Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Di una Lettera del Doni ad Annibal Caro -1552

A un poeta pazzo ben si addicono le carte dei tarocchi

 

Saggio di Andrea Vitali, gennaio 2020

 

 

Anton Francesco Doni, nacque a Firenze nel 1513. Essendo figlio di un forbiciaio si inventò una propria genealogia nobiliare che, seppur d’animo ghibellino, elencava anche due Papi. Entrato nell’Ordine religioso dei Serviti, in seguito se ne distaccò, disgustato dalle molte situazioni inerenti all’ordine tanto da esprimersi con l’Aretino con parole come “L’esser con la chierica puzza a tutti”.

 

Stiamo parlando di un personaggio divenuto assai famoso, amico dei maggiori letterati del tempo, compresi diversi artisti. Dopo varie peregrinazioni nelle più importanti città italiane (a Venezia divenne Accademico Pellegrino), ritornò a Firenze dove aprì una propria tipografia, assumendo nel contempo la carica di segretario dell’Accademia degli Umidi. Entrato in contrasto con l’Aretino, dapprima suo amico, gli profetizzò la morte per il 1556, cosa che avvenne, lasciando in tutti l’idea di possedere particolari qualità. Terminò la sua esistenza a Monselice nel 1574.

 

Fra le sue maggiori composizioni, davvero tantissime, ricordiamo in particolare I Mondi del 1552, romanzo che si ispirava a L’Utopia di Tommaso Moro, opera oggi considerata precorritrice della letteratura fantastico-fantascientifica italiana.

 

La sua opera principale rimane comunque La libraria del Doni fiorentino. Nella quale sono scritti tutti gl'autori vulgari con cento discorsi sopra quelli. Tutte le tradutioni fatte all'altre lingue, nella nostra & una tavola generalmente come si costuma fra librari, edita nel 1550. In seguito, la chiamò semplicemente Libraria, Scopo dell’autore fu di creare una bibliografia delle opere italiane più importanti, utile per il reperimento di documenti a quel tempo introvabili. Celebri sono inoltre le sue Lettere indirizzate a celebri letterati del tempo. Fra queste ha attratto la nostra attenzione, una lettera, dove troviamo un riferimento ai tarocchi (1), da lui inviata al “Dottissimo M. Annibal Caro” presente nell’edizione 1544 delle sue Lettere (2).

 

Con questa lettera, datata VIII maggio 1544, l’autore finge di aver letto una composizione di un anonimo verseggiatore nonché pittore, "Poeta mezzo gigante et mezzo alfana” (3), “altro ch’il Burchiello”, cioè tutt’altro che il Burchiello in termini letterari, da considerarsi assolutamente ‘pazzo’ e di averla ‘pazzamente interpretata’. Un commento, scrive il Doni, addirittura più profondo di quanto fece Pico [della Mirandola] su una canzone di [Girolamo] Benivieni, o di quello dello stesso Caro sulla Ficheide di Francesco Maria Molza. Si tratta di un’esegesi critica paradossale a “una compositione infra le bestiali bestialissima” come scrisse l’autore nella lettera che accompagnava in dono una copia del suo volume al ‘Dottissimo Caro’ due anni prima. La lettera infatti era già indicizzata nel ‘Sommario’ incluso nell’edizione marcoliniana dei Tre libri di lettere del 1552 con il titolo Comento sopra a un Madrigal d’un pazzo, pazzamente interpretato”.

 

Doni nello scrivere il suo commento menziona il Berni, il Petrarca, la novella di Alibech del Decameron (Boccaccio, Novella III, 10) e l’Inferno di Dante.

 

Da questo punto in avanti chiameremo 'poeta' i versi che il Doni mette in bocca all’inventato verseggiatore, versi riguardanti l’amore di quest’ultimo verso una donna e del suo lamentarsi per non possedere i giusti strumenti intellettuali, letterari e pittorici per esaltarne le femminili qualità, ma anche un malcelato dolersi per essersi invischiato in una tale situazione amorosa.

