Saggi di Andrea Vitali

Ganellini seu Gallerini

Il gioco delle Minchiate a Genova, Roma e Palermo (secc. XVII - XVIII)

 

Bonifacio Vannozzi - Anton-Giulio Brìgnole Sale - Reginaldo Sgambati - Giovan Bernardo Veneroso - Nicola Gervaso
 
Questo articolo completa quanto descritto in I Tarocchi in Letteratura III sul gioco delle Minchiate, i Tarocchi toscani, qui indagati nella loro variante ligure e siciliana di Ganellini o Gallerini, nome attribuito alla carta del Bagatto (1). Anche se la maggior parte delle informazioni sul nome del gioco in Liguria propende per il termine gallerini (2), i documenti qui riportati del sec. XVII lo identificano come ganellini, il medesimo che abbiamo trovato in un documento siciliano.  


Bonifacio Vannozzi


Monsignor Bonifatio Vannozzi (1540-1621), fu letterato pistoiese e protonotario papale, una carica che lo esaltò fuor di misura. Due esempi saranno esaustivi al riguardo: “Racconta Giano Nicio Eritreo nell’elogio di Bonifacio Vannozzi di Pistoia (uno de’ più illustri segretari della corte romana, per aver esercitato tal qualifica per trent’anni nelle corti de’ principi, legati e Cardinali nipoti de’ Pontefici), che essendo stato assunto nel 1590 al pontificato il Cardinal Niccolò Sfondrati col nome di Gregorio XIV, passò a servire il barone Sfondrati, e poi il Cardinale Paolo Emilio di lui figlio, detto il Cardinal di s. Cecilia, nipote del Papa. Il Vannozzi, oltre annui mille scudi di beneficii ecclesiastici, fu posto da lui medesimo nella lista de’ Cardinali da pubblicarsi, che avea egli dettata, e fatta stendere con legge la più rigorosa d'un inviolabile segreto. Curioso però il Cardinal nipote di sapere i nomi de’ promovendi, con astute e scaltre maniere, gliene cavò di bocca la notizia, ciò che essendosi scoperto dal Papa, obbligò lo sconsigliato ed incauto Vannozzi a cassare colla propria penna il suo nome da quella nota” (3).


Nel Teatro di Segreteria, titolo attribuito successivamente alle sue Lettere Miscellanee (4) dedicate alla “Corte Romana Arcicorte del Mondo”, il Vannozzi elabora un regesto di “qual si voglia sorte d’immaginabile occorrenza” (Dedicatoria al v. III), in cui ostenta un indubbio atteggiamento esibizionistico, da protonotaro qual era, permettendosi di moralizzare e discutere all’infinito su qualsivoglia questione.


Da Lothar Teikemeier siamo informati che il nostro Monsignore cita i Ganellini nell’opera Della Suppellettile de gli Avvertimenti Politici, Morali, et Christiani (5) dove condanna l’abuso del gioco delle carte, Tarocchi compresi, e la blasfemia perpetrata col raffigurare in esse il Papa, il Giudizio Finale, le tre virtù teologali, e soprattutto una scimmia vestita da frate, predicante da un pulpito (6):  


7051. Non posso medesimamente lasciar di ridire dell’abuso, & dello scandalo, che tuttavia dura di quelle maladette carte da giocare à Tarocchi, & à ganellini, dove in una di esse carte è la figura del Papa, col piviale indosso, col regno in capo, e colle chiavi in mano, in atto di dar la benedittione: questa scandalosa figura in quel luogo, piace, e da gusto à gli Eretici, soliti per burlarsi del Papa dipingerlo in modi, & foggie indecentissime. Nelle medesime carte v'è l'Angelo, che suona la tromba del final Giudizio, che anch'essa è cosa sconcissima, & di gusto, à chi si burla del Purgatorio. Vi sono medesimamente i Magi guidati dalla stella; & sonvi le figure della Fede, della Speranza, e della Carità: E' egli possibile, che si comporti questo abusaccio trà Cattolici? Se queste cose si facessero trà Luterani che ne diremmo noi? Nel giuoco dove si bestemmia, dove si dicon mille parolaccie, etiam alle medesime carte, s’adoprano figure di tanto misterio? Io mi protesto con chi bisogna, & mi scuso, che per me non stà, se non vi si rimedia. M’era uscito di mente, che nel mazzo di dette carte da giocare è similmente dipinto un Bertuccia coll’habito da frate, posta in pulpito in atto di predicare: o Dio mio, che cose son queste? & se ne servono ancho i Prencipi per passatempo? Ò sacrilegio grandissimo!” (7).

