Saggi di Andrea Vitali

I Sermoni del Giusti

Giovan Batista Giusti e il Principe dei Tarocchi

 

TAROCCHI E VITA DI SOCIETA'  BORGHESE

A Firenze nel 1827 venne data alle stampe l’opera Sermoni del Cavaliere Gio. Battista Giusti.


L’editore Prof. Francesco Orioli, amico dell’autore, così scrive nella premessa  “Ai Lettori”: “Tra le molte maniere di poesia, a che è degno dell’uomo di lettere applicare l’anime, stimo doversi concedere uno de’ principali posti alla Satira, il cui lodevole ufficio è di flagellare le viziose disposizioni del popolo e de’ cittadini, a fine d’invitare gli uomini a mutarle, e ad averle in odio. Questo suole conseguire il poeta satirico nella satira urbana col cercare soltanto di provocare le altrui risa, offerendo sotto ridevole aspetto le umane follie, con un modo beffardo di versi, che non rade volte più tornano efficaci di que’ che fanno maggior morso: e questo nella satira, ch’ io direi Giovenalesca, egli si propone di ottenere, adoperando maniera più aspra, ed anzi eccitando le pubbliche ire, che gli scherni. Né in Italia mancano per vero buoni esemplari delle due guise qui mentovate, perciocché anzi abbiamo, siccome a tutti è noto, grande abbondanza di poeti antichi e moderni, che nell’una o nell’altra riuscirono eccellenti, bastandomi di nominare tra molti un Lodovico Ariosto, un Gaspare Gozzi, un Parini. Ma ora vivevamo in penuria di Satirografi, mentre il bisogno dell’opera loro è per avventura fatto maggiore, che in passato: e per questo non ho potuto non sentire nell’ animo grandissima gioia, veggendo applicare da ciò il suo molto intendimento un principalissimo mio amico, della cui dolcissima conversazione da lungo tempo godo familiarmente. È questi il Cav. Gio. Batista Giusti, Ingegnere celebre, Direttore emerito de’ lavori d’acque nelle legazioni Pontificie, del quale tutti sanno che non meno de’ matematici severi studj, amò ed ama gli ameni delle belle lettere, mostrandosi all’ Italia poeta leggiadrissimo, ed elegante scrittore di prosa. Fin dal 1826 aveva egli cominciato a scrivere sermoni, ed alcuni in quell’anno, altri ne’ susseguenti recitò nell’Accademia de’ Felsinei con moltissima e clamorosa lode. Il maggior numero di essi altresì aveva lasciati stampare a mia preghiera nel Giornale Bolognese intitolato il Bullettìno Universale dì scienze, lettere, ed arti; nondimeno era desiderio di molti che fossero in un solo libro riuniti, e che ai già conosciuti qualche altro se ne aggiungesse degl’inediti. Ora egli vinto per le istanze reiterate da me fattegli acconsentì finalmente alla dimanda; ed ecco io mi fa pubblicatore del presente libro colla speranza, che credo fondata, di operare con ciò cosa grata ed utile a que’ che amano di leggere. Certo nessuno dirà che gli argomenti delle satire non siano acconci e gravi, o che la sferza non soverchio acerba dell’ autore cada a vuoto e colpisca in falso. Ne spiacerà, io penso, lo stile, il quale, siccome a siffatto genere di componimento s’addice, se non vuol sorgere guari all’ altezza dell’ epico e del lirico, non iscende però al livello della prosaica bassezza. Per contrario esso è decente, puro, nobile, e soprattutto inteso con buona elezione di parole a procacciare evidenza e forza. In prova di ciò potrei molte citazioni di bellissimi versi qui fare, se il libro non seguitasse intero, dopo il presente mio dire, ad esser testimonio delle cose affermate. Però ad altre parole non trascorro, e fo voto soltanto, che gli uomini, leggendo queste pitture di vizj e di viziosi, ne abbiano spavento e si correggano; e che l'Autore chiarissimo, dappoiché gli piacque entrare in questa arena, non si stanchi di spezzare in essa nuove lande, le quali non saranno spezzate, io mi confido, senza pubblica utilità, ch’ è pure il principale obietto d’ogni buono studio”.


