Saggi di Andrea Vitali

L' Hospidale de' Pazzi Incurabili

I Tarocchi e la Pazzia

 
L’HOSPIDALE DE’ PAZZI INCURABILI
di Tomaso Garzoni da Bagnacavallo


L’Hospidale de’ pazzi incurabili di Tomaso Garzoni da Bagnacavallo fu pubblicato nel 1586 simultaneamente a Venezia, Ferrara e Piacenza, a dimostrazione della consolidata fama dell’autore. La trama consiste in una visita offerta ai lettori dietro compenso di una moneta da 20 soldi ad un manicomio universale nelle cui sale sono rinchiusi i rappresentanti, antichi e contemporanei, delle più diverse forme di follia. Il centro dell’ospedale è costituito dai “Re dei Pazzi” cioè dai pazzi vanagloriosi, a cui l’autore dedica il quindicesimo discorso dei trenta di cui è composta la prima parte dell’opera. Ciascuna tipologia di pazzia è raccontata attraverso un Discorso a cui segue l’Orazione ad una divinità, un nume tutelare a cui i visitatori possono rivolgere particolari esortazioni al fine di far ottenere la guarigione ai poveri malati. Esiste anche una sezione al femminile, che l’autore circoscrive in un unico Ragionamento, le cui tipologie di follia risultano identiche a quelle degli uomini, ma con la variante che alle donne non è offerta la possibilità di guarigione, data la mancanza delle Orazioni. Mentre ciascun Discorso si esprime con esempi di personaggi maschili tratti dalla storia e dalla cronaca del tempo, gli stessi nomi delle donne - ad esempio Domitilla Feronia, Ostilia Mutinense - denunciano la non appartenenza a contingenze storiche mentre le Imprese poste sopra le loro celle hanno lo scopo di rappresentare la tipologia di follia di cui ciascuna di esse è affetta, da individuare da parte dei visitatori attraverso l’interpretazione visiva delle Imprese stesse unitamente ai ragionamenti verbali riferite ad ognuna di loro. Le diverse forme di pazzia non sono inserite dall’autore secondo un preciso piano logico-classificatorio, mentre appare evidente la concretezza architettonica dell’edifico con le camere dislocate da destra a sinistra e con celle poste “di sotto” o “più abbasso” sino a giungere all’ultima camera, quella di Ostilia Mutinense, tormentata da pazzia diabolica e situata appunto nella parte più bassa dell’edificio, lì concepita appositamente per creare l’idea della discesa infernale, verso una pazzia senza nome.

L’opera, che si apre con una Dedica a cui seguono due Sonetti, introduce i Discorsi mediante un Prologo dell’Autore a’ Spettatori. È in questo Prologo che troviamo il primo riferimento ai tarocchi laddove il Garzoni al paragrafo 6 ironicamente scrive “…quei matti da tarocco che si stimano Nestori”, ossia quelle persone senza qualità che si credono essere dei saggi. Figlio del re di Pilo Neleo e di Cloride, Nestore divenne infatti famoso per essere stato il più vecchio e il più saggio combattente sotto le mura di Troia ed ancora oggi molti modi di dire lo citano come sinonimo di “vecchio saggio”.

Al Prologo seguono 30 Discorsi dai titoli accattivanti quali: De’ pazzi frenetici e deliri , De’ pazzi bizarri e furiosi , De’ pazzi sfrenati come un cavallo , De’ pazzi goffi e fatui, etc. Per quanto riguarda la nostra indagine riferita ovviamente ai tarocchi, risulta di grande rilevanza il Discorso XIII: De’ pazzi dispettosi o da tarocco che qui riportiamo integralmente comprensivo di Orazione. L’edizione di riferimento è quella stampata a Piacenza da Gio. Bazachi nel 1586. 



                                                             DISCORSO XIII - DE' PAZZI DISPETTOSI O DA TAROCCO


 [1] - Alcuni hanno nel cervello inserto un spirito sí fatto che, quando qualche volta avviene che si tengano offesi o ingiuriati da qualcuno, con una pazza volontà cominciano a un tratto a contender con quello; e secondo che dalla banda (1) dell'offensore vanno multiplicando l'ingiurie e l'offese, cosí dalla banda sua crescono insieme con l'odio i dispetti continui; onde la cosa si riduce a tale, che taroccando (2) col cervello bestialmente seco, acquista il nome di pazzo dispettoso e da tarocco.

[2] Potrebbesi forsi porre fra gli antichi essempi quello di Clicomede Astipalense, uomo di forze prodigiose nominato da Plutarco il quale, defraudato d'un certo premio alla sua virtù conveniente, entrò in un tanto dispetto per questa cosa, che un giorno s'accostò con le spalle a una colonna, che sostentava la scuola commune, nella quale erano tutti i figliuoli de' primati, e gettandola a terra furiosamente, uccise il maestro e tutti quei gioveni insieme.

[3] Fra questi tali annoverar si puole ancora quel Marganore presso all'Ariosto (3), il quale per la morte de' due figliuoli, prese tanto in urta il femineo sesso, che quante femine capitavano nel suo dominio, tutte per questa causa con brutti scherzi e molto malamente eran da lui trattate.

