Saggi di Andrea Vitali

I Tarocchi Sola-Busca

Il segreto dei segreti: una possibile verità

 

di Mauro Chiappini

 

Questo saggio si pone come un breve riassunto del volume omonimo di Mauro Chiappini, edito nel 2015 e descritto al link http://www.letarot.it/page.aspx?id=524 (Voce Pubblicazioni)

 

 

I tarocchi Sola-Busca, così denominati dal nome della famiglia di appartenenza, attualmente presso l’Accademia milanese di Brera, rappresentano l’unica serie completa al mondo di tutte le 78 carte (144x78 mm. ciascuna) che formano i tradizionali tarocchi. Rispetto a un qualsiasi mazzo, però, i Sola-Busca si presentano in modo del tutto particolare.  I  Trionfi, che solitamente hanno una figurazione non lontana dal modello standard, qui, tranne il tradizionale Matto, mostrano figure che rinviano a personaggi storici dell’antichità romana, e due a personaggi biblici quali Nembrot e Nabucodonosor. Anche le carte numerali, a differenza degli altri mazzi che comprendono unicamente i tradizionali semi, sono rappresentate da figure.

 

In base alla comparazione del mazzo in nostro possesso con i vari frammenti sparsi nei diversi Musei e collezioni private, abbiamo ormai la certezza che il mazzo a noi pervenuto è “composito”, nel senso che è formato da un mazzo originario successivamente rimaneggiato da un altro artista con l’aggiunta di alcuni elementi, tra cui, in particolare, diverse iscrizioni.

 

Le iscrizioni addizionali sono le seguenti:

 

- S.P.Q.V. sullo scudo del trionfo METELO (XV). Sempre sulla stessa carta, alla base della colonna, la scritta V.F.

- D.P. sulla regina di Bastoni.

- M.S. sugli Assi, ad eccezione di quello di Denari.

- SERVIR CHI PERSEVERA INFIN OTIENE sull’Asso di Denari. Sulla stessa carta  TRAHOR FATIS che ritroviamo              sull’Asso di Coppe.

- ORFATIS sui trionfi POSTUMIO (II) e CATONE (XIII).

- SENATUS VENETUS sullo scudo del trionfo MARIO (IIII).

- ANNO AB URBE CODITA MLXX sullo scudo del trionfo BOCHO (XIIII).

 

Tutte le altre che compaiono sulle carte appartengono al mazzo originario.

 

La datazione e l’area geografica di produzione sono state desunte dalle ultime due scritte aggiuntive dell’elenco, entrambe ormai quasi illeggibili.

 

Sulla base dell’iscrizione “SENATUS VENETUS” si pensò che il pittore fosse di area veneziana, e in base all’altra, “ANNO AB URBE CODITA MLXX”, che avesse aggiunto le scritte 1070 anni dopo la fondazione di Venezia. Ora, in considerazione che l’anno di fondazione di Venezia è tradizionalmente il 421, la data del nostro mazzo fu fissata al 1491.

 

Lo storico dell’arte Leopoldo Cicognara, che ebbe modo di visionare le carte presso la marchesa Busca di Milano, in una sua opera del 1831 fu il primo a fornire una simile interpretazione, ripresa un centinaio d’anni dopo dall’iconologo inglese Hind. Al di là della datazione proposta da Wilhelm Schreiber al 1523 (in base all’anno 453 di fondazione di Venezia), attualmente, la maggior parte degli studiosi concordano:

 

1)      nell’assegnare ai Sola-Busca il 1491 quale più probabile data di esecuzione;

2)     nell’individuare in ambito veneziano-ferrarese la loro produzione.

 

Fermiamo, per adesso, la nostra attenzione sul secondo punto. L’iscrizione “SENATUS VENETUS” ci dice, come giustamente sostenuto, che probabilmente l’artista che ha rimaneggiato il mazzo è veneziano, ma è un errore madornale trarre da essa la conclusione che veneziana-ferrarese ne sia l’area geografica di produzione.

 

Il metodo fondamentale per determinare se un mazzo di tarocchi è di area milanese, ferrarese o bolognese, è l’ordine secondo cui si dispongono i Trionfi, ordinamento che, restando in gran parte immutato nel tempo, ci permette di conoscere la loro provenienza. M. Dummett nel suo incomparabile “Il Mondo e l’Angelo” lo afferma esplicitamente, quando sostiene che giocare alle carte è sempre stato un fenomeno locale e un cambiamento dell’ordine dei Trionfi, una volta stabilito, avrebbe comportato una certa confusione tra i giocatori.

 

Se allora, in questa prospettiva, confrontiamo l’ordine dei Soli-Busca con quello tradizionale ferrarese ci accorgiamo immediatamente trattarsi di due sequenze diverse.