 

Questo il componimento che il Doni finge essere scritto dal poeta:

 

PER DIO CH’IO SONO UN MATTO A VOLER CON IL SOLE SCARICAR DI VOI UN VOSTRO RITRATTO. CREDETE VOI, CHE TITIAN POTRIA CON LA VIRTU DEL SUO PENNEL MODERNO; COME SI DOVERIA; RITRAR TUTTO QUEL BEL, CHE IN VOI DISCERNO? VOI SETE QUI L’INFERNO CIOE L’ABISSO D’ OGNI BEL COSTUME ET SENZA IL VOSTRO VISO UNA FIGURA PER HUMANA NATURA NON CAPE OMBRA NE LUME. POTESS’ IO HAVER TANTO INTELLETTO CHE VI MOSTRASSI IN CARTE IL MIO CONCETTO CHE IO FAREI SI CON LE CERATE PIUME LODAR VOSTRA PERSONA CHE LAURA APAR DI VOI SARIA UNA MONA.

 

Lasciando ai filologi e agli esegeti il puro aspetto letterario di tutta la lettera, a nostro avviso questa si presenta come un esercizio di stile, un tentativo di interpretazione critica basata sul carattere ‘folle’ del poeta, dove la follia permea ogni passo compresa la stessa critica del Doni, che per ogni verso del poeta dà diverse interpretazioni, tutte coerenti e composte in un crescendo ironico teso a sottolineare il senso di follia che il tutto pervade.

 

Che il poeta sia matto, lo attesta da sé all’inizio del suo componimento laddove scrive: PER DIO CH’IO SONO UN MATTO, frase che il Doni così ironizza: “Qui il poeta al primo colpo da del capo nel muro come persona di poca patienza, che volendo dipignere la sua Alcibiade non gli vede ordine” cioè vede solo confusione, e continuando “Ma io dico forse male, che la debba intendere come disse il Bernia [Berni]; Matto, cio è che volentieri amavo”.

 

Continuando nell’esegesi del secondo verso, il Doni scrive: “Pure, il verso che seguita mi strascica fuori da tale sposizione. Et così mi ravveggo, ch’in questo principio ei vuol dire; in verità con giuramento che gli è matto (cosi la do vinta questa prima volta alla sua chimera) a caricarsi di tavole dipinte, com' una bestia A VOLER CON IL SOLE SCARICAR DI VOI UN VOSTRO RITRATTO. In questo pelago non penso, che ci si possa entrare con la zuccha altrimenti; che l'acqua non reggerà. Pure il Poeta sarà stato furfante; et nello scrivere sara trasandato con quello scaricare, volendo dire; disegnare standosi al sole. O vero tanto è egli possibile fare un ritratto di voi donna, come fare un ritratto del sole”. In pratica, il Doni evidenzia la pazzia del poeta nel suo oscillare fra il desiderio di comporre un’effigie della donna e la voglia di lasciar perdere, standosi sotto il sole, oppure che sarebbe stato facile per lui disegnarla come sarebbe stato facile dipingere il sole.

 

Continuando nell’esamina di alcuni versi del poeta, il Doni non può fare a meno di sottolineare come “Costui doveva veder tanta beltà in lei, quanto è brutto il Diavolo” pensando al seguente suo dire che dà dell’incompetente a Tiziano “CREDETE VOI, CHE TITIAN POTRIA CON LA VIRTU DEL SUO PENNEL MODERNO; COME SI DOVERIA; RITRAR TUTTO QUEL BEL, CHE IN VOI DISCERNO?”. Così essendo andato chimerizzando alto alto sopra i cieli si lascia dare uno stramazzo in fino nel profondo; accordandosi, com’io ho detto, vederla tanto bella; quant’è brutto il diavolo: et esclamò; VOI SETE QUI L’INFERNO”.