 

Anton-Giulio Brìgnole Sale


Anton-Giulio Brìgnole Sale (1605 - 1665), sacerdote nel 1649 e dal 1652 gesuita, fu  celebre letterato, senatore della Repubblica Genovese e ambasciatore nel 1634 presso Filippo IV di Spagna. Fra i suoi lavori, caratterizzati da fervide pitture di luoghi, scene e caratteri, si ricordano in particolare Le Instabilità dell'ingegno (1635), il Tacito abburattato (1643), Il satirico innocente (1648) oltre ad opere di letteratura devota Panegirici sacri (1652), La colonna per l'anime del Purgatorio (1635), Maria Maddalena peccatrice e convertita e Il santissimo rosario meditato, entrambi del 1636. Tre le commedie, probabilmente rappresentate presso l'Accademia degli Addormentati, di cui il Brignole era stato eletto Principe nel 1636: Il geloso non geloso, Li comici schiavi e Gli due anelli simili, tutte caratterizzate dalle abituali vicende di intrighi, travestimenti e riconoscimenti di tradizione classica con l’apporto di alcuni momenti comici e da commedia dell'arte.


Il gioco dei Ganellini viene menzionato dal Brignole in Le instabilità dell'ingegno, il Tacito abburattato e Il Satirico Innocente.


La trama de Le instabilità dell'ingegno (8) si basa su una consueta situazione di repertorio: quattro dame e altrettanti cavalieri genovesi, tutti appartenenti all’Accademia degli Addormentati, "stretti ... per parentela, somiglianti per gli anni, et incatenati per volontà", per sfuggire alla peste che minaccia Genova si rifugiano in una villa del contado, dove rimangono per otto giorni intrattenendosi in dispute accademiche. Accanto a queste, l’opera contempla canzoni, poemetti, novelle e orazioni.


In un passo della settima giornata (9) troviamo un riferimento al gioco dei Ganellini, laddove, parlando delle prerogative della guerra, in forma satirica si descrive come, ancor prima di ipotetiche vittorie, i Papi e i Re dell’Europa venissero “maneggiati” assieme agli stessi personaggi presenti nelle carte dei Ganellini, rendendo evidente come tali discorsi avessero luogo intorno ad un tavolo da gioco.

 

Giornata Settima

 

"Ma qual tempo ditemi per grazia fu giamai più acconcio pe’ pronostichi, che quel di guerra? Drizzansi co’circoli non de’ compassi, ma delle adunanze le figure delle Monarchie, odesi da tavolieri delle loggie pubbliche, ciò che à grand fama fanno i più fedeli scrigni ne’ gabinetti, si comparton prede di battaglie non ancor fatte, si assegnano dominij non ancor presi, sono maneggiati i Papi e  Rè d’Europa mescolatamente a quelli de’ Ganellini; fannosi giornate sedendo; i consigli de’ Privati si censurano sbadigliando; su le mense, s’intima l’espugnatione delle piazze, mentre che vien dato l’assalto a piatti, il naufragio alle armate, mentre che si rompono i bicchieri".


Il Tacito abburattato, che  raccoglie i discorsi politici e morali tenuti dal Brignole nelle adunanze accademiche dell'inverno 1635 e della primavera successiva, si configura come opera di riforma contro le sofisticate cavillosità e la fragili acutezze del manierismo barocco. Puntando sulla necessità dell’indagine psicologica su cui fondare qualsiasi indizio morale, il Brignole ripudia l’autorità degli Antichi inserendosi nel particolare filone dell'antitacitismo che faceva capo alle Prolusiones di Famiano Strada. Ma lungi dal proporre un vero rinnovamento “si rimane qui nell'ambito di una problematica morale del più consunto formalismo, della più banale casistica di impronta gesuitica, ed in Tacito, in effetti, si vuole soprattutto colpire, secondo l'insegnamento del gesuita Strada, il magistero di una eticità non suffragata dalla fede cristiana” (10).


