Saggi di Andrea Vitali

Un topolino bagatello - 1596

Tre documenti cinquecenteschi sul ‘bagatello’

 

La parola bagatella, come abbiamo evidenziato in diversi nostri saggi (1), identifica situazioni, cose o persone di poca cosa, di scarso valore oppure giochi di prestigio, di destrezza (gioco di bagatello) e di frode. Si tratta di un termine che nei numerosi documenti del tempo appare anche al maschile, generalizzato in ‘bagatello’.

 

Per la curiosità degli argomenti, riporteremo di seguito tre esempi in tal senso.

 

Il Topolino con rose di Jan Brueghel

 

Jan Brueghel amava moltissimo il cardinale Federico Borromeo. L’aveva incontrato per la prima volta a Roma, quando il cardinale aveva 32 anni, dove avevano discusso di arte e pittura.  Dopo il trasferimento del Borromeo a Milano, Brueghel dalla sua terra natia mantenne con lui un’amichevole corrispondenza. Ne è testimonianza, fra le tante, una lettera inviata dall’artista da Anversa  il 10 ottobre 1596 dove il pittore chiede scusa all’amico per averlo potuto omaggiare soltanto con un bagatello, una cosuccia da poco da lui disegnata. Cosa mai poteva essere stato quel bagatello? Per poter rispondere a questa domanda la ricerca coinvolse nel tempo diversi storici dell'arte. Uno di questi, Giovanni Crivelli, giunse ad ipotizzare che si trattasse del disegno di un topolino. Ma passiamo alla lettera:

 

      "Ill. mo et R.mo sig. pron moi semper oss.mo       

 

      Si bene V. S. lll.mo ha occasione di dolersi della poca diligencia mia, nondimeno m’assicuro che con la grandessa delle anima sua accettara per scusa il difletto mio l’ incomodita, la quale non voiglio che mi facio colpevoli appreso di lei.

 

     Quatre settimano son che io me trove in Anverso, con molto pietceir della mia amisi: cosi non ha voluto manchar per darle fastidio con questo mio mal schrito. Questo bagatello che io le mande, non è per darle occasione di ringracciarmi: ma per darle segno del inmortal obbligo che io lo tengo. Si bene che questo è una cosetta indegno: nondimeno me assicuro che VS. ill.mo acettera il bon animo mio…..”.

                                             

                                                                                      Oblig.mo et Devotis. serv. re

                                                       

                                                                                                Gio. Bruegel (2)

 

 

Di seguito quanto scrisse Giovanni Crivelli al riguardo:

 

“E c’è un altro ticchio che forse mettea quella lettera, quel di sapere che mai si fosse quella cosetta, quel bagatello, cui Brueghel inviava al Cardinale per dargli un segno dell’inmortal suo obligo. ….Pure ripassando, e rifacendosi a ripassare ancor una volta ed un altra, tutti gli oggetti su cui potea penderne un dubbio, e ciò con brama quasi più viva quanto più vaga ne pareva la indicazione, ci fu la volta che si fermò il pensiero e quasi s’ infisse nel . . . nel topolino. C’è qui [presso il Museo dell’Ambrosiana fra le donazioni di quel Cardinale] in una vetrina un pezzuolo di pergamena o carta d’Olanda, incolata su d’un rametto, di 6 per 9 centimetri, con suvvi dipinto un rattino di campagna, ch’è certo certo di Brueghel. «Si fosse mai questo, si fosse proprio questo il bagatello? Ve’ qui: si bene che questo è una cosetta indegno, nondimeno me assicuro.... Ma si, che gli è questo il bagatello! Con questo capettino sott’occhi, e quell’insieme d’espressioni, no non c’è dubbio, è desso è desso!» E veramente quel topolino, con ciò che si unisce, è una cosetta, e tal un bagatello da farne una cosa proprio curiosa. Pare tolto il rattino giust’ al momento che uscito fuor di topaja si soffermi da presso quasi esplorando se si affidi a scostarsene. Ritti, trasparenti gli orecchi, vivi, sogguardanti gli occhietti, corto al petto il testolino e formante con tutto il picciel dorso una sol curva, ch’ indi si allunga e s’alza un pochetto, e ripiegasi, si in alto, in graziosissimo codino. Ti è li si vero quel topolino, ne’ suoi zampininini, nel suo musino, ne’ baffettini, in tutto il pelo, e in quella si naturale sua posa, che c’è a scommettere se il micio qui del sito non lo adocchi talvolta, e quasi men credendo, non faccia di sporgervi talvolta anche le unghiette per veder di riversarlo di giù in su”.