Se l’editore non si fosse soffermato a parlarci del Giusti (1758-1829), sarebbe stato difficile conoscere quel personaggio, praticamente assente dai testi di storia della letteratura. In ogni modo abbiamo trovato altre informazioni che lo rendono più che degno di menzione: fece la traduzione dell’Edipo Coloneo di Sofocle sulla quale Rossini iniziò a comporre le musiche di scena e compose i versi dell’inno Agli Italiani che Rossini diresse al Teatro Contavalli il 5 aprile 1815 per l’ingresso di Gioacchino Murat a Bologna. Nel 1817 aveva visto la luce la sua opera All’amica: Odi del Cavaliere Giambatista Giusti mentre precedentemente, nel 1801, erano apparsi i suoi Versi, pubblicati a Parma e illustrati da Francesco Rosaspina e Felice Giani . La vicinanza con questi famosi artisti lo colloca senza dubbio fra le personalità di spicco della sua epoca.Il motivo per cui trattiamo i Sermoni del Giusti è da ricercarsi in un’immediata simpatia dello scrivente per questo autore. E non poteva essere diversamente dato che il Giusti nel Sermone III ricorda il Principe Francesco Antelminelli Castracani Fibbia che lo scrivente sostiene essere stato l’inventore dei tarocchi o meglio del Ludus Triumphorum. (Si legga a questo proposito il saggio Il Principe).


Nel Sermone III, dal titolo le Conversazioni all’amico Lorenzo Callini, il Giusti satireggia la borghesia del tempo, con i suoi lussi e le sue decadenze. Il Sermone appare incisivo nelle descrizioni e alquanto poetico nella stesura testuale. Non si ritiene di riportare la traduzione in italiano corrente in quanto i Sermoni, nel loro insieme, appaiono di facile comprensione. Il testo è stato riportato fedelmente dalla prima edizione dell'opera, con caratteri normali e corsivi. I numeri riportati fra parentesi si riferiscono alla numerazione delle pagine nell’opera originale. I versi in cui il Giusti parla dei Tarocchi si trovano alle pagg. 22 e 23.


LE CONVERSAZIONI


ALL'AMICO


LORENZO COLLINI


 Sermone III

 

 

Stanco di più dettar d’ argini e strade,
E di chiuse, e di chiaviche, e di ponti,
(Delle fatiche mie materia eterna,)
Lascio lo studio , e a te, mio dolce Amico,
Pensier volgo e parole. — II Carnevale
Un giorno io ti dipinsi. Ora altri tempi,
Altri sollazzi. Meco vieni: io voglio
Mostrarti come ognun qui si affatica
Queste pe’ ricchi e per gli sfaccendati
Sere infinite di far brevi, ond’ abbia
Conforto alcun la vita, e assai più presta
Della cena e del sonno arrivi l’ora.
Ecco un caffè: m’inoltro, e vulgar turba
Scorgo di ogni ragion, che freddo o caldo
Sorbe; poi paga, e lascia ad altri il loco.
Ma gotiche figure in più segreta
Stanza sono a consesso — Caffettiere !
Un sorbetto, e frattanto ascolto e noto. —
Che dicon le gazzette ? o guerra, o pace
Avrà il Russo col Turco? a che verranno
Ed il Greco e l’ Ispano e il Lusitano?
Io predico gran turbine di guerra:


                       ( 20 )


E ben sel merta chi mutar l’antico

Ordin presume, e dalla pace aborre:
A Pica, che sì parla, alto risponde
Il querulo Timone: E chi può, dice,
Di esterne cose ragionar, se il grano ,
Il seme di Sicilia, e la cercata
Canapa un tempo, inutili si stanno
Ne' Magazzini, e niun li cerca o compra;
E sempre il vitto giornaliero incara?
Meglio in mia gioventù. Calmiere e prezzo
Fisso alle cose: il nostro scrigno è voto,
Pieno quel del plebeo, che compra e vende
Tutto ad arbitrio. Miserandi tempi!
Folle! che, se abbondanza empie le sacca,
Si duol del prezzo; e se sterile è l’ anno,
Della ricolta: e biasima il presente,
E del passato lodatore è largo.
Ravido dopo lui: registro, bollo,
Ed il censo lamenta; ei pago mai
Non è di accumular oro con oro,
Che in poco d’anni raddoppiò col frutto:
Mal veste, peggio mangia: e gretta vita
Mena piangendo sempre i tempi e il troppo
Dispendio: e intanto non si avvede come
Rideranno di lui gli allegri eredi.
Nomentano all’ incontro, che i paterni
Beni e materni dissipò: non posso ,
Grida, frenarmi più: ruba, distrugge
Scaltro amministrator mie ricche entrate:
Rivoglio il mio: pagherò tutti: il resto
In pace mi godrò: né si rammenta


                          ( 21 )


