Saggi Storici di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

L'Isola del Giuoco

Dagli “Opuscoli in verso e in prosa” di Filandro Cretense

 

 

Presso a’ lidi di Citera,
    Sede a Venere diletta,
    Fuor dell’onde lusinghiera
    Piana sorge un’ Isoletta.
Nella spiaggia spaziosa
    Verdi piante, erbette, e fiori
    Quai con l’ombra rugiadosa,  
    Quai rallegran con gli odori.
Offre facile la sponda  
    D’ ogni parte a scender agio:
    Ciel sereno, placid’ onda
    Assicuran da naufragio.
Vanno, e vengono frequenti
    Per quel mar barche dorate
    Tutte cariche di genti
    D’ ogni sesso, d’ogni etate.

 

L’autore sogna e cosa sogna? Di giungere presso un’isola inviato in quel luogo da Cupido, al quale si era rivolto per avere un’ispirazione poetica grazie alla quale poter scrivere sul matrimonio di due sue conoscenze illustri: il figlio del Marchese Antonio Pallavicini di Roma con la Principessa Doria. Ma il capriccioso figlio di Venere che disdegnava avere presso la sua Corte persone che manifestavano vecchiaia dalle rughe sulla fronte, lo indirizzò a tutt’altro luogo e cioè all’isola in cui era giunto. Lì approdato, gli venne incontro una donna dalla statura gigantesca con due grandi ali che le sventolavano sul dorso. Coronata di fiori, sulla fascia che le cingeva il fianco erano scritte le seguenti parole: ‘L’ultima, che si perde, è la speranza’.

 

Desiderose di riverire il sovrano dell’isola, il poeta chiese cortesemente alla donna di  condurlo alla sua presenza. Lungo il tragitto osservò una bella distesa di fiori e di erbette ma nel proseguo queste si dileguarono per lasciar posto a sterpi e scagliose pietre. Infine giunse nei pressi di un boschetto i cui alberi presentavano rami curvi a causa del peso delle frutta appese, tutte d’oro e d’argento, luccicanti al sole:

 

Non v’ ha frutto delicato,

   Che di questo sia più caro;

   Nol ricusa alcun palato,

   Sia di prodigo, o d’avaro.

Rea cagion di colpe, e mali,
   E di cieca schiavitù,
   E’ sollievo de’ mortali
   Tra le man della virtù.

 

Il poeta inebriato dal desiderio di raccogliere qualche frutto, provò e riprovò saltando in alto più che poté, ma inutilmente, tanto da essere rimproverato dalla sua accompagnatrice che si rivolse a lui dicendogli che prima di poter gustare di tal frutti avrebbe dovuto omaggiare il sovrano dell’isola.

 

Torreggiante, maestoso  

   Un palazzo scorgo alfine,

   Che s’ innalza spazioso

   Su colonne alabastrine.

Ampia scala a un’aurea porta

   Mi conduce, ove seduta

   Con la faccia magra e smorta

   L’Avarizia mi saluta.  

E non lungi al suol sdrajato

   Scorgo l’Ozio corpulento,

   Che guardandomi annojato

   Or la pancia, or gratta il mento.

In un abito da serva

   E’ con lui Curiosità,

   Ch’ ode, interroga, ed osserva

   Quel che viene, e quel che va.

 

Subitamente, all’ingresso del palazzo, al poeta si presentò una lunga galleria ai cui muri erano appesi quadri di famosi artisti, i quali continuamente cambiavano soggetto tanto da rendere pressoché impossibile il soffermarsi su ciascuno di essi. Fra i pittori il poeta riconobbe comunque Breughel [sic, al posto di Brueghel], Berghen, Bloemart [sic, invece di Bloemaert], Vernet, Martin, Bonnart, Raffaello, Giulio Romano, Michelangelo, Tiziano, Tintoretto, Correggio, Del Sarto, Poussin, Rubens e tanti altri.

 

E m’ avvenne come a tanti,
   Che ad un tratto aman vedere
   Libri molti, e tutti quanti
   Li vorrebbero sapere.
Letterarie Farfallette
   Volan sempre in mille fiori,
   Ed a trarne il succo inette
   Si contentan degli odori.

