Saggi di Andrea Vitali

L' Eremita

 
Nella carta dei Tarocchi Visconti Sforza l’Eremita è raffigurato da un vecchio che si appoggia ad un bastone e tiene in mano una clessidra (figura 1).
Nei cosiddetti Tarocchi di Carlo VI il personaggio, privo di bastone, guarda la clessidra che tiene alta in una mano (figura 2). Un monte in forma stilizzata appare davanti a lui: la sua cima, in quanto vicina al cielo, partecipa al simbolismo della trascendenza, punto di incontro fra cielo e terra e termine dell’ascensione umana.
A tale proposito scrive Giovanni della Croce nella Salita del Monte Carmelo (1579-1585): “L’anima che vuol salire sul monte della perfezione per parlare con Dio deve rinunciare a tutte le cose e lasciarle in basso” (I, 5,6).
Nemico principe degli eremiti è il Diavolo da cui viene continuamente tentato (figura 3 - Figure di eremiti con Diavolo tentatore, parte di affresco di Giovanni da Asciano sulla vita di San Benedetto da Norcia, sec. XIV, Abbazia di Sant’Antimo, Sacrestia. Si noti il particolare dell’eremita che tende una corda a cui è attaccato un cesto. Quest’ultimo serviva per ricevere dai fedeli del luogo il sostentamento alimentare, in relazione alla imprescindibile necessità di non avere alcun contatto fisico diretto con le persone, al fine di favorire la migliore concentrazione possibile).
Nelle Minchiate di Firenze (figura 4 - Minchiate Etruria, sec. XVIII) e nel Tarocchino di Bologna (figura 5 - Tarocchino Al Leone, 1770) l’Eremita è raffigurato secondo il modello iconologico del dio del Tempo, cioè Saturno: un vecchio con le ali (Volat irreparabile tempus) e con grucce (poiché è vecchio, si sostiene). In alcune Minchiate appare anche un cervo, animale che traina il Carro del Tempo nei Trionfi Petrarcheschi (figura 6 - Georg Pençz, Trionfo del Tempo, xilografia, sec. XVI), mentre nelle carte di Bologna una colonna appare dietro le spalle del vecchio.
Questa presenza è connessa all'antica tradizione dell'eremitaggio orientate, cioè allo "stilita". Le colonne facevano parte di una simbologia pagana sulle quali venivano posti gli idoli (figura 7 - Le danze intorno al vitello d’oro, particolare del foglio 59v., Esodo. Bibbia Storica, ca. 1470. Vienna. Alla vista del vitello d’oro posto sopra una colonna, Mosè solleva in alto le tavole della Legge per scagliarle a terra e distruggerle).
Esse furono trasformate dagli stiliti in luoghi di elevazione e santificazione cristiana. Tali colonne erano poste nei pressi dei monasteri o dei villaggi ed erano alte dai 10 ai 20 metri. Il più celebre stilita fu considerato Simeone il Vecchio (Cilicia, 390-459) che rimase per ventisette anni su una colonna, operando miracoli e conversioni, ma soprattutto a meditare. Un altro importante stilita fu Simeone il Giovane, nativo di Antiochia, che visse quarantacinque anni sulla colonna fatta da lui erigere al centro del monastero che aveva fondato sul monte Mirabile (figura 8 - Nemeh d’Aleppo, San Simeone Stilita e San Simeone del monte Ammirabile, 1699, Libano, Monastero di Notre-Dame de Balamand).
È da osservare che tali colonne erano dotate sulla cima di balcone, parapetto e tettoia e che il cibo veniva loro issato attraverso carrucole.
Nel Liber Chronicarum troviamo diverse illustrazioni in cui alcuni apostoli, di cui era famosa una conduzione di vita eremitica e predicativa, vengono raffigurati nell’atto di essere uccisi a causa della loro fede. Dietro loro appare una colonna intera o che si sta spezzando dalla cui cima cade nel vuoto un diavolo. Come infatti abbiamo precedentemente osservato l’origine di queste colonne si deve far risalire a culti pagani che ponevano i propri idoli sulla loro cima. Il Diavolo rappresenta per il cristianesimo l’idolo per eccellenza, l’avversario di Dio, costretto a cadere dal proprio piedistallo a causa dei Santi Apostoli che, prima con il loro pensiero e successivamente con la loro predicazione e morte, offrirono se stessi alla causa della loro fede abbattendo con ciò la falsa credenza negli idoli (figura 9 - Michael Wohlgemut, Supplizio di Simone / figura 10 - Michael Wohlgemut, Supplizio di Mattia, xilografie, 1493).
