Saggi di Andrea Vitali

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La Giustizia

 

La Giustizia, che per Cicerone “ha in sé il più fulgido splendore della virtù” (1), è la 'Santa virtù', come descritta nella fascia che incornicia l’Allegoria del Buon Governo nel Palazzo Pubblico di Siena. Essa tiene con le mani una grande bilancia, mentre sopra di essa troneggia la Sapienza, sua perenne ispiratrice (figura 1)

 

L’iconografia della Giustizia è usualmente composta da una donna seduta che tiene nelle mani una spada e una bilancia, così come appare nei cosiddetti Tarocchi di ‘Carlo VI’ (figura 2). La spada è sempre rivolta verso l’alto, in posizione eretta, senza che mai si pieghi verso uno dei due lati, a significare che essa non favorirà mai alcuna parte, ma che sarà usata esclusivamente come strumento di difesa dei giusti. La bilancia simboleggia l’equità con cui verrà valutata ciascuna azione umana.

 

Per comprendere cosa sia l'equità e in che modo una bilancia possa rappresentarla, scrive San Tommaso (2): “È compito proprio della giustizia, fra tutte le altre virtù, di ordinare l'uomo nei rapporti verso gli altri. Essa infatti implica l'idea di uguaglianza, come il nome stesso sta a indicare: infatti delle cose che si adeguano si dice comunemente che sono ben aggiustate. ... infatti nel nostro agire va denominato giusto ciò che corrisponde ad altri secondo una certa uguaglianza: p.es. il pagamento della debita mercede per un servizio”.

 

In riferimento a questa idea di uguaglianza che si connette alla giustizia, idea già valutata ai tempi di Aristotele, i piatti di una bilancia rappresentano un'immagine estremamente confacente. Il concetto di uguaglianza non sarà da intendersi in senso assoluto, ma varierà a seconda del tipo di giustizia implicata. Nella ‘giustizia correttiva’, la legge imporrà una penalità pari alla perdita ricevuta. Al riguardo così si esprime Aristotele nell’Etica a Nicomaco (3): “…poiché l’ingiusto così inteso è una disuguaglianza, il giudice cerca di ristabilire l’uguaglianza. Infatti, quando uno infligge e l’altro riceve percosse o anche quando uno uccide e l’altro resta ucciso, l’azione subita e l’azione compiuta restano divise in parti disuguali: ma il giudice cerca di ristabilire l’uguaglianza con la perdita inflitta come pena, cioè col togliere qualcosa al guadagno ingiusto”. In tal caso il giudice potrebbe sbagliare sia se imporrà una pena eccessivamente leggera che una troppo pesante, poiché in entrambi i casi chi avrà commesso il torto verrà trattato ingiustamente. La bilancia penderà pertanto completamente da una parte o dall’altra a seconda del verdetto del giudice.

 

Poter ottenere una giusta valutazione dalla giustizia correttiva appare estremamente difficile. Secondo il concetto di ‘occhio per occhio’, sarebbe possibile permettere che la persona offesa ricambiasse il medesimo colpo. Se l'offesa ricevuta privasse inoltre del sostentamento per un certo tempo, sarebbe giusto che l’accusato sborsasse anche una somma quale rimunerazione per quel tempo. Un verdetto, quindi, che imporrebbe di bilanciare la perdita. In tale occasione si dovrà ricorrere alla ragione, a quella ‘giusta ragione’ che servirà a determinare le modalità dell’uguaglianza.

 

La retta ragione si prefigura come una proprietà della virtù morale in generale. Scrive San Tommaso (4): “... il giusto mezzo delle virtù morali è quello stesso della prudenza, cioè la retta ragione: ma alla prudenza questo mezzo appartiene come all’elemento regolante e misurante, mentre alle virtù morali appartiene come a ciò che è misurato e regolato”. Quindi, nel contesto della giustizia, sia la ragione che la prudenza regolano in forma equilibrata entrambe le parti affinché venga raggiunta l'uguaglianza desiderata.