 

La medesima galleria era percorsa in lungo e in largo da allegri fanciulli, intesi dal poeta per i Piaceri, mentre ve n’erano altri, creduti le Cure, che apparivano tristi e pensierosi e i due gruppi lottavano irosamente fra loro senza che l’uno prevalesse mai sull’altro. Nel mezzo di questa discorde turba vi era il Sonno che portava sulla testa una corona di papaveri appassiti. Stanco, chiudeva talvolta, ma sempre più spesso, le sue fiacche ciglia stuzzicato continuamente dai fanciulli che gli impedivano di addormentarsi facendogli il solletico alle orecchie e battendolo vieppiù allorché cadendo trafitto dalla stanchezza, lo costringevano a rialzarsi sulle vacillanti gambe, non dormiente e neppure sveglio.

 

Alla stanza del Dio si accedeva da una porta di cristallo, custodita da un fanciullo canuto i cui occhi sprigionavano fuochi d’artificio. Nel vedere il poeta, questo si ingrossò divenendo un vero e proprio gigante e gridando con voce tonante: “Io sono il Piacere della sorpresa; l’Ozio e l’Avarizia custodi del palazzo del Giuoco a me diedero l’incombenza a presentare a quel Dio facile e grazioso le persone, che prestar cercangli omaggio”. Ciò detto la porta si aprì e apparve la camera reale, tutta intonacata di specchi con fiaccole accese ovunque le quali rischiaravano talmente la stanza da non far invidiar per nulla la luce del sole.

 

Sovra un comodo sofà

   Il gentil Nume sedea,

   Nè la regia maestà

   Contegnosa dispiacea.

Che il sembiante geniale

   Ogni cor lega, e innamora,

   Ed è raro quel mortale,

   Che al vederlo non l’adora.

Con lui Perdita, e Guadagno .

   Stanno; e l’una in velo negro

   Mena il Duolo, e per compagno

   L’altro ha il vispo Scherzo allegro.
Liberal l’ uno desia,

   Che il denar si spanda, e vada;

   Vuole l’altra economia:

   A nessun di loro ei bada.

 

Il vestito del Dio del Giuoco, modellato all’orientale, era composto da multiformi carte di Tarocchi, del Cucù, dell’Ombre e del Tresette. I bottoni della sottoveste erano dadi e palle da Biribisso (1). Sul capo portava un gonfio turbante dalle tele variopinte coronato di scacchi.

 

Primo Ministro della sua Corte era il festevole Carnevale, che mascherato improvvisava cantando sopra una chitarra un inno in onore della Pigrizia e del vivere senza preoccupazioni e molestie.

 

Poco più distanti, in abiti e volti diversi, stavano la Povertà e la Ricchezza, dando l’idea di aspettare un qualche cenno dal loro Monarca. Allorché il Nume si accorse del poeta lo guardò dolcemente, e con quella affabilità che i grandi sono soliti mostrare agli inferiori, pensando che ricorrano a loro per qualche bisogno, gli chiese chi fosse e cosa volesse. Al che, dopo il dovuto inchino, il poeta apertamente gli palesò quanto gli era accorso e il suo desiderio.  Il Nume sorridendo, lo prese allora a braccetto, come usano i Sovrani con i loro favoriti quando passeggiano senza badare ad alcuna etichetta. “Ti condurrò” gli disse “ad osservare i sacrifizi diversi ad onorarmi destinati, e tu quello scieglierai, che più gradito ti sarà; e vedi la mia compiacenza. Se mutato avviso verun culto darmi più non vorrai, a male non me lo avrò; che dai seguaci delle Muse, e delle Scienze non pretendo omaggi, che ricevo innumerabili da tanta parte di donne, e di uomini inoperosi. Non è, che di quelli altresì cara non mi sia la servitù, e tra loro non siavi chi m’abbia amore; ma d’ordinario gente siffatta o non durano a servirmi, o della profession loro si dimentican servendomi”.

 

Il nostro viaggiatore, dopo averlo ascoltato riverente, lo ringraziò. Continuando a passeggiare, nell’attraversare un maestoso salone il Dio gli additò l’antichità del suo culto e i suoi fasti, dipinti qua e là sulle pareti.

 
Colle tinte le più fresche
Tizianesche, Paolesche,

Dove miro il molle Augusto

Nel superbo Campidoglio
Obbliar lo scettro, e il soglio,
E sebbene d’anni onusto
Co’ sommessi cortigiani
Gitta i dadi colle mani
Tremolanti, e il senil viso
Gli si avviva dal sorriso,
Sebben seco non sia varia
La fortuna ognor contraria.
Giuoca, e perde imbecilmcnte
Claudio, e qual uomo furente
Neron torvo, ed il guerriero
Buon Vitellio, e il tetro, il nero
Rio Caligola, e l’insano
Micidiale Domiziano.
Dal pittor tutti animati
Son que’ volti, ed atteggiati
Son cosi , che ciascun pare
Mover gli occhi nel giuocare.
In diversi aspetti oh quanti
Vedo Grandi, e Dominami
Ora vinti, or vincitori
Dare al giuoco i lor tesori,
Che invan cerca lagrimoso
Il mendico, il bisognoso!

