Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

La Bagatella nelle opere di Ferrando Pallavicini

Vita e opere di un grande scrittore condannato dall’Inquisizione

 

Saggio di Andrea Vitali, ottobre 2020

 

Parlando di Ferrante Pallavicini o Pallavicino, grande scrittore italiano, occorre conoscere che condusse una vita tumultuosa, conclusasi con la decapitazione. Motivo per il quale trova giustificazione il soffermarsi un poco per descriverne i momenti più salienti. Poiché, secondo tradizione, ai secondi nati spettava la carriera ecclesiastica, egli entrò nel monastero milanese di S. Maria della Passione della Congregazione dei canonici regolari lateranensi, dove prese i voti con il nome di Marcantonio da Parma, ricevendo per questo dal fratello Pompeo la somma di 50 ducatoni milanesi quale pensione annua. Quella situazione gli permise di frequentare il fervido ambiente locale di studi, intriso degli insegnamenti del filosofo aristotelico eterodosso Cesare Cremonini, per le cui tesi sull’immortalità dell’anima e per altri suoi insegnamenti, era divenuto un vero e proprio maestro per tutti gli amanti della libertà di pensiero in materia morale e religiosa.

 

Intrecciò inoltre rapporti con il patrizio veneziano Giovanni Francesco Loredan (1), divenendone segretario, che ebbe a definirlo nelle sue Lettere «un altro me stesso». Il Loredan governava l’Accademia degli Incogniti, la più importante accademia libertina d’Italia e grazie al cui sostegno, all’età di venti anni, Ferrante pubblicò il suo primo scritto a stampa, Il sole ne’ pianeti (1635), cioè le Grandezze della Serenisima Repubblica, Panegirico, che gli favorì l’appoggio della classe dirigente della città. Sostenuto sempre dagli Incogniti, diede alle stampe la Susanna, pubblicata dalla tipografia di quella Accademia.

 

Oltre al Loredan, strinse amicizia con Girolamo Brusoni, anche lui un religioso, il quale raccontò che Ferrante si dedicava ogni mattina a scrivere per poi trascorrere il resto della giornata a conversare con gli amici e con donne.

 

In tre anni, dal 1636 al 1639, diede alle stampe diciotto libri dei più svariati generi, passando dal romanzo e dal racconto biblico all’attualità politica, agli encomi e ad altro ancora, ottenendo un generale consenso motivato dalla scelta di storie già note reinterpretarle secondo i gusti del tempo, dove, accanto a qualche momento pornografico, spicca un fermo moralismo contro la giustizia dei potenti, priva di alcun atteggiamento etico. Ne è esempio la citata Susanna, dove la critica viene rivolta a quei giudici, in verità molti, incapaci di essere giusti.

 

Se dapprima i suoi libri erano incorsi in una censura permissiva, con la Pudicitia schernita (Venezia 1638), iniziarono i contrasti con le autorità religiose che non videro di buon occhio i suoi continui riferimenti alle divinità romane. In particolare, iniziò da questo momento il dissidio con Francesco Vitelli, nunzio apostolico a Venezia, il quale svolse il ruolo principale nella condanna del Pallavicini come vedremo in seguito, e che cominciò da questo momento ad adoperarsi affinché ogni nuova produzione del Nostro venisse messa all’Indice.

 

Nel 1639 si trasferì a Genova sotto l’ala protettrice di Anton Giulio Brignole Sale (2), anche lui scrittore e amico del Loredan, dando vita ad altre pubblicazioni. Incerto è un successivo suo viaggio a Parigi. Ritornato a Venezia iniziò a scrivere Il Corriero svaligiato, l’opera che, come affermò il Brusoni, fu il solo motivo di tutte le sue disgrazie. Mentre dal revisore del Santo Ufficio non si ebbero obiezioni, la sua pubblicazione venne bloccata da quello laico, censura che il Pallavicino derivò da contrasti personali fra i due, in seguito a uno scherzo che aveva infastidito quel revisore.

 

Dopo aver pubblicato altre opere, decise di intraprendere un viaggio in Germania da cui ritornò completamente trasfigurato, manifestando segni di profonda malinconia e malattie nel corpo. Tuttavia, riprese a scrivere, portando modifiche a Il Corriero svaligiato arricchito da alcune lettere che nessuna censura avrebbe mai autorizzato, tra le quali una verteva contro coloro che proibivano i libri, ovvero i censori.

