Saggi di Andrea Vitali

Il Carro

 

Questo saggio è stato ampliato con l'inserimento dell'allegoria dell'Auriga, tratta dal Fedro di Platone, a cura di Michael S. Howard

 

"Di qui, o mortali, imparate che vani sono i godimenti e le fatiche del mondo, fugaci gli onori, falsi i favori: tutto è vanità e ombra. Gli scettri, le corone, le pompe, i trionfi, le vittorie, gli onori, gli apparati, la gloria, i giochi, le delizie, il fasto, e le ricchezze: tutto è vanità e ombra. Dove sono gli illustri re che diedero leggi al mondo, dove i conduttori di genti, i fondatori di città? Sono polvere e cenere. Dove sono i sette sapienti, e coloro che tengono in gran considerazione le scienze, dove i litigiosi maestri di eloquenza e gli abili artisti? Sono polvere e cenere. Dove sono i possenti giganti dalla straordinaria forza, dove gli invitti combattenti che hanno soggiogato tanti barbari? Sono polvere e cenere. Dove la celeste stirpe degli eroi, dove le imponenti città, dove Atene, dove Cartagine, e il volto dell’antica Tebe? Ne rimane solo il nome. Dove la gloria dei dittatori, dove le vittorie dei consoli, dove gli allori trionfali, dove la dignità immortale dei romani onori? Ne rimane solo il nome. O noi miseri! Scorriamo via come l’acqua e finiamo trascinati come foglie dal vento. Siamo illusi dai nostri desideri, ingannati dal tempo, presi in giro dalla morte; le cose che ansiosamente cercammo, sono tutto vanità e ombra. Vanità delle vanità: tutto è vanità” (1

 

Il Carro, che assume nei tarocchi i valori attribuiti dal Petrarca alla Fama nei suoi celebri Trionfi, viene definito dal monaco autore del Sermones (figura 1) come un mundus parvus, cioè un successo effimero, un piccolo trionfo, in relazione al fatto che la Fama, la quale consegna al tempo le gesta dei grandi uomini, dovrà soccombere al Tempo stesso e soprattutto all’unica e vera realtà immutabile, cioè la Divinità che il Petrarca espresse nel Trionfo dell’Eternità.


Il trionfo che segue il Carro nella prima lista di tarocchi conosciuta, cioè il Sermones de Ludo (2), è la cristiana Fortitudo, ad indicare che il desiderio di potere, di gloria e di fama deve essere mitigato attraverso il ricorso a questa virtù. Per San Tommaso la Fortezza è la virtù che “sottomette” l’appetito alla ragione in tutto ciò che si riferisce alla vita e alla morte, “appetitivum motum subdit rationi in his quae ad mortem et vitam pertinent” (3). Una ragione, che secondo il concetto della Scolastica, rendeva comprensibili le verità di fede suggerendo all’uomo un cristiano e corretto comportamento.


La Fortitudo occupa il primo posto fra le virtù morali che hanno come oggetto le passioni le quali, in relazione alla Fama, si manifestano nel desiderio di gloria e di fama imperitura. Certamente se le azioni intraprese per soddisfare queste passioni vengono commesse con nobiltà d’animo, l’intento è più che elevato, ma nonostante ciò occorre valutare che la Fama conseguita non sarà eterna e, soprattutto, che ogni azione deve essere concepita come un dovere che ogni buon cristiano ha nei confronti di una Divinità per averlo insignito di particolari doti. In parole povere, qualsiasi grandezza umana deriva da Dio, per volontà sua e per fini sconosciuti all’uomo che deve comprendere ciò attraverso il ricorso alla ragione. 