 

Fu difficile per il poeta dare un nome a tutte quelle immagini. Persino Amore v’ era effigiato con le frecce infrante, gli occhi torvi e le ali spennacchiate, intento a estrarre delle carte da un mazzo, a volte mirandole quasi per colpirle e a volte sbiascicando parole come fosse un pazzo. In un quadro era dipinto un Mandarino cinese, triste oltre misura per aver perduto al gioco tutti i suoi denti, accanto ad altri del suo paese che si erano giocati la moglie contenti di averla persa. Vide inoltre qualcuno che si era reso schiavo avendo giocato senza denari in tasca, additato da altri quasi a volergli dare del minchione. Poi osservò una turba di uomini vestiti di cenci con gli occhi torbidi e i capelli arruffati che sminuzzavano in mille pezzi le carte facendole volare nell’aria come fossero farfalle. Da altra parte stavano invece uomini felici, che portavano alle dita anelli d’oro luccicanti, i quali sedendo a tavoli da gioco colmi d’oro, se lo spartivano senza degnare d’uno sguardo i tristi, dando l’idea di aspettare nuovi ignari da ingannare.

 

Alla vista di tanti infelici e di viziosi, il poeta, francamente domandò al Sovrano come mai potesse vantarsi di simili trionfi, al che gli fu risposto freddamente: “Marte, e Amore non fanno peggio? Quanti sciagurati non soffrono l’ingiusto servaggio, la miseria, i mali, di cui Amore fu cagione amarissima? E quante vittime, quanto sangue, quante lagrime, quante desolazioni gl’ingrati trofei non formano del furibondo Dio della Guerra? Non io ho a rimproverarmi le sinistre vicende di coloro, che pinti qua vedi. Non io sono un mostro, e la turba de’ Giuochi miei vassalli non è rea. Ve n’ ha, che solo da naturale sveltezza dipendono, e che furon delizia de’ robusti Romani, e de’ Greci ne’ tempi, che Atene, Sparta, e Roma erano Repubbliche; altri di puro ingegno; altri, in cui riunite possono arte, e fortuna; e molti, in cui sola impera la sorte. Pure qualunque volta non vi abbia eccesso di cupidigia, né di troppo denaro azzardato, né di soverchio tempo in quelli speso, non sono a’ loro seguaci motivo di colpa, o di danno. Che poi sia difficile intraprendimento in quelli specialmente, che del solo azzardo si valgono, l'evitar Vizio, non potrei negarlo ragionevolmente. Ma è vero altresì, che coloro, i quali vi si abbandonano accecati, ne restano puniti dagl’ infortunj, che veduti eziandio in effigie ti fanno raccapricciare. Da ciò comprendi, che più è difetto degli appassionati giuocatori, che mio”.

 

Ma è tempo oramai di apprendere chi sia il poeta autore di questo sogno: si tratta di Antonio Cerati (Vienna 1738- Parma 1816), professore di Diritto Pubblico nello Studio Parmensis che in seguito divenne l’Università di Parma dove divenne Preside della facoltà di filosofia. Amico di molti letterati del suo tempo, fra cui Vincenzo Monti, venne descritto dallo storico Angelo Pezzana come «uno dei più eruditi filologi e un fine scrittore di elogi fioriti e molto spontanei». Divenne membro dell’Accademia dell’Arcadia con il nome di Parmenio Diceo, ma a questo preferì sempre il soprannome attribuitogli dagli Accademici Arcadici della Colonia Emonia di Lubiana, quello di Filandro Cretense. Scrisse ben 61 opere edite fra cui gli Opuscoli da cui abbiamo tratto questo racconto (2) e 27 inedite.

 

Continuando nel racconto del sogno, Filandro si trovò di fronte a due porte su cui in una era scritto Giuochi di Commercio e nell’altra Giuochi d’Azzardo. Il poeta scelse quest’ultima ed entrò. Si trovò in una stanza guarnita di tante scansie dove erano riposti mazzi di Fiori e di Picche mentre dal soffitto pendevano a migliaia borse colme di monete d’oro che l'autore paragonò ai quei tanti grappoli d’uva che gli agiati contadini ponevano allo stesso modo per usufruirne poi nella stagione invernale.  Mediante fili di seta collegati a carrucole, le borse venivano calate su un grande tavoliere dove su uno scranno di velluto abbellito da crini dorati era seduto il Faraone. Attorno al tavolo genti di ogni razza, sesso ed età attendevano meditabonde e mute di veder uscire le carte desiderate.

