Saggi di Andrea Vitali

Taroch - 1494

La "Frotula de le dòne" di Giovan Giorgio Alione

 

L'astigiano Giovan Giorgio Alione (1460/70 - 1521/29) fu poeta e drammaturgo, un vero trovatore italiano. Proveniente da una famiglia di nobiltà equestre, "nobiltà de populo" quindi, fu un fervente sostenitore dei Francesi, così, quando questi vennero cacciati dal Piemonte e il loro posto fu preso dal Marchese del Monferrato Guglielmo IX, alleato degli Svizzeri e degli Spagnoli, il poeta ebbe seri problemi di sopravvivenza. Ritornati i Francesi, per la sua fedeltà venne ricompensato da Francesco I il quale gli concesse il Castello di Monterainiero. Assai popolare ai suoi tempi, scrisse in lingua francese, fiamminga e piemontese, oltre che in dialettale astigiano. Le sue poesie furono pubblicate nel 1521 ad Asti sotto il titolo di Opera Iocunda, ma è per La Commedia de l'omo e dei soi cinque sentimenti (utilizzata anche da La Fontaine)  e per le sue Farse che l'Alione resta celebre, scritte in versi di nove sillabe, rimati a due a due. Questi alcuni titoli: Farsa de la dona che se credia avere una roba di veluto; Farsa del franzoso alogiato a l' ostaria del Lombardo; Farsa del Lanternero; Farsa de Nicora e de Sibrina; ecc.


Le sue opere minori, scritte in prosa o in versi, fra le quali troviamo la Frotula oggetto della presente trattazione, includono due canti per i disciplinati della piccola Annunziata: la Cantione de li disciplinati de Ast e l'Atra cantione de dicti disciplinati.


Incerta è la data della composizione delle Farse e delle opere minori, pubblicate per la prima volta ad Asti nel 1521. Paolo Antonio Tosi, riportando l'intera opera dell'Alione apparsa con il titolo Commedia e Farse Carnovalesche nei dialetti Astigiano, Milanese e Francese misti con Latino Barbaro composte sul fine del sec. XV da Gio. Giorgio Alione (Milano, 1865), colloca la loro stesura, come si evince dal titolo, al tempo della calata di Carlo VIII in Italia, cioè verso il 1494. Di questa data il Tosi appare molto sicuro come del fatto che vennero rappresentate proprio in quel periodo: "Queste farse sono state dall'Alione composte e fatte rappresentare in Asti sul finire del sec. XV. Sono dunque da considerarsi i primi tentativi di un tal genere di componimento, ed il trovatore Astigiano uno dei primi introduttori della poesia teatrale in Italia. Il loro merito principale è di essere dialogate con molta facilità, e di offrire un saggio fedele e curioso dei costumi italiani e francesi di quell'epoca. Il Quadrio (V. 53) scrive che la poesia comica fu traspiantata in Italia dalla Provenza fino dal secolo XII. Lo stesso, menzionando i primi autori di commedie italiane a lui noti, nomina un Sulpizio Verulano, un Ugolino da Parma, un Francesco Sallustio Bonguglielmi florentino ed un non so qual Damiano, che verseggiarono verso la fine del secolo XV ed il cominciare del XVI. Ma dell'Alione non fa alcun cenno, essendogli stata ignota l'edizione di Asti, 1521, ne avendo fatta attenzione, che le sue farse contenute nelle edizioni posteriori, erano state composte al tempo della calata in Italia di Cario VIII, cioè verso il 1494" (1).

Giovanni Da Pozzo, curatore del volume Il Cinquecento Tomo I: La dinamica del rinnovamento (1494-1533) (2) pubblicato nella collana "Storia letteraria d'Italia", trattando delle Farse scrive "Edite ad Asti nel 1521, ma composte parecchi anni prima"  (3).