 

Riguardo la Fama Buona così scrive il Ripa: “Donna con una tromba nella mano destra, & nella sinistra con un ramo d’Oliva, haverà al collo una collana d’oro, alla quale sia per pendente un cuore, & haverà l’ali bianche à gli omeri. La tromba significa il grido universale sparso per gl’orecchie de gl’ huomini. Il ramo d’Oliva mostra la bontà della fama e la sincerità dell’Huomo famoso per opere illustri, pigliandosi sempre, & l’Olivo, & il frutto suo in buona parte; però nella Sacra Scrittura si dice dell’olio, parlando di Christo N. Signore in figura, Oleum effusum nomen tuum. Et dell’Oliva dice il Salmo, Oliva fructifera in domo Domini. Et per questa cagione solevano gli Antichi coronar Giove d’Oliva, fingendolo sommamente buono, & sommamente perfetto. Il cuore pendente al collo, significa, come narra Oro Apolline ne suoi Geroglifici, la fama d’un huomo da bene. L’ali di color bianco notano la candidezza, & la velocità della Fama buona” (4).

 

La Fama viene anche raffigurata nei manoscritti e nelle edizioni a stampa del poema I Trionfi del Petrarca, ad illustrare l’omonimo trionfo, immagini che si discostano in parte dalle descrizione del Ripa. Infatti, mentre mantengono la tromba annunciatrice, la Fama siede su un carro trainato da elefanti  (figura 2 - Il Trionfo della Fama, xilografia da "Il Petrarca", 1563). Nei tarocchi, questi ultimi saranno generalmente sostituiti da cavalli. La versione petrarchesca si discosta in parte da questa immagine, mantenendo la tromba annunciatrice, mentre nei tarocchi gli elefanti che trainano il carro della Fama descritto dal Petrarca, vengono sostituiti generalmente da cavalli. 


L’elefante è animale che, come scrive Plinio nella sua Naturalis Historia (VIII, 10), può vivere fino a trecento anni: un periodo notevole di tempo che, in senso generale, è ciò a cui la Fama mira. Capace di imporsi in virtù delle sue stesse caratteristiche fisiche, la magnitudine innanzitutto che si connette allegoricamente alla grandezza della Fama, tale animale era circondato di un’universale stima e rispetto dovutigli per le sue preziose doti e il saggio modo di comportarsi. Esso incarnava a meraviglia il bisogno di esemplarità morale che il sapere cristiano recava in sé come un germe desideroso di erompere: saggezza, castità, virtù famigliari, inimicizia con il drago (cioè il Diavolo) rendevano il carattere dell’animale un esempio da imitare per tutti gli uomini desiderosi di eccellere.

 

La versione iconologica del Carro dei tarocchi presenta caratteristiche trionfalistiche negli attributi del globo e dello scettro. Il globo per la sua forma sferica derivante dal cerchio, esprime l’infinito e conseguentemente il carattere totalitario della sovranità, da non intendersi sul mondo intero, ma sul proprio regno. Lo scettro è simbolo di potenza e di autorità suprema: “Lo scettro è una riduzione del grande bastone del comando: verticale pura che gli consente di simboleggiare prima di tutto l’uomo in quanto tale, quindi la superiorità di quest’uomo eletto alla guida, infine il potere ricevuto dall’alto. Lo scettro dei nostri sovrani occidentali è il modello ridotto della colonna del mondo che le altre civiltà assimilano esplicitamente alla persona del re o del sacerdote” (5).


Nella Carro di un Antico Tarocco Italiano (figura 3) (6) che rappresenta un condottiero su un carro trainato da cavalli, la scritta Victoriae Premium posta nella parte inferiore della carta spiega chiaramente che si tratta di un evento trionfale offerto in premio per una vittoria. 

 

Se nella carta dei Tarocchi Visconti Sforza (figura 4) la figura femminile riprende l’immagine presente nei Trionfi petrarcheschi, essa è assimilabile alle numerose versioni della Gloria come troviamo raffigurata nella carta del Mondo nei Tarocchi di Carlo VI (figura 5) e in quella di Alessandro Sforza (figura 6) dove una figura femminile recante nelle mani gli stessi attributi sovrasta l'immagine del mondo racchiusa in un tondo, quale espressione della Gloria Divina che tutto governa.