 

“La struttura dell’opera era semplice: un principe d’Italia, sospettando trame ai suoi danni da parte degli spagnoli, aveva deciso di intercettare le lettere del governatore di Milano dirette a Roma e Napoli svaligiando il corriere che le portava a destinazione. Trattenute per sé quelle rivolte al viceré di Napoli e all’ambasciatore spagnolo a Roma, consegnò le altre a quattro gentiluomini della sua corte che iniziarono una pubblica lettura, creando l’occasione di un piacevole intrattenimento. Le lettere, quindi, e i commenti dei quattro cavalieri costituiscono un ottimo ed efficace pretesto per rappresentare una serie di situazioni diverse, ma accomunate dall’occasione di poter attaccare la politica spagnola, la corte pontificia, la famiglia del papa regnante, i gesuiti e più in generale usi e costumi dei tempi” (3).

 

Pubblicata da una tipografia clandestina, l’opera, firmata sotto il falso nome di Ginifacio Spironcini, venne segnalata dal nunzio Francesco Vitelli, sequestrata e posta all’indice. Il Pallavicino venne condotto nelle prigioni del Palazzo Ducale dove rimase per un certo tempo per poi essere liberato grazie alle pressioni della nobiltà veneziana. Il motivo va ricercato nelle tensioni che intercorrevano in quel frangente fra Venezia e Roma dato che il Papato voleva incorporare nel suo Stato il feudo di Castro contro l’avanzata di legittimita proprietà da parte dei Farnesi, appoggiati dalla Repubblica, tanto che Venezia, Firenze e Modena, sostenute dalla Francia, diedero vita a una lega contro Urbano VIII.

 

Le mire espansionistiche e di potere del Papato non potevano essere accettati in quanto ledevano i diritti dei Principi, da cui la protezione al Pallavicini, che evitò il processo e venne liberato.

 

Poiché tuttavia il nunzio Vitelli cercava costantemente di escogitare stratagemmi per poterlo incarcerare nuovamente, il Pallavicino cambiò aria, considerato anche le minacce di morte ricevute. Dopo qualche mese, ritornò a Venezia ospite del patrizio Niccolò Venier. La sua attività di scrittore che non era nel frattempo cessata, tanto da fargli scrivere in carcere diverse opere, lo indusse a comporre e far pubblicare con il falso luogo di Cambrai e senza firma la Rettorica delle puttane, di cui parleremo in seguito. Per il Vitelli si trattò di un’offesa che non poteva essere ignorata, dato che il libro satireggiava i Gesuiti, e in più con la Baccinata, il Pallavicino attaccò direttamente quel censore per le vicende di Castro.

 

Quest’ultimo, con uno stratagemma consistente nel far credere a Ferrando, attraverso il cavaliere francese Charles de Bresche, che se fosse andato in Francia, ospite del cardinale Rechelieu, di cui venne fornito di false lettere, avrebbe ricevuto importanti incarichi presso quella corte, il Nostro, caduto nell’inganno e partitosene per Parigi, venne arrestato ad Avignone dal vicelegato apostolico Francesco Sforza, che era stato messo al corrente della situazione.

 

I nobili veneziani si mobilitarono per liberarlo, avendo ricevuto la falsa notizia del suo trasferimento a Roma deciso dal cardinale Barberini. Fu in quel frangente che nel marzo del 1643 uscì anonimo a Venezia il Divorzio celeste cagionato dalle dissolutezze della sposa romana. Anche se alcuni critici dubitano che sia opera del Pallavicino, l’opera si manifesta in piena concordanza con le sue idee anticlericali. Il successo fu immediato tanto da essere tradotta pressoché immediatamente in francese, tedesco, olandese e svedese. Ne descriveremo in seguito il contenuto.

 

I giudici del processo, svoltosi in Avignone nel 1643, l’accusarono della paternità dei numerosi volumi che egli aveva portato con sé, sequestratigli al momento dell’arresto. Nonostante l’affermazione che fossero suoi solo i libri da lui firmati, non venne creduto e condannato a morte per decapitazione, dopo essere stato degradato dal suo ruolo di religioso. La sentenza venne eseguita nella piazza del palazzo apostolico di Avignone.

 

Successivamente, un italiano di nome Ganducci lo vendicò uccidendo il de Bresche. La morte del Pallavicini lo rese ancor più celebre. Le sue opere vennero stampate ovunque in Europa, diffondendo quella polemica anticlericale e anticattolica di cui le sue opere erano intrise, dando seguito a centinaia di pubblicazioni sull’argomento da parte di altri autori.