In un passo satirico del Discorso X incentrato sulle “virtù” donnesche, troviamo il riferimento al gioco del Ganellini:  


“Di quella Matrona, che non fida ad’ altri, che à ferrati scrigni, & alla propria chiave le sue perle, le smaniglie, i boffoli, i profumi, e tutte le altre ciance della vanità donnesca, e commette la custodia e la pudicitia di tre, ò quattro figlie, già mature à venal fantesca, mentr’ella, fuor di casa fino à mezza notte, assai più sciolte, che un Oratio intorno all’Arpa, hà intorno à ganellini quelle mani, che nella sua casa son per maneggiar il fuso, ò l’arcolaio, ò l’ago tutte chiragra?” (11).


Avendo trovato in una libreria un manoscritto anonimo di Epigrammi greci contenenti soggetti “profittevoli agli humani costumi” (12), il Brignole decise di tradurlo in lingua toscana con il titolo  Il Satirico Innocente.

 
Come nel Tacito abburattato anche in quest’opera l’atteggiamento dell’autore verso il sesso femminile si esprime in forme satiriche, denunciando una intolleranza da vero gesuita. Discorrendo su di esso (Delle Dame gli humori), il Brignole lamenta che il Garzoni non abbia inserito una specifica trattazione sulle donne nella sua opera Il Teatro de’ Cervelli (si veda nostra disamina), comprendendo tuttavia l’impossibilità di un tale inserimento, dato che l’intera opera così come uscita dalle stampe, sarebbe divenuta appena l’indice, considerata l’enormità di cose che si sarebbero dovute scrivere in proposito (13).

 
“Ora sì, che più non mi rassembra cosa strana, se à chi vuol sapere gli humori delle dame non avanza tempo di saper gli affanni del Principato. Oh se nel teatro de’cervelli del Garzoni, i feminili ancora avesser luogo! non fora esso così grosso, che il Teatro della vita humana verso di esso à mala pena parrebbe l’indice?”. La donna, così come indefessa appare con le mani giunte davanti alle immagini dei santi, allo stesso modo si fa vedere con le mani sciolte intorno ai tavoli da gioco: “Se i costumi tu riguardi, eccoti le melindre di Belisa unite alle ferocie di una Ippolita, ò di una Camilla, il coniugale disamore di una Clitennestra misto alle finezze di una Portia, ò di una Alceste, l'avaritia di una ruffiana, ò di una meretrice con la prodigalità del figlio di famiglia imbertonato: vella tutt'à un tempo stancatrice de' confessionarij, e spettatrice de' Teatri, immobile pendente in Chiesa dalle esaggerationi de’ Predicatori, mobilissima pendente sù festini da'violoni, e pifferi de' sonatori, indefessa con le mani gionte avanti imagini di Santi, e di Angioli negli Oratori,  indefessa con le mani sciolte intorno ganellini nelle stanze, dove giuocasi, dove si mormora” (14).

 

Reginaldo Sgambati

 

Reginaldo Sgambati, napoletano, fu monaco dell’ordine dei Predicatori, poeta e maestro di sacra teologia. Della sua vita si conosce poco, se non che da Accademico Ricovrato fu autore di due commedie, una Lisaura pellegrina e una Zingara, entrambe firmate con il nome di Geliandro, anagramma di Reginaldo.

 

Ne La Zingara, Comedia del Sig. D. Geliandro Sgambati, stampata a Genova nel 1664 (15), è di nostro interesse il Prologo, strutturato in forma di dialogo fra il Prologo stesso, che sarà anche Zingara (Sono io quì per far il Prologo? o per far da Zingara? l’uno e l’altro; quello inanzi, questa dentro la comedia) e le “belissime e gentilissime Dame” (del pubblico), a cui il Prologo chiede consigli e ammaestramenti per riuscire a comportarsi da vera zingara. Ne esce un sarcastico e alquanto satirico intrattenimento, dove le Dame subiscono, pur nella sentita richiesta di aiuto da parte del Prologo, un inverecondo dileggio. Ne è esempio, fra gli altri, il passo in cui è riportato il gioco dei ganellini, dove le malizie donnesche, apprezzate dal Prologo quali “lodevolissime”, consistono nel far credere alle suocere di non dar adito agli sguardi degli uomini che giocano a carte con loro, ma di guardare esclusivamente i maschi sotto la forma dei fanti raffigurati nei ganellini: “ma se ne usate per far credere alla Suocera, che quando siete in veglia al Tavolin de’ Ganellini; ma voi non alzate il viso da dipinti fanti, che havete frà le mani à fanti veri, che havete intorno, pronti anch’essi à porsi fra le vostre mani, queste son malitie lodevolissime”.