 

Oltre alla prudenza, la saggezza, dono dello Spirito Santo, svolge un ruolo fondamentale per la comprensione delle cose divine. Riferendoci sempre a Tommaso (5): “Come dice S. Agostino [De Trin. 12, 14], la parte superiore della ragione è fatta per la sapienza, quella inferiore per la scienza. Ma la ragione superiore, come egli dice [c.7], è rivolta ‘a considerare e a consultare le ragioni superne’, cioè ‘divine’: a considerarle in quanto contempla le cose divine in se stesse, e a consultarle in quanto giudica con esse le cose umane, guidando gli atti umani con criteri divini. Così dunque il dono della sapienza non è soltanto speculativo, ma anche pratico”. Tali considerazioni suggeriscono il motivo per cui nell’Allegoria del Buon Governo al di sopra della Giustizia sieda in trono la Saggezza, sua fonte eterna di ispirazione.

 

Oltre alla giustizia umana, esiste quella di Dio, che determina, in base alla facoltà concesse all’uomo, se è stato onorato nel giusto modo. Scrive San Tommaso (6): “Per il fatto che la giustizia implica uguaglianza, e d'altra parte noi siamo nell'impossibilità di ricompensare Dio adeguatamente, ne viene che non possiamo rendere a Dio il giusto nel suo pieno significato. E così la legge divina non è chiamata ius, o diritto, ma fas: poiché Dio si accontenta che noi soddisfiamo per quanto ci è possibile. Tuttavia la giustizia tende a far sì che l'uomo, per quanto può, dia un compenso a Dio, sottomettendo totalmente a lui la propria anima”. Questo concetto di fas, legge divina, è usato nel verso iniziale del manoscritto medievale dei Carmina Burana, al di sotto di una gigantesca ruota della fortuna (figura 3 - Biblioteca Bavarese di Stato, Monaco, CLM 4660/4660a):

 

“Fas et nefas ambulant passu pene pari / prodigus non redimit vitium avari / virtus temperantia quadam singulari / debet medium / ad utrusque vitium / caute contemplari” (Giustizia e ingiustizia [qui nel senso dell'obbedienza e disobbedienza alla legge divina] procedono di pari passo; il dissipatore non riscatta il vizio dell’avaro; la virtù, con rara moderazione, deve stare nel mezzo e vigilare prudentemente il vizio su ambo i lati).


La virtù permette di scegliere il giusto comportamento tra gli estremi, manifestandosi come una forma di moderazione o temperamento, qualcosa che si applica a ogni virtù. Questa temperantia è distinta dalla virtù cardinale Temperanza, una "virtù speciale" che, come dice San Tomasso, "ritrae dalle cose che attraggono l'appetito contro la ragione" (7).

 

Riguardo alla ricchezza, l’avarizia e la prodigalità errano entrambe: la prima, essendo talmente radicata nell’animo degli avari, non permette di essere valutata come un difetto impedendo conseguentemente il dare; la seconda, cioè l’offrire in modo indiscriminato, non tiene conto delle reali necessità altrui e delle  vere possibilità di chi offre. La via di mezzo tra questi vizi, afferma Aristotele, consiste nella Liberalità, vale a dire l’offrire in proporzione ai propri mezzi mantenendo un occhio vigile su ciò che aiuterà meglio i nostri simili, dando eventualmente in seguito qualcosa di più, ma sempre in accordo con la virtù.

 

Scrive Aristotele (7) “Poiché, dunque, la liberalità è la medietà relativa al donare e al prendere beni materiali, l’uomo liberale donerà e spenderà per ciò che si deve e quanto si deve, allo stesso modo nelle piccole che nelle grandi cose, e questo farà con piacere; e prenderà dove si deve e quanto si deve. Poiché, infatti, la sua virtù è la medietà relativa al donare e al prendere, il liberale farà entrambe le cose come si deve...”.

