Saggi di Andrea Vitali

Un sonetto in dialetto modenese del Cinquecento

Nei tempi antichi i bravi ragazzi non giocavano a tarocchi

 

Nel libro Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal sec. XII al XVII, primo volume di una collana diretta da Giosuè Carducci, troviamo diversi componimenti sulla letteratura in dialetto di Modena dal titolo Testi Antichi Modenesi dal secolo XIV alla metà del secolo XVII, editi da Francesco L. Pullè (1), famoso professore di filologia indoeuropea nonché glottologo, studioso di sanscrito e di dialetti italiani.

 

Non essendo principale interesse per questo studio entrare nell’esame della letteratura dialettale modenese, ci soffermeremo brevemente per ricordare solo alcuni autori della seconda metà del Cinquecento, allorquando quel vernacolo pare sia servito come strumento di piacevole corrispondenza “a quei sodalizi di uomini egregi ai quali si deve il risveglio delle patrie lettere” (2) e in particolare di quella società che iniziata da Panfilo Sassi sul principio del secolo, fu poi ufficialmente costituita da Giovanni Grillenzone. Quest’ultimo e i suoi figli, fra cui Servilio, scrissero in vernacolo. Un altro circolo in cui si coltivò la poesia in dialetto si radunò attorno a Tarquinia Molza, a cui Pincetta, l’autore del sonetto oggetto della seguente disamina, dedicò un’intera raccolta di suoi componimenti. Ricorderemo ancora Giulio Bertani, Giovan Francesco Ferrari e il citato Pincetta.

 

Sulla fine del Cinquecento, irruppe la presenza di Orazio Vecchi, nel cui L’Amfiparnaso, commedia in musica, seppe brillantemente coniugare i dialetti delle varie regioni italiane espressi dalle voci delle diverse maschere regionali. Di un altro famoso musicista modenese del tempo, Bellerofonte Castaldi viene ricordato il codice Rime berniesche diverse, raccolte da Bellerofonte Castaldi, in Modena: senza licenzia de’ superiori. Amen. Non si deve in ogni modo pensare che si stia parlando di autori minori poiché ci troviamo di fronte a personaggi di tutto spicco della letteratura regionale emiliana, scrittori di opere letterarie in lingua che utilizzarono il dialetto come esercizio di stile e per una certa corrispondenza come sopra accennato.

 

Riguardo il Pincetta, il Pullè auspicava il proseguo dell’indagine per scoprire chi fosse in realtà il personaggio, al suo tempo non ancora identificato. Scrive egli infatti “Così la ricerca di un codice del Pincetta nel Museo Britannico (MS.22, 336) ne ha tratto in luce un secondo (MS. 32, 495) importantissimo per questo e per altri testi del 1500. Purtroppo le preoccupazioni attuali economiche del nostro Ministero non mi concessero di vedere gli originali di quei documenti e di proseguire indagini che avrebbero, senza dubbio, condotto alla scoperta di altri materiali preziosi. Sopperìi come meglio fu possibile con l’aiuto coll’aiuto della collega prof. C. Bendall e di una copia accuratissima del signor C. E, Pollak di Londra…Valga quest’opera a incitare altri, ed a produrre documenti che per noi giacquero ignorati o inaccessibili. Sarà suo premio migliore quanto più presto esso venga riconosciuta incompleta” (3).

 

Il Pullè sarebbe oggi felice di sapere che sotto l’enigmatico soprannome di Pincetta, deve riconoscersi Ippolito Pincetti (1535-1595), uomo d’affari e di lettere modenese, che intrattenne amabili e amichevoli rapporti con i letterati del tempo fra cui il Grillenzoni, Tarquinia Molza e tanti altri. Poiché era di casa anche a Ferrara, la Comunità Modenese gli chiese di occuparsi di una lite (hauer cura della lite) che quella Comunità aveva in essere con i Pio di Sassuolo per le acque del fiume Secchia e che doveva appunto essere dibattuta a Ferrara. Il Pincetti trovandosi allora in quella città per motivi personali, scrisse che si sarebbe preso a cuore ‘l’impresa’, cosa che fece egregiamente dato che il suo intervento fece pendere la bilancia a favore della Comunità Modenese, alla quale non richiese alcun compenso “più che mai desideroso di servire la patria”.

 

Stiamo parlando di un personaggio talmente famoso ai suoi tempi in Emilia, da vedersi attribuire anche il ruolo di un improbabile soldato modenese, in un’ottava de Il Lambertaccio, Poema Tragicoeroicomico di Bartolomeo Bocchini del 1641.