 

In una camera vicina si giocava a Biribisso e molte belle donne lì convenute avevano puntato grosse somme, lamentando di non veder mai uscire le figure bramate ancorché continuando nell’impresa. Nella stessa camera v’era una tavola della Lotteria dove il poeta si trattenne per poco tempo visto i giocatori distratti e talmente cedenti al sonno da dimenticare di segnare i numeri usciti o di sbagliare casella nell’annotarli. Alquanto frettolosamente visitò le altre stanze dedicate all’Azzardo, dove rimase colpito da un tale che smaniava per aver perso venti zecchini a Primiera avendo in mano tre sette vinti da quattro figure. Uscito pertanto da queste stanze funestate dalla malinconia e dalla rovina degli avidi giocatori, passò alla sale dedicate ai Giochi di Commercio, dove notò un gran numero di uomini e donne allegramente giocare a Tarocchi, a Picchetto, a Tresette, a Reversino e all’Ombre. Allora iniziò a giocare all’Ombra con una gentil dama e con il di lei marito, come in realtà faceva fuori dal sogno, e cominciò ovviamente a perdere. Sicuro infatti di vincere avendo belle carte, venne sconfitto dai Trionfi, usciti, ‘raro e strano caso’, tutti in una mano.

 

Ma inflessibile e severa

Meco è sorte: indarno spera

Il desio, che grato inganna,

Di placar quella tiranna,

Che maligna talor pare

Meco vogliasi mutare;

E fin quattro mattadori (1)

L’infedel mi dà; gli allori

Già mi vedo preparati,

Già li credo assicurati…

Àhi! son tutti in una mano

I trionfi; raro e strano

Caso! ond’è, che in tetro ciglio

Minaccioso un rio codiglio (2)

Rimirando, che s’ accosta,

Prigionier d’ una riposta

A restar sono costretto,

Ed osservo con dispetto

(Già perduta la cavata) (3)

La mia cassa indebitata.

 

(1) mattadori = al gioco dell’Ombra le carte che fanno bazza e consistono in Spadiglia cioè nell’asso di spade o di picche ch’è invincibile…in Maniglia, ch’è il secondo dei mattadori; ed in Basto cioè l’asso del seme di bastoni o fiori che è il terzo mattadore". Il quarto non pare contemplato (Da: Voce Giucà a l’ombretta in Francesco Cherubini, Vocabolario Milanese-Italiano, Tomo I, Milano, Dalla Stamperia Reale, 1814, p. 228).

 

(2) codiglio = al gioco dell’Ombra “perdita di colui che fa il giuoco con vincita d’uno dei due avversari” (Da: Voce Giucà a l’ombretta, op. cit.)

 

(3) Cavata = la partita o quanto puntato

 

Cosicché il Re del Gioco, ridendo della sua collera, lo condusse in un gabinetto adornato da pregevolissime stampe, dove si giocava a Tric e Trac e a Scacchi, e dove il poeta riconobbe un suo amico che sbadatamente non si stava accorgendo che stava per subire scacco matto. Sebbene il poeta fosse desideroso di restare un po’ di tempo con quel conoscente, il Nume forzatamente lo condusse a vedere altre cose, dato che il tempo della sua ripartenza dall’isola era prossimo.

 

Esso in varie mi conduce

Stanze, in cui l’argento, e l’oro

In gran cumuli riluce.

Questo è, disse, il mio tesoro.

Nel mirarlo trasportato

Esclamai: perchè serrato

Qui lo chiudi inutilmente?

Tu ben sai, che non val niente

Se non circola il denaro.

Ah saresti forse avaro?

Qual procuri a te piacere,

A chi giovi nel tenere

Di denar massa infinita

Senza moto, senza vita?

Che ti cale? mi risponde;

Se ti spiace, l’occhio altronde
Volgi, e osserva nel vicino
Semiaperto Camerino

Il mio Archivio, che contiene
Numerose Pergamene

Di poderi, di palazzi,

E di censi, ch’uomin pazzi

A me diedero sperando

Di poter vincer giuocando.

A una Sala con lui passo,

Dove sta col ciglio basso,

E la faccia gialla e dura

La crudele avida Usura,
Che attentissima divide

In più mucchi, e amara ride,
Gemme, vesti, tabacchiere,
Orologi, e mille cose,

Che si tengon con piacere,
Perchè'belle e preziose.

