Saggi di Andrea Vitali

Uomini contro Donne

I Tarocchi nel Seicento fra Satira e Antisatira

 

La Donna

 
[...] giunta al flume d'Acheronte, viddi una moltitudine d'ani­me, che stavano per esser traghettate al Regno della morte [...] dimandai anch'io d'essere trasportata cogli altri alle rippe oscu­re. Allora il vecchio nocchiero, alzando l'irsute ciglia e affissati gli occhi, ripieno d'ammirazione, dissemi, «O pazzarella, qui non entrò mai donne, anzi sappi che quell'infinita d'anime che vedi sono tutti uomini, la maggior parte condannati per il grande sprezzo col quale trattano le donne, e particolarmente le mogli loro. Ti sia noto ch'in questo luogo s'essercitano i più fieri ca­stighi della Divina Mano contro di coloro che vogliono sem­pre sovrastare alle donne [...] ».

                   Suor Arcangela Tarabotti, Lettere familiari e di complimento, Venezia, Guerigli, 1650, pag. 127 

 


Arcangela Tarabotti, nata Elena Cassandra, figlia di Stefano Tarabotti e Maria Cadena nacque a Venezia nel 1604, quinta di undici fra sorelle e fratelli. Come il padre, nacque zoppa e fu probabilmente per questo  motivo che venne indirizzata alla vita monastica. Lei, una donna senza vocazione, divenne Suor Arcangela nel monastero benedettino di Sant’Anna situato nel quartiere Castello, il suo quartiere.

 
Sebbene non avesse ricevuto una consona educazione, la grande padronanza della lingua e della retorica manifestata in alcuni suoi  scritti polemici rivolti a quel sistema che l’aveva condotta, suo malgrado, a prendere l’abito da monaca, meravigliò i più. Grazie a contatti con membri dell’Accademia degli Incogniti, fra cui Giovan Francesco Loredano di cui poteva godere grande stima, riuscì a far pubblicare le sue opere, incentrate sull’abuso della monacazione forzata, sul monastero come luogo infernale da cui era impossibile uscirne a causa della Chiesa che non permetteva lo scioglimento dei voti anche per quelle donne che erano diventate monache contro la loro volontà, sul libero arbitrio calpestato e sugli uomini, colpevoli di tanto spregio. Fra le opere più interessanti la Tirannia paterna (postuma, 1654), La semplicità ingannata di Galerana Baratotti (postuma, 1654), l’Inferno monacale (inedita fino ai tempi recenti) e il Paradiso monacale (1643). La sua polemica verso gli uomini ben si comprende dai primi versi di quest’ultima: “Iddio benedetto ama tutte le creature, ma particolarmente la donna, e poi l’uomo, bench’egli non lo meriti…” e da una sua visione dell’oltretomba, riportata in apertura di questo saggio, ricevuta in preda a deliri per un forte dolore fisico, raccontata in una lettera inviata al patrizio Giovanni Dandolo e inserita successivamente nelle sue Lettere familiari e di complimento. Nella continuazione della visione, alla monaca, una volta portata in Cielo, venne affidata da Dio la missione di tornare nel mondo a predicare la verità, anche se ciò le avrebbe attirato l'odio degli uo­mini: “Tu per mio nome predica liberamente questa verità, ne si ritenga il farlo per saper che loro l'abborriscono”.

 
Arcangela Torabotti morì a Venezia, nel monastero a cui era stata affidata senza vocazione, il 28 febbraio 1652, all’età di 48 anni.

 
L’Uomo

 

Francesco Buoninsegni, nato a Siena verso i primi anni del Seicento, studiò lettere, filosofia e giurisprudenza a Roma. Mentre frequentava le accademie romane e senesi, compose la maggior parte della sua produzione letteraria, incentrata su argomenti alla moda: satire sul mondo femminile e sulla sciocchezza degli uomini, elegie latine (una di queste sulla morte di un elefante), un’opera sulle stimmate di Santa Caterina, rime su argomenti scientifici e sull’amore.

