Saggi di Andrea Vitali

La Pazzia de' Savi - 1641

I tarocchi ne “Il Lambertaccio” di Bartolomeo Bocchini

 

Nel nostro saggio Un sonetto in dialetto modenese del Cinquecento (1), a cui rimandiamo per completezza di informazioni,abbiamo preso in esame l’opera di Bartolomeo Bocchini La Pazzia de’ Savi overo Il Lambertaccio (2)poema tragicoeroicomico narrante le discordie che agitavano Bologna. Il Bocchini (Bologna, 1604-m. tra il 1648 e il 1653) fu attore e poeta di rime soprattutto dialettali, ricordato in particolare per questa sua operadove nella prefazione ci informa di aver voluto dare al suo poema l'appellativo di ‘tragicoeroicomico’ perché vi aveva mescolato il lacrimevole, l'eroico e il ridicolo. Ma il tragico è, in verità, soltanto un motivo accessorio poiché si riduce alla poco patetica morte dell'eroe, Antonio Lambertazzi, e a brevi vicende di infelici amori.

 

I primi quattro canti, incentrati sulle origini della guerra tra Petroniani (Bolognesi) e Gemignani (Modenesi), rispecchiano l’argomento della Secchia Rapita del Tassoni: poiché i Bolognesi avevano rifiutato la restituzione dei castelli di San Cesario e Nonantola, i Modenesi si allearono con re Enzo e affrontarono in campo i rivali. Fra le armate bolognesi rifulse il coraggio di Antonio Lambertazzi e della bella Minerva Malatesta, i quali dopo la vittoria di Fossalta, celebrarono il loro matrimonio. I successivi otto canti trattano delle lotte intestine tra i Lambertazzi e i Geremei causate dalla folle ambizione di Antonio, fino alla morte del protagonista causata dal tradimento del faentino Tebaldello Zambrasi, cui i partigiani del Lambertazzi avevano rubato un maiale. Fonte principale del poema è l’Historia dei fatti di Antonio Lambertazzi nobile e potente cittadino Bolognese che lo storico G. Bombaci aveva pubblicato a Bologna nel 1632. “Il Bocchini, ad imitazione del Tassoni, volle inserire una miriade di personaggi contemporanei, modenesi e bolognesi, e frequenti accenni a vicende e costumi della sua epoca, già allora scarsamente comprensibili per chi vivesse fuori dell'Emilia, tanto che, venendo il poema pubblicato a Venezia, lo stampatore C. Zenero fece aggiungere da un anonimo bolognese – ma forse fu il Bocchini stesso - delle Dichiarazioni alla fine di ogni canto per spiegare quei modi di dire e quegli accenni ad avvenimenti troppo legati a un ambiente provinciale per poter esser intesi da tutti i lettori. Proprio questo rifarsi a fatti e personaggi minori e minimi, se rende oggi più di allora difficoltosa la comprensione di alcuni brani, restituisce al Lambertaccio, sul piano del documento, quel valore che gli viene negato dalla poesia, e il poema può essere ausilio prezioso per chi voglia studiare la cronaca dell'Emilia secentesca” (3).

 

Questo testo ha ulteriormente attratto la nostra attenzione per alcune ottave in cui l’autore menziona i tarocchi, e in particolare la carta del Mondo, del Matto e del Diavolo, oltre al gioco delle Minchiate.

 

Gioco delle Minchiate che viene utilizzato nella Ottava 9 a mo’ di metafora, come di seguito spiegheremo:

 

CANTO I

 

Ottava 8

 

     Quando, che d’improviso ecco un bisbiglio

Verso la Lombardia nascer si sente,

Che i Modanesi havean nel lor consiglio

Ridotta a concistor tutta la gente

E trattando frà lor di dar di piglio

A l’armi, e guerreggiare il di seguente

Mostrò la gioventù pronta ad un cenno,

Ch’era di gran coraggio, e poco senno.