 

Impreziosito da un peduncolo di rosa, da foglioline, da una farfallina, il topolino appariva talmente reale da far scattare qualsiasi gatto per acchiapparlo.

 

 

topo con rosa

 

 

“Ed e’ bisogna che si qual era ed è tuttora, paresse bellino anche a Brueghel quel bagatello, e ci avesse un po’ di cuore, se l’ebbe a mandare in quella prima occasione, e con quell’espressioni, al Cardinale; e che pure questi ben l’aggradisse, e se ’l tenesse pur sempre in degno pregio, se lo ebbe a poi deporre nella sua Ambrosiana, ed a notarlo dopo quasi trent’anni nel suo Museo, dicendoci insieme che ce ’l nota quasi a riprova, che, fatti come quello, possono piacere anche i sorci. La nota anche il Bosca nell’Emideca, e lo descrive a bei tratti, giungendoci poi queste notevoli parole: «E ben ne venne di udire, come a cedere questo quadrettino venisser offerti più d’una volta cinquecento scudi d’ oro». Ma per fortuna gli è lì ancora quel bel rattino ed accessorii, ben quasi dopo tre secoli; e divien ora fin più gradevole il rimirarlo, pensando ch’e’ fu un segno di schietta riconoscenza mandato da tale artista al suo benefattore” (3).

 

Pamela M. Jones scrive che fu per primo il Ragghianti a mettere in discussione la paternità di Brueghel del Topolino con rosa attribuendolo a Georg Hoefnagel sulla base della sua somiglianza con un’opera che si trova nella collezione De Boer ad Asterdam. Un quadro che tuttavia l’Hairs suggerì potesse essere dello stesso Brueghel. Sebbene anche Hertz non riconosca l’autografia del Topolino con rosa, la sua sensibilità e precisione supporta la tradizionale attribuzione al Brueghel. Inoltre è altamente improbabile che il Borromeo, che era costantemente in rapporto con Brueghel e conosceva così bene il suo stile, possa aver sbagliato l’attribuzione di questo lavoro. Piuttosto si può supporre che quel bagatello potrebbe non identificarsi con il Topolino, alludendo invece ad uno dei piccoli paesaggi del Brueghel datati 1596. Se Borromeo possedeva già il quadro nel 1596, è curioso  - ma non  senza precedenti - che non lo avesse inserito nell'elenco del codice del 1607 (4).

 

Un Cavalierato bagatello

 

Pietro Paolo Vergerio il Giovane, giurista e riformatore religioso, nacque a Capodistria nel 1498 e morì a Tubinga nel 1565. Fece uso di vari pseudonimi fra cui Atanasio e Ludovico Rasoro. Abbracciata la carriera ecclesiastica in seguito alla morte dell’adorata moglie, divenne vescovo di Capodistria nel 1536, carica che mantenne sino al 1549. La sua posizione all’interno del Cattolicesimo si andò deteriorando a causa dei contatti da lui intrapresi e continuati con i Protestanti, tanto da essere denunciato dall’Inquisizione veneziana. Mentre si trovava in Valtellina presso i Grigioni, Signori di quelle terre, prese parte attiva alle maggiori polemiche religiose del tempo, assumendo un atteggiamento sempre più antiromano e antipapale, motivato dalla corruzione della Curia per la compra-vendita degli incarichi ecclesiali. Raggiunto da una seconda denuncia per eresia in seguito alla sua pubblicazione di 34 tesi contro il Cattolicesimo romano, lasciò l’Italia, accettando l’invito del Duca Cristofaro di Württemberg di diffondere nelle sue terre la dottrina evangelica. La sua richiesta di esprimersi al Concilio di Trento quale rappresentante del  Duca gli venne negata. Le sue innumerevoli opere rappresentano per gli studiosi dei rapporti fra Cattolicesimo e Protestantesimo di quel tempo una miniera inesauribile di informazioni.

 

Parleremo brevemente di lui in riferimento all’opera Delle Commissioni e Facultà che Papa Giulio III. ha dato à M. Paolo Odescalco Comasco suo Nuncio, & Inquisitore in tutto il paesi di Magnifici Signori Griffoni, pubblicata nel 1554 dopo la sua esperienza in Valtellina (5).