 

 La Polemica

 

Il tutto ebbe origine quando il Buoninsegni lesse, in occasione di una adunanza accademica a cui era presente il Granduca Ferdinando II de’ Medici, il proprio componimento Contro ‘l lusso donnesco satira menippea (1). Si trattava, come da titolo, di una presa di posizione contro il lusso e la vanità delle donne considerati un grande spreco di denaro. Ispirata allo scrittore greco Menippo, questo tipo di satira era costituita da momenti di prosa misti a versi (2), dai toni comici o serio comici che trattavano argomenti di carattere morale e filosofico. Bizzarre analogie, paradossi e le più svariate digressioni caratterizzano l’opera, il cui intento è quello di divertire satireggiando. Sebbene l’autore protesti la sua innocenza, proponendosi quale vittima di una costrizione imposta dagli accademici, il sesso femminile ne esce alquanto ridicolizzato. Il risultato che ne deriva appare non tanto quella di una lezione moralizzante, quanto un esercizio di stile accademico, di notevole interesse per comprendere il modus agendi della società seicentesca. Gli argomenti prestati alla satira per rendere ridicole le povere donne appaiono, come sopra accennato, alquanto bizzarri: le loro enormi acconciature vengono paragonate ad un mazzo di tarocchi, le pianelle d’oro e d’argento che usano le fanno assomigliare alla statua del re biblico Nabucodonosor, le vesti di seta che indossano le qualificano come vermi, dato che quella stoffa viene prodotta attraverso i bachi da seta, ecc, ecc.

 

A tanta sfrontatezza la penna di Suor Arcangela Torabotti, paladina delle donne, non poteva tacere: ne uscì lo scritto Antisatira di Arcangela Torabotti in risposta al Lusso Donnesco, Satira Menippea del Signor Francesco Buoninsegni (3), dove la indomita religiosa, sfoggiando una straordinaria retorica  nel ribattere punto per punto alle illazioni del Buoninsegni, diede vita ad un componimento dalla lunghezza quasi doppia della nemica satira. Se il Buoninsegni dedicò il suo lavoro a Ferdinando II de’ Medici, presente in occasione della sua lettura, la religiosa dedicò a sua volta l’Antisatira a Vittoria Medici della Rovere, Granduchessa di Toscana.  


Quanto riporteremo in questa sede riguarda ovviamente il passo relativo alle carte da gioco e ai tarocchi, come sopra accennato in riferimento alla Satira, assieme alla relativa  risposta dell’Antisatira. Ci permetteremo inoltre alcune digressioni utili per una migliore comprensione  strutturale delle due opere. I passi della Satira e dell’Antisatira vengono riportati uno di seguito all’altro per facilitare il confronto.

 

 Satira

 

Donne, e voi che le donne avete in pregio,
Per Dio non date a quest’istoria orecchia

 
disse con iscusa mendicata alla sua maledicenza il poeta ferrarese (4) per ischivar l’odio delle donne che contro si concitava per l’istoria che sapete. Io, condennato alla pena di biasimare i superflui ornamenti delle donne, per sottrarmi all’odio de’ lor cuori ed agli strali delle lor lingue, varròmmi per mia scusa de’ medesimi versi,

 

Donne, e voi che le donne avete in pregio,
Per Dio non date a quest’istoria orecchia.

 
Un sogno d’infermo, un delirio accademico, una lamentazione d’ammogliati, stimate che sia questo discorso conceputo e partorito fra i bollori del mosto, alla cui nascita ha fatto l’offizio di raccoglitrice, non Lucina, che aiuta a partorire le donne, ma Bacco, che aiuta a sconciare gl’ingegni.

 

Antisatira

 
Non potean già meglio l’Ariosto e ’l sig. Buoninsegni far conoscere chiaramente il rimorso delle loro conscienze nel biasimare il feminil sesso, quanto che l’uno, dando principio a quel suo mendacissimo canto, e l’altro alla sua Satira contro le donne con quei versi,

 

Donne, e voi che le donne avete in pregio,
Per Dio, non date a questa istoria orecchia.

