Saggi di Andrea Vitali

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Il Diavolo

 

Non essendoci stata tramandata attraverso le carte miniate del sec. XV, conosciamo l’immagine del diavolo (termine derivato dal greco Diabolos = calunniatore, equivalente all’ebraico Satan = avversario) nei tarocchi solo dai mazzi popolari dei secoli successivi, tendenzialmente realizzati con tecnica xilografica.

 

Le sue versioni iconografiche, derivate dal Dio etrusco degli Inferi Charun, rispecchiano la tendenza del tempo che lo figurava mostruoso, con naso adunco, denti a forma di zanne, orecchie a punta, ali di pipistrello, zampe di falcone o caprine, con le corna e, in diverse occasioni, anche gastrocefalo, cioè con un viso sull’addome a significare, al di là di un crescendo di bestialità, lo spostamento della sede intellettiva, posta al servizio degli appetiti più bassi. In tale versione fu raffigurato da Giovanni da Modena (figura 1) nell’affresco dell’Inferno entro la Cappella Bolognini (1410), lo stesso affresco dove è presente la figura dell’Appeso, il traditore di Dio (1).

 

Lo troviamo gastrocefalo nel Tarocco Parigino di anonimo dell’inizio del sec. XVII (figura 2), nel foglio Rothschild (figura 3), in un foglio di tarocchi italiani del sec. XVI dove è munito anche di ali (figura 4) e nel tarocco di M. Agnolo Ebreo del sec. XVI raffigurato con due fanciulli da lui rapiti che tiene stretti sotto le braccia (figura 5).

 

Nei Tarocchi Rosenwald (figura 6) il Diavolo con zampe da falcone, corna e con un forcone nella mano, appare abbigliato come gli “uomini selvaggi” che ricorrono nella tradizione figurativa dei secc. XV e XVI (figura 7 - Sguincio di Scanno, Uomo selvaggio, 1509. Cattedrale Saint-Tugdual, Tréguier).

 

Nei Tarocchi Leber, di manifattura italiana del sec. XVI (2) Biblioteca Municipale, Rouen), la carta Perditorum Raptor, cioè il rapitore delle anime perdute, raffigura Plutone, il dio degli Inferi, dal viso mostruoso, sul suo carro dopo aver rapito una fanciulla che appare completamente nuda. Sotto il carro, trainato da due cavalli imbizzarriti, sono dipinte delle fiamme (figura 8).

 

La nudità dei due personaggi trova un preciso riscontro in Ripa per quanto riguarda l'immagine di Plutone: “Huomo ignudo, spaventoso in vista…Dipingesi nudo, per dimostrare, che l’anime de’ morti, che vanno nel Regno di Plutone, cioè nell’Inferno, sono prive di ogni bene, & di ogni cōmodo, onde il Petrarca in una sua canzone, così dice à questo proposito: Che l’alma ignuda, e sola / Convien che arrivi à quel dubbioso calle. Spaventoso si dipinge, percioche così conviene essere à quelli, che hanno da castigare li scelerati, secondo che meritano l’errori commessi” (3).

 

Nei Tarocchi di Marsiglia, a iniziare da quelli Noblet (figura 9), datati 1660, due piccoli demoni sono legati al piedistallo del diavolo, per rappresentare la lascivia che rende gli uomini schiavi del diavolo. Questo motivo si ritrova in contesti sacri, come ad esempio nella chiesa di Saint Austremoine a Issoire, in Francia (figura 10) (4).

 

Un’ulteriore esempio (5), consiste un affresco di Bernardino Luini del XVI secolo, presente nella Galleria di Brera a Milano: in questo caso i satiri sacrificano al dio Pan (figura 11). Nei Tarocchi di Marsiglia, il motivo dei due piccoli demoni posti su entrambi i lati di un piedistallo in questo 15° trionfo, forma un parallelo demoniaco con i due accoliti del 5° trionfo, quello del Papa.  Il diavolo in Noblet possiede inoltre le caratteristiche di entrambi i sessi. L'offuscamento delle distinzioni sessuali venne considerato un anatema per la Chiesa medievale: un esempio ben noto riguarda Giovanna d'Arco, la quale, contro l’insistenza della Chiesa che pretendeva che indossasse abiti femminili, preferì essere bruciata sul rogo, ritrattando tutte le testimonianze che l'avevano salvata da quello stato. L' Inquisizione accettò ben volentieri il suo desiderio.

 

Connotata da valenze più profonde dal punto di vista esoterico, è l’immagine (figura 12) che si trova all'inizio del secondo volume dell'opera di Eliphas Levi, Dogme et Rituel de la Haute Magie (Dogma e Rituale dell'Alta Magia) del 1856 (6). Oltre a suggerire il Diavolo cristiano, questo simbolo rappresentava il Baphomet dei Templari, per loro Pan e per Levi "Le dieu de nos écoles de philosophie moderne, le dieu de théurgistes de l'école d'Alexandrie et des mystiques néoplatoniciens de nos jours, le dieu de Lamartine et de M. Victor Cousin, le dieu de Spinosa et de Platon, le dieu des écoles gnostiques primitives; le Christ même du sacerdoce dissident" (Il dio delle nostre scuole di filosofia moderna, il dio dei teurgici della scuola di Alessandria e dei mistici neoplatonici dei nostri giorni, il dio di Lamartine e di Victor Cousin, il dio di Spinoza e Platone, il dio delle primitive scuole gnostiche, lo stesso che il Cristo del sacerdozio dissidente" (7). Levi afferma che “le bouc représente le feu, et il est en même temps le symbole de la génération" (la capra rappresenta il fuoco, ed è allo stesso tempo il simbolo della generazione) (8), mentre le parole "solutio" e "coagulatio" che compaiono sul braccio destro e quello sinistro rappresenterebbero  la ripetuta dissoluzione (solutio) e condensazione (coagulatio) delle energie astrali che il Mago può raccogliere e purificare attraverso mezzi alchemici. Le mani rivolte in alto e in basso indicano "en haut la lune blanche de Chesed, et en bas la lune noire de Géburah. Ce segno di esprime le parfait accord de la miséricorde avec la justice” (sopra, la luna bianca di Chesed e sotto, la luna nera di Geburah. Questo segno esprime il perfetto accordo di misericordia con la giustizia) (9).

 

Note

 

1 - Si legga il saggio iconologico L’Appeso

2 - Biblioteca Municipale, Rouen.

3 - Cesare Ripa, Iconologia, In Padova, Per Pietro Paolo Tozzi, M.DC.XI. [1611], Carro di Plutone, p. 63.

4 - L’immagine, segnalata da Fauvelus, soprannome di un iscritto al sito Tarot History Forum, è riportata al link http://www.art-roman.net/issoire/issoire2.htm.

5 - Segnalato da Marco Ponzi sullo stesso Forum di cui alla nota 4.

6 - Eliphas Levi, Dogme et Rituel de la Haute Magie, Parigi, Germer Baillière 1856. L’immagine apparve per la prima volta nel volume omonimo pubblicato da Guiraudet et Jouaust nel 1854.

7 - Ibidem, Edizione del 1930, pp. 208-209.

8Ibidem, p. 310

9 - Ibid.

 

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