 

Nella prefazione di questa opera l'autore ci informa di aver voluto dare al suo poema l'appellativo di ‘tragicoeroicomico’ perché vi aveva mescolato il lacrimevole, l'eroico e il ridicolo. Ma il tragico è, in verità, soltanto un motivo accessorio poiché si riduce alla poco patetica morte dell'eroe, Antonio Lambertazzi, e a brevi vicende di infelici amori.

 

I primi quattro canti, incentrati sulle origini della guerra tra Petroniani (Bolognesi) e Gemignani (Modenesi), rispecchiano l’argomento della Secchia Rapita del Tassoni: poiché i Bolognesi avevano rifiutato la restituzione dei castelli di San Cesario e Nonantola, i Modenesi si allearono con re Enzo e affrontarono in campo i rivali. Fra le armate bolognesi rifulse il coraggio di Antonio Lambertazzi e della bella Minerva Malatesta, i quali dopo la vittoria di Fossalta, celebrarono il loro matrimonio. I successivi otto canti trattano delle lotte intestine tra Lambertazzi e Geremei causate dalla folle ambizione di Antonio fino alla morte del protagonista causata dal tradimento del faentino Tebaldello Zambrasi, cui i partigiani del Lambertazzi avevano rubato un maiale. Fonte principale del poema è l’Historia dei fatti di Antonio Lambertazzi nobile e potente cittadino Bolognese che lo storico G. Bombaci aveva pubblicato a Bologna nel 1632. “Il Bocchini, ad imitazione del Tassoni, volle inserire una miriade di personaggi contemporanei, modenesi e bolognesi, e frequenti accenni a vicende e costumi della sua epoca, già allora scarsamente comprensibili per chi vivesse fuori dell'Emilia, tanto che, venendo il poema pubblicato a Venezia, lo stampatore C. Zenero fece aggiungere da un anonimo bolognese – ma forse fu il Bocchini stesso - delle Dichiarazioni alla fine di ogni canto per spiegare quei modi di dire e quegli accenni ad avvenimenti troppo legati a un ambiente provinciale per poter esser intesi da tutti i lettori. Proprio questo rifarsi a fatti e personaggi minori e minimi, se rende oggi più di allora difficoltosa la comprensione di alcuni brani, restituisce al Lambertaccio, sul piano del documento, quel valore che gli viene negato dalla poesia, e il poema può essere ausilio prezioso per chi voglia studiare la cronaca dell'Emilia secentesca” (4).

 

Ma veniamo alle ottave 89 e 90 del Secondo Canto de Il Lambertaccio in cui è coinvolto il nostro Pincetta (5). Nel mentre i Petroniani sono messi in fuga dagli avversari, ecco giungere il loro aiuto Innocenzio con il suo drappello, che istigando i fuggitivi a voltarsi e ritornare a combattere, si diede a massacrare un notevole numero di soldati nemici fra cui anche il nostro Pincetta a cui l’autore aveva fatto indossare le armi modenesi.

 

Doue va, doue gira, e doue guarda

    Qual nouo Basilisco atterra, vccide,

    Sembra la spada fulmine, ò bombarda,

    Che fracassa ogn’ incontro, e lo diuide;

    Guai a chi innanzi al forte il piè ritarda,

    Perche dubbio non v’è, ch’iui s’annide,

    Si fa piazza d’intorno, in cui racchiude

    Mille salme abbattute, e d’alme ignude.

 

 Ippolito Pincetti a destra lassa,

    Disteso d’vn rouerscio in sù la testa,

    E ne l’istesso tempo arriua, e passa

    Ad Ugo Molzi la panciera lesta;

    Poi da l’Erre Pedrin di vita cassa

    Con vna punta, e pur ancor non resta,

    Che vuol morti con loro, a lor vicini

    Con Giulian Luigi Bellenzini.

 

Traduzione in Italiano corrente:

 

Dovunque vada, dovunque giri, e dovunque guardi

    qual novello Basilisco (1) atterra, uccide,

    la sua spada sembra un fulmine o un cannone,

    che fracassa tutti coloro che incontra, smembrandoli a metà;

    guai a colui che di fronte al suo forte  piède  non fugge,

    perché egli non ha alcun dubbio su chi cerca di nascondersi.