 

Ottava 9

 

     Perche senza saper come, ne quando

Incominciar, ciascun di rabbia tratto

D’esser certo si tiene ivi frappando

Padron del Mondo à lo sminchiar del matto,

Chi con man fu ’l pugnal, chi sopra il brando

Dispettoso fremea di Marte in atto,

E parean minacciando infauste, e sciocchi

Le cornacchie gracchiar, fischiar gli allocchi. (4)

 

Il verso “Padron del Mondo à lo sminchiar del matto” della Ottava 9, viene spiegato dallo stesso autore nelle sue Dichiarazioni ai canti, una sorta di legenda inserita al termine di ciascun canto, per il fatto che il volume stampato a Venezia contiene termini bolognesi che potevano apparire non facilmente comprensibili agli abitanti lagunari.

 

Nello specifico, il verso si rifà al gioco dei tarocchi laddove la carta del Mondo ha il maggiore potere di presa a differenza del Matto, carta perdente, e lo ‘sminchiar’ (da cui il temine minchiata) risuona come un suggerimento al compagno di gioco affinché giochi le carte migliori per risultare così vincenti sugli avversari. Cioè a dire che ciascuno dei giovani alle armi (come da Ottava 8) confidava nei propri compagni affinché dessero il meglio (cioè il Mondo per lasciare il Matto al nemico).

 

Dichiarazioni al Canto Primo

 

9. Ottava. Il gioco de Tarocchi, usitatissimo passatempo nella Città di Bologna porse materia con motto faceto, & arguto all'Autore di dare à divedere à chi leggeva, che per ordinario la gioventù, come non aggravata d’ [da] gli anni, e non carica di molto sapere deliberava senza pensarvi.

 

E perche nel gioco non solo la carta del MONDO à tutto il resto è vincente, e superiore, e quella del MATTO à tutte inferiore, e perde: Ma ben sì usitata parola & ordinario motto quella dello IMENÇHIARE [Smenchiare], ch’altro non suonna, che una persuasione al compagno, con cui a parte si tratta il gioco, acciò giocando le migliori del mazzo procuri di farti superiore di numero all'inimico: di qui è ch'egli dicesse.

 

Perche senza saper come, ne quando

Incominciar, ciascun da rabbia tratto

D’esser certo si tiene ivi frappando

Padron del Mondo allosmenchiar (1) del Matto. (5)

 

(1) Qui “allo smenchiar” è variazione rispetto a “à lo sminchiar”

 

Passando al Canto Quinto, l’autore descrive il gioco come un personaggio di incerta età che porta con sé la carta del Matto nella mano destra e nella sinistra dadi e bussolotto, pensoso e stupefatto nel guardare il cielo sotto cui non vorrebbe vivere (dato che a causa del gioco ha perduto), piangente e pieno di affanni per aver perso i propri panni, cioè a dire ogni cosa.

 

CANTO V

 

Ottava 24

 

     Segue dietro costui veloce, e rato,

Un, che non sò sè giovine, ò se grotto;

Hà ne la destra de tarocchi il matto,

Ne la sinistra i dạdi, e ‘l bossolotto:

Ammirato, pensoso, e stupefatto

Guardando il Ciel non gli vorria star sotto,

Versa lagrime, fuor pieno d’affanni,

İl Gioco è questi, ed’ hà giocato i pannî. (6)

 

Restando al Canto V passiamo alle Ottave 53 e 54 dove Satanasso si dimostra adirato con i Bolognesi che lo trattano in malo modo, innanzitutto perché la sua carta veniva mescolata assieme al Matto dai giocatori che a volte la buttavano sul tavolo senza alcun rispetto.  

 

CANTO V

 

Ottava 53

 

     Come non vi si marcia la vergogna,

Stando a menarvi tutto il dì la rilla (1),

Senza considerar, c' homai Bologna,

Sen vive in pace, al festeggiar tranquilla?

Onde n’avien, che ‘l popol suo mi sgogna,

Facendo spesso a chi più forte strilla,

E frá tarocchi in compagnia del matto

Si dimmena per mano il mio ritratto.

 

(1) Stando a menarvi tutto il dì la rilla = stare in ozio tutto il giorno

 

Inoltre le persone, specialmente i ciambellari, cioè coloro che facevano le ciambelle, erano soliti fare un gioco dove facevano girare un ferro che terminava con una punta su una serie di figure poste in circolo, come i numeri di un orologio, la qual punta poteva fermarsi, in base alla spinta data, sull’immagine del Diavolo, inferiore per presa alle figure. Infine Satanasso era adirato per il gioco del Biribi, dove fra le cellette poste su un panno appariva anche lui. Ogni volta che un giocatore puntava denari su una di queste cellette, doveva poi prendere da un sacchetto pieno di palline una di queste la quale dava il valore alla sua puntata. Fra queste palline, messe dentro ad un sacco assieme ad altri, c’era ovviamente anche quella effigiante il Diavolo che in quel sacco si sentiva imprigionato.  

