p. 263.

3 - L. Cicognara, Memorie spettanti alla storia della Calcografia, Prato 1831, pp. 170 sgg., con importanti annotazioni tecniche rela­tive all'incisione della prima serie di Ta­rocchi (p.177).

4 - G. Lambert, in Depaulis 1984, p. 48.

5 - Cfr. A.M. Hind, Early Italian Engraving, Londra 1938, I, pp. 221-240; J.A. Levenson, Masters of the Tarocchi, in J.A. Levenson - K. Oberhuber - J. L. Sheehan, Early Italian En­gravings from the National Gallery of Art, Washington 1973, pp. 81-89.

6 - Hind, 1938, I, p.226

7 - A. Venturi, Gli affreschi del Palazzo di Schifanoia in Ferrara, in “Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le prov. di Romagna”, III, 1885, pp. 384-385. La lettera è stata più volte ristampata: G. Bargellesi, Palazzo Schifanoia. Gli affreschi nel Salone dei Mesi in Ferrara, Bergamo 1945, p. 20; P. D'Ancona, I mesi di Schifa­noia in Ferrara, con una notizia critica sul re­cente restauro di C. Gnudi, Milano 1954, pp. 92-93. Per una riconsiderazione critica, cfr. Ch. Rosenberg, Francesco del Cossa's Letter Reconsidered, in “Musei Ferraresi”, V-VI, 1975-1976, pp. 11-15.

8 - Su Pellegrino Prisciani (astrologo, bi­bliotecario e storiografo di corte degli Estensi), l'erudito ispiratore degli affre­schi di Palazzo Schifanoia, cfr. A. Roton­do, Pellegrino Prisciani (1435 ca.-1518), in “Rinascimento” IX, 1960, pp. 69-110.

9 - Sul De imaginibus deorum gentilium di Ludovico Lazzarelli, cfr. F. Saxl, Verzeich­nis astrologischer and mythologischer illustrier­ter Handschriften des lateinischen Mittelalters in romischen Bibliotheken, Heidelberg, 1915, pp. 101-102; A.M. Hind, I, p. 221, n. 4; L. Donati, Le fonti iconografiche di alcuni mano­scritti urbinati della Biblioteca Vaticana, in “La Bibliofilia”, LX, 1958, pp. 50 sgg.; J. A. Levenson 1973, pp. 82 sgg.

10 - Hind, 1938, I, p. 225.

11 - H.F. Malaguzzi Valeri, La collezione delle miniature nell'Archivio di Stato di Bologna, in “Archivio Storico dell'Arte”, XVII, 1894, p. 16, tav. 5.

12 - Hind, 1938, I, p. 226.

13 - J.A. Levenson, 1973, p. 86.

14 - G. Gombosi, A Ferrarese Pupil of Piero della Francesca (Angelo Parrasio), in “Bur­lington Magazine”, LXII, 1933, pp. 66-78, tavv. 2-3. Cfr. R. Longhi, Officina Ferrarese, Firenze 1956, pp. 24 sgg.

15 - K. Clark, Letter, in “Burlington Maga­zine”, LXII,1933, p. 143. Ruhmer, che attri­buisce a Francesco del Cossa una delle Muse di Budapest e una delle figure al­legoriche della Collezione Strozzi, asse­gna - su questa base - l'ideazione della maggior parte dei Tarocchi addirittura allo stesso Cossa. Cfr. E. Ruhmer, Francesco del Cossa, Monaco 1959, pp. 66-68 e pp. 81-82.

16 - J. A. Levenson, 1973, p. 87.

17 - Campori, 1874, pp. 123-132.

18 - Hind 1938, I, p. 228; sui miniatori della Bibbia di Borso d'Este, cfr. Ch. Rosenberg, Art in Ferrara during the Reign of Borso d'Este (1450-1471) a Study in Court Patrona­ge, The University of Michigan, Ph. D., 1974, PP. 119-164.

19 - J. Seznec, La sopravvivenza degli antichi dei, Torino 1981, p. 162.

20 - H. Brockhaus, Ein edles Geduldspiel: die Leitung der Welt oder die Himmelsleiter', die sogenannten Taroks Mantegnas vom Jahre 1459-60, in “Miscellanea di storia dell'arte in onore di IB. Supino”, Firenze 1933, pp. 397-416.

21. J. Seznec, 1981 pp. 162-163. Brockhaus 1933, p. 410, ha fatto notare che i `Tarocchi del Mantegna' contengono globi di diver­sa grandezza e che ciò doveva avere un particolare significato per questo gioco. “Un punto però sembra certo: le figure che sostengono globi di grandezza cre­scente (L'Imperatore, le Muse meno Ta­lia, Apollo, la Poesia, la Teologia, Iliaco, l'Ottava Sfera, il Primo Mobile, la Prima Causa, che è essa stessa una sfera) avevano una importanza particolare nell'anda­mento del gioco” (J. Seznec 1981, p. 172, n. 23). Brockhaus basava la sua curiosa ipote­si sul De ludo globi (1463) di Cusano. “In De ludo globi il gioco consiste nello scaglia­re uno sferoide, cioè una boccia, schiac­ciata da un lato e allungata dall'altro. È er­roneo ricollegare questo gioco ai Tarocchi……..perché questo non è, ovviamente, un gioco di carte. Le indicazioni che vengo­no date sono puramente meccaniche: come fare perché da un impulso obliquo la direzione del movimento risulti rettili­nea” (E. Wind, Misteri pagani nel Rinasci­mento, Milano 1985, p. 273, n. 18). Non c'è dubbio che il globo riveste una peculiare importanza iconografica, nelle figure dei Tarocchi menzionate da Seznec. Dedur­ne regole per un gioco è tutt'altro discorso.

22 - Secondo F. Saxl (1915, pp. 101-102), al­cuni brani del De imaginibus deorum genti­lium di Ludovico Lazzarelli sembrano suggerire l'ipotesi che i Tarocchi fossero usati per un gioco di carte. Cfr. Hind,1938, pp. 221-222, n. 4.

23 - Per gli aspetti della cultura ferrarese, più vicini al nostro discorso, cfr. E. Garin, Guarino Veronese e la cultura a Ferrara, in “Ri­tratti di umanisti”, Firenze 1967, pp. 69-106; C. Vasoli, Gli astri e la carte (l'astrologia a Ferrara nell'età ariostesca), in “La cultura delle corti”, Bologna 1980, pp. 129-158. Sulla storia della corte estense nel Quattrocento, cfr. W.L. Gundersheimer, Ferrara: the Style of a Renaissance Despotism, Princeton 1973..