Nell’antico Tarocco Parigino dell’inizio del sec. XVII troviamo il cocchio di Apollo che il mito racconta trainato da cigni, uccelli canori sacri al Dio (figura 7). L' inno omerico ad Apollo (XXI) inizia in questo modo: “O Apollo, te il cigno canta soavemente, col battere delle ali, / calando alla riva lungo il Peneo, fiume vorticoso”. Eliano nell’opera De natura animalium (IX, 1) scrive che quando i sacerdoti di Apollo, figli di Borea e di Chione, celebravano i sacrifici, i cigni si raccoglievano là, scendendo giù in gran numero dai monti Rifei (monti della Scizia), circondando il tempio e intonando inni in onore del Dio.

 

Nei Tarocchi Visconti-Sforza, il Carro è trainato da cavalli bianchi alati, mentre il cavaliere è una donna. Ella tiene in una mano una sfera e uno scettro nell'altra. Il bianco è naturalmente il colore della purezza e della virtù, mentre le ali suggeriscono un'ascesa verso il cielo. Ma potremmo individuare anche un riferimento più specifico. Michael S. Howard, componente della nostra Associazione, ha suggerito che la scena raffigurata nella carta non corrisponda a Pegaso, data la sua peculiarità di essere unico - mai descritto d’altronde a tirare un carro - ma ai ‘Carri degli dei’ come Platone espresse nel Fedro riguardo l’allegoria dell’auriga. Quella parte del dialogo era stata tradotta in latino e pubblicata nel 1428 da Leonardo Bruni, cancelliere di Firenze (7).

 

Platone immagina l'anima dei mortali come un auriga e due cavalli, uno lucente e l'altro oscuro. Vedendo il suo amato (un uomo per Platone, ma tradotto come una donna da Bruni, in modo da non offendere) da lontano, loro (l'auriga e i cavalli) si muovono per avvicinarsi, così che "la visione dell'amato (o dell'amata) abbaglia i loro occhi. Quando l'auriga la osserva, la vista risveglia in lui il ricordo della bellezza assoluta; la vede di nuovo in trono nel suo luogo santo, alla presenza della castità". Nonostante i termini grammaticalmente femminili di 'bellezza assoluta' e 'castità' in greco, Platone può aver immaginato quelle virtù come maschili o di genere astratto. Tuttavia nella pratica medievale la maggior parte delle virtù e delle astrazioni erano personificate come donne, in accordo con le terminazioni femminili (-a) delle parole che le indicavano.

 

Il suo ‘luogo santo’ è il suo carro, che viaggia nel luogo supersensibile della ‘giustizia, della disciplina e della conoscenza assoluta’, dove si muovono in simili carri anche i dodici dei dell'Olimpo. I loro cavalli sono ben abbinati e trattabili’, a differenza di quelli dei mortali, di cui uno è nobile (lucente) e l'altro lussurioso e ignobile (scuro). Riguardo il carro della 'bellezza assoluta', troveremo anche due cavalli nobili, entrambi con le ali. Nel contesto del primo Rinascimento, l'elegante signora raffigurata nella carta con i cavalli bianchi dalle ali dorate formano un'immagine del tutto appropriata. 

 

La persona sul carro rappresenta pertanto ‘la bellezza assoluta alla quale si accompagna la castità’ (8), qualità insite entrambe in un solo personaggio, dato che nella carta è raffigurato un unico auriga. L’intera scena corrisponde al ‘Trionfo della Castità’ come descritta dal Petrarca, con il globo e lo scettro, strumenti del suo dominio. Ella rappresenta anche, in forma idealizzata, la donna amante raffigurata nella carta dell’Amore di quel mazzo, oltreché l’Imperatrice, destinata probabilmente a indicare Bianca Maria Sforza, moglie e duchessa del nuovo duca di Milano, per la quale questo mazzo, o uno simile, venne realizzato nella città di Cremona, città che suo padre, il duca Filippo, aveva donato alla coppia in dote.