 
Prologo

 

“……Che voi Dame m’insegnate à far da Zingara perfettamente non dovrete essere già così difficili nell’insegnar à dar così buona ventura, come nel darla? Deh insolente! parti, che possiamo esser maestre di un mestiere troppo pieno di malitie, noi che siamo semplici come colombe? oh se aveste di Colombe l’esser amorose, come non havete l’esser semplici, beati noi? è egli vero, che non habbin malitie queste giovani, Signore Suocere? Ditelo voi. Ma nō arrossite nō belissime, ch’ei non è mica male l’haver malitie: sono l’anima di tutto il Mondo; e male l’usar male delle malitie: son come d’argento,  l’oro buono in se medesimo, e cattivo sol per colpa di chi lo spende, se adoprate le malitie per mostrar ad uno tanto incauto, quanto fido innamorato una corona trionfale guiderdone della infaticabile sua Idolatria, per trasmutargliela poi tutto à un tratto in un capestro disperato son detestabili: ma se ne usate per far credere alla Suocera, che quando siete in veglia al Tavolin de’ Ganellini; ma voi non alzate il viso da dipinti fanti, che havete frà le mani à fanti veri, che havete intorno, pronti anch’essi à porsi fra le vostre mani, queste son malitie lodevolissime. Or tornando al mio bisogno, io hò stimato, che possiate addottrinarmi nel mestier di Zingara, sol perché vedendo, che nel lacrimare i vostri servitori all’ora, che gli avete uccisi, sapete così ben l’arte del Cocodrillo, tengo per costante, che in Egitto Patria delle Zingare vissuto habbiate. Dunque ditemi per vostra fè quai modi io debba nell’essercitar quest’arte variare con la varietà delle persone, che da me vorranno indovinamenti?.Ecc” (16).

 

Per concludere, abbandonando l’aspetto puramente letterario, ci occuperemo di due testi in cui il gioco dei ganellini appare quale oggetto di possibile tassazione e quale intrattenimento permesso nella Palermo della metà del Settecento.

 

Giovan Bernardo Veneroso


Nello scritto di ispirazione navale Genio Ligure Risvegliato, Discorso di Gio. Bernardo Veneroso, Nobile Genovese (17), i ganellini sono proposti quali oggetto di tassazione, assieme ad uno sterminato elenco di altre cose, per recuperare i fondi necessari atti all’armamento privato di galee ritenute necessarie per opporsi con ogni mezzo e fermezza, alle violenze dei potentati europei. Infatti sia la Spagna (alleata di Genova) che la Francia, avevano eletto il Mar Ligure come uno dei loro terreni di confronto preferiti, innestando una spirale di ritorsioni di cui i Genovesi erano le vittime principali. A Genova, l'Accademia degli Addormentati, alla quale il Veneroso apparteneva, fu la realtà che più di ogni altra cercò di diffondere la necessità di questo intervento.



                                                     Genio Ligure Risvegliato

                                                               Antiporta dell’opera Genio Ligure Risvegliato, 
                                                   realizzata da C. Blomaert su disegno di Domenico Fiasella