Inoltre la colonna rappresenta anche quella “ruina” citata dal Ripa nel suo trattato di iconologia (si veda più avanti), quale effetto consequenziale del trascorrere inesorabile del tempo. Infatti le raffigurazioni di rovine contemplano quasi sempre una colonna che si erge, sola, fra le macerie.
Il cervo è posto per la credenza nella sua longevità che avevano gli Antichi, anche se Aristotele nell’opera Historia Animalium la smentisce: “Quanto alla durata della vita del cervo, si favoleggia che sia longevo, ma non v’é nulla di certo che confermi questa leggenda” (578b).
Nel Physiologus dello Pseudo-Epifanio, testo esegetico della natura secondo i canoni della fede cristiana, il cervo stesso e le sue tre età assumono per l’uomo valenza di ammaestramento morale: “Le sue corna si distinguono per le tre ramificazioni e perché durante la vita le rinnova per tre volte. Vive, infatti, cinquant’anni e percorre come un velocissimo corridore le profondità dei boschi, i dirupi dei monti, fiutando le tane dei serpenti”.
In questa descrizione, la “profondità dei boschi” è allegoricamente posta in relazione con il buio del peccato che costringe l’uomo in uno stato di oscurità, da superare repentinamente “come un velocissimo corridore”, mentre i dirupi dei monti rappresentano il percorso non facile, ma difficoltoso per scoprire le insidie del Maligno (le tane del serpente).
Aggiunge lo Pseudo-Epifanio “Tu, uomo ragionevole, hai tre rinnovazioni. La prima è quella che ottieni per mezzo del battesimo, cioè l’incorruttibilità, la seconda la grazia dell’adozione e la terza, quella della penitenza. Se riesci a sorprendere il serpente, cioè il peccato, nel recesso del tuo cuore, ricorri subito alle fonti dell’acqua, cioè alle scaturigini delle Scritture (secondo le interpretazioni delle profezie) e attingi all’acqua della vita cioè al santo dono. Comunicandoti infatti la penitenza, per mezzo di quella ti rinnoverai e il tuo peccato verrà completamente estinto” (Cap. V).
A questo proposito va ricordato che le immagini degli Antichi Dei in epoca medievale e rinascimentale non vennero assimilate secondo il concetto che di queste avevano gli Antichi, ma utilizzate e interpretate secondo il pensiero cristiano, assumendo significati di valenza morale e dottrinale (Si veda, ad esempio, quanto descritto nel Saggio sulla Temperanza in riferimento ai Tarocchi di Alessandro Sforza).
L’immagine di Saturno si trova espressa nella serie “Pianeti e le Stelle dell’Universo” dei cosiddetti Tarocchi del Mantegna secondo la tipologia iconografica usuale (figura 11).
Nel celebre Liber de imaginibus deorum attribuito ad Albricus (Alexander Neckam, 1157-1217), il Dio viene così descritto: “Saturno fu visto dagli antichi come un vecchio uomo dalla barba e dai capelli lunghi, infermo e melanconico, pallido e con la testa coperta…egli tiene nella mano destra un falcetto con un serpente che si morde la coda e nella sinistra un bambino che avvicina alla bocca, quasi stia per mangiarlo. Vicino a lui ci sono i suoi figli che sono Giove, Nettuno, Giunone e Plutone”. Saturno per evitare che la profezia secondo cui sarebbe stato detronizzato da uno dei suoi figli si avverasse, li divorò uno alla volta. Ma Rea, la sua sposa, riuscì a partorire in segreto l’ultimo suo figlio, Giove, il quale sconfisse il padre succedendogli nel regno.