 

Nell’ordinamento ferrarese l’ottavo posto è occupato dall’ Amore, nel nostro da NERONE (VIII). E’ mai possibile che Nerone, il probabile incendiario di Roma e sicuro persecutore dei cristiani, possa rappresentare una virtù come l’Amore? E’ più opportuno, così come ci suggerisce l’iconografia della carta, che stia piuttosto a simboleggiare la Forza. In tutti gli ordini ferraresi, poi, il penultimo posto è occupato dalla Giustizia (la matrona che sorregge la classica bilancia); nel nostro c’è NENBROTO (XX), il quale, spaventato, ritrae lo sguardo dalla punizione divina che fa crollare la superba torre di Babele da lui costruita. Nella sequenza dei Sola-Busca il penultimo posto è dunque occupato non dalla Giustizia, ma dal “Timore di Dio”, a significare che nella vita terrena occorre sempre tenere a mente il giorno del Giudizio Universale, e che nei tarocchi ferraresi, col nome di Angelo, occupa un posto diverso.

 

Basterebbero queste semplici considerazioni a scartare l’origine ferrarese dei Sola-Busca. L’analisi rigorosa da me condotta  su tutti i Trionfi conferma che il loro ordinamento non è ferrarese e neanche bolognese - per altre ovvie evidenze-, ma appartiene alla tradizione lombarda.

 

Dal momento che i trionfi Sola-Busca sono numerati, e che in Lombardia la pratica di apporre i numeri sulle carte da tarocchi risale alla seconda decade del XVI secolo (il foglio Cary e l’Eremita d’inizio ‘500, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, non sono contrassegnati da numeri) ne segue, in maniera indubitabile, che il nostro mazzo di carte può essere stato prodotto soltanto a partire dal 1520/30, e non precedentemente.

 

A sostegno di questa conclusione, di estrema importanza ai fini del nostro discorso, nel libro vengono addotte altre rilevanti argomentazioni che tendono a spostare la data di esecuzione del nostro mazzo di carte molto in avanti rispetto a quella da tutti accreditata.

 

Ma allora, se non è il 1491, qual è la possibile datazione?

 

Ricordo che la data presunta è stata tratta dall’iscrizione addizionale “ANNO AB URBE CODITA MLXX”. Il lettore noterà la presenza di un errore evidente: CODITA anziché CONDITA. Anche l’altra iscrizione sull’Asso di Denari “SERVIR CHI PERSEVERA INFIN OTIENE” presenta l’errore OTIENE al posto di OTTIENE; in più la costruzione della frase è a dir poco ambigua.

 

Come giustificare la presenza di questi errori che non possiamo, senza dubbio, attribuire a una svista o all’ignoranza dell’artista?

 

L’unica risposta possibile è che siano errori intenzionali, messi apposta per farci scoprire una verità “altra”, un espediente linguistico che nasconde un significato diverso da quello apparentemente mostrato dalla frase. Sono insomma i cosiddetti “errori di scoperta”. Io sono un matematico, e pensando al modo in cui Galilei si divertiva con il collega Keplero nascondendogli le sue scoperte all’interno di messaggi enigmatici che l’amico doveva decifrare, ho usato lo stesso strumento, cioè l’anagramma, per scoprire l’autentico significato delle iscrizioni nascosto sotto il velo dell’errore.

 

Sull’Asso di Denari, appare la frase “SERVIR CHI PERSEVERA INFIN OTIENE”,  che borda lo scudo sorretto da un angelo a braccia levate. Un altro angioletto, in basso a sinistra, sostiene un cartiglio con la scritta “TRAHOR FATIS” (Trascinatore del destino).  

 

Se ora facciamo l’anagramma delle due iscrizioni otteniamo:

 

 “HO TRIST’A FAR PER SERVIRE RINO FIESCHI VENETIAN”.

 

L’anonimo pittore veneziano che aggiunse le iscrizioni al mazzo originario, oltre a lamentarsi del lavoro che gli era stato commissionato - d’altronde si trattava di un impegno più artigianale che artistico -, ci indica qui il nome del suo datore di lavoro.

 

Si tratta di Rino (diminutivo di Ettore) Fieschi, della nobile famiglia Fieschi di Genova. Il nonno, suo omonimo, fu quell’Ettore Fieschi che tentò di pacificare gli animi nella famosa congiura del 1547 di Gianluigi Fieschi a danno di Andrea Doria e della Repubblica genovese. Che i Fieschi fossero aggregati alla nobiltà veneta non è un fatto eccezionale, in quanto, già in precedenza, altre famiglie genovesi, tra cui quella dei Cibo, avevano ottenuto lo stesso beneficio.