 

La pazzia del poeta si esprime poi maggiormente in parole come le seguenti "et trovandosi à quel modo invischiato dice; che nol puo far per conto nessuno per LODAR VOSTRA PERSONA. Pur un ghiribizzo dando nella sua bestialità dice; mettian caso, che io lo facessi, che sarebbe stato il Petrarcha un gatto mammone et Laura verbi gratia una bertuccia sottogiugnendo; CHE LAURA APAR DI VOI SARIA UNA MONA. O divina poesia, ò alto concetto, vadin pur le Muse al bordello, & Apollo alla stuffa […]. Et che volendo dire; monna a Laura, ei non sia divenuto scimia, mostrando il culo al popolo. Questi sono i concetti, et le cose nuove, mai più sentirete, Poeti, una inventione sì appuntata”.

 

(E trovandosi invischiato nel rapporto in questo modo, dice di non poter contare su nessuno in grado di lodare [giustamente] la vostra persona. Per un capriccio improvviso, assecondando la sua natura bestiale, poi dice: se ipotizzassimo che io lo facessi [di lodarvi], il Petrarca sarebbe al mio confronto un gatto mammone, e Laura, per esempio, una scimmietta, e che sarebbe apparsa come una mona ovvero una stupidotta se rapportata alla sua donna amata. Oh, divina poesia, oh, quale alto concetto! A questo punto vadano le Muse nel casino e Apollo [dio della poesia] nella stufa a farsi bruciare. E nel dire monna a Laura, è lui che è diventato una scimmia, mostrando la parte sua più intima al popolo. [cioè la sua vera natura di pazzo]. Mai più sentirete, o Poeti, concetti così alti e nuovi, un’invenzione così perfetta!) Frase, quest’ultima, da intendersi e interpretare ovviamente in senso contrario alla lode.

 

La pazzia del poeta ben si incarna in questo dire, che fa sì che il Doni ne rimanga colpito a tal punto da essere indotto a riderne a più non posso ["smascellarmi delle risa"]. Tutto ciò, in contrapposizione agli attributi di ‘Dottissimo’ e di "huomo non solo eccellente, ma divino", indirizzati al Caro, fra l’altro lodato oltremodo anche da “Monsignor Guidiccione” [Giovanni Guidiccioni], che ne evidenziano non direi la distanza, quanto l’assurdità di un possibile paragone.

 

Lagnandosi il poeta di non avere doti di pittore per poter dipingere con vivi colori come avrebbe voluto la sua bella, nonostante avesse cercato di ritrarla “scagliatosi dal furore, come matto volta il culo a quella dipintura marcia et di lungo dolendosi da se medesimo, et disperandosi non saper dipignere” […] si rificca alla poesia, lasciando la pittura […]. Et nel andarsi con Dio dice come disperato; POTESS’ IO HAVER TANTO INTELLETTO. Tenendo per fermo essere una bestia senza intelletto. Et conoscendosi ignorante lo dice a tutto il mondo; CHE VI MOSTRASSI IN CARTE IL MIO CONCETTO. Dirò bene hora; ch’io son perduto intrafatto col suo dire; concetto et carte".

 

Riporteremo ora di seguito tutte le interpretazioni che il Doni da dei seguenti versi, scritti dal poeta per accattivarsi la benevolenza dell’amata, fornendo al termine del testo originale una libera traduzione in italiano:  

 

“POTESS’ IO HAVER TANTO INTELLETTO / CHE VI MOSTRASSI IN CARTE IL MIO CONCETTO / CHE IO FAREI SI CON LE CERATE PIUME”, parole interpretate dal Doni come segue: “Dirò adunque? che volesse dire; s’io sapessi scrivere cosi, come io sono una bestia, et un matto io sarei, et direi. Mi par, che voglia fare qui un poco del parabolano; per cattar benivolentia con l’amata. Ma le cerate piume, pare à me, che vada svolazzando col cervello tant’alto, che sia troppo, alludendo a Icaro. Ma più tosto penso, che fosse impaniato, come un’ uccellaccio, non affermando di volerlo fare”.

 

Con POTESS’ IO HAVER TANTO INTELLETTO, il poeta esprime il proprio lamento per non possedere quelle grandi qualità letterarie che sole gli avrebbero permesso di cantare le bellezze dell'amata. Qualità che sa di non avere né di poter ottenere.