 

Quegli fa sparlare un taverniere di costumi sempre eguali alla sua poco onorata professione, e per lo piú alterato dal vino, e questi di propria bocca confessa il suo Lusso donnesco esser un sconcio aborto generato dalla sua mente, nato fra i bollori del mosto, e raccolto da Bacco. S’argomenti se quel gran poeta e questo indeffesso nemico delle donne conoscano di meritare d’esser da tutti biasimati, mentre supplicano le medesime e chi professa di riverirle a non prestar udienza alle loro ciance. Io poco dilungandomi dal loro modo di principiare dirò

 

Donne, e voi che gli amanti avete in pregio,
Date vi prego a questa istoria orecchia,

 

Satira

 

Il peso di questo biasimo è stato accettato da me, non eletto, ma tralasciato da tutti, potendo un solo con pochissimo danno e con leggerissimo pericolo contro le donne favellare. Poco importa che un ingegno disutile al pericolo dell’iracondia donnesca si sottoponga. Per oggi ho da esser io la vittima consacrata allo sdegno di queste dame. E pure (ben lo sapete) non è sdegno che pareggi lo sdegno delle donne. Lo disse il gran savio che, impazzito per amore, per le donne idolatrò. Pure per loro servizio l’ho volentieri accettato. Qualsivoglia altro a questo carico eletto, avendo l’intendimento di me piú grande, averia detto e fatto peggio. Io, che ho picciolo l’ingegno, non farò molto male, e, se pure le ferirò, sappiano che le mie armi sono innocenti, sono come l’asta d’Achille, feriscono e risanano in un punto; perché i ferri degli accademici, che eternano con i loro detti i nomi altrui, riprendendo giovano e nell’atto medesimo che feriscono portano seco le chiare per ristagnare il sangue delle piaghe che fanno.


Antisatira


Mi bisogna, però, sul bel principio confessare che ’l sig. Buoninsegni sia un ingegno quanto dotto, altretanto modesto, poiché, partorendo la sua composizione e conoscendola una sconciatura, subito le dà nome di delirio accademico, di sogno d’infermo, e di lamentazione d’ammogliato. Che nel presente secolo la maggior parte degli accademici ragionamenti meritino titolo di pazzie non che di deliri, non sapendo eglino discorrere di materia che vaglia se non offendono quel sesso ch’è la gloria del mondo, non v’ha chi dubiti. Gl’infermi non sognano che cose orribili. E qual accidente piú orribile può esser imaginato dall’intelletto nostro non che praticato dagli occhi, quanto che ’l sentir quell’uomo, che pure ha avuto la vita dalla donna, a biasimarla, e tacciarla sino nel vestire, non raccordevole che gli abusi del mondo sono in guisa ampliati e dilatati, ch’anche gli uomini sono arrivati a farsi lecite quelle vanità che del continuo spreggiano nel sesso donnesco, sí ch’a nostri giorni si può liberamente dire vanitas est omnis homo.

 

Satira

 

Catone, quel gran Censore delle pompe romane, allora stimò che Roma fusse vicina all’ultima rovina, quando intese che tanto si era venduto un pesce quanto un bue. Oh povero Catone! E che diresti se venissi in questi tempi e vedessi non una triglia, che pur si mangia, ma un’anguilla di cenci in testa della mia moglie valere il prezzo di cento bovi? In vero, che cotesto legolo di canape farebbe meglio l’offizio impostogli dalla natura che quello al quale voi l’astringete con l’arte, se servisse non per ornamento, ma per rimedio del vostro poco cervello.

