Saggi di Andrea Vitali

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La Papessa

 

La Papessa appare raffigurata nei Tarocchi Visconti Sforza (figura 1) da una figura femminile avvolta in un abito monacale, nell'atto di sorreggere con la mano destra l'asta cruciata e recante nella sinistra il Libro della Sapienza (la Bibbia o i Vangeli). Sulla testa porta il tipico Triregno.


I precedenti iconografici di questa carta vanno ricercati tra le personificazioni delle più alte virtù morali e religiose, come ritroviamo nell'iniziale miniata del sec. XII, la "Sapientia Domini" (1) che presenta gli stessi attributi e la Fides dipinta a monocromo da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova (figura 2). In quest'ultima la Fede, come dice il primo dei versi ottonari (accompagnato come nei riquadri delle altre immagini da un senario sdrucciolo) si presenta in forma ieratica e con i simboli della sua mansione: impugna con la destra una croce astile e con la sinistra un cartiglio, nel quale spiccano le prime affermazioni del Credo niceno-costantinopolitano. All'insegna del binomio Fede/Ragione sottomette gli idoli e s'innalza ben solida sopra la roccia, circondata di luce, per gli angeli e per le creature umane. Calpesta pure un oroscopo con i segni dello zodiaco, mentre porta legata al fianco destro una grande chiave per il regno dei cieli.  Altro particolare: manto e tunica recano diversi strappi, a significare le lacerazioni avvenute nel corso della storia (scismi ed eresie). "A confronto di quella di Dante, questa fede si presenta più didascalica ed espressa in forme emblematiche, di tipo alquanto scolastico" (2). 


I versi riportano quanto segue: "Figurata et ierata / presentatur homini, indiscussa manet fides... cuius autem valet tactus / aprobando loyter. Congregavit subiugavit / ydola viriliter, coronatur et fundatur / supra petra firmiter, angelorum et virorum / confortatur numine, mire recta et perfecta..." (Figurata - cioè rappresentata con i suoi simboli canonici - e ieratica si presenta all'uomo, la fede rimane indiscussa...di cui poi ha valore l'influsso con la prova fornita dalla logica. Radunò e soggiogò gli idoli con forza virile, è incoronata e si fonda saldamente sulla pietra, è confortata dal consenso degli angeli e degli uomini, mirabilmente giusta e perfetta...). Unica variante rispetto all' immagine che troviamo nelle carte dei tarocchi antichi risulta essere il cartiglio, in sostituzione del libro.


Una bella immagine della Fides con attributi vescovili effigia la lastra marmorea tombale settecentesca del Priore Conventuale Melchior Alpheran de Bussan nel Pavimento della Cattedrale di San Giovanni a La Valletta (figura 3), mentre 
con l'attributo di Lex Canonica (figura 4) venne incisa all'acquaforte da Sébastien Le Clerc (1637-1714) assieme alla Scriptura Sacra, alla Sacra Teologia e alla Lex Civilis.


La presenza della Fede nell'ordine dei Trionfi è in perfetta sintonia con la visione religiosa cristiana medievale della Scala Mistica, quale mezzo per giungere alla contemplazione di Dio. A questo proposito così si esprime San Tommaso nella Summa Theologiae: «La perfezione della creatura ragionevole non consiste soltanto in ciò che le compete secondo natura, ma anche in ciò che le viene concesso da una partecipazione soprannaturale della bontà divina. Per questo abbiamo detto che l'ultima beatitudine dell'uomo consiste in una visione soprannaturale di Dio. Visione alla quale l'uomo non può arrivare se non come discepolo sotto il magistero di Dio, secondo le parole evangeliche "chiunque ha udito il Padre e si è lasciato ammaestrare da lui viene a me" (Gv 6,46). (…).
 Perciò affinché l'uomo raggiunga la visione perfetta della beatitudine, si richiede che prima creda in Dio, come fa un discepolo col suo maestro" (3) e di seguito "Come sopra abbiamo spiegato, ciò che è indispensabile all'uomo per raggiungere la beatitudine appartiene propriamente ed essenzialmente all'oggetto della Fede […]"» (4.