    Fa un vuoto intorno a lui, in cui ammassa

    mille corpi uccisi, vuoti della propria anima.

 

Ippolito Pincetti lascia alla sua destra,

    disteso mediante un colpo sulla testa,

    e contemporaneamente arriva, e trapassa

    ad Ugo Molzi lestamente la panciera;

    poi da morte a Erre Pedrin 

    con la punta della spada, e pure ancora non si ferma

    perché vuole tutti morti assieme a coloro che ha già ucciso, posti uno accanto all'altro,

    e anche Giulian Luigi Bellenzini.

 

(1) Basilisco = Il Basilisco, animale fantastico la cui esistenza era creduta nel Mmedioevo reale, venne considerato essere il Re dei serpenti e come tale uno dei componenti della genia dei diavoli. Con la testa coronata, veniva raffigurato nel medioevo come un gallo con la cresta ritta e con coda di serpente. Creduto nascere da un uovo deposto da un gallo e covato da un serpente.

 

Venendo infine al motivo di nostro interesse, riportiamo il sonetto del Pincetta Ad un altr zuunett de Muiera presente, fra i tanti, nel volume Testi Antichi Modenesi (6).

 

Al momento non siamo ancora in grado di poter offrire una fedele traduzione dell'intero sonetto, cosa che ci auguriamo poter presentare in seguito. Riporteremo tuttavia la traduzione della quartina dove è presente il termine tarocchi, assieme ad altri giochi di carte del tempo:

 

Al temp’ antigh tutt’agnon zugheua

al pisaruole, grand’e pezznin,                                      

ch i erin bon fiuò, ch’ al n s’useua,

n tarocch, ne gile, n triunfin.

 

Nel tempo antico ognuno giocava

a pisaruole (1), grandi e piccini,

poichè erano buoni figlioli, che non si usava

né tarocchi, né gilé, né trionfini (2).

 

(1) pisaruola = pisaruole significa fusaiuolo, strumento utilizzato per giocare

(2) trionfin =  su questo gioco di carte si veda al saggio Trionfi, Trionfini e Trionfetti

                

Di seguito l’intero sonetto in lingua dialettale originale:

 

Ad un altr zuunett de Muiera

(B 95. Sunett nouanta cinqu)

        Fioul mè bel at ni dar un cunseie,

che biê ti a t’impar à le mi spês.

L’altr diazz in cert luogr’ à intês,

ch t’uuô muier: mi n’ te n dseunseie,

        n’ manch ti n cunseì: fà ti al to meie:                   5

medasì at deg ben, ch’lè un gran pês;

mò st n’unò imparar pò d che mês

nass’ i gatt, n t’impazzar con zent reie.

        Al temp’ antigh tutt’agnon zugheua

al pisaruole, grand’e pezznin,                                      10

ch i erin bon fiuò, ch’ al n s’useua,

        n tarocch, ne gile, n triunfin.

Algh era po’ un’hom saluie, ch studieua

dagand’ a tutt quant di latin.

                      Vn zoun’ al puurin                                15

uuiand tuer muiera, al uà a cattar,

e ‘l prega, ch d gratia al gh nuoia dar                  

                     cunsei, cun l’hà da far.

Dissl’ al salui: Fiuol m’ ua’ uêd zugher

all pisaruole. E lù a strabilier,                                      20

                      ch’ al n sà induiner,

zò ch’al s uuoie dir: pur al gh’ uà.

e stà à guardar: a la fin al s’addâ,                 

                      ch agnon  d qullor hà

la pisaruola fatta chm e lù:                                           25

al grand granda, e al piu grand più,

                      e i putt pzznina. Horsù

a l’intend (diss al zoun) adess qusi:

impazzat con i tuò par anca ti.

 

v. 5 e 18 cunsci sic! l’originale

 

Note

 

1 - Bologna, presso Romagnoli Dall’Acqua, libraio editore, 1891.

2 - Testi Antichi Modenesi, op. cit. nel testo, p.XXXIV.

3 - Idem, p. VI.

4 - Gianni Ballestrieri, Bocchini, Bartolomeo, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, Volume 11, 1969.

5 -  Bartolomeo Boccini, Le Pazzie de’ Savi Ouvero Il Lambertaccio, Poema Tragicoeroicomico, In Bologna, Appresso Carlo Zenero, MDCLIII (1653), pp. 75-76.

6 Francesco L. Pullè, Testi Antichi Modenesi…, op. cit. nel testo. pp. 244-245.

 

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