 

Le perle e ’l sale nascono d’un medesimo padre: ambedue son figli del mare. Sta bene. Chi non ci ha sale ci mette perle; e chi non ha nel cervello cosa alcuna preziosa va rimediando di fuore al mancamento di dentro. Disse bene il nostro poeta a questo proposito:

 

I corpi delle donne
Che corrono alla festa
Con cosí ricche gonne,
Con tante gioie in testa,
Son cappanne di fieno,
Coperte con pazzissimo lavoro
Da tegole di perle e docci d’oro. (1)


(1) docci =
doccioni, le tegole ricurve delle grondaie


Antisatira

 

A gran ragione stimò vicina la perdita della romana libertà Catone allora ch’udí essersi venduto un pesce quanto un bue, ma diverso è lo spendere in adornamenti d’una moglie dallo spendere per sotisfazione della gola, e voi con fini diversi da lui detestate le pompe feminili. Egli bramava di veder conservato libero il popolo di Roma, e voi sète insidiatori della libertà donnesca. Non senza sdegno vedrebbe quel gran padre della sua patria la tirannide oggidí usata nell’imprigionar le donne. Sí che l’auttorità di Catone questa volta, signor Buoninsegni, rissulta contro di voi, com’anche il concetto delle perle e del sale.

 

Veramente ad un ingegno sottile non mancano arcigogole e stiracchiature per isfogar i suoi pruriti e far pompa su le carte del suo valore, Dulcis est homini panis mendacij, disse il gran savio. Che stravaganze sète andato a ritrovare, che le perle e ’l sale son figlie del mare e che chi non ha sale si serve delle perle. Queste son cose da ridere, sono sofismi e bugie mascherate, non verità. Il sapete ben ancor voi. Perché non dir piú tosto che, essendo la perla la piú preziosa, la piú pura e la piú candida fra le gioie, la donna se ne fregi come proportionata ai candori e purità dell’animo suo e delle sue divinissime qualità? Io voglio, nondimeno, aderire al vostro concetto, dicendo che gli uomini, perché professano d’aver sale e sono privi della perla, non hanno né perle né sale.

 

Satira

 

Il capo delle donne con tante belle figure mi sembra appunto un mazzo di carte da giuocare. Parallelo aggiustatissimo. Domandatene a questi signori che giuocano e vi diranno (massime quando perdono) che le carte (vi aggiungo io) e le donne hanno il cervello di cenci. Ed il vostro in particolare non sarà una di quelle figure che chiamano il Mondo e le Trombe, ma quella che si chiama il Matto de’ Tarocchi. Volete forse in questo mazzo di carte i quattro semi? I danari ci sono, ma spesi malamente in tante gioie. Le spade non ci mancano; ogni donna per somigliarsi a Pallade, dea della sapienza, che è armata, ci vuole la sua spadina d’argento (1). I bastoni li portano nascosti sotto i ciuffi (2), ma, se non gli veggono gli occhi, li provano le casse bastonate dalle lor vanità. Onde disse il poeta piacevole (5):

 

La donna muor se non ha sempre tutto
Del suo marito addosso il capitale,
Ond’è che questo e quello è mal condutto.

 

Cioè dalle bastonate che dà loro il capo duro delle mogli. Delle coppe poi alle donne non ne mancano. Altro non fanno che attaccar coppe (3) alle borse de’ mariti per succhiar loro quel poco di sangue che ci hanno. E chi giuocasse con le carte francesi, miri in testa di queste dame quanti fiori, ma toccati dalle mani del Re Mida (4). I cuori ci stanno imprigionati a dozzine; ogni capello tiene impiccato il suo. Le picche ci sono, e lunghe bene. Quanti amanti se ne piccano e, perché sono le picche lunghe, non ci arrivano mai? De’ mattoni alle donne non ne mancano; tutte danno il mattone (5) al marito.


(1)  spadina d'argento =
lo spillone che serviva per fermare i capelli.
(2)  i bastoni = sostegni nascosti per mantenere alte le acconciature.
(3) coppe = le coppette di vetro utilizzate nei salassi. Applicate sulla pelle attiravano il sangue. Allo stesso modo, le donne spillavano moltissimi denari alle borse dei mariti.
(4)  Re Mida = fiori dorati.
(5)  danno il mattone = fanno male, fig. dal modo di stirare i vestiti passandovi sopra un mattone caldo (6).   