 

Ottava 54

 

     Frà punti numerati ei m'hà nel tondo

Dipinto con un spron (1), che mi molesta,

E come fossi il più bel chiù (2) del mondo

Mi regalla di chricchi (3) in sù la testa;

Mi dice poscia villania secondo,

Che và giocando bracciatello (4), e festa,

Come reo m'imprigiona il dì, e la nottę

Dentro d' un Biribi frà le pallotte.

 

(1) spron = punta di ferro

(2) chiù = l’uccello assiolo

(3) chricchi = busse, colpi, percosse

(4) bracciatello o bracciatella = ciambella grande

 

Nella Dichiarazioni al Canto Quinto l’autore spiega quanto sopra da noi descritto:

 

53. Ottava. MENARE la RILEA è frase Bolognese, che vuol significare stare in ozio, e però dice

 

Come non vi si marcia la vergogna,

Stando a menarvi tutto il dì la rilla,

Senza considerar, ch’ omai Bologna, &c.

 

E perche ne Tarocchi gioco di sopra dichiarato vi stà inserto il ritratto del Diavolo, và

seguendo l’Autore.

 

E frà tarocchi in compagnia del matto

Si dimena (1) per mano il mio ritratto.

 

(1) Qui“si dimena” è variazione rispetto a “si dimmena”.

 

54. Ottava. Quà introduce alcune cause ridicole, che movono à sdegno Sattanaso contra a Bolognesi, per darci a divedere, che ancor le frievoli cause eccitano gli Spiriti diabolici, degli huomini à porre inesecuzione i loro ferini pensieri; Quella de’ Tarocchi di sopra toccata, una n'è. L’essere dipinto in un circolo in forma d' horologio con punti, e d’altre figure d'intorno è l'altra; poiche gioco tale suolsi usare communemente in Bologna da ciambellari, ove con la mano aggitato un ferro, che in sferico giro si torna, fà, che il caso lo termini con l'acuto di quello à l'uno de segni, frà quali stassi inserta l'immagine del Diavolo, che ad ogn’altro punto è superiore, fuorche alle figure. La terza è il BIRIBI gioco pure accostumato da Bolognesi, poi che sopra à panno dipinto in alcune compartite cellette, frà molte immagini effigiate in quelle vi è quella del Demonio, e sopra à queste postovi il danaro da chi gioca, fà che il giocatore ricerchi alla sorte frà numero di palle dentro di una saccozza rinchiuse il segnato rincontro al loco occupato, e perche nelle istesse palle bucche vi stà per rincontro il rittratto del Diavolo, cosi cantò l'Auttore.

 

     Frà punti numerati ei m'hà nel tondo

Dipinto con un spron, che mi molesta,

E come fossi il più bel Chiù (1) del mondo

Mi regalla di chricchi in sul la testa (2);

Mi dice poscia villania secondo,

Che và giocando Bracciatelle (3), e festa,

Come reo m'imprigiona il dì, e la nottę

Dentro d' un Biribi frà le pallotte. (8)

 

(1) Qui con variante “Chiù” invece di “chiu”

(2) Qui con variante “in sul la testa” invece di “in sù la testa”

(3) Qui con variante “Bracciatelle” invece di “bracciatello”

 

Note

 

1 - Si legga al link http://www.letarot.it/page.aspx?id=660

2 - Bartolomeo Bocchini, Le Pazzie de’ Savi, overo Il Lambertaccio, poema tragicoeroicomico, In Venetia, Appresso li Bertani, M.DC.XLI [1641].

3 - Gianni Ballestrieri, Bocchini, Bartolomeo, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, Volume 11, 1969.

4 - Bartolomeo Bocchini, op. cit., p. 24.

5 - Ibidem, p. 60.

6 - Ibidem, p. 183.

7 - Ibidem, p. 193

8 - Ibidem, pp. 198-200.

 

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