 

Nell'ordine delle figure dei tarocchi del cinquecentesco Sermones de Ludo la Papessa è posta giustamente vicino al Papa in quanto come dice San Tommaso, "La professione di fede è presentata nel simbolo a nome di tutta la Chiesa, che deve alla fede la sua unità. Ma la fede della Chiesa è una fede formata (dalla carità): e tale è la fede di coloro che appartengono alla Chiesa per numero e per merito (qui sunt numero et merito de Ecclesia). Ecco perché nel simbolo si presenta una professione di fede adatta per la fede "formata": e anche perché i fedeli che non avessero una fede "formata" cerchino di raggiungerla" (5).  Insomma, la vera Fede si trova nell'autentica Chiesa (rappresentata dal Papa) e non può esistere al di fuori di essa. Battista Mondin spiega ulteriormente questo passaggio: «La Fede è un dono dato dapprima alla Chiesa; solo in essa non viene mai meno; solo in essa la Fede non è mai "informe", bensì sempre "formata", cioè viva e animata dalla carità. Qui la Chiesa non è intesa da San Tommaso principalmente come comunità esteriore e visibile che "amministra la dottrina del credere", ma come soggetto credente e professante la fede. In questo senso coinvolge il mistero della reale santità posseduta e quindi si tratta della Chiesa come realtà mistica […].» (6). Insomma, la vera Fede si trova nell'autentica Chiesa (rappresentata dal Papa) e non può esistere al di fuori di essa.

 

Che la Papessa dei tarocchi sia la rappresentazione della Fede è innegabile in quanto lo stesso monaco, autore del Sermones la descrive con le parole "O miseri quod negat Christiana fides" (Oh miseri dato che la fede cristiana vi ripudia), frase che appare l'incipit di una più estesa espressione dato che il religioso fa seguire il simbolo grafico etc alla parola fides, secondo una modalità che si ritrova anche in altri passi del Sermones. La frase, come ci appare, risulta pertanto intraducibile, ma ciò che conta è che il religioso abbia fatto riferimento alla Fede. Questo Sermones si presenta come un' invettiva contro il gioco dei dadi e delle carte, compresi i Trionfi, composta secondo il concetto clericale del tempo che ne attribuiva la paternità al Diavolo (di cui fra l'altro il buon monaco ne fornisce addirittura il nome: un certo diavoletto chiamato Azaro), in grado di condurre gli uomini alla perdizione: Scrive infatti: "Questa è la ragione per cui gli uomini bestemmiano più nel gioco che in altre occasioni, perché chiamano a loro rovina tanti diavoli per quanti sono i punti nei dadi. E poiché tutti perdono al gioco, è opinione che quei denari - dove c'è il sangue di Dio, di Cristo e dei santi - vadano a finire in mano ai diavoli, che li distribuiscono ai disperati che chiedono soldi ai demoni. E alla fine tutti saranno ridotti in povertà e per la maggior parte finiranno per morire sulla forca. State perciò lontani dai giochi, altrimenti etc.". Questo sermone risulta essere importante, perché al di là dello scopo con il quale il frate lo compose, ci offre informazioni su un ordine dei Trionfi che molto si avvicina a quello che doveva essere l'originale in base al concetto di Scala Mistica medievale. Inoltre i commenti dell'autore su alcuni Trionfi rispecchiano quanto si era ipotizzato in riferimento al significato di alcune carte, come "El mondo cioè dio padre", "Lo caro triumphale vel mundus parvus" (Il carro trionfale ovvero un piccolo trionfo) e, come detto, anche la Papessa messa in relazione con la Fede.


Geltrude Moakley vide nella carta dei tarocchi Visconti-Sforza, ora alla Pierpont Morgan Library, l'immagine di Suor Manfreda Visconti-Pirovano, una parente dei Visconti eletta papessa di una piccola setta lombarda dei Guglielmiti, bruciata al rogo nell'autunno del 1300. L'abito monacale che indossa è quello delle Umiliate, ordine riconosciuto dalla Chiesa. Tale ipotesi potrebbe avere qualche fondamento di verità se si considera la tendenza nei mazzi Visconti-Sforza di identificare le figure con i componenti della famiglia lombarda.


Ludovico Antonio Muratori parla di Guglielmina e della sua vicaria Suor Manfreda nella "LX Dissertazione" della sua opera Antichità Italiane in relazione a "Quali eresie ne' secoli passati abbiano infestato l'Italia": «E perciocché poca conoscenza di questa famosa femmina (Guglielmina) hanno avuto gli scrittori della Storia, ed io ho potuto leggere nella celebre Biblioteca Ambrosiana il processo autentico d'essa, formato l'anno 1300, e la storia de' suoi errori, compilata dal Puricelli e scritta a penna; non rincrescerà ai Lettori di riceverne da me una breve contezza, meritando ben essa di passare ai posteri, acciocché niuno si lasci giuntare dai sogni ed inganni delle donnicciuole in avvenire 
[…] Il processo è intitolato "contra Guilielmam Bohemam, vulgo Guilielminam, ejusque Sectam"  (contro Guglielma Boema, per il volgo Guglielmina, e la sua setta) (7).