 

Fra le molteplici commissioni e facoltà che Papa Giulio III delegò al Nunzio M. Paolo Odescalco relative ai territori dei Grifoni, Signori della Valtellina e della Valchiavena, elencate nell’opera di Pietro Paolo Vergerio troviamo:

 

Di conti Palatini

Di Cavallieri

Di Pronotarij

Di Martiri

Di Accoliti Capellani

Dell’acqua aggiunta al vino nella Eucharistia

Degli escommunicati

Degli abusi, idolatrie, & spese inutili, & contro l’honor di Dio, che si fanno nella Valtellina, & Valchiavena

Etc (6).

 

L’autorità del Nunzio di nominare Conti Palatini, Cavalieri e Protonotari, viene fermamente combattuta da Atanasio, scandalizzato per le cariche che il Nunzio dispensava a destra e a manca senza ritegno, solo per alimentare le casse romane.

 

A proposito dei Conti Palatini così infatti si esprime:

 

“Or che cosa questi siano bisogna dirlo. Alcuni deli antichi Imperatori tenendo i lor favoriti nel propio palazzo, & perciò chiamandoli conti Palatini per honorargli, & per iscaricare se stessi d’una parte di negotij davan loro autorità di poter conceder venia dell’età, di crear nodari, & dottori, legittimar bastardi, & donare le insegne, o arme, & queste si chiamano reservata principum percioche altri non le può concedere che un signore il quale non habbia superiorità nel suo regno. Adunque i papi volendo imitare questa grandezza imperiale, se bene non tengono i conti ad habitare nel palazzo vaticano nondimeno han per costume di crearne una quantità, quando sono pagati…”

 

Riguardo il nominare ‘Cavallieri” l’atteggiamento di Atanasio diventa ancor più radicale: “O quest’esempia, & cui conoscete voi in tutta la Retia, che sia per andare da quel Nuncio, & dire Messere io vorrei essere cavallier, ecco la mia spada, aspergetela d’acqua, & datemi un buffetto. Voi vi meravigliate di questo mio parlare, & pensate ch’ io frenetichi, ma non frenetico, & riferisco il vero io, andate a vedere nel pontificale, & vedrete che quando il papa, o cotali suoi nuncij creano un cavallier li danno un buffetto, (come si fa ai fanciulli quando si da quell’altra  buffoneria della cresima) & poi gli aspergono la spada con quella vostra acqua salata et li dicono che vada à combatter, & se volete dire il vostro Papa esser vicario di Christo & imitator di Christo dove ritrovate voi nell’Evangelio che Christo habbia mai dato una spada nuda in man d’ un ambitioso, & bravo (come soglion essere cotesti cavallieri) né d’altri & l’habbia mandato ad ammazzar huomini, che ha a far questo con l’armatura, con la corazza, col scuto, con l’elmo, & con la spada, che insegna l’Apostolo nell’ult. ca. agli Efesij, & col desiderio di pace, con la humilità, con la patientia, & mortificatione, che insegna christo: ma il papa si ha finto un christo a suo modo vano carnale, ambitioso e crudele come esso papa vuol essere”.

 

Senza riportare le negative implicazioni derivate dalla creazioni a man larga dei Protonotari, concludiamo con l’avvertimento che Atanasio rivolse a coloro che a tutti i costi volevano diventare Conti Palatini o Cavalieri senza possedere tuttavia il denaro sufficiente per mantenere sproni e spade dorate: si finiva per essere considerati dai veri cavalieri solo dei buffoni e dei bagatelli, cioè persone senza valore e dignità:  “Chi veramente non harà il modo da poter vivere magnificamente, & portare gli sproni & la spada dorata non s’impaccierà di cavalleria, & e se s’impaccierà sar’à tenuto da un buffone, & da un bagatello come’ è tenuto qualche un altro”, poiché “chi pure hara quell’ambitione di volersi incavallerare, & si ritrouverà haver le ricchezze da poter sostenere un tal carico, non vorrà andare da un nuncio, et da un inquisitore papale, che gli farebbe vergogna. Ma da un Re, o da Imperatore….” (7).