 

Lo scritto più famoso, dato alla luce a Venezia subito dopo l’esecuzione, fu L'Anima di Ferrante Pallavicino, un dialogo di anonimo o da attribuire al Loredan, tra l’anima dello scrittore decapitato e l’amico Henrico Giblet, pseudonimo con cui si firmava ed era conosciuto il Loredan stesso (4),

 

Nel Il Divorzio Celeste l’autore immagina che Cristo, viste le deprecabili condizioni in cui versava la Chiesa di Roma «prostituita alle libidini di molti sommi pontefici e particolarmente di Urbano VIII» (5), decideva di chiedere divorzio da essa. Inizialmente inviò S. Paolo sulla terra al fine di constatare direttamente i «costumi dissoluti dell’adultera».

 

Nel passo seguente, S. Paolo ascolta dei marinai che molto arrabbiati scagliano vituperi contro la tirannia dei ‘fratacci’, rei di aver incarcerato un loro compagno il quale, dopo aver fatto un giuramento e per essere creduto aver detto il vero, sottopose il suo giuramento a una autorità come San Domenico con l’espressione “per San Domenico”, ritenuta dagli amici una bagatella, ovvero una cosa di poco conto, per poter  dar adito a  qualsiasi accusa, specialmente da parte di quei religiosi che, senza religione e senza Dio, si dedicavano solo a ingozzare cibo (6).

 

Arrivato S. Paolo in Napoli si ferma sul molo, ed ode certi Marinai attruppati, che parlavano con colera in tal quisa

 

“Maledetti li Frati, e tutta la loro Inquisizione, se fosse adesso il tempo delle revoluzioni, che vi furono per questo tirannico Tribunale, non bisognarebbe maì acquetarsi finche si fosse levato. Non era sufficiente alla Spagna di porci tanti pesi, se non ci opprimeva totalmente, supponendoci all’ingiustizia di quei Fratacci. Con qual tirannia ânno legato il nostro compagno per aver solamente giurato per San Domenico. Sono sì zelanti di questa bagatella e sono poi sì negligenti, e trascurati ad evitare di commettere tanto male, quanto fanno. Non si accontentano essi di offender Dio colle parole, mà lo fanno co’ fatti, come vediamo ad ogn’ora, che portiamo ne’ loro chiostri per pasturarli. Non riguardano nelle sue operazioni ne Religione, ne Dio” (7).  

 

Quanto segue, sempre tratto dal medesimo libro, si manifesta come un’accusa rivolta alla curia romana, che pur di ottenere elemosine dal popolo attraverso il culto delle reliquie, operava in modo di far piangere i quadri dei santi, finiti certamente all’Inferno, facendo credere che tali fenomeni fossero dovuti a interventi miracolosi. Stupide le persone che ci credevano donando il loro massimo alla Chiesa, pensando per questo di ottenere intercessioni, quando poi ai propri figli riserbavano soltanto bagatelle, cioè sciocchezzuole.

 

“Non mi faranno mentire di quanto dico le continue azzioni dissolute che si scorgono con iscandalo universale nel mondo; le quali, non adduco quì à minuto, perche sono fatte da costoro all'ingrosso; oltre che il mondo tutto è ripieno, ed imbibito di quanto si fà in Roma, e per tutto, dove risiedono Prelati. Se da questi descendiamo all'infima Pretaglia, qual’abisso non si scorge avanti gli occhi. Per un guadagno illecito si vedono mille enormità. Per trar col concorso abbondanti elimosine si fanno piagnere quadri, acrivendolo à miracolo; ned io vi ripugno; perche veramente è un gran miracolo, quaţunque piagna con artificio di vedere una picturà piagnere la demenza degli uomini nell'idolatrarla, e se sovente si veggono le pitture mutar colore, si è perche ânno vergogna d'esser esposte come in un postribolo per guadagnare a' Preti co' loro corpi li mantenimenti. Grande è la semplicità di chi concorre con limosine à tal cosa come si puol' arguire perche pensono di far rallegrare le imagini col donarle qualche cosa in quelle guisa à punto, che si dà qualche bagatella a' fanciulli per farti tacere, quando piagnono. Mille abusi si scorgono nascere dalle credute reliquie, perche molti adorano alle fiate qualche ossame di corpo scarnificato, la cui anima giace ne’ tormenti d'inferno. La curiosità del mondo è ben' arrivata ad un segno, che ammira, e riverisce le reliquie dell' Antichità rimaste agli occhi umani, mà una curiosità profana non deve far’ un' articolo di Religione d'una cosa, che non si cerca, e stima che per vanità, e pure la Pretaglia lusingando la demenza degli uomini, yuol trar da quella l’utilità, ma coll'ingannarli, sendo facile di persuadere a’ pazzi anche l'impossibile” (8).