Primieramente spacciava costei d'esser ella lo Spirito Santo, incarnato nel sesso feminile, e nato da Costanza moglie del re di Boemia, e regina. Secondariamente, siccome l'Arcangelo Gabriello a Maria Vergine avea annunziata l'Incarnazione del Verbo Divino; così anche l'Arcangelo Rafaello avea annunziata alla regina Costanza l'Incarnazione dello Spirito Santo nel dì della Pentecoste, in cui dopo un anno intero era poi essa Guglielmina venuta alla luce.
III. Siccome Cristo fu vero Dio e vero Uomo, così costei si spacciava per vero Dio e vero Uomo in sesso feminino, la quale era per salvare i Giudei, i Saraceni e i falsi Cristiani, come per mezzo di Cristo si salvano i veri Cristiani.
IV. Essa al pari di Cristo avea da morire secondo la natura umana, e non già secondo la divina.
V. Che anch'essa era per risorgere con corpo umano in sesso feminile prima della Risurrezion finale, per salire in cielo alla vista de' suoi discepoli, amici e divoti.
VI. Come Cristo avea lasciato per suo Vicario in terra San Pietro con dargli da reggere la sua Chiesa: così anch'ella lasciava per sua Vicaria nel mondo Mayfredam Ordinis Humiliatorum Sanctimonialem.
VII. Ad imitazione di San Pietro questa Mayfreda celebrerebbe Messa al sepolcro dello Spirito Santo incarnato; e ch'essa di poi con solenne apparato ripeterebbe la medesima Messa, e sederebbe e predicherebbe nella Basilica Metropolitana di Milano, e poscia in Roma nella Sedia Apostolica, dove si troverebbero gli Apostoli e Discepoli, come furono con Cristo.
VIII. Mayfreda dovea essere una vera Papessa, dotata della podestà di vero Papa; di maniera che come il Papa e il Papato Romano d'allora s'avea da abolire, con dar luogo a questa Papessa, così si sarebbero battezzati i Giudei, i Saraceni, e l'altre nazioni che son fuori della Chiesa Romana, né son peranche battezzate.
IX. Tolti via i quattro antichi Vangeli, ne succederebbono quattro altri, che d'ordine di Guglielmina sarebbono scritti.
X. Come Cristo dopo la Risurrezione si lasciò vedere, altrettanto farebbe ella co' suoi discepoli.
XI. A chiunque visitasse il Monistero di Chiaravalle, dove ella sarebbe seppellita, si concederebbe indulgenza pari a quella che si acquista andando a Gerusalemme al Santo Sepolcro. E perciò da tutte le parti del Mondo verrebbono i Pellegrini a visitare il di lei Sepolcro.
XII. A tutti i seguaci di questo Santo Spirito soprastavano assaissimi mali e morti, non altrimenti di quel che avvenne agli Apostoli di Cristo e de' suoi stessi seguaci, alcuni de' quali imiterebbero Giuda con dare in man degl'Inquisitori i loro seguaci.
E tali furono i principali abbominevoli insegnamenti e le ridicole finzioni di Guglielmina, tralasciando io il resto. Né già tutto questo era stato finto da essa, ma bensì dalla suddetta Mayfreda, e da un certo empio Andrea Saramita. Forse costoro aveano inteso simili delirj da Simone Mago, descritti da Eusebio, e da Santo Epifanio. Quel che è da stupire, forse Guglielmina finì i suoi giorni nell'Anno 1281, e prima fu seppellita nella chiesa di San Pietro all'Orto, e sul principio del susseguente Anno le sue ossa furono trasferite fuori della città al Monistero di Chiaravalle, e poste in uno onorevol sepolcro. Uno di que' monaci le fece il Panegirico, trattandola da Santa e da curatrice de' mali. Lampane e cerei stavano accesi davanti ad esso Sepolcro. Tre Feste in oltre erano state istituite da' suoi divoti a quel Monistero. La stessa Mayfreda in sua casa celebrava Messa, e i seguaci suoi le baciavano le mani, ricevendo da essa la benedizione, e talvolta dell'ostie a guisa di Eucaristia. Veggasi di grazia, di che sia capace la gente ignorante e sciocca, lasciata in preda alle sue opinioni, e ad una stolta credulità. Ma Iddio custode della vera sua Chiesa non permise, che lungamente trionfasse l'illusione nel popolo di una Città sì religiosa e Cattolica. Nell'Anno 1300 si scoprì la Setta di Guglielmina, le sue ossa furono bruciate, spiantato il suo Sepolcro. Andrea Saramita e Mayfreda Monaca, Caporali di tale Eresia, perché pertinaci alunni di Guglielmina, finirono i lor giorni nelle fiamme. E questo fine ebbe la fantastica ed empia Tragedia di costoro» (8).