 

Giochi da bagatello

 

Bernardino Pino da Cagli (c.1520-1601) una volta preso i voti, godette dei favori di potenti ecclesiastici romani, come il cardinale Cristofaro del Monte, cugino del Papa Giulio III, che lo nominò canonico della cattedrale di Cagli e di Giulio della Rovere che seguì a Ravenna, mentre da Guidubaldo II della Rovere ricevette, assieme ai suoi fratelli anch’essi ecclesiastici, patenti di nobiltà, trasmissibili ai discendenti oltre alla decorazione del cingolo e l'esenzione perpetua da ogni tributo. Tanta condiscendenza derivava dagli interessi che Pino dimostrava verso le lettere unitamente alla sua capacità nello scrivere, soprattutto di moralità. Amico del Tasso, di Caro e del Muzio nel trattato Galant’uomo (1604)indicò le regole comportamentali a cui ciascun uomo avrebbe dovuto attenersi per essere buon servitore del proprio princeps. Ed è proprio dagli scritti sul ‘ben operare' che si evidenzia l’impronta di fondo del suo carattere. Fra le sue numerose opere in tal senso ricordiamo le Lettere Instruttorie (1592), De Martyribus et Martyriis (1595), De viri boni probitate seu de recta christiana vivendi via (1598). Compose anche commedie, la prima a Roma nel 1551 dal titolo La Sbratta, mentre con Gli Ingiusti sdegni approfondì nel Prologo la teoria del genere misto della commedia, presentandola come un compendio di pittura e musica. Fra i suoi ‘ragionamenti’ ricordiamo Gli Affetti del 1569, l'Eunia  composta nel 1582 e l'Evagria di due anni successiva. L’ultimo suo lavoro fu la commedia I falsi sospetti composta nel 1574 e stampata per la prima volta nel 1579.

 

Ed è proprio da questa ultima commedia che si può comprendere l’atteggiamento moralizzante del nostro, nel cui Prologo scrive: “Nella qual opera ò spettacolo, niuno aspetti di vedere attioni, che virtuose non siano, ne di comprendere concetti c’ ha vera vitù non corrispondano… si partano di qua, quelli che quà da contarij pensieri condotti sperano di vedere aggiramenti di golosi parassiti; trufferie di maligni servi; inganni di avari ruffiani; consigli di falsi amici; partiti d’insensati Vecchi; persuasioni de ingorde ruffe, & bravate di codardi soldati: materie fin qua sparse nelle venenose favole (cosi non fusse) di molte Comedie, in danno delle semplici menti, & in dishonore dell’arte del bene scrivere” (8).

 

Come si evidenzia infatti dal completo titolo dell’opera I falsi sospetti, Comedia …. Per instruttione de’ prudenti Padri di famiglia, d’ubidienti figliuoli, & di fedeli servitori, l’autore  “scrivendo caritevolmente desidera giovare, che con vitiosi modi dilettare, & con danno si difetti il piacere”, un proponimento a cui fa seguire una serie di esortazioni su come ben comportarsi indirizzate ai padri, alle madri, ai figli e ai servi, traendo insegnamento da quanto la Commedia mette in scena, concludendo il tutto con le seguenti parole: “O, ò in inspirito sento uno che fra se stesso dice, io mi credeva essere in Pesaro [città in cui si svolge l’azione] per udire in piacevol spettacolo qualche dilettevole Poema, e mi trovo come in Padova uditore in una scuola di Filosofia” (9).

 

Non si pensi tuttavia che per questo la drammaturgia della commedia risulti noiosa: essa al contrario appare deliziosa dato la conoscenza dell’autore dell’arte di attrarre l’attenzione e promuovere il riso.

 

Nell’Atto Quinto della Scena Prima troviamo il riferimento ai giochi di bagatello.

 

L’insegnamento che si ricava dal seguente passo, nel quale un servo sa di poter svelare  ad un amico un segreto che gli risolleverà il morale, è quello di mostrarsi sempre ben contenti quando si intende voler far star bene gli altri, dimostrando felicità per la felicità altrui:

 

Brunoro, servo di Gilberto: “Oh, come rassenerarei il volto di Franco tutto afflitto con la mia allegrezza, quando io potessi a tempo darli le buone nuove ch’io li porto?......