 

Nella seguente lettera che riportiamo nella sua interezza, il Pallavicino finge che un monaco di un convento descriva a un suo fratello in Cristo le azioni da lui svolte nell’ottenimento di un ruolo di privilegio e quanto ancora avrebbe dovuto adoperarsi per raggiungere le più alte cariche.

 

Fra quanto attuato:

 

Il farsi raccomandare dalla propria meretrice presso il Vescovo.

Il togliere dalla sua cella, in occasione di una visita del vescovo, tutte le armi e gli strumenti alchemici, compresi gli alambicchi, facendo trovare solo  breviari, croci e rosari, oltre a nascondere all’interno di una Croce i propri denari sostituendoli alle reliquie che vi erano poste, dato che nessuno avrebbe mai ipotizzato un siffatto nascondiglio.

Il comprare cum muneribus ovvero con doni, il Superiore, nel caso specifico donandogli un Calice d’argento da lui sottratto a un altro convento in occasione di un suo dir messa.

Contro i frati avversari, l’utilizzo di una buona dose di percosse, con un baculo, cioè un bastone, calci e minacce.

L’aver promesso all’economo, al quale aveva sottratto cento denari, di buttarlo giù dalla finestra se non avesse ottemperato ai suoi voleri, e in seguito al suo diniego, averlo accusato di essere stato lui stesso, in quanto economo, ad aver sottratto i denari, dovendo poi dare esecuzione alla minaccia promessa, che comportò la relativa rottura di una gamba, mettendo a tacere tutto il convento, che sapeva, tramite il terrore.

 

A questo punto, il Priore chiese al fratello a cui era indirizzata la lettera, di intervenire nei confronti di un Signore, che certamente il destinatario conosceva, affinché non lo accusasse all’Inquisizione per avergli venduto un’ostia consacrata da utilizzarsi per un incantesimo. D’altronde che cos’era poi quell’ostia? Una parte di uno zero, una bagatella, una stupidaggine. Inoltre, confortò il fratello promettendogli, nell’auspicato caso del suo assurgere alla carica di Superiore del Convento, molti denari, dato che sarebbe diventato egli stesso il padrone delle elemosine date dal popolo in occasione delle messe oltre a tutte le altre entrate. Nel dir questo, evidenziò che il raggiungimento di così alto incarico sarebbe stato da lui ben meritato, considerando che “chi non sà viver nel mondo, caro fratello, è indegno di mirarvi la chiarezza. E' d'uopo esser' uomo di risoluzione in ogni affare, e non badar’ à niente per venir à segno del suo desio”.

 

La lettera contiene inoltre frasi che sottolineano la degenerazione dei religiosi in generale - come se quanto aveva già scritto non fosse sufficiente - come le seguenti che riportiamo in italiano corrente:

 

“Vi invio l'informazione favorevole data dal Vescovo e una promessa fatta dal mio Superiore, sottoscritta da tutti gli altri frati. Mi auguro che essa venga mantenuta, dato che i frati, essendo totalmente dediti alla tavola, possono essere considerati uomini di buona credenza”

 

“Voi sapete ora, che i Prelati non badano troppo alla loro coscienza, dato che hanno saputo essere stata introdotta una più facile facoltà nel poter servire gli amici, piuttosto che un’avvertenza nell’osservazione alle leggi divine”.

 

La lettera, così come si presenza nella sua versione originale, anche se in lingua seicentesca appare tutto sommato comprensibile, per cui una sua completa lettura potrà essere utile per cogliere quelle sfumature che un suo riassunto, come sopra riportato, non è stato in grado ovviamente di esprimere.   

 

LETTERA

 

Carissimo fratello

 

Vi invio l'informazione favorevole del Vescovo, ed una fede fatta dal mio Superiore, e soscritta da tutti gli altri frati.