Originariamente Saturno era una divinità legata all’agricoltura che col tempo andò ad assumere il ruolo di Dio del Tempo. La parola greca “chronos”, che significa tempo, è infatti simile a Kronos, il mitico dio che divorava i suoi figli, il latino Saturno. Come dio dell’agricoltura Kronos-Saturno è raffigurato con in mano un falcetto con il quale venivano raccolte le messi e destinato, in seguito all’identificazione dei due dei in uno solo, a strumento che recide la vita dell’uomo. Saturno passò quindi da divoratore di figli a divoratore di tutte le cose, dato appunto che (il Tempo) tutto distrugge iniziando dai suoi figli cioè “i secondi, i minuti, le ore, i giorni, i mesi e gli anni”. La freccia che colpisce la clessidra come raffigurata nella minchiata fiorentina (figura 4) si connota appunto di tale valenza.
Nel Medioevo, grazie alle illustrazioni del De universo di Rabano Mauro, del De Civitate Dei di Sant’Agostino, dell’Ovide Moralisé e del Fulgentius metaforalis, il Dio venne identificato gradualmente con la Sapienza, aspetto che trovò nel neoplatonismo fiorentino e nella tradizione alchemica rinascimentale una delle più alte espressioni del pensiero.
Il Ripa nella sua Iconologia ci offre diverse descrizioni in cui il Tempo (parola che deriva dal latino medievale temps la cui radice significa “tagliare”) contiene elementi legati a Saturno: “Vecchio vestito di vari colori, nella destra mano terrà una serpe rivolta in circolo, mostrerà di andare con la tardità, e lentezza….La Serpe, nel modo sopradetto, significa l’anno, secondo l’opinione de gli antichi, il quale si misura, & si distingue col tempo, & è immediatamente congiunto con se stesso” e ancora “Huomo vecchio alato, il quale tiene un cerchio in mano:& stà in mezo d’una ruina, ha la bocca aperta, mostrando i denti, li quali siano del colore del ferro…Il cerchio, è segno, che il tempo sempre gira, ne hà per sua natura principio, ne fine, ma è principio, e fine di se solo alle cose terrene, & e à gli elementi che sono sferici. La ruina, e la bocca aperta, & i denti di ferro, mostrano, che il tempo strugge, guasta, consuma, & manda per terra tutte le cose senza spesa, & senza fatica” (ed.1669, pag. 620).
Come Dio del temperamento melanconico il tempo venne dipinto nelle vesti di San Girolamo e di altri santi eremiti e fu in questo modo che venne successivamente raffigurato nelle carte dei tarocchi. Tale trasformazione fu dovuta anche all’assimilazione della clessidra con la lanterna (figura 12 - Tarocco Al Soldato, Milano, sec. XVIII), tipico oggetto usato dai pellegrini, come possiamo vedere in una xilografia del 1510 di H. Steiner dove appare San Cristoforo che traghetta il Bambino Gesù (figura 13) e in un bulino del Grechetto raffigurante Diogene alla ricerca di se stesso nella solitudine (figura 14).
L’immagine dell’Eremita, associata alla ricerca interiore, risulta in rapporto anche con la Fortuna. Scrive Claudia Cieri Via a questo proposito: “Ad essa (Fortuna), intesa come caso e vanità delle cose terrene, si oppone la ricerca intellettuale e dunque quei valori contrapposti alla caducità della vita e alla sua connotazione puramente materiale, chiamando in causa tanto l’esistenza escatologica della cultura medievale quanto quella intellettualistica-sapienziale dell’umanesimo italiano” (Le Carte di Corte. I Tarocchi. Storia e Magia alla Corte degli Estensi, 1987, pag. 172).
Una incisione di Giovan Battista Bonacina del sec. XVII raffigura Saturno, quale Tempo-Eremita con falce e clessidra, mentre si gioca ai dadi con la Fortuna la sorte del mondo. Quest’ultima appare con i capelli tirati in avanti secondo il detto “La Fortuna va presa per i capelli” (figura 15). E se ciò è anche vero, nulla può l’uomo nei confronti del Tempo poiché “Pulvis est et in pulverem reverterit” (L’uomo è polvere e in polvere ritornerà). Un Memento Mori che nel pensiero medievale indicava la via della meditazione, che costituiva la seconda tappa della lectio divina: dopo la lectio, prima della oratio (conversazione) e della contemplazione, definita quest’ultima da Santa Teresa d’Avila come “un intimo rapporto di amicizia, un trattenimento da solo a solo con Colui dal quale ci sappiamo amati” (Autobiografia 8, 5).

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