La nota 125 dell’opera, indirizzata ovviamente al “Al Ser. mo Duce et Eccellentissimi Signori Governatori, e Procuratori della Serenissima Repubblica di Genova”, riguarda “Quanto si spenderà per mantenere 20 galere, e da quali cose possono cavarsi il denaro” e documenta i costi necessari per armare dette navi: “Il denaro per la spesa dell'armata di 20 galère per tre mesi importa, oltre l’assignatione ordinaria delle sei galère, che mantiene sempre la Repubblica Serenissîma di gente ligata, lire quattrocento venti mila, à lire diece mila il mese per ciascheduna, le quali si potrebbero havere  ó da contributioni volontarie, ô dà arbitrij de' Magistrati; ô dalle gabelle, о dalle tasse” (18). Fra le innumerevoli proposte di tassazione risulta anche la seguente: “Si potrebbero in oltre imporre, sopra queste cose, che servono à raffrenare i vitij della libidine, della gola, e del giuoco, come sopra i Cuochi, Tavernari, Bettolanti, e Camere locande, e sopra le carte, e ganellini” (19).


Nicola Gervaso

 

Conosciamo questo autore solo grazie alla brevissima descrizione riportata su di lui nell’opera Siculæ Sanctiones (1755), un trattato legislativo del Governo di Sicilia, dallo stesso curato. Sappiamo pertanto che era stato Giudice del Tribunale del Concistoro della Sacra Regia Coscienza e Consigliere di Re (Jam olim Trib. Concistorii Sacrae Regiae Conscentiae Judicem, Regium Consiliarium).

 

L’opera (20), dedicata a “Joanni Marchioni Foliano, Siciliae Proregi Optimo” risulta di una certa importanza per conoscere i giochi permessi (fra cui  quello dei ganellini) e proibiti nella Sicilia del sec. XVIII. La loro descrizione appare nell’opera nel “Supplementum ad Tractatum de rebus. Criminalibus in Tomo V”.


Prima di introdurre i giochi, si ritiene opportuno far conoscere i luoghi dove questi erano completamente banditi. Era fatto divieto assoluto, oltre ai giochi “distintamente proibiti”, di giocare anche a quelli permessi: “né piani, e nelle piazze di questa Capitale, e di ogni altra Città, e Terra di questo Regno, ne piani ancora de’ Castelli, Quartieri di soldati, Corpi di guardia, Darsena, Galee, Navi, Presidi,  ne’ casini, nelle osterie, in qualunque casa, ove si venda vino, nelle botteghe, nelle baracche, o in altri qualsivogliano Ridotti”. “A quattro tratti di corda e ad anni cinque di galea” venivano condannati coloro che venivano sorpresi a giocare “ne’ cortili, e scale di questo Regio Palazzo, e de’ Tribunali, Magistrati, e Corti della Città e Terre di questo Regno”. Praticamente era possibile giocare solo nelle proprie case!


Questa la descrizione sui giochi permessi e delle pene comminate a coloro che non rispettavano i luoghi proibiti:


“Si permettono all'incontro in virtù della presente prammatica tutti quei giuochi leciti, che giovano ad un onesto alleviamento del corpo, e dello spirito, per renderlo più destro, e pronto al travaglio, e ne' quali usar si suole lealtà, moderazione, ed onestà; che appunto sono i giuochi di Taroccbi, di Tresetti a mano, ed in qualunque maniera si giocassero, come farebbe la Calabresella, ed à quattro a cbiamare, di Reversino, di Pichetto, di Ganellini, di Scarcinate, di Gabella, dello Stopo, purchè non contenga invito, o parata, ma con la matta, come si pratica oggi, di Scaccbi, Matrelia, Oca, ed altri, come sono quei per esercitare il corpo, cioè Trucco, Bigliardo, Palle, Boccie, Palloni; con che pero restino incorsi nelle suddette pene coloro, che ne faranno uso ne' luoghi vietati….Le quali suddette pene, ed ogni altra, che riguarda l'abuso de' giuochi, comanda il Re nostro Signore, che debbansi applicare per la terza parte al beneficio del denunziante; in conformità di quel, che di sopra si è stabilito, e per le altre due terze parti, che vadano in beneficio del Reclusorio de' poveri di questa Capitale” (21).


I giochi proibiti erano quelli che “diconsi, d’invito, e di parata, come sarebbero i giuochi di Bassetta, Quanto inviti, Primiera, Goffo, Trenta, e Quaranta, Cartetta, Faraone, Bancofallito, Zicchinetto, Biribisso, Paris, e Pinta, Posadieci, Sette, e Otto, Scansa quindici, Caccio, Cavignola, Zachanette, Trentuno, Cartetta, La fior, e a tutti gli altri giuochi d’invito, e parata con carte, dadi, farinole, o altri di legno, o altro strumento, che  possa importare invito, o parata, ecc” (22).