 

Alla quale spero si presterà fede, se sendo [essendo] i frati dati totalmente alla tavola, ponno dirsi persone di buona credenza. Recar stupore forsi vi potrebbe come ho potuto ottenere tutto questo, mà in brievi periodi vi daro di tutto contezza. Hò fatto interporre la mia meretrice col segretario del Vescovo, il quale hà ottenuto del suo Padrone, quanto desiderano. Voi sapete adesso che i Prelati non badano troppo alla loro coscienza, sendosi introdotto l'uso più tosta [veloce] di servire gli amici, che di risguardare ad alcuno rispetto divino. Feci poi portare fuori della mia Cella tutte le armi, che avevo, tutti li lambicchi, tutto il tossico, l’alchimia, ed i loro ingredienti: e sotterrai li cuni in un giardino del Convento dove ne meno il diavolo vi pensarebbe; si che alla venuta del Vescovo, ch'io mostravo d'ignorare, e che mi cogliesse all' improviso, non si trovorno nella mia Camera, che Breviari, Uffici, Corone, Rosari, discipline, e Croci. Vi era altresi la Croce, che mi mandaste da costà colle Reliquie dentro, dalla quale io estrassi le reliquie, e vi nascosi alcuni zecchini, che sono apunto le reliquie della mia fabrica. Il tutto passò bene, e con molta mia sodisfazzione, come vi potete imaginare.

Per la fede de’ Frati, e del Superiore, mi son’ opposto un puoco all'astuzia, ed un puoco alla forza. Al Superiore son ricorso cum muneribus [con doni], e ci hò donato quel Calice d'argento, che pigliai una fiáta doppo detta la Messa in un Convento d’un’altra Città, qual feci aggiustare, come voi sapete colle nostre armi, si che credo che per suo mezo sarò esentato d'ogni pena, già che i Calici sogliono liberare i peccatori. Per gli altri Frati, sendo due altri complici meco, ânno [hanno] soscritto volentieri per non esser ancor essi mischiati ne' miei labirinti. Cogli altri, scontenti della mia persona è stato d'uopo giuocar di mano. Ad uno il bacolo [bastone, per cui bastonate], all'altro i Calci, ed ad altri minaccie. Volsi ancora fare soscrivere dall’Economo, quale non hà maì voluto in alcun modo, non avendomi mai perdonato di quando lo aspettai il sabbato santo, che andava ad una Massaria e lo spogliaì di cento scudi, che aveva seco in tant’ oro, de quali mi fervij, come vi è noto per pigliar’ il decotto per liberarmi del male, che portai da Venezia, avendogli sempre sostenuto per non esservi stati testimoni, esser’ egli un menzogniero, anzi gl’inputai il furto del danaro, che voleva fare al Convento. In questa congiuntura avendomi dunque rifiutato, lo minacciai di gettarlo dalla finestra, mà ostinato come un mulo, mi sforzò ad eseguire la minaccia, si che dalla caduta hà una gamba rotta, egli non doveva zoppicar meco in tal maniera se voleva marchiare diritto. Persona però nel Convento non ne parla, temendo tutti la forza del mio braccio, ed il superiore stesso publica, che spinto da frenesia si è gettato egli stesso dalla finestra per cuoprire lo scandalo, che potrebbe dare a’ secolari questo evenimento. Senza dubbio vi stupirete ch' io in tai emergenti, de quali mi devo purgare con onore, mi sij accinto à simili violenze. Chi non sà viver nel mondo, caro fratello, è indegno di mirarvi la chiarezza. E' d'uopo esser' uomo di risoluzione in ogni affare, e non badar’ à niente per venir à segno del suo desio.

Tocca à voi adesso à porre fine all'opra, la cosa è bene cominciata. Sovra tutto vi rammento d'assister di continuo al Signore che voi sapete, affinche tocco dalla sinderesi (1) non mi accusasse all’Inquisizione, perche gli vendei un pezzo dell’ostia sagra per fare un incantesimo. Con ogni cura e discorso possibile, persuadetegli sempre esser una bagatella, già che non è che una parte d'un Zero. Non è il tutto quì della mia lettera, ne di quanto voglio. Per farmi temere da tutti mi son posto in capo d'esser Superiore di questo Convento. E stimo che secondo la frateria io abbia meriti sufficienti; poscia che potrò altresi soccorrervi meglio di danaro sendo patrone delle entrate, e danari delle Messe, quinci stimarei buono, che faceste parlare al mio Superiore Generale dal Signor Vicegerente, che mi persuado lo farà volentieri amando assai nostro fratello Giovanni per essere giovane, grazioso stimo che il Superiore Generale vi concorrerà altresì per esser io stato suo discepolo à Firenze, mentre lui vi era lettore di Teologia, dove andavo qualche fiata la sera à vederlo, mentre giaceva nel letto per istudiare, e così mi persuado, che non sarà immemore del mio oseguio resogli, quando ero ancora sbarbato, sendomi stati benefici tutti quegli, che hò servito in tal modo, massime che sendo in que' tempi com' io dissi sbarbato, sapevano che all' ora non potevo esser intaccato ne’ men' in un pelo. Oprate con calore, affinche il tutto riesca, e ciò sarà in vergogna, e rossore di quanti m’ânno accusato. Io frà tanto cercherò di saperli à fine che possi dar loro un ricordo di tal temerità. Saluto mio fratello, e vi ricordo con ogni premura la spedizione di tutto, e mi soscrivo al solito