 Antisatira

 

Quest’altra, però, non è meno stravagante e bizzara dell’antecedente, che ’l capo della donna sia simile ad un mazzo di carte. Se parlate del capo materiale e reale, questa è una vostra bella invenzione per far ridere la brigata, ma se del capo mistico, cioè, del marito che da voi è stato chiamato con nome tale, comprobo la vostra opinione per verissima e propriissima.

 

Mazzi di carte son la maggior parte di questi, perché, dediti al gioco, ad altro non sono intenti e ad altro non pensano, onde dal continuo pensiero che tengono fisso nelle carte si può dire ch’abbiano apunto il capo trasformato in un mazzo di carte. Qui non mancano i denari, se non veraci almeno cuniati sotto i replicati colpi d’un ardentissimo desiderio di possederne, per lo quale molti degli uomini si riducono ad azioni disonorate in modo che arrivano a vendere a prezzo vilissimo sin la vita e sangue del prossimo. Che ne’ medesimi ancorché vilissimi e codardi, se non per altro almeno per ornamento della persona, non si vedano in pronto le spade non sarà chi lo nieghi. Taluno vuol la spada dorata ed eccellente in paragone di quella d’Orlando (1), né considera d’aver un cuore e un braccio da Martano  (2) per maneggiarla. Mi sian poi testimoni contro questi valorosi cavalieri non solo i servitori ma le mogli medesime se manchi copia di bastoni, poiché non bastando alla loro indiscretezza di bussare la servitú, bastonano anche colei che Dio stesso ha data loro per compagna e adiutorium simile sibi (3), cioè, non per soggetta e inferiore, ma per eguale e puossi dir superiore. Bacco stesso sia poi quello che dicavi se questo mazzo di carte del capo della donna sia abbondante di coppe, quando col votarne le decine riempie talora se stesso di tanti fumi che se fosse il loro capo reale, come è immaginario, le misere mogli si sentirebbero ogni giorno aggravare dal vino (4).

 
(1)  di quella d'Orlando =
La Durlindana, la spada invincibile di Orlando.
(2) Martano nell'Orlando Furioso è cavaliere vile e sleale, che fugge di fronte al nemico per poi ritornare, a battaglia terminata, proclamandosi vincitore.
(3) adiutorium simile sibi  = un' aiutante appropriato a lui (Genesi, 2  18).
(4) si sentirebbero ogni giorno aggravare del vino =  anche le mogli sarebbero ubriache (cosa ovviamente non corrispondente alla verità). In pratica, se fosse stato possibile interpellare Bacco, egli avrebbe potuto accertare se era vero che il capo delle donne fosse pieno di coppe, come affermava il Buoninsegna, perchè se così fosse stato, le donne sarebbero state tutte ubriache come gli uomini.

Che se volete (e sia detto per seguitar le pedate del signor Buoninsegni) in queste carte le figure de’ tarocchi, alzate gli occhi in faccia a taluno che vedrete espressa la figura del Diavolo, dell’Appiccato, o del Bagatteliere e del Matto, e in molti d’essi non mancherà quella d’Amore, ma d’un amor apunto da tarocchi, dipinto, cioè, finto e non reale, col quale con fini interessati s’aggirano qualche volta intorno alle donne, confondendole in un mar di bugie e giurando loro un sviscerato affetto coll’attestarle ch’ogni lor crine è bastevole a tener legato indissolubilmente un cuore, concetto mendicato da quelle parole della Cantica: In uno crine colli tui vulnerasti cor meum. Ma doppo queste lusinghiere finzioni pare a costoro di porgere un sacrificio a Giove ogni qual volta che con le voci, con la penna, e con le operazioni biasimano, vilipendono, e maltrattano quelle che poc’anzi giuravano anime delle lor anime.