Note


1
- Si veda al riguardo il nostro saggio Trattato del Gioco delle Minchiate.
2 - Paolo Minucci, che usava lo pseudonimo di Puccio Lamone, scrisse un commento, incentrato sulle regole del gioco delle minchiate, all’opera Il Malmantile racquistato (1676) di Lorenzo Lippi. A questo proposito scrive: “Tanto mi pare che basti per facilitare l’intelligenza delle presenti ottave a chi non fusse pratico dl giuoco delle Minchiate, che usiamo noi toscani, che è assai differente da quello, che con le medesime carte usano quelli della Liguria, che lo dicono Gallerini; perché Minchiate in quei paesi è parola oscena” (Si veda al riguardo il nostro articolo Il Malmantile racquistato)
3 - Gaetano Moroni, Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica. Da San Pietro fino ai nostri giorni, Vol. IX, Venezia, Dalla Tipografia Emiliana, 1741, pag. 307. Il Moroni, romano, fu il primo aiutante di camera di Sua Santità Gregorio XVI.
4 - Delle lettere miscellanee, Venezia, Ciotti, 1606. I volumi II e III furono rispettivamente pubblicati a Roma nel 1608 e a Bologna nel 1617.
5 - Bonifatio Vannozzi, Della Suppellettile degli Avvertimenti Politici, Morali, et Christiani, Volume Terzo, in Bologna, appresso gli Heredi di Giovanni Rossi, 1613. Siamo grati a Lothar Teikemeier per averci comunicato l’esistenza di questo testo.
6 - Di quale Trionfo o carta numerale si tratti, non è dato saperlo. Pur mantenendo i nomi specifici di ciascuna carta, l’iconografia poteva variare.
7 - Bonifatio Vannozzi, Della Suppellettile, op. cit., pagg. 627-628.
8 - L’opera venne stampata a Bologna e non nella città dell’autore, a causa di certe valutazioni di “Instabilità” mosse contro il S. Uffizio di Genova. Evidentemente a Bologna, nonostante questa fosse governata da un potere temporale ecclesiastico, risultava più facile ottenere la licenza de’superiori, cioè di stampa. È comunque certo che ogni pur minima forma di ribellione contro il moralismo dominante nella vita genovese, era estranea alle intenzione dell’autore.
9 - Nostra edizione di riferimento: Anton-Giulio Brignole Sale, Le Instabilità dell’Ingegno, divise in otto giornate. In questa ultima Impressione variate e corrette, Venezia, presso gli Heredi del Sarzina, 1641. Pagg.294-295.
10 - Gaspare De Caro, Voce Brignole Sale, Anton Giulio in “Dizionario Biografico degli Italiani”, Volume 14, 1972.
11 - Nostra edizione di riferimento: Antongiulio Brignole Sale, Tacito abburattato. Discorsi politici e morali, Napoli, Per Gio. Francesco Paci, 1671, pag. 254.
12 - Questa espressione si trova, assieme al resoconto del rinvenimento degli Epigrammi, nel Lettore in apertura della nostra edizione di riferimento: Il Satirico Innocente, Epigrammi trasportati dal Greco all’Italiano e commentati dal Marchese Antongiulio Brigliole Sale, Quinta Impressione, Venezia, 1672.
13 - Ivi, pag. 406.
14 - Ivi, pagg. 411-412.
15 - D. Geliandro Sgambati, La Zingara, Genova, per Pietro Giovanni Calenzani, 1664.
16 - Ivi, pagg. 7, 8, 9.
17 - Gio. Bernardo Veneroso, Genio Ligure Risvegliato, Genova, Gio. Domenico Peri, 1650.
18 - Ivi, pag. 81.
19 - Ivi, pag. 83.
20 - Nicolaum Gervasium, Siculæ Sanctiones, Tomus Sextus, Panormi (Palermo), 1755.
21 - Ivi, pag. 485.
22 - Ivi, pagg.482-483.

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