 

In questo senso, la sua Castità non è quella dell'astinenza austera dell’amata dal Petrarca, ma quella di una donna sposata, moglie di un uomo importante il quale onora il suo ruolo. È il trionfo della castità prima delle nozze (la castità della vergine), durante le nozze (dove viene utilizzata una carrozza tra la casa della sposa e quella dellosposo), e dopo le nozze (la castità di una donna sposata): la sua fama e il suo onore derivano da tutti questi tre aspetti (9).


Nei Tarocchi di Carlo VI (figura 8) il personaggio femminile è sostituito da un guerriero come nei Rothschild (figura 9) e nei Rosenwald (figura 10), mentre nei Tarocchi di Alessandro Sforza (figura 11) un personaggio vestito di nobili panni tiene in mano lo stesso globo aureo che ritroviamo in mano al condottiere dei Tarocchi Rosenwald, secondo un’iconografia riscontrabile anche nei tarocchini dei secoli successivi (figura 12 - Tarocchino Al Leone, 1770). Queste immagini, connotate dalla frontalità del carro e da un guerriero con spada o picca e armatura, si collegano direttamente alla figura di Marte dei Tarocchi del Mantegna (figura 13), determinando una versione iconografica che si stabilizzerà nella raffigurazione successiva di questa carta (figura 14 - Tarocco Lombardo Al Soldato, sec. XVIII).

 

Anche nella carta del Tarocchi di Marsiglia appare un auriga maschio in armatura. Tuttavia esiste un dettaglio strano che può essere spiegato facendo nuovamente riferimento al Fedro: entrambi i cavalli guardano nella stessa direzione, mentre i loro corpi puntano in direzioni diverse (figura 15 - Il Carro, da 'Tarocchi Noblet', Parigi, 1660), secondo una caratteristica che ritroviamo già nel Foglio Cary, di inizio secolo XVI (figura 16 - La visione del Carro, centrale in alto, è purtroppo parziale). Affinché vi sia il trionfo della buona fama, il cavallo lussurioso del carro dell'anima dovrà essere remissivo al cavallo nobile, anche se l'inclinazione naturale del lussurioso sarebbe di muoversi verso una diversa direzione.

 

Nel Fedro, nella discesa verso il corpo, i cavalli perderanno le ali, e alla vista dell'amato il cavallo lussurioso intenderà soddisfarsi rapidamente con qualsiasi mezzo. L'auriga dovrà tirare molto il morso tra i denti del cavallo lussurioso, assieme alla piena potenza del cavallo nobile, prima che il  lussurioso impari dal dolore del morso di frenare se stesso senza il suo intervento (254e). Sulla carta non appaiono neppure le redini. Platone afferma che il nobile cavallo risponde semplicemente alla voce dell' auriga (253d). L'altro cavallo, sulla carta, sembra guardare il suo compagno, tendenzialmente di colore più chiaro, per conoscere la direzione. In questa condizione, guidata dalla facoltà della ragione, l'anima avrà la possibilità di raggiungere la 'buona fama', se questa sarà l'oggetto del suo desiderio.

 

Nei tarocchi del Wirth il Carro del trionfo è trainato da due sfingi di colore opposto (figura 17): “La Sfinge bianca simboleggia le buone volontà costruttive che aspirano al bene generale realizzato pacificamente, senza scosse. La Sfinge nera freme d’impazienza, e tira a sinistra con grande veemenza: i suoi sforzi minacciano di trascinare il carro nel fosso, ma in effetti riescono a stimolare la Sfinge bianca, che è costretta a tirare più forte dalla sua parte. Così il veicolo avanza più rapidamente, secondo la meccanica del parallelogramma delle forze” (10). 

 

Secondo Wirth si tratta di una sintesi dei punti di forza da armonizzare: “il principio pensante (il Mago), il centro dell'energia volitiva (l 'Imperatore) e il centro da cui si irradia l'affetto (l'Amante)". Si tratta della versione di Wirth dell'anima mortale di Platone, con il suo auriga (pensiero), il cavallo leggero (nobiltà) e il cavallo oscuro (concupiscenza), o ancora la Fortezza di San Tommaso (cavallo nobile) che sottomette l'Appetito (cavallo lussurioso) alla Ragione (auriga). Una sintesi, scrive Wirth, rappresentata alchemicamente come il trionfo del Carro dell’Antimonio, il Currus triumphalis Antimonii di Basil Valentine, leggendario alchimista tedesco del XVI secolo (11).