 

               Macerata 10. Ago &c.

 

                        Di V.S. Mto Ille

                        Affezionatissimo Fratello

 

                        PADRE FRÀ DON CESARE

                        Professo, bacegliere,

                        Maestro, Dottore, e

                        Collegiante.  (9)

 

(1) sinderesi = senno, capacità di connettere

 

Dal volume Opere scelte di Ferrante Pallavicino (10) riportiamo una parte di una lettera incentrata su un dialogo fra un Barone, un Cavaliere, un Conte e un Marchese, motivato dall’abolizione da parte del Papa di diciotto feste celebrate oramai da anni. Attraverso questo dialogo il Pallavicino mette in luce tutte le assurdità di Papato desideroso solo di lucrare.

 

Il Barone, favorevole a tali abolizioni, sottolinea e giustifica l’azione del Papa intesa a non far spendere ai poveri artigiani, che frequentavano i mercati e quanto veniva allestito in tali occasioni, i propri denari faticosamente guadagnati con il duro lavoro. In tutta risposta il Cavaliere evidenzia che per giovare ai poveri avrebbe invece dovuto togliere ai propri nipoti i tesori della Chiesa ottenuti attraverso le elemosine e a loro consegnati. In risposta, il Conte affermò che in realtà quei denari erano stati dati ai nipoti affinchè essi li custodissero per essere utilizzati nel momento del bisogno.    

 

Lettera sopra le 18 feste levate ultimamente da S. Santità

 

"Quanto è deplorevole (disse il Barone) la conditione de’ Grandi, li quali soggiacciono alla malignità de’maldicenti, che con ogni peggiore strapazzo conculcono la loro Maestà. Hà il Pontefice levate quelle feste, à profitto de’ poveri artigiani, acciò che men di rado distratti dal lavoro, non habbiano così frequenti le perdite del guadagno con cui si mantengono. Ecco una attione diretta à publico giovamento, come empiamenmte viene sindacata.

Pretende forse S. Santità (soggiunse il Cavaliere) d’aggravare li sudditi di contributioni, onde procurare li loro vantaggi. Mà per giovar à’ poveri, non doveva levar le feste, mà levare li thesori superflui à’ Nipoti, rapiti del publico erario della Chiesa, e dispensargli in loro sovvenimento.

Or su (ripigliò il Conte) voi ancora annoverarvi volete trà quegli empi, che biasimano, chi deve adorarsi. Riserba li thesori della Chiesa appresso li Nipoti quasi in deposito, per impiegargli in aggradimento di lei, & in occorrenza di rilievo.

Forse nella conquista del regno di Napoli, (parlò il Marchese) come rassembrava publicato da falsa voce. Eh questo nostro Pontefice non hà tanto spirito, & ama troppo l’oro, per non gettarlo, ancorche con speranze maggiori. Basta bene ch’in si longo Pontificato, lasci memeoria di grandi imprese nella riforma del breviario, e nel degradare la solennità di quei Santi.

Concertate si bene (ripigliò il Barone) con chi hà scritta la lettera, che quasi caderei io ancora in questa consonanza, se non dubitassi di peccare gravemente in questa mormoratione, poiche io tasteggiarei più altamente, e toccarei altre corde più sonore de’ biasimi di quello Papa, trascurando le bagatelle quali s’accennano da voi, soggetti solo da pasquinate scherzose. Volgiamoci in gratia ad altra materia, ch’altrimente su questo libro sarei sforzato di cantare anch’io note d’ignominia" (11).