La Frotula de le dòne risulta essere uno dei primi componimenti conosciuti - assieme alla Maccheronea di Bassano Mantovano, individuata da Ross S. Caldwell (4) - in cui il termine Taroch viene utilizzato con il significato di "sciocco, idiota, pazzo", attributi che vennero assegnati proprio verso la fine del Quattrocento al gioco dei "Trionfi" quando questo assunse il nome di gioco dei "Tarocchi", coincidendo inoltre con il significato di "cosa sciocca" dato al termine "minchiata", cioè il tarocco toscano (5).

Una sostituzione (da Trionfi a Tarocchi) da imputarsi probabilmente all'azione della Chiesa, in seguito alla mancanza di comprensione da parte dei giocatori dei valori etici espressi dai Trionfi a favore del solo piacere del gioco o dell'azzardo. Per dissuadere i giocatori dall'avvicinarsi ai tavoli da gioco, si intese chiamare tarocco quel gioco (anche per la presenza del Matto nelle carte), al fine di denunciare la stupidità, la sciocchezza e la follia di coloro che ad esso si fossero asserviti. Il successo minimo ottenuto da tale operazione si deve alla grande popolarità di cui godette il gioco e soprattutto all'inconprensione del significato del termine. Infatti non si deve ritenere che gli uomini di quel tempo, quando giocavano, ponessero mente al significato di 'tarocco'. Considerazione che vale oggi come allora: quando giochiamo a Bestia o a Maletto (nomi romagnoli di giochi di carte), noi non pensiamo affatto al loro etimo, sconosciuto ai più. Giochiamo a Bestia o a Maletto e basta. 


A questo punto procederemo con l'analisi della nostra frottola,  genere letterario di carattere narrativo-moraleggiante, talora anche dialogato e a volte musicato.


Nella Frotula de le dòne (Frottola delle donne) troviamo i consueti attacchi misogini dell'Alione, pieni di riferimenti sessuali. La misoginia dell'autore si manifesta attraverso accuse rivolte alle donne e al clero, soprattutto ai frati: le donne astigiane si addobbano per far capire agli uomini che sono di facili costumi, le puttane hanno aumentato le tariffe, tutte tradiscono i mariti che hanno poca fantasia sessuale, mentre i preti e soprattutto i frati conoscono ogni variazione in merito e fanno 'hic, hec hoc', dove hic è da intendersi in senso onomatopeico in riferimento al tipico singhiozzo dell'avvinazzato, mentre hec e hoc alludono ad altri scurrili intrattenimenti a cui i frati del tempo si dedicavano.

La traduzione completa della Frotula risulta molto difficile (6) sia per la forma dialettale astigiana del tempo (un dialetto assai diverso da quello parlato oggi), fra l'altro infarcito di maccheronici latinismi, di francesismi e a volte di parole tratte dal dialetto toscano, sia per un certo tipo di varianti lessicali introdotte per creare assonanze, cosa che se da un lato apporta gradevolezza di suoni, dall'altro crea costanti problemi in fase di traduzione. Per spiegare meglio questo aspetto prenderemo come esempio la seguente strofa (7):


Aristotel nan scampè
Ch'una dona el cavalcò
Se voi done fè dercò
Penitenzia a quater pè
Guardè a non squarciè el papè
Pr'andè a studi in utroquù.


Aristotele non ha avuto scampo,
che una donna lo cavalcò,
se voi donne fate pure
penitenza a quattro zampe
badate di non farvi squarciare il papello
per andare a studiare come prenderlo nel retro.


In parole povere il senso è questo:  "Aristotele che si fece cavalcare da una donna (8) non ebbe scampo, ma se voi o donne  farete penitenza a quattro zampe come lui, nel mentre cercherete di fare sesso dovrete stare attente a non farvi deflorare nel retro". Nell'ultimo verso di questa strofa, la terminologia giusta da adottare sarebbe stata utroque, che significa "verso ambedue le parti, in un senso e nell'altro", ma l'autore con un gioco di assonanza, che rende volgare l'espressione, utilizza utruquù, termine inesistente, ma efficace per suggerire l'idea di un particolare atto sessuale. Infatti il “sedere” in dialetto si scrive anche “cul”,  termine che la maggior parte delle volte viene pronunciato rafforzando la u, cioè “cuul”.