 

Note

 

1 - Hinc, mortales, da “Vanitas vanitatum II”, testo trasportato in musica da Giacomo Carissimi (1605-1674), Parigi, Conservatoire National de Musique. Di seguito il testo originale in latino: 

 

“Hinc, mortales, ediscite quod vana mundi gaudia, inanes labores, fugaces honores, mendaces favores: omnia vanitas et umbra sunt. Sceptra, coronae, purpurae, pompae, triumphi, laureae, decora, ornatus, gloriae, et lusus, et deliciae, et fastus, et divitiae: omnia vanitas et umbra sunt. Ubi sunt praeclari reges qui dederunt orbi leges, ubi gentium ductores, civitatum conditores? Pulvis sunt et cineres. Ubi septem sapientes, et scientias adolentes, ubi retores discordes, ubi artifices experti? Pulvis sunt et cineres. Ubi fortes sunt gigantes, tanto robore praestantes, ubi invicti bellatores, barbarorum domitores? Pulvis sunt et cineres. Ubi heroum inclita proles, ubi vastae urbium moles, ubi Athenae, ubi Carthago, veterisque Thebae imago? Solum nomen superest. Ubi dictatorum gloriae, ubi consulum victoriae, ubi laureae triumphales, ubi decus immortale Romanorum honorium? Solum nomen superest. Heu, heu, nos miseros. Sicut aquae dilabimur, et sicut folium quod vento rapitur, deficimus, eripimur. Votis decipimur, tempore fallimur, morte deludimur; quae nos anxii quaerimus, quae solliciti petimus, omnia vanitas et umbra sunt. Vanitas vanitatum et omnia vanitas”.

 

2 - Sermones de Ludo cum Aliis, anonimo, fine del sec. XV.

3 - San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Prima parte della Seconda parte, Questione 66, Articolo 4.

4 - Cesare Ripa, Iconologia, In Roma, Appresso Lepido Faeij, 1603, p. 143.

5 - Gérard de Champeaux - Sébastien Sterckx, I simboli del Medioevo, Milano, Jaca Book, pp. 382-383. Titolo originale: Introduction au monde des symbols, Paris, 1955.

6 - Anonimo, Nord Italia, sec. XVI, Leber 1351, XIV, Biblioteca Municipale, Rouen.

7 - James Hankins, Plato in the Italian Renaissance, Vol. 1, New York, Brill, 1990, p. 67.

8Fedro, 254b, in "Platone, Phaedrus and Letters VII and VIII (Fedro e lettere VII e VIII)", tradotto da Walter Hamilton, New York, Penguin Books, 1973, p. 60. Nella traduzione italiana online abbiamo "la memoria dell' auriga é ricondotta all' essenza della bellezza e la contempla di nuovo posta su un piedistallo sacro insieme alla temperanza". La parola in greco è σωφρόσυνος, elencata in Wikizionario nella forma σωφροσύνη con una varietà di significati, fra le quali "discrezione".  Riguardo alla compagna della bellezza assoluta - una bellezza pura - in un "luogo santo (ἁγνῷ)" - o "posta su un piedistallo sacro" - sia il dialogo che il contesto rinascimentale suggeriscono che il suo significato più naturale sarebbe quello della castità,  in riferimento alla qualità della Laura petrarchesca.

9 - Per l'applicazione dell'allegoria di Platone ad altre raffigurazioni della carta del Carro, si veda il saggio di Michael S. Howard Platonism and the Tarot, online al link http://platonismandtarot.blogspot.com/

10 - Oswald Wirth, Le Tarot des Imagiers du Moyen Age, Le Symbolisme/Emile Nourry, Paris, 1927, p. 135.

11 - Ibid., p. 131.

 

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