(1) In uno crine colli tui vulnerasti cor meum
= hai ferito il mio cuore con un capello del tuo collo (Cfr: Canticum Canticorum, 4  9)

Ah uomini folli (parlo con cattivi) e insensati al vostro bene, già che v’ho fatto conoscere come sète un mazzo di carte, a che non rivolgere i denari nelle spese necessarie alle vostre famiglie e convenienti agli ornamenti delle vostre mogli, le spade in diffesa dell’onore e della patria, i bastoni in sostentamento non in detrimento altrui, e le coppe in abbeverar gli assetati, come vienvi commandato dalla Chiesa, che poi non si vedranno in voi le orride figure del diavolo e l’altre mentovate?

 

Satira (Finale)

 

Sia, dunque, Serenissimo Gran Duca, l’altare della vostra grazia il ricovero del mio ingegno, il refrigerio del mio discorso.

 

Da l’odio de le donne i nostri ingegni
Sotto i tuoi regi allori, o Sol toscano,
Si ricovrino a l’ombra e spenti siano
Nel mar de le tue grazie i loro sdegni.

 

 Antisatira (Finale)

 

Ma forse di soverchio avrò osato intentar che la mia bassa penna voli a quell’Altezze che si devono piú riverire che lodare. Mi taccio, dunque, signor Buoninsegni, lasciandovi fra i tormentosi rimproveri della vostra propria conscienza per aver offesa la verità, rendendovi consapevole che le donne innocenti e buone, conscie a se stesse del proprio merito, nulla stima fanno degli altrui bugiardi concetti, non valevoli con la negrezza degli inchiostri a macchiar i purissimi candori dei gloriosissimi vanti feminili, poiché

 

Nube, che col favor di fieri venti
Al sol fa velo e ’l mondo discolora,
Non toglie al sole i raggi suoi lucenti,
Né perde il pregio suo, benché talora
Noiosi esprima e mal temprati accenti
Tocca da rozza man, cetra canora.

 

L’apprezzamento vicendevole dei due antagonisti

 

Il Buoninsegni, in seguito alla pubblicazione dell’Antisatira dimostrò un sincero apprezzamento nei confronti della monaca. Nel 1650, allorché  lesse presso l’Accademia dei Filomati di Siena la sua Satira delle sciocchezze degli uomini, volle omaggiare la Tarabotti, presentandosi, attraverso i versi del suo nuovo componimento, come un uomo sconfitto nella diatriba contro il gentil sesso in virtù di una che ha vendicato tutte le donne:

 

Or non occorre più: state pur chete,
che fatte ha le vendette una per tutte.

 

La Tirabotti non fu da meno: nell’avviso al Lettore dell’Antisatira elogiò le qualità del suo avversario, che definì “gentiluomo prudentissimo” e meritevole delle sue “degnissime condizioni”.

 

Uno scontro, a suon di Tarocchi, senza vincitori né vinti (7).

Note

1 - Venezia, Giacomo Sarzina, 1638.
2 - Fra le opere classiche più famose del genere ricordiamo le Metamorfosi di Apuleio, l'Asino d'Oro di Luciano, le Fragmenta ...Satyrarum Menipparum di Varro, mentre del Cinquecento la Satyra Menippaea, Somnium. Lusus in nostri aevi Criticos (1581) di Justus Lipsius.
3 - Venezia, Francesco Valvasense, 1644
4 - I versi riportati dal Buoninsegni furono da lui tratti dall'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, XXVIII I 1-2. In questo modo l'Ariosto introdusse la novella misogina di Fiammetta per assolversi dalla colpa attribuendo la stesura del componimento ad altri autori. Nel corso della Satira, il Buoninsegni si avvarrà anche di versi tratti da opere di Marziale e di Ovidio, oltre che da un'anonima poetessa.
5 - Con molta probabilità il "poeta giovievole" è lo stesso Buoninsegni. 
6 - La spiegazione di questi passi è stata desunta dal saggio di Elissa Weaver (a cura di), Satira e Antisatira, Salerno Editrice, Roma, 1998,  dove sono riportati anche i testi completi dei due componimenti.
7 - I testi completi della Satira e dell'Antisatira sono consultabili on line al link:
http://it.wikisource.org/wiki/Satira_e_antisatira/Satira_menippea_contro_%27l_lusso_donnesco


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Andrea Vitali