 

Con CHE VI MOSTRASSI IN CARTE IL MIO CONCETTO, frase che riprenderemo più avanti, il poeta dichiara che se avesse avuto le qualità scrittorie adatte, avrebbe steso su fogli di carta il sentimento provato verso la donna.

 

Con CHE IO FAREI SI CON LE CERATE PIUME, il poeta dice che avrebbe scritto il suo sentimento come se fosse stato Icaro che volò alto nel cielo tramite ali composte da piume attaccate al proprio corpo con la cera.

 

 Dirò adunque? = Cosa posso dunque dire di questa frase riportata dal poeta?

 Che volesse dire = Ritengo che egli volesse dire

s’io sapessi scrivere cosi, come io sono una bestia, et un matto io sarei, et direi = Se io sapessi scrivere in modo straordinario, siccome sono una bestia, sarei un matto e lo direi.

Mi par, che voglia fare qui un poco del parabolano; per cattar benivolentia con l’amata = Se questo fosse il significato di ciò che il poeta intendeva esprimere, mi sembrerebbe che volesse rischiare per accattivarsi la benevolenza dell’amata.

Ma le cerate piume, pare à me, che vada svolazzando col cervello tant’alto, che sia troppo, alludendo a Icaro = Ma per ‘cerate piume’ mi sembra che il poeta intenda dire che cercava di volare troppo in alto, alludendo a Icaro, un alto eccessivo per le sue capacità. [Le piume ricordano tra l'altro la figura del Matto dei tarocchi che le porta sul capo a simboleggiare l'inconsistenza e la leggerezza del suo cervello, incapace di ragionare].

Ma più tosto penso, che fosse impaniato, come un’uccellaccio, non affermando di volerlo fare = Ma piuttosto ritengo che egli fosse talmente invischiato in questa situazione amorosa per propria sconsideratezza che, non riuscendo più a uscirne, volentieri se ne sarebbe tirato fuori se avesse potuto.

 

Veniamo ora al passo in cui il Doni cita i tarocchi:  

 

“Vogliamo noi dire, che questi fosse barro, et giocasse seco alle carte; alle carte nò, ma a i tarocchi. Et volendo mostrare il suo concetto desse il matto alla bella prima, salvandosi il XV per se” (il XV ovvero il Diavolo).

 

Se si ipotizzasse che il poeta fosse un baro al gioco delle carte, in quanto in grado di mescolarle, ovvero di cambiare sempre opinione, prima pensando di innalzarsi poeticamente verso le vette più elevate, poi di stramazzare nel profondo, riguardo al desiderio di mostrare alla sua bella quanto l’apprezzava e l’amava scrivendo in fogli di carta questo concetto, il Doni cambia quelle carte con le carte da gioco, giudicando il personaggio meritevole non di carte qualsiasi, ma di tarocchi, ovvero le carte del matto, carte che ben si adattavano per la sua follia al poeta, il quale serbò per sé quella del diavolo, dato che lo era, e consegnando invece all’amata la carta che meglio in realtà l’avrebbe raffigurato, cioè la carta del Matto (4). Una bella accoppiata di pazzi!

 

Note

 

1 - Nel saggio iconologico Il Bagatto abbiamo riportato del Doni una frase tratta dal suo componimento I Marmi, dove assistiamo a un' accanita condanna dei cerretani e maestri d’imbrogli: “Lieva Signore via de la Corte tua primamente, tutti gli adulatori; perche chi ama l’adulazione è nimico della verità. Scaccia i buffoni, bandisci i Cerretani, & i Maestri di Bagatella, conciosia che son tutti gente da beffe, & un Signore che sta sempre involto nelle cose leggieri, malvolentieri spedisce gravi negotij. Tutti i vagabondi, & gli instabili, sien sempre lontano da te; perche questi son nemici della virtù”.

2 - Lettere d’Antonfrancesco Doni, In Vinegia, Appresso Girolamo Scotto, MDXXXXIIII [1544].

3 -  Alfana è una razza di cavalli arabi

4 - La lettera al “Dottissimo M. Annibal Caro” è riportata da p. CXXIVv a p. CXXVIIv.

 

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