 

Continuando nella disamina sull’uso del termine bagatella nelle opere di Ferrando Pallavicini, come scritto precedentemente riguardo la sua vita, egli diede alle stampe nel 1642 La Rettorica delle Puttane (12), dove, satireggiando i metodi di insegnamento dei Gesuiti, in quindici lezioni descrisse gli insegnamenti di una vecchia ruffiana indirizzati a una giovane per avviarla all’esercizio della professione di cortigiana. Un insegnamento che il Ferrante elaborò basandosi sulla struttura del celebre trattato De arte retorica di Cipriano Suarez del 1562, adottato da sempre a scopo educativo nei collegi gesuitici.

 

L’autore si sofferma a evidenziare, nei passi sotto riportati, come le prostitute non schifassero di giacere con preti e frati, di contro alla falsa opinione del popolo che pensava il contrario. Se di giorno dedicavano il loro tempo a procurare piacere ai Cavalieri dalla borsa colma di denari, col favore delle tenebre, assecondando la loro indole avara (13), non disdegnavano di farsi abbracciare anche da personaggi di bassa estrazione. Inoltre, altro loro fine, era di ricevere doni il più possibile costosi dagli uomini che le frequentavano, obbligandoli con bagatelle, cioè con trucchi dall’apparenza seducente (14), a sborsare sempre più, affinché si mantenesse nella loro borsa “il moto perpetuo”.  

 

Lettione Seconda

 

“Havendo riguardo al perfetionarvi con l'imitatione proponetevi le Cortigiane di maggior fama, e bene spiando i loro secreti trattenimenti, scorgerete in qual modo dedite all'avaritia, non hebbero à schifo li baci d'huomini mechanichi, e di Preti, e Frati, da quali conforme lo falsa opinione del volgo stimanti poste in opprobrio. Quelle, che a vista del Sole trattengonsi con altiero sussiego, in dar passatempi a Cavalieri grandi, sotto coperta delle tenebre dispergonsi con humiliato fasto tra le braccia di persone molto inferiori, ma profitevoli maggiormente all'interesse” (15).

 

Confessione dell’Auttore

 

“La sua qualità le fà capaci di pigliar tutto, ne havendo a schifo ricevere dono di basso rilievo, obligano a moltiplicare le spese con bagatella, si che fa di mestieri mantener nella borsa il moto perpetuo. Col pretesto d'avvantaggiarsi, danno ricetto a tutti, è però la casa è sempre piena. Godesi poco, nè mai bene, poiche confondonsi, & affoggansi le contentezze nella mischia di tante, che si frequentemente portano la loro mercantia a quel banco” (16).

 

Concludiamo con un’importante opera uscita anonima nel 1643 dopo la sua morte,  L’Anima di Ferrante Pallavicino divisa in sei viglie, da attribuirsi probabilmente a colui che lo protesse in vita, che lo stimò considerandolo al pari di un fratello e che ne condivise le sue passioni, cioè il patrizio veneziano Giovanni Francesco Loredan.

 

L’opera si presenta come un dialogo a due, fra l’Anima di Ferrando e l’amico Henrico Giblet, pseudonimo con cui si firmava ed era conosciuto il Loredan stesso.

 

Si tratta, ovviamente, di una critica pungente contro il Papato e le sue miserie, come la prima frase sotto riportata denuncia: “Roma hà un particolar influsso per far immerger un uomo in tutte le vanità del mondo, massime nell'oblio di Dio”. Nel proseguo viene evidenziato come oramai il popolo sarebbe andato alle messe solo per taglieggiare qualche borsa o per toccare il sedere a qualche zitella, nulla servendo a Roma l’esempio di Rimini, castigata da Dio con un terremoto (17) a causa dell’irriverenza delle Chiese, tanto che se per pura fantasia qualche predicatore avesse affermato il contrario, ovvero che la Chiesa fosse riverente, senz’altro si sarebbe visto qualcuno, ridendo a tale affermazione, ritirarsi dietro una colonna con una prostituta per divertirsi e per trattare con lei la possibilità di ottenere, tramite suo, un posto di lavoro da qualche parte. Un’affermazione che denuncia il potere raggiunto dalle prostitute a Roma. Ed era cosa da ridere che Innocenzo X avesse decretato che chi avesse pigliato tabacco in chiesa dovesse essere scomunicato. Fiutare tabacco, in fondo, non era altro che una bagatella, una stupidaggine, se confrontata alla non preoccupazione del Papa di occuparsi di cose molto più importanti per il bene della Chiesa, tanto da far venire la nausea al solo pensiero.