Ma fu sommo il mio stupore
Nel mirar tra lo splendore
Di si ricche spoglie abbietti
Cenci, e mobili negletti.

Se n’avvide il Nume, e il riso

Mal celando malignetto:

Il mio cor, disse, è diviso
Tra il signore, e il poveretto.
Amo tutti, ne coloro,

Che son miseri, disprezzo,

Ed a pari d’ un tesoro

Il buon core amo, ed apprezzo.
Questi cenci, che qui sono,
Con fervor non interrotto

A me vengon dati in dono
Sulle molte are del Lotto.
Scorgo alfin, chi ‘l créderia?
Entro allegra cameretta

Una scielta Libreria,

E di Saggi copia eletta.

V’ ha Bernoulli con Montmorte ,
Ch’aman qui stando a sedere
Calcolar con faccie smorte

Le Bassette, le Primiere.

Avvi Ugenio, e fin de’ Vati
Più d’ un v’ era, ch’ eleganti

Di più giuochi a loro grati
Celebrar godéano vanti;

E frammezzo le Canzoni

Del fantastico Frugoni

Vida udii, che in latin versi

Di dolcezze ascree cospersi
Insegnava l’arti, e i modi,

Che pugnando usano i prodi
Dello Scacco nella guerra,

Che non fa pianger la terra,
Che le madri su’ perigli
Palpitar non fa de’ figli,
Nè conduce colle smorte
Guancie seco fama, e morte.
Vedi allor, mi disse il Gioco ,
S’ anco io stimo i grandi Autori:
Mantenuti in questo loco

A lor porgo doni, e onori.

Tra lor scelti ho Consiglieri,
Segretarj, Finanzieri,
Cortigiani; mio Avvocato
Barbeiracco è sempre stato. (1)

 

(1) Barbeiracco = Autore di due volumi dal titolo Traité du Jeu.

 

Determinato il poeta a soffermarsi per parlare con così alti personaggi, venne invece dal Re trascinato verso una scaletta dai gradini incerti e rotti, per poi scomparire nel nulla. A passi lenti, giunto a terra, si parò a lui davanti una porta, più naturale che opera d’uomo. Uscito all’aperto si trovò in una spiaggia percorsa da uomini e donne che maledivano il giorno in cui avevano deciso di giocare oltreché dolenti per i beni perduti. Tutti correvano a dissetarsi in un ruscello dall’acque torbide, ma appena toccata l’acqua con le arse loro labbra, un vecchiardo, probabilmente il custode del luogo, li traeva, grazie a quell’umore venefico esalato da quel torbido, a mille vizi e alla disperazione. Inorridito il nostro cercò di correre verso la riva sperando che un legno lo raccogliesse, quando improvvisamente il suo servo, lo svegliò dal sonno e dal sogno spalancando le finestre al nuovo sole. Al ché all’autore non rimase altro che dichiarare di aver riportato quanto vissuto nel sogno in modo autentico e non falsato, contrariamente "al costume di que’ molti, i quali sognano spesso, e i sogni lor raccontando, ora danno loro il nome di Opera politica, ora di filosofica, e pretendono, che niuno creda aver essi sognato”.

 

Il Cerati, con questo racconto, si pone come moralizzatore denunciando le tre forme del gioco, ovvero quelli d’azzardo, cioè di sola fortuna, come il gioco dei dadi, della Bassetta e del Faraone; quelli dove la fortuna andava a braccetto con l’ingegno, ad esempio il gioco dei Tarocchi e per ultimi quelli dove la vittoria poteva essere assicurata soltanto attraverso l’intelligenza del giocatore, come il gioco degli scacchi. Tre tipologie già considerate tali dagli eruditi e dagli uomini di Chiesa nel medioevo. Il testo, anche se non eccelle da un punto di vista poetico, risulta tutto sommato piacevole grazie all’invenzione e alle diverse correlazioni simboliche che esplicitano chiaramente ai più accaniti giocatori che più il danno che la fortuna han parte in questi giochi.

 

Note

 

1 - Il Biribisso, gioco alquanto simile alla roulette e la cui invenzione deve farsi risalire al XVII secolo, era annoverato fra i giochi considerati d'azzardo. 

2 - Filandro Cretense (Antonio Cerati), Opuscoli in verso e in prosa, [Il luogo e la data si rilevano dall’Imprimatur: Parma, 1797, mentre dal catalogo della Biblioteca Palatina lo stampante risulta Carmignani di Parma], pp. 27-46.

 

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