[4] Per un gran matto da tarocco ne' tempi moderni e battezato da tutti un certo quanquam (4) per lettera, o un certo belfegor (5) cosí fatto che per un becco d'una pulice (6) vuole amazzare tutto il mondo, e quando entra sui balzi e sul carro matto (7) non ha paura di tutta l'artelaria (8) del duca di Ferrara, perché il dispetto et il livore li tolgono l'antivedere, il pericolo, e la botta che al suo furore è soprastante: onde a proposito si va raccontando che un giorno, dicendoli uno «testa di violino», mosso da una grandissima escandescenza per causa di questa parola, li menò un pugno sí fatto che, urtando in una colonna, si ruppe tutta una mano e il braccio ancora; e poi che vide il suo danno palese, entrando in maggior sdegno del primo, li tirò d'una balla di marmo, per coglierlo nella fronte, la qual dando nel muro e ripercuotendo indietro, diede nello stomaco a lui, tanto che, acceso in un tratto di doppio furore, andò con la testa per urtare nella pancia di quello; e, retirandosi egli, colse con la testa nel pariete (9), e se la franse tutta: e all'ultimo, non avendo altro da sfogarsi, tirò indiscretamente un rutto da basso, dicendo; «Or piglia questa, dapoi che non mi posso vendicare in altro!».

[5] Un gran matto dispettoso e taroccante fu Cristoforo da Crispino, il quale, perché uno li disse un giorno (essendo bruttissimo d'effige): «Voi sete pur il bel giovene»; aborrendo l'ironia di costui, li tirò d'una formetta di caseo nello stomaco; e perché colui prese il formaggio e se 'l portava via per mangiare, li slanciò dietro un cortello ch'aveva; e pigliando anco colui il cortello, per servirsene in tagliare il formaggio, essendo presso alla bottega d'un fornaro, li tirò dietro una man di pane, la qual, raccolta pur da costui, per servirsene da mangiar col formaggio; volse tirarli all'ultimo dietro un boccale senza vino, che li venne per le mani: ma dicendo colui: «Fratello, empilo di grazia di vino, e slanciamelo dietro! », entrò per questa parola in tanta rabbia che, correndo a una fontana vicina, glie'l volse gettar dietro pieno d'acqua; ma colui ridendo e fugendo a guisa d'un Parto insidioso disse: «Compagno, io avrò il cortello, il pane e il formaggio, restati tu col boccale e con l'acqua, che siamo quasi pari», e cosí illuse l'ultimo colpo del matto dispettoso, il qual s'avide in fine, che restava con grandissimo scorno di questa sua mattesca impresa.

[6] Più segnalato essempio di dispettosa pazzia non si può addurre di quello che pone il divino Ariosto nella perversa e scelerata Gabrina, in quella stanza massime che principia: Odi tu (li diss'ella) tu, che sei cotanto altier, che sí mi scherni e sprezzi; se sapessi che nuova ho di costei che morta piangi, mi faresti vezzi, ma più tosto che dirtelo, torrei che mi strozzassi o fessi in mille pezzi. (10)

[7] Perché la maladetta vecchia con ogni sorte di rabbia e di dispetto cercò d'isfogarsi col misero Zerbino, non compatendo alla fortuna di quello con una scintilla sola di pietà, da iniqua e diabolica strega com'era veramente.

[8] Questi tali adunque sono meritatamente addimandati pazzi dispettosi o matti da tarocco, et hanno nell'Ospidale una cella che tien fuora per insegna la dea Nemesi, alla quale in tanto lor bisogno ricorriamo per aiutto, essendo quella dea che di questa sorte di matti communemente ha cura.


                                                                                  ORAZIONE ALLA DEA NEMESI
                                                                         PER I PAZZI DISPETTOSI O DA TAROCCO
                                                                                

[1] Con quanto ardor si puote, con quanta veemenza n'è concesso, a te diva Ranusia dagli antichi detta perché in Rannunte citta dell'Asia si vede il simulacro tuo per man di Fidia fatto, ricorrendo imploriamo il tuo massimo aiutto e favore, perché contra questi pazzi dispettosi non sappiamo esser meglior remedio che l'aiutto di quella dea, che punendo e castigando i facinorosi e delinquenti, é meritamente tenuta per medica delle piaghe di questi pazzi. [2] Però se quel soccorso abbiamo che da una dea sí giusta sperar ne lece, sappi al sicuro che, grati ai tuoi favori, offeriremo nel tempio d'Adrastia a te consecrato un cesto d'agli e di scalogne, e tutti salutaremo il nome d'Adrastia, sbruffando fuor gli odori dispettosi, argumenti evidenti d'una tal salute partorita a costoro, per cui la presente orazione t'indrizziamo; salvagli adunque, e rimanti in pace.

Note

1
- Banda: parte.
2 - Taroccando: uscire in parole d’ira, di stizza.
3 - Marganore: personaggio dell’Orlando Furioso, XXXVII, 43 e sgg.
4 - Quamquam: sapientone, falso sapiente, saccente.
5 - Belfegor: nome di diavolo, ma qui “stupido”
6 - Pulice: pulce.
7 - Carro matto: carro senza sponde.
8 - L’artelaria: l’artiglieria.
9 - Pariete: parete.
10 - Orlando Furioso, XX, 138.

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