Per la comprensione della parola taroch all'interno di questo componimento ci siamo valsi sia della traduzione che di molti lemmi della Frotula fece Enzo Bottasso nell'opera da lui curata Giovan Giorgio Alione, L'Opera Piacevole (9), sia della competenza del prof. Bruno Villata, autore di un esame critico delle Farse dell'Alione (10), dove per taroch entrambi danno "sciocchi". Sciocco, secondo il Dizionario Generale de’ Sinonimi Italiani dell’abate Giovanni Romani (11) significa "Colui che non sa far buon uso del senno, nel che si avvicina a Stolto" divenendo 'per scarsezza di senno sinonimo di pazzo'.

 

Questi i versi di nostro interesse:

 

Marì ne san dè au recioch
Secundum el Melchisedech
Lour fan hic. Preve hic et hec
Ma i frà, hic et hec et hoc
Ancôr gli è – d'i taroch
Chi dan zù da Ferragù
     Cole chi per so zovent
Ne se san fer der sul tasche
Con o temp devantran masche
Quant gnuni ni dirà pù nent
So dagn per ciò gl'abion el ment
Cho diao san furb el cù.

 

La frase in questione è riferibile a un proverbio ancora in uso, secondo il quale quando 'il cul è frust, paternoster viene just', ovvero quando le donne invecchiano appaiono bigotte (diventano masche = streghe), mentre prima frequentavano preti e frati per altri motivi (12). 

 

Traduzione:

 

I mariti non sanno dare al rintocco [compiere il loro dovere con le mogli al suono del rintocco, cioè quando la campana annuncia la mezzanotte] 

secondo Melchisedec [secondo quanto sarebbe giusto. Il mio Re è Giusto è infatti il significato principale del nome Melchisedec, personaggio emblematico dell'Antico Testamento] 

Loro [i mariti] fanno hic [sono ubriachi, con senso onomatopeico], i preti [fanno] hic e hec [bevono e vanno con le donne. Hec in sostituzione del corretto lat. fem. haec]

ma i frati, [fanno] hic, hec e hoc  [bevono, vanno con le donne e ben altro, ne fanno cioè di tutti i colori]

Ancora ci sono degli sciocchi [Inoltre ci sono degli sciocchi]

che danno giù da Ferragù [che sono fatti della stessa pasta di Ferragù, cioè rozzi] (1)

    Quelle [mogli] che per la loro giovinezza [della loro giovinezza] 

non sanno farsi dare nelle tasche  [non sanno far tesoro, cioè non riescono a concedersi in un modo o nell’altro per denaro, per arricchirsi]           

con il tempo diventeranno masche [streghe]       

quando nessuno dirà loro più niente [quando non interesseranno più a nessuno] 

con danno loro, perciò abbiano a mente [stiano attente] 

perché il diavolo se ne netta il sedere  [se ne frega].

 

(1) Ferragù = si tratta di un personaggio rozzo magari tratto dalla tradizione transalpina a partire dalla Vita Karoli. Va ricordato che ai tempi dell’Alione Asti era territorio francese (Informazione fornitaci dal prof. Bruno Villata).