 

Tra i vari Ettore Fieschi dell’albero genealogico della casata genovese, il nostro Rino Fieschi aveva preso in moglie una nobildonna, anche lei genovese, tale Tommasina Spinola, cioè Masina Spinola. Sull’Asso di Spade, di Bastoni, e di Coppe, compaiono le due lettere maiuscole M. e S.

 

Si tratta delle iniziali di Masina Spinola che il marito Rino Fieschi ha voluto far incidere sulle carte come se fosse un marchio di fabbrica familiare.

 

Ciò è avvalorato anche dai colori utilizzati negli stemmi che si trovano sullo scudo di BOCHO e su quelli analoghi presenti sull’Asso di Spade e sullo scudo di MARIO. Lo stemma degli Spinola è d’oro con riquadri mediani in rosso e argento, gli stessi colori che ritroviamo sulle carte, con la variazione della fascia attraversante che appartiene allo stemma dei Fieschi.

 

La sigla M.S. non si riferisce, pertanto, al letterato veneziano Marin Sanudo il Giovane (1466-1536), come sostiene qualcuno, e neanche al miniatore ferrarese di fine Quattrocento, Mattia Serrati da Casandola, così come pretende presumibilmente l’iconologo Hind, i quali non hanno alcuna relazione con le nostre carte, ma, con buona evidenza, a Masina Spinola.

 

Il matrimonio tra Rino Fieschi e Masina Spinola avvenne nel 1584.

 

Le carte, dunque, sono state prodotte a partire da questa data e non prima, altrimenti non avrebbe avuto senso il richiamo a Masina Spinola con le due iniziali M. e S.

 

Tuttavia, per determinarne la probabile data di esecuzione occorre analizzare la fatidica iscrizione che appare sullo scudo di BOCHO (XIV):

 

ANNO AB URBE CODITA MLXX”.

Se anagrammiamo la frase in questione otteniamo:

 

XX ABBIAM DE L’ANNO TURCO”.

 

L’anno turco cui si fa riferimento è quello celebre della battaglia di Lepanto, il 1571, quando il 7 ottobre la Lega Santa di Genova, Venezia, e Spagna, sconfisse a Lepanto l’armata turca.

 

Con questa iscrizione il pittore ci dice che sono passati venti anni da quella data, cioè quando aggiunse l’iscrizione al mazzo di carte era, molto probabilmente, il 1591, esattamente cento anni dopo la data presunta da tutti gli studiosi e accreditata fino ad oggi.

 

Anche nelle carte figurate del mazzo originario, le iscrizioni evidenziano, se non errori palesi, alcune anomalie: “POLISENA” invece di “POLISSENA”; “SARAFINO” al posto di “SERAFINO”; “OLINPIA” anziché  “OLIMPIA”. In sovrappiù, chi è SARAFINO, il Cavaliere di Denari? E LUCIO CECILIO R. (Rex) che attinenza ha con il Re di Coppe?

 

Se ancora una volta applichiamo lo stesso metodo anagrammatico, i risultati non faranno altro che confermare le nostre intuizioni.

 

Nelle Coppe, ad esempio, abbiamo il Cavaliere NATANABO, la Regina POLISENA e il Re LUCIO CECILIO R.

Se anagrammiamo l’intera sequenza dei nomi, otteniamo:

 

 “L’OCIO LUCICA PIANTO A L’INSANO BERE

 

ovverosia un ammonimento ad usare nel bere la stessa moderazione necessaria in tutte le faccende della vita. Otteniamo, cioè una sentenza morale, relativa al seme corrispondente .

 

Sembra allora logico pensare che l’autore del mazzo originario, sia pure in maniera enigmatica, attraverso la scelta particolare dei personaggi dei Trionfi ci abbia fornito una sequenza ordinata e necessaria dei vari principi morali e cristiani cui uniformare la nostra esistenza, e nelle carte figurate la modalità per rendere attuale, nella vita concreta di tutti i giorni, un simile quadro teorico di riferimento. Sembra altresì logico che nelle scritte aggiuntive il pittore veneziano ci abbia fornito le altre indicazioni mancanti: il fatto appunto di essere un artista veneziano, il nome del suo cliente e l’anno di produzione delle carte. E questi elementi, nella nostra decifrazione, sono interconnessi: da Rino Fieschi, commissionante il lavoro, al monogramma M.S di sua moglie Masina Spinola, al 1584 quale data da cui far partire la produzione delle carte, fino al  1591 quale datazione significativamente probabile.