 

An. Roma hà un particolar influsso per far immerger un uomo in tutte le vanità del mondo, massime nell'oblio di Dio. Il resto del popolo ancora anderà alle Chiese; ò per tagliar qualche borsa, ò per toccar una zitella, o per guardarla, oper far altro. E una cosa dice l'irriverenza delle Chiese che regna troppo in Romą, non si puol far altrimente.

 

Hen. Hanno havuto l'essempio vicino del castigo. La misera Città di Rimini, che da possente terremuoto rovinò tutta un Giovedi santo, che saranno duoi anni, fù castigata da Dio per l'irreverenza delle Chiese, e pure à Roma non si emendono, non si sorreggono, non si pentono, Sono cosi assuefatti. Tanto se qualche predicatore predicarà la riverenza delle chiese, vi sarà qualch’uno, che burlandosi di quanto puol dire, si ritirarà dietro à qualche colonna colla meretrice per divertirsi, e far qualch’accordo, e darsi un posto.

 

An. E troppo troppo corrotta Roma. E una cosa da ridere quanto fece Innocentio Decimo in san Pietro, affinche si osservasse più riverenza. Mise la scommunica à chi pigliava tabacco in quella Chiesa. Vedi che facilità nel metter le scommuniche per una bagatella tale, come è il pigliar tabacco, e puoi non badava ad ogn'altro, che li si facesse. Eh eh mi vien nausea al pensar à tale cosa; mà come che Roma è si corrotta, egli è ben d'uopo, ch’ogni cosa siii fuori del diritto (18).

 

Note

 

1 - Sul Loredan e le carte da gioco si veda al saggio Leonardo e le Carte.

2 - Su Brigliole Sale in riferimento al gioco dei Ganellini, cioè le minchiate così come venivano chiamate in Liguria, si veda al saggio Ganellini seu Gallerini.

3 - Mario Infelise, Voce: Pallavicino, Ferrante, in  “Dizionario Biografico degli Italiani”, Treccani, online al  link https://www.treccani.it/enciclopedia/ferrante-pallavicino_%28Dizionario-Biografico%29/

4 - Per una completa informazione sui titoli delle numerose opere del Pallavicino, si veda “Mario Infelise, cit.”.

5 - Ferrante Pallavicino (attr), Il Divorzio Celeste, Cagionato dalle dissolutezze della Sposa Romana, Ingelstatt, per Ioseff Arlstrozz, 1643, p. 6.

6 - Sul significato del termine Bagatella, da cui deriva la presenza del Bagatto quale primo Trionfo nei Tarocchi, si leggano, oltre al saggio iconologico Il Bagatto, i saggi El Bagatella ossia il simbolo del peccato, Preti bagatelli nel Cinque e Seicento e Di eretici accusati di peccato bagatella.

7 - Nostra ed. di riferimento: Ferrante Pallavicino (attr), Il Divorzio Celeste Cagionato dalle dissolutezze dalla [sic] Sposa Romana: overo, il processo de’ Bastardi di quella, Tomo II, In Regunea, Appresso Vinegano Cipetti, M.D.C. LXXIX. [1679], pp. 14-15.

8 - Ibidem, pp. 187-189.

9 - Ibidem, pp. 55-62.

10 - Opere scelte di Ferrante Pallavicino, In Villafranca, s.e., MDCLXVI [1666].

11 - Ibidem, pp. 54-55.

12 - Nostra ed. di riferimento: Ferrante Pallavicino, La Rettorica delle Puttane. Composta conferme li precetti di Cipriano. Dedicata all’Università delle Cortigiane più Celebri, In Villafranca, s. e., M.DC.LXXIII [1673].

13 - Si legga sull’argomento il saggio Maladetta sie tu, antica lupa.

14 - Sul concetto di Bagatella e trucco si legga il saggio iconologico Il Bagatto.

15 - Ferrante Pallavicino, La Rettorica delle Puttane, cit., p. 24.

16 - Ibidem, p. 119.

17 - Sul concetto delle punizioni divine si legga il saggio iconologico La Torre.

18 - Nostra ed. di riferimento: Francesco Loredan?, L’Anima di Ferrante Pallavicino. Vigilia Quarta, Colonia, Appresso Ludovico Feiraldo, M.DC.LXXV. [1675], pp. 132-133.

 

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