Che quel che dee pagar soverchia il censo.
Nasidïeno inerte mai non vide
Gli aviti campi: né conobbe l’arte
Che insegnaron Crescenzio e Columella.
D’oziose livree piena à la casa
E cantiniere, ragioniere, e agente,
E ben pasciuti in villa e corpulenti
Fattori: e ne’ registri grasse entrate
E magre in cassa; e, sebben sappia a prova
Che s’ ei chiede denar rispondon coppe,
Pur cieco sempre spensierato e folle
A tanti danni provveder non cura.
Estremo insorge il detrattor Rufillo,
E con ambigui detti punge e morde
La matrona e l‘incauta verginella,
Che a’  suoi morsi si espose. Sozza bocca,
Quanto più sozza tanto più laudata
Dall’ ignobile Ofello, il qual co’ plausi,
E il tacer che acconsente, meritossi
Loco fra i titolati: e fu sofferto.
Ed io chiudo le orecchie. Oh sciocca gente,
Che vanamente cicalando, paci
E guerre, e leggi, ed onestà ponete
Tutte in un fascio: io non vi curo, e passo.
Vadasi altrove: il frequentato è questo
Albergo di Filon: larghe, salubri
Camere e logge, e buon numer d’ amici.
Tavole a scacchi preparate: fogli
In cui delle novelle il curioso
E delle vane gare, onde si azzuffano
In sulla Senna il destro lato e il manco,


                    ( 22 )


Trova cibo al politico palato.
Ma dalle scale graziosa e bella
Scende dal loco la Signora: or via
Mano alle carte ed alle stecche; a un tratto
Sono Armati gli atleti: si combatte,
E gran fragor s’inalza ed alte risa
Allorché il sonnolento Siniscalco
Molto promette; scaglia il colpo, e falla.
Altrove quattro giocatori assidonsi
Al Tarocco: o divin trovato! o illustre (*)
Concittadino mio! fuggisti il nostro

 
(*) Nella Sala de’ Signori Fibbia Fabbri di Bologna in via Galliera si osserva un quadro grande di tela, bislungo, in cui è rappresentato un Personaggio vestito di zimarra nera, ritto accosto ad un tavolino e ad una sedia, ed avente in mano un mazzo di Carte da Tarocchino, alcune delle quali gli cadono per terra, e fra queste si vedono le Regine di Bastoni e di Denari, in cui sono indicate delle Armi.

Nella parte inferiore di questo quadro avvi la seguente inscrizione:

Francesco Antelminelli Castracani Fibbia Principe di Pisa, Monte Giori e Pietra Santa, e Signore di Fucecchio, figlio di Giovanili, nato di Castruccio Duca di Lucca, Pistola, Pisa ec. Fuggito in Bologna, datosi a’ Bentivogli fu fatto Generalissimo dell’armi Bolognesi, ed il primo di questa Famiglia, che fu detto in Bologna dalla Fibbia, ebbe per moglie Francesca Figlia di Giovanni Bentivogli. Inventore del Gioco del Tarocco di Bologna. Dalli XVI Riformatori della Città ebbe per privilegio di porre l’arma Fibbia nella Regina di Bastoni, e quella di sua moglie nella Regina di Denari. Nato l’anno 1360 morì l’anno 1410.

             
                   ( 23 ) 


Miserando paese dalle parti
Diviso: e qui t’accolse ospite albergo,
E d’ospitalità nobil compenso
Il tarocco inventasti, e premj e onori
Furono dal Senato a te largiti.
Ma qual maligno genio da cotanto
Utile frutto del tuo genio estrasse
Solo l’amaro? Accanto al ben si trova
Pur troppo il male: in una fetid’erba
Riesce il giglio, e in reo pugnale il ferro;
Così dal buon tarocco origin ebbe
L’infido gioco che Cinquina ha nome.
Ma l’ora è già che della bella amica,
Che di sue feste la città rallegra,
Al palagio si vada: il cocchio è presto,
E parte e vola. Al numero, al frastuono
De’ destrier, de’cocchieri, e de’ staffieri
Ravviso il loco desiato: e scendo.
Di mille accese faci il folgorante
Bagliore per le camere e le sale
Ampia luce diffonde; arazzi al suolo
Fiori per tutto; candelabri, e vasi
Per man di Flora in be’ color dipinti.
E qui il donzello delle dame i nomi
Grida più forte, se più illustri, e meno
Se il nome è oscuro. — Lei, che vien, se è sola
E sola trapassar deve per mezzo
Il cerchio ufficioso, ove già seggono
Quelle che prime fur, pallida farsi,
Turbarsi e quasi incespicar tu vedi,
Ma la soccorre e guida al voto seggio


                       ( 24 )