 

Di seguito l'intero componimento:

 

Frotula de le dòne


Nostre done han i cigl ercù
Porton cioche e van stringà
Per fè attende a la brigà
Cogle pias el mazocù.
     S'una dona va a remusg
E feis ben so marì bech
El pan ong ne lo pù lech
A travonder chel pan sug
E pos cha a fer gnun ni tug
Ma cla porta a cà di scù.
     Le putein ch' aveon pr' un quart
Volon ades un cavalot
S'el consegl nel fa stè ascot
Nostre done andran fer l'art
Speisa tant che Dè gle a part
Valo antorn soi paracù.
      Рos chel done han preis al bot
Un vergilli han cià derrer
O gle ha mis el feu derrer
Pr'avischer nosg ciriot
Ch'ancor van nesch stradiot
Ciriant and o circù.
     Aristotel nan scampè
Ch'una dona el cavalcò
Se voi done fè dercò
Penitenzia a quater pè
Guardè a non squarciè el papè
Pr'andè a studi in utroquù.
     Mi ne seu pu bel pareir
Che fè stragichè el frangougl
Crubir gloeugl con i zenougl
E attacherse ai contrapeis
Cost è un at' chi tost è ampreis
Chi fa fer l'erbor forcù
     Guardè done a non fiacher
So sij gravie cho gle i group
Vozì aneing la schina a i coup
E la chiesia su o ciocher
Ma sei destre al sabacher
Degle o so reciprocù.
     O gle o zeu del cazafrust
Zeu da cog quant el fa brun
Zeu che doi ne paron ch'un
La gatta orba è ancor pù iust
Ma val poc chi nalcia el bust
Per dè an brocha a piza o cù.
     Marì ne san dè au recioch
Secundum el Melchisedech
Lour fan hic. Preve hic et hec
Ma i frà, hic et hec et hoc
Ancôr gli è – d'i taroch
Chi dan zù da Ferragù
     Cole chi per so zovent
Ne se san fer der sul tasche
Con o temp devantran masche
Quant gnuni ni dirà pù nent
So dagn per ciò gl'abion el ment
Cho diao san furb el cù.
     S'isg bigotz gent dal mantel
Queich fratesche o crestian vegl
Vorran creze a i soi cervegl
Despresiant o nostr libbel
Mandegle autr da preve Raphael
Ferse scrive un k. s. u.

 

Al termine della frottola troviamo un attacco al prete Raffaele, forse colpevole di aver disprezzato le opere di Alione. Non è invece possibile farsi un' idea di cosa possa significare 'k.s.u.', con la quale termina il componimento.

 

Note


1 - Opera citata nel testo, Prefazione, pagg. VII - VIII.
2 - Opera citata nel testo, Piccin- Nuova Libraria / Casa Editrice Dr. Francesco Vallardi, Milano-Padova, 2007. 
3 - Opera citata nel testo, pag. 492, nota 8. 
4 - Si leggano in merito i saggi Dell'Etimo Tarocco e Taroch: nulla latina ratione. L'Alione che parteggiava per i Francesi, rispose ad una  Maccheronea di Bassano Mantovano, di tendenze politiche opposte alle sue, con un proprio componimento dal titolo Macarronea contra Macarroneam Bassani.
5 - Si legga al riguardo il saggio Farsa Satyra Morale.
- Studiosi di dialetto antico astigiano a cui abbiamo inviato il testo, ci hanno informato delle enormi difficoltà riscontrate nella traduzione delle opere dell'Alione.
7 - La traduzione di questa strofa si deve alla gentilezza della Dott.ssa Donatella Gnetti, Direttore della Biblioteca Astense.
8 - Su Aristotele e Fillide si veda il saggio iconologico La Temperanza
9 - Opera citata nel testo, Libreria Antiquaria Palmaverde, Bologna, 1953. 

10- Bruno Villata, Giovan Giorgio Alione – LE FARSE – Testo originale con traduzione italiana e piemontese,  Lòsna & Tron, Montréal, 2007. Desideriamo ringraziare il prof. Villata, docente di Linguistica presso la Concordia University di Montréal, per il suo cortese contributo. 

11Volume Secondo, Milano, Giovanni Silvestri, 1825, pp. 92-93.

12Si deve alla cortesia della Dott.ssa Alvina Malerba, Direttore del Centro Studi Piemontesi di Torino, l'averci comunicato questa informazione. 

 

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