 

A conferma della diffusione del metodo anagrammatico che a quel tempo doveva connotare la produzione dei tarocchi, nel libro ho analizzato un altro mazzo, sempre inciso su rame e coevo dei Sola-Busca. Il mazzo, purtroppo andato perduto, faceva parte della collezione privata del Cicognara  che lo descrive dettagliatamente nelle sue Memorie. Ancora una volta , attraverso la decifrazione delle iscrizioni presenti sulle figure, otteniamo alcune sentenze morali e la probabile data di esecuzione delle carte, il 1570. La figura del Matto è un giovane rovesciato a terra che tracanna vino da un vaso che porta la scritta “Muscatello”. In questo caso, è molto convincente la semplice decifrazione in “Mescolal tu”  che allude alla pazzia del gioco come fosse un’ubriachezza bacchica che attenta alla ragione.

 

Dopo aver determinato nel 1591 la probabile data in cui l’anonimo artista veneziano apportò le sue variazioni su commissione del nobile genovese Rino Fieschi, si è cercato di individuare il possibile commissionante ed esecutore del mazzo originario. L’unico aiuto, in questo caso,  ci poteva venire dalle iscrizioni presenti sui Trionfi, che sono soltanto due:

 

-  “S.C.” sul carro del Trionfo DEO TAURO (VII) e sulla bandierina in cima all’asta del Trionfo METELO (XV).

-  “S.P.Q.R.” (Senatus Populusque Romanus) sulla faretra del Trionfo CARBONE (XII)

 

Quella che recita, senza alcuna ambiguità, “S.P.Q.R.” sulla faretra del trionfo CARBONE (XII), è relativa al personaggio rappresentato, come dimostro nell’analisi dei Trionfi.

 

L’altra iscrizione è formata dalle lettere maiuscole S e C, poste, in un caso, ai lati di una foglia d’edera rovesciata.  

 

L’interpretazione di Hind che assegna alla sigla S C il significato di  “Senatus Consultus” è, a mio giudizio, poco plausibile, non tanto per la sua genericità, quanto piuttosto per la presenza del disegno. Le lettere S e C contornano la foglia d’edera come in uno stemma, come se indicassero una qualche casata, un logo, insomma, tipo  quelli che oggi troviamo stampati sulle magliette.

 

Se il contrassegno sulla carta si riferisce a qualche famiglia, senza alcun dubbio deve alludere a quella richiedente il lavoro, la quale doveva avere almeno due caratteristiche: innanzitutto detenere un certo prestigio sociale, perché da sempre era stato appannaggio dei nobili la pratica di farsi confezionare tarocchi di particolare pregio e costo; in secondo luogo la sua collocazione territoriale doveva essere lombarda, se in base alla nostra analisi dei Trionfi avevamo riscontrato una consonanza tra l’ordinamento delle nostre carte e quelle che circolavano in quel territorio.

 

C’era allora da chiedersi se nella seconda metà del XVI secolo ci fosse stata, in Lombardia, una qualche famiglia nobile che avesse avuto la possibilità e soprattutto il rango necessario per commissionare un lavoro del genere. In secondo luogo occorreva verificare un eventuale rapporto tra il suo nome e la sigla SC contornante la foglia d’edera presente sul carro di Deiotaro.

 

Ebbene, questa famiglia c’è, ed è proprio la famiglia Busca,la quale nella seconda metà del ‘500 figurava tra le più antiche e nobili di Pavia e di Milano.

 

I Busca avevano origini che possiamo collocare nel XII secolo. Da uno dei loro primi antenati, tale Raimondo Busca, trassero origine i signori di Cossano Belbo, in provincia di Cuneo, i quali avevano come probabile stemma – la fonte è molto incerta - una foglia d’edera contornata da una S e una C, le lettere mediane del cognome BuSCa. Ancora oggi lo stemma di Cossano Belbo è una foglia d’edera rovesciata, dove al posto di S e C troviamo C e B, le iniziali della città.

 

Abbiamo dunque assodato che a metà del Cinquecento a Pavia e Milano era insediata una famiglia nobile Busca i cui antenati piemontesi avevano avuto probabilmente come stemma una foglia d’edera contornata da S e C che ritroviamo quale iscrizione sui nostri Trionfi. E’ allora molto plausibile che sia stata questa famiglia a commissionare le carte in questione, anche in virtù del fatto che un suo discendente abbia poi sposato un rampollo della famiglia Sola, il quale, dopo l’estinzione dei Busca, si è ritrovato ad essere l’unico possessore del mazzo di carte.

 

In merito al possibile esecutore, in mancanza di qualsiasi riferimento, i nomi che si possono fare sono i più disparati possibili. 

 

Le rigorose argomentazioni del libro, riassunte in questa breve presentazione, scardinano, in tutta evidenza, le altre ipotesi  formulate in merito al nostro mazzo di carte. Tuttavia, al di là dei risultati acquisiti, potrò ritenermi soddisfatto se costituiranno il punto di partenza di una ricerca più ampia, nella fondata speranza che il lavoro di tanti possa servire, come sempre, a una più solida verità.