Dal secolo XVII la Papessa venne presentata sempre seduta con il libro nelle mani mentre un drappo le incornicia generalmente la parte superiore della figura, come nel Tarocco Vieville (figura 5). Questa immagine è stata mutuata dall'iconografia della leggendaria Papessa Giovanna come appare nell'opera De claris selectisque mulieribus cioè 'Sulle scelte e famose donne' (1494) di Jacques Philippe Forest, nel capitolo a lei dedicato (figura 6). Tale raffigurazione si stabilizzerà definitivamente nelle carte seguenti e nel Tarocco di Marsiglia (figura 7). Fu diffusa credenza nel Rinascimento che in questa carta fosse rappresentata la Papessa Giovanna. Ne abbiamo conferma dall'opera Le Carte Parlanti di Pietro Aretino in cui le carte, discutendo sui significati dei trionfi, così si esprimono: "La papessa è per l’astuzia di quegli che defraudano il nostro essere con le falsità che ci falsificano". Detto in parole povere significa che la Papessa venne posta a rappresentare coloro che imbrogliavano attraverso fatti e parole ingannevoli che venivano recepite come veri (9).  

 

Solo più tardi si comprese che la storia della Papessa Giovanna era stata un’invenzione del mondo ortodosso ma antipapale, ripresa di seguito dai luterani come evidente prova della corruzione del papato, immagine di una Roma prostituta al pari dell’antica Babilonia. In ogni modo, per lungo tempo molti pensarono che la Papessa effigiata nei tarocchi si riferisse a Giovanna, come ad esempio Giancarlo Passeroni (1713-1803) che così scrive al riguardo nel Canto Settimo del suo Cicerone:

 

La favola cioè della Papessa,

Che non è stata mai, che nè tarocchi,

Tra i quali per ischerno è stata messa,

Bench’ abbiano sognato alcuni sciocchi,

Che vi sia stata, e ch’ abbia detto messa,

Cercando gettar polvere, negli occhi,

E mostrar per lanterne men che lucciole

Certi scrittor da mele, anzi da succiole.

 

Non so, come non abbiano vergogna

Costoro d’ inventar certe imposture,

Parti d’ ingegno, che delira, e sogna,

E d’inserirle ancor nelle scritture:

Da questo sol concludere bisogna,

Per tacer d’altre prove più sicure,

Che ciechi son costor peggio che talpe,

Sebben credon veder di là dalle alpe (10).

 

Nell'opera di Leonard Thurneysser Zum Thurn Quinta Essentia è raffigurata una donna con una corona in testa. Ella tiene una chiave nella mano destra e appoggia il braccio sinistro su un libro (figura 8) con altri libri accanto a lei, tuttti di carattere alchemico, filosofico e religioso, come  l'Herbarium, la Quinta Essentia, il Misterium Aeternitatis e la Biblia. La sua bocca è chiusa da un lucchetto e siede sopra una cassa sulla quale sono incise le parole Thoh e Azot.  Alcuni storici hanno intepretato questa immagine come una rappresentazione della Papessa Alchemica.

 

Nella carta dei tarocchi occultistici di Oswald Wirth, la Papessa tiene nella mano destra il libro su cui appare il simbolo cinese Tai-chi del Supremo Tao formato dagli opposti Jin e Jang, e le due chiavi di San Pietro nella mano sinistra (figura 9).

 

Note

 

1Biblia Sacra, Firenze, Biblioteca Laurenziana, Ms. Mugell, 2, f. 189. 

2Claudio Bellinati, Giotto, Ponzano/Treviso, Vianellolibri, 1996, p. 133.

3 - II -II, q. 2, a. 3; cf. De Ver. q 14, a. 10. In "Battista Mondin, Dizionario enciclopedico del pensiero di San Tommaso D'Aquino", Bologna, Ed. Studio Domenicano, 2000, p. 289. 

4II-II, q. 2, a. 7. Ibidem, p. 290.

5 - II-II, q. 1, a. 9, ad 3. Ibidem, p. 291.

6 - Idem.

7Dissertazioni sopra le Antichità Italiane, Già composte e pubblicate in Latino dal Proposto Lodovico Antonio Muratori, e da Esso poscia compendiate e trasportate nell’Italiana Favella. Opera Postuma. Data in luce dal Proposto Gian-Francesco Soli Muratori suo nipote, Tomo Terzo, In Milano, A spese di Giambattista Pasquali, MDCCLI [1751], p. 309.

8 - Ibidem, pp. 310-311.

9 - Riguardo lo scritto Le Carte Parlanti si leggano i saggi Il Teatro de' Cervelli e Semi Simbolici

10Il Cicerone, Poema di Ginacarlo Passeroni, Parte Seconda, Tomo Terzo, In Bassano, A spese Remondini di Venezia, MDCCLXXV [1775], p. 164.

 


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