 

Poiché la ricchezza di Dio è infinita, la sua liberalità non conosce limiti, tanto da aver sopportatto persino l'ignominia, il dolore e la morte per la salvezza dell’uomo. Un regalo all’umanità da imitare, secondo le parole di Cristo (Matt 5:38-39): “audistis quia dictum est oculum pro oculo et dentem pro dente; go autem dico vobis non resistere malo sed si quis te percusserit in dextera maxilla tua praebe illi et alteram” (Avete udito, che è stato detto occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non resistere al male ma a chi ti percuoterà nella destra guancia presentagli anche l’altra).

 

Mentre nelle prime liste di tarocchi milanesi, fiorentini e bolognesi troviamo sempre la Giustizia dopo il Papa (trionfo n.° 5) e prima del Diavolo (trionfo n.° 15), nei Sermones de Ludo la Giustizia è situata dopo che la tromba avrà squillato per richiamare le anime ad uscire dalle loro tombe per essere giudicate. Si tratta della giustizia di Dio, in contrapposizione alla Giustizia intesa come virtù cardinale, virtù che l’uomo dovrà praticare l'un l'altro come strumento della mistica ascesa verso il Divino.

 

L’espressione ‘Giustizia di Dio’ perde allora il carattere giuridico che la parola inizialmente possedeva per divenire quasi sinonimo di misericordia, clemenza e salvezza (Gn 18, 25; Dt 32,4). È soprattutto San Paolo a teorizzare la dottrina della Giustizia fondata sulla bontà di Dio, sulla sua misericordia e sulla fede, contro la dottrina della Giustizia fondata sulla legge (8). Tuttavia, prima di entrare in cielo, sarebbe stato necessario purificare la propria anima dal male acquisito attraverso atti peccaminosi. L’insegnamento della Chiesa aveva previsto per questo motivo il Purgatorio, luogo di ‘giustizia correttiva’ secondo l’espressione aristotelica.

 

Sulla Giustizia Divina così si esprime il Ripa nella sua Iconologia: “Donna di singolare bellezza, vestita d’oro con una corona d’oro in testa, sopra alla qual vi sia una colomba circondata di splendore, haverà i capelli sparsi sopra le spalle, che con li occhi miri come cosa bassa il mondo, tenendo nella destra la spada nuda, & nella sinistra le bilance […]. Le bilancie significano, che la Giustitia divina dà regola à tutte le attioni, & la spada le pene de’ delinquenti […]. Risguarda come cosa bassa il mondo, come soggetto à lei, non essendo niuna cosa à lei superiore […] (9).

 

Di conseguenza in alcuni tarocchi, oltre alla spada e alla bilancia, la Giustizia a volte tiene in mano un globo, simbolo del potere universale, e anche il Libro della Legge, come troviamo nei Tarocchini Bolognesi a figura intera (figura 4 - Tarocchino Al Leone, 1770).

 

Nei Tarocchi Visconti Sforza (figura 5) la sezione superiore della carta mostra un cavaliere al galoppo con armatura e spada. Si tratta del  cavaliere cristiano che combatte per conto della sua Signora, la Giustizia Divina, emulo dell'Arcangelo Michele, suo prototipo, spesso rappresentato con spada e bilancia, come troviamo nel Tempio Malatestiano di Rimini (figura 6).

 

Note

 

1 - De Oficiis I, 20

2 -  San Tommaso, Summa Theologiae, II-II, q.57, a.1.

3 - Aristotele, Etica Nicomachea,  Libro V, Cap. 1.

4 - San Tommaso, op. cit., II-I, q. 64, a. 3.

5 - Ibidem, II-II, q. 45, a. 3.

6 - Ibidem, II-II, q. 45, Risposta 3. 

7 - Ibidem, II-II, q. 141, a.2.

8 - Si cfr: Rm 4, 6; 5,17; Gal 5,5.

9 - Cesare Ripa, Iconologia, In Roma, Appresso Lepido Faeij, 1603, p. 188

 

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