Amica mano — Adagiasi — e respira.
Chi fu chi fu che fra gli usi gentili
Del bel mondo trovò questo severo
Rito, e costrinse a starsi in mostra e in schiera
Simmetrica le donne, in lor balia
Gli uomini abbandonando, che folleggiano
Per le dorate stanze, e non si curano
Dell’ imbarazzo e dell' eterna noja
Che le sedute Dive signoreggia?
Conforto intanto di sopiti sensi
Ecco di Moka la bevanda eletta.
Bevesi, e in quel si medita o si ciarla:
I Zerbinotti di recenti amori
Di cocchi, di destrier; le attedïate
Dame de’lor pensier subietto fanno
Fiori, cappelli, scialli, abiti, e piume. —
Lungamente aspettato al fine è giunto
L’emerito cantore; il dolce suono
Chiama le belle in altra stanza: e quivi
Pur seggon sole; ognun si adagia e ascolta.
Il concertato canto la modesta
Giovin comincia: e a tanti sguardi segno
Palpita, quasi le manca la voce;
E riaver l’anelito mal puote.
Con molti plausi, fra sinceri e finti,
Pur ritorna al suo seggio: e, giunta, accusa
Convulsìon, raucedine, emicrania.
Cantano dopo lei uomini e donne
E con vario successo. — Fortunati
Se inopportuno cicaleccio, e voce
Stridula femminil non turbò il canto;


                       ( 25 )


Quasi a narrar follie mancasse tempo. —
Abbiano or loco altri strumenti e suoni
E principio le danze. È questa l’ora
Più cara della festa: e già si aggirano
S’ incalzano, si affannan, si confondono
Garzoni e giovinette: la compagna
Ognun sceglie: trionfano le belle
Vergognan le neglette, e spettatrici
Involontarie son dell’altrui gioia:
Or mi soccorri, o Musa, e a dir m’insegna
Le prime coppie de’francesi balli.
Sol delle donne io canto: e che vuol dica
Zoilo maligno, che raggrinza il naso,
L’arte del ballo il femminile ingegno
E i secreti del core a me disvela.
Colei che ardita e mal vestita, e tutta
E di penne, e di fior coperta e grave,
Male i passi comparte, e balla e salta
Incomposta, inegual fuori di metro ,
Credila pur presuntuosa e sciocca.
L’altra, dicontro a lei, modestamente
E con buon gusto abbigliasi; declina
Gli occhi con grazia; torce alquanto il collo;
E ben si mostra del ballar maestra;
Fuggite, o Ganimedi, ella , se il vuole,
Tutti può trarvi catenati al carro.
Quella sì pingue di persona e breve
Par da molle e da ruote a ballar spinta;
Questa, quasi locusta saltellante,
Co' presti avvolgimenti l’ordin turba
Delle quadriglie, e sempre attorno gira


                       ( 26 )


E gira ancor della battuta al fine.
Stupida l’una, mobil frasca è l’altra.
Tutta or veggiam la sala. Ecco matura
Donna, che salti giovanili move,
E il poco senno accusa: ecco scaltrita
Giovin, che fuori de’composti ad arte
Veli spinge con palpiti frequenti
La dovizia del seno; e ascoso istinto
Apre così del cor: mira quell’ altra
Che colle grazie e col difficil ballo
Lungamente apparato, di natura
Cerca emendar difetto: e gli occhi al Cielo
Solleva e par che dica: io non son bella,
Ma più son io d’un fido amor capace.
Tacciono i suoni: di sudor stillanti
Si assidono le Dame. — Agili e destri
Valletti in lunga regolata fila,
O in argenteo bacin recan ristoro
All’arsa gola di rosate e candide
Acque, e di frutta congelate, o dentro
Eleganti panier quanto di dolce
Inventar seppe il Genovese industre.
E nel tumulto, che allor nasce, il ghiotto
Damon, che solo a ciò qui venne, prende
Un sorbetto, ed un altro, e un altro; e caccia
La man rapace entro i panieri: i dolci
Trangugia, s’empie le saccocce; e parte.
Ed io pur partirò che già nel mezzo
Giunta è del cerchio la tacita notte.
Ma, pria che al sonno gli occhi io dessi, ascolta
Qual pietoso pensier nell’alma accolsi.


                           ( 27 ) 


Perché tanto dispendio? o ricchi illustri,
Dell’oro, che al piacer voi destinate,
Piccola parte si risparmi, e l’abbia
L’impotente artigian, lo storpio, il cieco,
Che di fame si muojono e di stento.
Sì ruminando e sì pensando, il sonno
Mi prese, e il pio pensier fuggì col sonno.


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Andrea Vitali