Franco, fattor di Carvilio: “[Fra sé e sé] Risolviti Franco, che chi vuol senza sangue, e senza rumore far vendetta d’un suo nemico, non può pur imaginarsi miglior castigo, che porli il pensiero nelle bilance, e nella stadiera del sì, e del nò, si che quando da un lato pesa il nò, tanto dall’altro sia grave il sì; o che si tratti di corda senza fune, che cocenti carboni senza fuoco, che acerbe ponture, & aspri tormenti senza ferro. Parti Franco, che ‘l tuo gentile Eucherio [giovinetto nobile, figlio di Carvilio, vecchio gentiluomo] habbi bene imparato di giocare alla corregiola? Con quel suo Sonetto, che la sorella più pazza, e più sciocca di lui, ha qui letto, quando diceva amo, e non amo, voglio e non voglio, sudo di caldo, e tremo di freddo, vuò quà e là, e non mi movo di luogo, vivo e son morto, mi nascondo, & ogn’un mi vede, cicalo, e son mutolo, ho i piedi ligati, & vo solazzone per le piazze; parlano altrimenti i Saltambanchi che giocano di bagatello, & i Zingani che danno la buona ventura….Ma di che puoi tu lamentarti Franco, se tu solo, solo, solo dì tanto male sei stato cagione, metti pur all’ordine le sberettate, le scalpellate, le ingenocchiate, e le riverenze per la Nardina, che di vil serva, ch’ era in casa, come tu servo sei, ti farà hora patrona, madonna, & signora. Franco, stanco, manco, & bianco che sei rimasto.

Brunello: Da un lato mi tormenta, e dall’altro mi consola, voglio scoprirli il segreto. Ben trovato Franco, io vorrei vederti una volta contento, e non incontrarti sempre sì afflitto” (10).

 

Il riferimento ai saltimbanchi che giocano di bagatello, cioè di prestigiazione, e agli Zingari che offrono la buona ventura, i quali “parlano altrimenti”, cioè di allegria e di una possibile prosperità futura, aderisce ad un tòpos letterario del tempo: mentre coloro che soffrono sentono di trascorrere un’esistenza senza alito, immersa nei dolori, quanto li circonda sembra rifulgere ancor più di gaiezza, manifestando indifferenza verso il dolente.

 

Fra i numerosi esempi, riportiamo il madrigale di Ottavio Rinuccini (1562-1621) Zefiro torna, trasportato in note da diversi musicisti fra cui Claudio Monteverdi:  

 

Zefiro torna e di soavi accenti

l'aer fa grato e' il pié discioglie a l' onde

e, mormorando tra le verdi fronde,

fa danzar al bel suon su'l prato i fiori.

 

Inghirlandato il crin Fillide e Clori

note temprando lor care e gioconde;

e da monti e da valli ime e profonde

raddoppian l'armonia gli antri canori.

 

Sorge più vaga in ciel l'aurora, e' l sole,

sparge più luci d'or; più puro argento

fregia di Teti il bel ceruleo manto.

 

Sol io, per selve abbandonate e sole,

l' ardor di due begli occhi e' l mio tormento,

come vuol mia ventura, hor piango hor canto.

 

Note

 

1 - Si legga al riguardo il saggio iconologico Il Bagatto e il saggio storico El  Bagatella, ossia il simbolo del peccato.

2 - Museo dell’Ambrosiana, Cartaceo ms. al cardinal Federigo, Vol. G, 173, p. I. Indicazione riportata da Giovanni Crivelli, Giovanni Brueghel pittor fiammingo o Sue Lettere e Quadretti esistenti presso l’Ambrosiana, Milano, Tipografia e Libreria Arcivescovile, Ditta Boniardi-Pogliani di Ermeneg. Besozzi, 1868, p. 7.

3 - Ibid, pp. 14-17.

4 - Cfr:  Pamela M. Jones, Borromeo e l’Ambrosiana: Arte e Riforma cattolica nel XVII secolo a Milano,   Milano, Vita e Pensiero, 1997, p. 241 (Titolo originale: Federico Borromeo and the Ambrosiana : art patronage and reform in seventeenth-century Milan, Cambridge, Cambridge University Press, 1993).

5 - Atanasio [pseudonimo di Pietro Paolo Vergerio il giovane], Delle Commissioni e Facultà che Papa Giulio III. ha dato à M. Paolo Odescalco Comasco suo Nuncio, & Inquisitore in tutto il paesi di Magnifici Signori Griffoni, [Probabilmente stampato a Tubinga per il tipografo Ulrich Morhart], 1554.  

6 - Ibid, s. n. p.

7 - Ibid, s. n. p .

8 - Bernardino Pino da Cagli, I falsi sospetti, Comedia Nouamente posta in luce, Per instruttione de’ prudenti Padri di famiglia, d’ubidienti figliuoli, & di fedeli servitori, In Vinegia, Presso Gio. Battista, & Gio. Bernardo, 1597, p. 4.

9 - Ibid, p. 5.

10 - Ibid, pp. 69v, 70r-v.

 

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